Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori
Il libro più discusso nel gruppo Un Libro Tira L’Altro Ovvero Il Passaparola Dei Libri nel mese di gennaio è stato Mandorla Amara, recente giallo di Crstina Cassar Scalia, molto apprezzato da tutti i lettori del gruppo.
Appuntamento mensile con le novità da leggere: iniziamo con L’Album Blu di Yaryna Grusha (Bompiani) un romanzo autobiografico e insieme corale, che racconta un’infanzia segnata dalla censura, dall’amore clandestino per la letteratura e da una formazione civile che si intreccia con le grandi rivoluzioni dell’Ucraina contemporanea; proseguiamo con Il Cuoco Giapponese di Lucia Visonà, (Einaudi) è una fiaba metropolitana ambientata a Parigi nella quale il giovane Hugo si muove tra cucine improvvisate, ristoranti mitici e incontri improbabili; terminiamo la nostra piccola rassegna con Apriti di Thomas Morris, (Sur) è una raccolta di cinque racconti che illustrano aspetti della fragilità maschile, alternando realismo psicologico e slanci fantastici per parlare di paura, inadeguatezza e desiderio di essere visti.
Consigli per gli acquisti
Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.
Per Una Vita Ancora (Nulla Die Editore, 2025), di Marianna Guida è un romanzo sulla crisi e sulle possibilità di rinascita, sui ruoli familiari e la necessità di conciliarli con le proprie aspettative, per lettori interessati a percorsi di crescita psicologica .
Incontri con gli autori
Sul nostro sito potete leggere le interviste agli scrittori del momento!
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marco Alberici è lo scrittore emiliano che ha creato il personaggio del Commissario Marco Manfrè che torna in libreria con la sua terza indagine Dite Addio A Luana Green.
Marianna Guida torna in libreria con Per Una Vita Ancora (Nulla Die, 2026): con lei abbiamo parlato del libro e della sua visione letteraria.
Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

Ogni epoca ha le sue violenze. Questo è l’insegnamento che ci deriva dalla storia. Ci sarebbe la tentazione di considerare i fatti di Torino del 31 gennaio in una linea di continuità, ad esempio, con Lotta Continua che mise a ferro e fuoco parti della città con l’assalto all’ “Angelo Azzurro” (che costò la morte atroce di un giovane lavoratore studente) e alla sede del MSI. Lotta continua giunse alla demonizzazione e all’assassinio del commissario Calabresi e parte di essa confluì nel terrorismo armato e un’altra parte nel giornalismo radical – chic alla Gad Lerner. Certo la violenza è sempre la stessa, ma i fatti di Torino fanno pensare al G8 di Genova che fu una vera devastazione della città. L’episodio del poliziotto pestato fa pensare al carabiniere che Giuliani avrebbe voluto uccidere con un estintore. Anche a Genova venne reclutata manovalanza violenza all’estero come in parte a Torino. Ciascuno mescolerà inevitabilmente i suoi ricordi, ma il fatto indiscutibile è che per 30 anni Torino ha tollerato l’occupazione dell’edificio di Corso Regina, diventato un covo della violenza in città e in Val Susa contro la Tav. In Val Susa gli contro la polizia sono stati continui e molto sanguinosi, ma quasi tutti hanno minimizzato. La procuratrice Generale del Piemonte che si sta rivelando una magistrata davvero fuori ordinanza, ha denunciato la realtà che si raccoglie dietro Askatasuna e ha denunciato la connivenza di certa borghesia torinese con un coraggio e una lucidità eccezionali. Gli intellettuali torinesi tacciono o vanno ad applaudire al palazzetto dello Sport Barbero e D’Orsi che si ritengono perseguitati e ragionano ormai con degli slogan preconfezionati. Gli intellettuali torinesi non ci sono più. Al massimo ci sono dei professori in cerca di una notorietà che non arriva. Al massimo ci sono collaboratori di giornali che scrivono le solite vulgate o parlano d’altro. Solo Carmine Festa ha scritto un editoriale sul Corriere degno di attenzione e rispetto. Tutti i militanti dell’antifascismo a costo zero perché il fascismo non c’è più da 81 anni, si trincerano dietro la parola magica Resistenza che non a caso è quella evocata anche dai cortei violenti del 31 gennaio che hanno bloccato la vita di un’intera città. Mentre vorrei chiedere all’Anpi di esprimersi su questo uso improprio della parola resistenza, mi domando come sia possibile in democrazia che 20-30 mila manifestanti possano bloccare una città intera persino nei soccorsi di emergenza. Questa non è più democrazia, ma prepotenza, mentre l’idea di trattare con i manifestanti per evitare incidenti si è rivelata un’utopia. Non è possibile che le Forze di Polizia siano lasciate in balia della violenza senza che l’imperio della legge abbia il sopravvento e tutti gli incappucciati siano identificati e arrestati in fragranza di reato. I fatti di Torino ci insegnano che la violenza bruta va stroncata, anzi andava da tempo stroncata. Il clima che si respira è quello della guerra civile e del terrorismo brigatista a cui si sicuramente guardano questi estremisti. Eletti nelle istituzioni che sfilano dietro alle insegne di Askatasuna vanno denunciati come fiancheggiatori della violenza ed emarginati dalla politica. Dicono che non sia possibile distinguere preventivamente gli estremisti violenti dai manifestanti “non violenti”. Ho qualche dubbio in proposito. Tuttavia, se è davvero impossibile identificare e prevenire, allora devono essere i non violenti senza virgolette a disertare certi cortei, isolando a priori l’ala degli scatenati. Senza drastici provvedimenti presi in modo tempestivo Torino non potrà liberarsi da chi vuole impadronirsi della città come neppure gli squadristi fecero con la Marcia su Roma perché il Re fellone chiamò al potere Mussolini. Il fascismo qui non c’entra e i contesti storici sono diversissimi, ma il biennio rosso dopo la Grande Guerra inaugurò una stagione fi ubriacatura ideologica e di violenza che portò a dover scegliere – come disse Croce – tra ordine e libertà. Quel cartello dietro al corteo di sabato che evoca la Resistenza fa pensare all’abbaglio incredibile dello storico partigiano Guido Quazza che vide nei contestatori violenti del ‘68 gli eredi dei partigiani.
