La legge di Lidia Poët, la serie in 6 episodi, prodotta da Matteo Rovere, una produzione Groenlandia, e creata da Guido Iuculano e Davide Orsini, debutterà il 15 febbraio 2023 su Netflix in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo. Matilda De Angelis è Lidia Poët, la prima donna in Italia ad entrare nell’Ordine degli Avvocati.
Nel cast, Matilda De Angelis nel ruolo della protagonista, ed Eduardo Scarpetta in quello del giornalista Jacopo Barberis. Pier Luigi Pasino è Enrico Poët, fratello di Lidia, mentre Sara Lazzaro e Sinéad Thornhill sono rispettivamente Teresa Barberis, moglie di Enrico, e Marianna Poët, la loro figlia. Dario Aita è Andrea Caracciolo.
La serie è diretta da Matteo Rovere e Letizia Lamartire e scritta da Guido Iuculano, Davide Orsini, Elisa Dondi, Daniela Gambaro e Paolo Piccirillo.

Torino, fine 1800. Una sentenza della Corte d’Appello di Torino dichiara illegittima l’iscrizione di Lidia Poët all’albo degli avvocati, impedendole così di esercitare la professione solo perché donna. Senza un quattrino ma piena di orgoglio, Lidia trova un lavoro presso lo studio legale del fratello Enrico, mentre prepara il ricorso per ribaltare le conclusioni della Corte.
Attraverso uno sguardo che va oltre il suo tempo, Lidia assiste gli indagati ricercando la verità dietro le apparenze e i pregiudizi. Jacopo, un misterioso giornalista e cognato di Lidia, le passa informazioni e la guida nei mondi nascosti di una Torino magniloquente. La serie rilegge in chiave light procedural la storia vera di Lidia Poët, la prima avvocata d’Italia.
AMBIENTAZIONE: LA TORINO DI FINE OTTOCENTO
Torino alla fine dell’Ottocento conta duecentomila abitanti, e tra questi c’è un imprenditore che sta per fondare la FIAT, la più importante azienda automobilistica del Paese, nonché il più grande gruppo finanziario e industriale privato italiano del XX secolo. A Torino c’è la più libera comunità ebraica d’Italia, ci sono i circoli anarchici, c’è la camorra napoletana, ci sono i socialisti e c’è Anna Kuliscioff. Poi ci sono i primi ospedali psichiatrici, i fanatici dello spiritismo, Cesare Lombroso con i suoi allievi, buona parte della famiglia reale, le prime tangenti, le prostitute più raffinate d’Italia, i teatri aperti a ogni ora, i concorsi di bellezza e i funerali dei nobili. Insomma, Torino alla fine dell’Ottocento è un posto strano dove abitano persone strane. Un teatro del mondo, sintesi dei tempi che stanno per venire. Una città pirotecnica, eccessiva, contraddittoria, magniloquente, autodistruttiva. Come c’è da aspettarsi, è anche una città dove si uccide e si finisce in prigione. Una città dove gli avvocati fanno affari d’oro.
PERSONAGGI
LIDIA POËT (Matilda De Angelis)
È stata la prima donna d’Italia ad iscriversi all’Ordine degli Avvocati, ma una sentenza della Corte d’Appello di Torino del 1883 le proibisce di esercitare la professione perché donna. Oltraggiata e offesa dalla sentenza, Lidia non si perde d’animo e convince suo fratello Enrico a lavorare come assistente legale, cercando la verità sull’innocenza dei loro clienti anche fuori da un’aula di tribunale. Lidia è un’incompresa – lo è sempre stata, specie da suo padre, sin dai tempi dell’infanzia – che non riesce a piangersi addosso ma che si rimbocca le maniche giorno dopo giorno per ottenere quello che merita. La sua stella polare sono l’indipendenza e l’emancipazione, per cui lotterà tutta la vita e che la portano a diffidare totalmente dell’amore e del matrimonio. Almeno finché non conosce l’affascinante Jacopo Barberis…
JACOPO BARBERIS (Eduardo Scarpetta)
Giornalista della Gazzetta Piemontese, è un trentacinquenne solitario, affascinante, ironico, con vedute politiche molto distanti da quelle conservatrici tipiche della sua famiglia. La sua modernità lo rende immediatamente empatico agli occhi di Lidia, ma l’anticonformismo con cui vive alla giornata è solo una corazza per nascondere i cocci di una storia d’amore vissuta a Parigi che lo ha lasciato a pezzi. È la spalla ideale di Lidia, entusiasta di accompagnarla nei vicoli più bui di Torino a caccia di assassini, così come di passare ore con lei davanti a un bicchiere di cognac.
