SE NE PARLA IL 22 NOVEMBRE A VICO CANAVESE
L’agricoltura ha plasmato nei secoli il paesaggio delle Alpi, grazie a pratiche colturali tradizionali, messe in atto con sapienza ed esperienza dalle donne e dagli uomini di montagna. I paesaggi naturali sono quindi diventati in qualche modo un fatto culturale e proprio dalla constatazione del loro valore partirà la riflessione che sabato 22 novembre a Vico Canavese di Valchiusa sarà proposta dal Club Amici di Valchiusella nel corso del convegno sul tema “I prati stabili e i loro prodotti come strumento di promozione della Valchiusella”, organizzato in collaborazione con il DISAFA-Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari e del Dipartimento di Management dell’Università di Torino e con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Il convegno è patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, che sarà rappresentata dalla Consigliera delegata alle attività produttive, allo sviluppo economico e alla pianificazione strategica, Sonia Cambursano. I lavori inizieranno alle 10 nella scuola Giacomo Saudino di via Lime 2 con l’intervento istituzionale del Sindaco di Valchiusa, Maurilio Vercellio.
Sarà analizzata la ricaduta turistica che i prati stabili e la produzione zootecnica e casearia che rendono possibile stanno generando nel territorio, con una grande attenzione alla sostenibilità delle attività produttive e della frequentazione turistica. Sono in programma interventi delle imprenditrici Romina e Anna Zucca, dei docenti e studiosi del DISAFA Giampiero Lombardi e Valentina Scariot, di Stefano Duglio del Dipartimento di Management, del cofondatore di Slow Food e docente all’Università di Pollenzo Silvio Barbero, del Presidente della sezione Valchiusella della Coldiretti, Pierangelo Ughetti, della Consigliera metropolitana Sonia Cambursano, di Nadia Ansaldi e di Elisa Spaziani, funzionarie della Direzione Produzioni Agrarie e Zootecniche della Regione Piemonte.
Passeggiare sotto i portici di Torino in una serata autunnale fredda e ventosa riporta alla mente nostalgie di stagioni lontane, di giornate luminose e vacanze ormai passate, quando il vento del mare ti accarezzava e ti lasciava il sale sulla pelle.

Morire a 94 anni è un privilegio di pochi, ma sicuramente Giorgio Forattini avrà vissuto gli anni del tramonto. Era il vignettista più famoso ed apprezzato. Quando a Torino “La Stampa“ in due periodi diversi lo sottrasse a “Repubblica“, divenne famoso anche tra lettori non acculturati perché una sua vignetta aveva l’effetto di un editoriale. Pochi tratti di matita e una battuta rendevano un’idea, un giudizio subito chiari e fulminanti. Era stato querelato una ventina di volte sempre da esponenti di sinistra, anche se la sua matrice originaria era la stessa, intesa però in senso anarchico – liberale. Fu considerato da alcuni politici un nemico, D’Alema, ad esempio, ma da altri, come Spadolini, una fortuna. Il Giovannone fiorentino grasso e impacciato nelle sue vesti professorali fu denudato da Forattini e reso subito popolare. Più severo Forattini fu con Craxi di cui senti’ il mussolinismo. Storica è la vignetta per la vittoria al referendum del 1984 quando disegnò una bottiglia di champagne il cui tappo era Fanfani. Ho conosciuto bene Forattini che aveva un sovrano disprezzo verso tutti i partiti e non accettò mai di diventare subalterno al Berlinguer di turno. Era un uomo libero che non prendeva ordini da nessuno. A mio modo di vedere può essere paragonato a Giovannino Guareschi anche se la vignetta di Forattini è molto più libera ed estemporanea. Guareschi aveva una storia alle spalle, era stato internato in Germania ed era vissuto in tutt’altro tempo tra il 1908 e il 1968. Forattini incominciò la sua carriera di vignettista a partire dagli anni ‘70 in un tempo caratterizzato dal livore ideologico. Non scrisse libri che non fossero la raccolta delle sue vignette, mentre Guareschi, non solo per il suo Don Camillo, è scrittore riconosciuto a livello internazionale. Ma lo spirito libero ha accomunato ambedue. Fu insignito del Premio “Pannunzio” di cui andava fiero. Era diventato un critico feroce di Scalfari e aveva vissuto sulla sua persona la violenza di una censura di sinistra che io definii quando gli consegnai il Premio, la “feroce egemonia gramsciana“. Non ci sono più in attività gli Angelo D’Orsi di turno, ma la ferocia resta in certi palazzi della cultura torinese. E’ una ferocia ancora peggiore perché la belva oggi appare ferita. Forattini mi mandò una vignetta in cui il Centro “Pannunzio” avrebbe liberato Torino da quella morsa. Non è accaduto come sparava lui che, non vivendo a Torino, era troppo ottimista. Pensare a Giorgio oggi mi riempie comunque di orgoglio perché l’assegnazione a lui del Premio “Pannunzio” fu una scelta giusta. Ebbi anche il consenso dell‘avvocato Agnelli che sarebbe venuto al Premio al “Cambio“ se la data non fosse coincisa con il suicidio del figlio. Forse il nipote Elkann non sa neppure chi sia stato Forattini. Un schiena diritta capace di andare controcorrente, capace di difendere Sogno anche quando era indifendibile.





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