Denunciato dagli agenti del commissariato Madonna di Campagna
E’ ora di cena nel quartiere Madonna di Campagna quando quattro soggetti decidono di consumare la cena presso un ristorante della zona. Il titolare li fa accomodare all’interno, gli avventori effettuano l’ordine e vengono serviti.
Dopo circa mezz’ora due dei quattro commensali escono dal locale mentre gli altri restano seduti al tavolo. Passano alcuni minuti ed anche gli ultimi due si alzano, riferendo di allontanarsi per andare a fumare una sigaretta. Il titolare gli indica la terrazza con una zona adibita ai fumatori ma gli avventori confermano di voler scendere in strada. Per tranquillizzare il proprietario, uno dei due, cittadino italiano di 21 anni, si dice disposto a lasciargli in pegno una chiave della propria autovettura. L’uomo, insospettito dalla proposta, non accetta, intimando il pagamento immediato della cena o suggerendo ad uno dei due di allontanarsi per prendere i soldi mentre l’altro aspetta all’interno del ristorante. A questo punto i due clienti, con scatto fulmineo, abbandonano il locale. Il proprietario ed una dipendente li inseguono quando improvvisamente il ventunenne estrae dal borsello uno sfollagente, minacciando di colpire l’uomo se si fosse avvicinato. Immediata la chiamata al 112 NUE.
Gli agenti del commissariato Madonna di Campagna giunti sul posto controllano il reo, trovando, durante la perquisizione, due sacchetti contenenti infiorescenze di marijuana.
L’uomo è stato denunciato per violenza privata e minacce e sanzionato amministrativamente per il possesso della sostanza stupefacente.
Animali, in gran numero, esotici e domestici. E autoritratti. Tanti. Disarmante e geniale nella ricerca di un’autoviolenza atroce e distruttiva é l’“Autoritratto con mosche” realizzato nel ’57 e di certo fra i più interessanti e dolorosamente amari nel gruppone di quelli posti in mostra. Il volto come sempre di sguincio, nessuna concessione alla benché minima positività, le mosche artigliate al collo e all’occhio destro che sembra trasudare sangue, il cranio malformato dal rachitismo sviluppato (insieme al “gozzo”) fin dall’infanzia, ogni singola imperfezione volutamente accentuata con pennellate di colore che calano sulla tela come sciabolate mortifere. In volo due corvacci, gracchianti dolorose cantilene foriere di oscuri presagi. Sofferenza. Dolore. Compagnia assidua di una vita disperata. Di un’infanzia negata. Di continue entrate e uscite dai manicomi.”Questo è il mio volto, se volete non ‘gradevole’, ma questo io sono” sembra dire l’artista, impegnato a rendersi ancor più “sgradevole”, autolesionista all’eccesso in una sorta di autoironica rappresentazione, esorcizzante forse il suo profondo malessere interiore. Antonio Ligabue, al secolo Laccabue (dal cognome del patrigno che egli rifiutò per tutta la vita) si trovava allora a Gualtieri, nel Reggiano, dov’era arrivato nel ’19, dopo aver aggredito la madre adottiva durante una lite. Arrivava dalla Svizzera (era nato a Zurigo, nel 1899) e aveva già conosciuto l’affidamento adottivo, la vita randagia, le case di cura.
A Guatieri dove visse come “straniero in terra straniera” era, per tutti o quasi, “Toni el matt”, nonostante in alcune opere come nel superbo “Autoritratto con cavalletto”, egli ami raffigurarsi vestito di tutto punto mentre en plein air dipinge un trionfante gallo. Un Toni quasi irriconoscibile, come i “normali” lo avrebbero voluto. Ampio spazio è dedicato in mostra anche alla scultura (oltre venti opere in bronzo, soprattutto di animali) cui l’artista iniziò a dedicarsi fin dai primi anni di attività usando al principio la creta del Po, resa più malleabile attraverso una lunga masticazione e solo più tardi ricorrendo alla cottura. E infine, altro filone ben narrato in mostra, quello dei paesaggi padani, dove sullo sfondo irrompono le raffigurazioni dei castelli e delle case, con le loro guglie e bandiere al vento, della natia e mai dimenticata Svizzera. Qui troviamo un velo di fanciullesca pittura “naive”. Ma solo un velo. Perché Ligabue fu soprattutto un grande “espressionista tragico” e, per certi versi, un “primitivo” alla Rousseau il Doganiere, pur se affascinato da van Gogh, non meno che da Klimt, dai “fauves” e dagli espressionisti tedeschi. Un artista diventato “mito”. Forse a sua insaputa. Mitizzato dall’attenzione dei rotocalchi degli anni Cinquanta fino a quella a lui ancor oggi riservata dal teatro (“Un bes” di Mario Perrotta) e dal cinema (dal recente “Volevo nascondermi”) di Giorgio Diritti. In mostra, a tal proposito, non mancano anche testimonianza dirette di autori, registi ed attori.