ENRICO POËT (Pier Luigi Pasino)
Fratello maggiore di Lidia, Enrico è un uomo perfettamente integrato nel suo tempo. Ha quarant’anni, una moglie più ricca e nobile di lui, una bella villa – sempre della moglie – e uno studio legale avviato che si occupa più che altro di cause semplici e che lo lasciano dormire di notte. Ad un certo punto, però, il ciclone Lidia si abbatte su di lui e tutto cambia: casi di omicidi, strangolamenti, avvelenamenti, morti ammazzati, clienti poveri in canna… tutto concorre a distruggere la sua quiete e le sue certezze. Ma non tutti i cicloni lasciano solo macerie: grazie a Lidia Enrico infatti è destinato a dare una scossa alla sua vita, riscoprendo cose che dava per scontate ed entrando anche lui nella prospettiva che i tempi stanno cambiando.
TERESA BARBERIS POËT (Sara Lazzaro)
Moglie di Enrico e sorella di Jacopo, Teresa Barberis è una donna nobile dell’Ottocento, fieramente un passo dietro a suo marito e dedita alla cura della casa e della famiglia. Dotata di grande arguzia e savoir-faire ma con un carattere diametralmente opposto a quello di Lidia, Teresa è quella che soffre di più l’irruzione nella sua vita della protagonista, incapace di stare al suo posto e di censurare quello che pensa.
MARIANNA POËT (Sinéad Thornhill)
Ha quindici anni, è la figlia di Enrico e Teresa, una ragazzina di buona famiglia cresciuta secondo i valori familiari. All’apparenza docile ed educata, sotto sotto è una giovane ribelle che sente più affinità con sua zia Lidia che con sua madre. Ma a differenza di Lidia possiede un animo romantico, il suo obiettivo di vita non è certo quello di fare l’avvocato o lavorare ma di trovare il principe azzurro e sposarsi. Peccato che si sia infatuata perdutamente (e segretamente) del giardiniere di famiglia, che non può certo offrirle il matrimonio migliore per una ragazza della sua classe sociale…
ANDREA CARACCIOLO (Dario Aita)
Commerciante trentacinquenne che fa la spola tra Italia, Stati Uniti e Medio Oriente, Andrea è il miglior amico di Lidia e il suo amante occasionale. Una relazione all’avanguardia per quei tempi, possibile solo grazie all’affinità elettiva tra i loro caratteri: come Lidia, Andrea è innamorato della libertà e non vuole legami che possano costringerlo a mettere radici. Peccato che i sentimenti per Lidia siano più confusi di quanto voglia far credere…
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NOTE DI REGIA
A cura di Matteo Rovere, regista della serie
Per realizzare La Legge di Lidia Poët sono partito dalla pagina scritta cercando di concentrarmi a livello registro sui personaggi ma anche su un’estetica viva, ricca, con una stratificazione complessa e una cura dei dettagli che raccontasse la vita di quel periodo storico in maniera precisa, ma anche con la libertà che permetta alle spettatrici e agli spettatori di vedere qualcosa di più profondo, che va oltre il primo livello, la prima immagine percepita.
Il racconto di una donna che impiega trentasette anni di battaglie per ottenere quello che è giusto ha dell’incredibile e ha ovviamente un forte portato epico. Per riportare sullo schermo questo carattere abbastanza unico, ho adottato ottiche larghe e ho lavorato con la camera bassa per enfatizzare il rapporto tra il suo volto e il suo tempo. Con shot ampi si ottiene un racconto molto cinematografico, ma che al tempo stesso ci permette di vedere la nostra protagonista in relazione al contesto nel quale vive. Lidia è un personaggio rivoluzionario, ma allo stesso tempo è stata espressione di quegli anni, e registicamente ho provato a far sentire questa sensazione.
