IL PUNTASPILLI di Luca Martina
La Francia è la seconda economia dell’area Euro, dopo la Germania, e quanto accade entro i suoi confini non può lasciarci indifferenti.
SI tratta di uno dei Paesi europei che ha saputo meglio riprendersi dalla shock provocato dal Covid: la forte discesa del PIL del 7,9% avvenuta nel 2020 è stata quasi interamente recuperata nel 2021 (con una salita del 7,1%).

Anche dal punto di vista della disoccupazione i nostri vicini si sono comportati piuttosto bene riportandola ai livelli minimi, il 7,8% degli ultimi 25 anni.
Venendo all’inflazione, poi, l’imponente pacchetto di spesa, 25 miliardi di euro, ha contenuto i rincari di gas ed elettricità ed ha così limitato la salita dell’indice dei prezzi ad un “modesto”, rispetto all’8,1% dell’area euro, 5,2%.
Se questo poteva parere lo scenario perfetto per la conferma del consenso popolare all’attuale governo, soprattutto dopo che Macron aveva ottenuto ad aprile il suo secondo mandato presidenziale, gli esiti delle elezioni parlamentari di questo fine settimana lo hanno clamorosamente smentito.
Il presidente francese si troverà nei prossimi anni con la necessità di aggregare un congruo numero parlamentari esterni al suo partito, Ensemble!, per poter raggiungere la maggioranza di 289 (partendo dai 224 del suo schieramento).
La futura direzione di marcia dei cugini d’oltralpe è ora quantomai difficile da prevedere.
La divaricazione, verso la destra di Marine Le Pen e la sinistra di Jean-Luc Mélenchon, del consenso politico renderà molto difficile il compito del governo di mantenere la crescita economica senza dovere aggravare ulteriormente il debito pubblico, cresciuto enormemente negli ultimi anni e pari al 112,9% alla fine del 2021.
La campagna elettorale transalpina è stata dominata, sia a destra che a sinistra, dagli effetti negativi del carovita sui lavoratori e a nulla sono serviti gli annunci del presidente di ulteriori misure per sostenere le pensioni minime (indicizzandole all’inflazione) ed i salari dei dipendenti pubblici, aiutare con dei sussidi per l’acquisto del cibo i meno abbienti e ridurre i costi dei professionisti.
Non ha giovato a “Ensemble!” il progetto del presidente di modificare l’attuale sistema pensionistico, elevando l’età pensionabile da 62 a 65 anni, poi ridotta, senza successo, visto l’esito elettorale, a 64 nelle ultime settimane.
La proposta di riforma risale al 2017 ed aveva condotto già negli anni passati a violentissime proteste di piazza nell’inverno del 2019-2020. L’esplosione della pandemia l’aveva poi cancellata dall’agenda del governo ma la sua importanza, per la sostenibilità del bilancio pubblico, l’ha riportata di assoluta attualità quest’anno.
Il ritorno al populismo, con la ricerca di raggiungere risultati spesso divergenti ed inconciliabili (una maggiore crescita e tutela dei redditi senza accrescere il debito pubblico e l’inflazione) potrebbe rappresentare un’ulteriore pietra d’inciampo per il nostro continente.
Si tratta, non solo in Francia, di una situazione non troppo dissimile da quella che si trovò a fronteggiare Lyndon Johnson quando, succeduto a JFK dopo la sua tragica fine a Dallas, dovette decidere se proseguire la guerra in Vietnam o finanziare il programma di spesa sociale (la “Great Society”). Alla fine, la scelta tra “burro e cannoni” non venne fatta e la conseguenza fu una spirale inflazionistica che esplose definitivamente alcuni anni dopo, sotto la presidenza Nixon, con la crisi petrolifera innescata dal conflitto tra Egitto e Siria e Israele.
Il ricordo delle presidenze Johnson e Nixon è legato all’incapacità di gestire l’inflazione e la crisi economica che ne seguì ma l’elettorato, ostile a qualunque “sacrificio”, non è certo esente da responsabilità.

La complessità del periodo “esplosivo” che stiamo attraversando, la lunga miccia accesa dalla pandemia ha continuato a “brillare” a causa della guerra, dovrà stimolare l’ingegno e la saggezza dei governanti (e dei cittadini) per evitare di dovere rimpiangere la sottovalutazione dei rischi futuri per un apparente maggiore beneficio attuale.
Il Gay Pride torinese si è rivelato un successo perché secondo gli organizzatori la sfilata di 150 mila persone con il caldo afoso è stato un vero traguardo.
Il fatto nuovo è la partecipazione del quotidiano “La Stampa“ con in testa il suo direttore e vicedirettore ad un evento pubblico di quel genere. Una tappa miliare nella storia del giornalismo, ha scritto sullo stesso giornale, il leader politico ed esponente Gay Ivan Scalfarotto, elogiando la scelta di campo fatta da Giannini e da una parte dei suoi collaboratori. Direttori come Alberto Ronchey, ne sono certo, sarebbero inorriditi da certi elogi. Se leggo nello stesso giornale il bellissimo articolo di Renato Rizzo su Ferruccio Borio, il mitico redattore capo della “Stampa”, in cui si ricorda come il giornale per iniziativa di Borio, riuscì a mobilitare oltre duecentomila torinesi ad esporre il tricolore nel 1961, centenario dell’Unita’ nazionale, vedo come il passato sia davvero una preistoria rispetto alle nuove scelte che forse si armonizzano anche con quelle di Lapo Elkann. Eugenio Scalfari direttore di “Repubblica” scrisse a Mario Soldati che avrebbe voluto iscriversi al Centro “Pannunzio”, ma che la sua indipendenza professionale glielo impediva. Scalfari non fu mai sempre così indipendente, ma in quel caso si pose il problema di non poter parteggiare formalmente e insieme informare con l’autonomia necessaria. Le ampie cronache offerte da “La Stampa” dimostrano che il giornale si è limitato ad esaltare i partecipanti e a pubblicare gli elogi non proprio imparziali di Scalfarotto. Possibile che un giornalista avveduto come Giannini non si sia neppure posto il problema di chi non ha ritenuto di sfilare o dissente dalle sguaiataggini del Pride evidenziate in passato dallo stesso padre nobile del “Fuori”, Angelo Pezzana e anche da Gianni Vattimo?