Avvicinare emotivamente questi personaggi così forti e caratterizzati sia tra di loro, sia con chi guarda, è stato un altro obiettivo che ho cercato di percorrere anche attraverso movimenti diversi, legati all’emotività della specifica sequenza. Camera a mano, steady a volte molto complessa o integrata con i dolly, technocrane che potessero entrare letteralmente nelle scene non solo action dando ritmo, senza però perdere mai il cuore e il fuoco sui nostri protagonisti.
Fondamentale il lavoro fatto sul casting insieme a Sara Casani – attori e attrici scelti nel tentativo di avvicinare il racconto, le pagine della sceneggiatura, a una verità, a un realismo, a una verosimiglianza che secondo me erano determinanti in termini emotivi e di grammatica visiva.
Il nostro racconto è quello di un passato che parla profondamente anche del contemporaneo e in questo senso ho lavorato con l’utilizzo di cromatismi che fossero affascinanti ma che vedessero sempre al centro una naturalità degli incarnati. Esseri umani veri che si muovono in contesti esteticamente molto curati e pieni di dettagli, per far fare a chi ci guarda un viaggio vero in quel periodo storico.
Un grande contributo lo hanno dato sia la scenografia che l’arredo, i costumi, il trucco, i capelli e le parrucche, che dovevano restituire verità ma anche creare qualcosa di riconoscibile, un’ambientazione fine secolo, diurna e notturna, vicina ai grandi salotti della nobiltà ma anche segreta, legata inoltre alla stratificazione sociale tipica dei gialli, per fare in modo che in questi sei episodi la nostra protagonista vivesse avventure che erano e che sono indagini, ma anche che possano risuonare tematicamente su di lei, sul suo carattere, che viene esso stesso “indagato”, scandagliato, sia dalla scrittura che dalla regia, per restituire a chi guarda un personaggio complesso, empatico, non superficiale, che lavori e giochi anche su fragilità e debolezze.
Il gruppo di lavoro ha fatto tantissimo, a partire dalla co-regista Letizia Lamartire, i direttori della fotografia, gli scenografi, il suono, la post. Tutto finalizzato a costruire un registro fortemente riconoscibile, un immaginario realistico ma insieme lontano, avventuroso, dove speriamo possiate felicemente perdervi.
A cura di Letizia Lamartire, regista della serie
La storia di Lidia Poët mi ha subito affascinata e coinvolta emotivamente, perché racchiude in sé le lotte generazionali di donne che per secoli hanno combattuto, anche attraverso una sofferenza silenziosa e privata, la mentalità prevaricatrice di chi le voleva sottomesse e prigioniere di stereotipi, difficili da sradicare.
Lidia scompone i tasselli di questo mondo costruito dagli uomini per gli uomini e lo fa con assoluta genialità, spiazzando l’avversario con intelligenza, ironia e talvolta senza mezzi termini.
Le sue scelte e la sua voce tagliente graffiano un sistema di esclusione, lo minano alla base e indicano nello stesso tempo una visione di parità, che non è mera utopia, bensì obiettivo condiviso e segnato a caratteri forti dalla parola insieme.
Lidia ha compreso la grammatica della lotta costante e determinata, dove è racchiusa la potenzialità del cambiamento. Lei è un personaggio moderno, estremamente attuale, viene dal futuro, studiosa della moderna criminologia e della scienza forense. Nel suo modus vivendi, ritroviamo una straordinaria fusione di arguzia, determinazione, eleganza.
Matilda interpreta Lidia con grande aderenza alla psicologia del personaggio, seguendone il ritmo, la passione, la forza. Lo fa con naturalezza, quasi la abitasse nell’interno e attraversasse le pieghe della sua anima.
La serie si muove attraverso vari stili: commedia, detection, noir in una meravigliosa e misteriosa Torino, che si dispiega splendidamente, mostrando i suoi colori, la sua architettura, i suoi contorni, la cui bellezza non appartiene solo all’epoca narrata, ma continua il suo perdurare nello scorrere del tempo.
NOTE DI PRODUZIONE
A cura di Matteo Rovere
La legge di Lidia Poët è il period con il quale Groenlandia si è sempre voluta confrontare. Forte nell’ideazione, ritmato, complesso nella realizzazione.
Il racconto di una donna anticonvenzionale che, nata nel tardo Ottocento, già brilla per talento, spirito libero e personalità. Il suo credo è essere anticonformista, non adeguarsi alle opinioni comuni, aggirare la norma, pensare fuori dagli schemi, ribellarsi al pensiero dominante e al sistema preesistente. Un vero e proprio inno alla libertà, parola che siamo certi caratterizzerà questo racconto.
La cifra stilistica è moderna, libera e fantasiosa, attenta ai personaggi e alle loro pulsioni, i loro drive, i meccanismi che li mettono in moto. Più filologica è invece la ricostruzione della scena giudiziaria di fine Ottocento. Torino è stata l’arena perfetta, forse l’unica possibile per arrivare alla cura che auspicavamo.
La qualità del progetto sta tutta in quell’equilibrio tra l’ispirazione realistica dell’ambientazione e del contesto storico e una cifra visiva pop e “immaginifica” capace di rendere Torino e le nostre storie non polverose ma accattivanti per un gusto contemporaneo.
I capi reparto d’eccellenza, dalla fotografia alle musiche, dalla scenografia ai costumi, sono stati in grado di conferire alla serie un taglio moderno e fresco, rispettando al tempo stesso l’epoca di riferimento, rendendo così possibile la realizzazione di un prodotto di grande qualità e forza cinematografica.
Fondamentale è stato l’apporto del cast, capitanato da una bravissima Matilda De Angelis che ha arricchito il racconto in un confronto continuo tra la sceneggiatura e i personaggi.
Abbiamo trovato in Netflix un alleato fondamentale, garanzia di qualità e diffusione internazionale, un vero motore creativo che ha seguito il progetto fin dalla sua genesi. La speranza è che la nostra protagonista possa, parlando al mondo, essere di ispirazione per chi la saprà ascoltare.
NOTE DEGLI AUTORI
A cura di Guido Iuculano e Davide Orsini, creatori e sceneggiatori della serie
Lidia Poët è stata la prima donna d’Italia a laurearsi in legge e a chiedere l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati di Torino nel 1883. Iscrizione prima accettata e poi annullata da una sentenza della corte d’appello. Motivazione? Era una donna.
La serie che abbiamo scritto però non è la storia della sua vita, tutt’altro. Si potrebbe definire un procedural classico, con i suoi casi di puntata, gli omicidi, le indagini e i colpi di scena finali. Ma al di là dei singoli casi, al di là del mondo di fine Ottocento che ci siamo divertiti a ricostruire, al di là perfino dei guizzi e dei vezzi della nostra protagonista, l’essenziale per noi è il suo spirito: volendo usare una sola parola, la più giusta per definirlo ci sembra “anticonformismo”.
È questo l’anticonformismo, la nostra virtù preferita, quella a cui guardiamo con più ammirazione, come affascinati e sedotti: richiede coraggio, determinazione, testardaggine, e allo stesso tempo astuzia, intelligenza e pazienza. A volte sembra uno spreco di fatica, tempo ed energie; altre volte può sembrare una frivolezza. “Cos’ha nella testa questa persona” si chiede il mondo davanti ad un anticonformista, “perché non fa come tutti gli altri, perché non si rilassa?”. La nostra serie, in qualche modo, è una risposta a queste domande. Un grande inno alla libertà di spirito, un’ode ad una donna – Lidia Poët – che sa essere allo stesso tempo tutte queste cose: determinata, testarda, coraggiosa, ma anche goffa, strana, ostinata e buffa. È lei la nostra protagonista, e di lei parliamo nel corso di tutti gli episodi. Potevamo sceglierle un nome qualsiasi – in fondo è un personaggio d’invenzione – ma abbiamo voluto chiamarla Lidia Poët, e non per caso.
Lidia Poët è stata la prima donna d’Italia a laurearsi in legge e a chiedere l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati, ma per più di trent’anni non ha potuto esercitare l’avvocatura alla luce del sole perché le regole del tempo non lo permettevano. Con lei, la nostra Lidia condivide non solo il nome, ma anche la data di nascita e l’ambizione, la caparbietà, l’ostilità all’idea del matrimonio e il desiderio di indipendenza. In questo senso, la nostra serie è anche un omaggio alla vera Lidia Poët, una celebrazione di quella virtù che risuona e risplende nella vita di chiunque voglia poter dire, un giorno, di non esser passato inutilmente su questo pianeta.
NOTE SULLA SCENOGRAFIA
A cura di Luisa Iemma, Production Designer della serie
Come sempre, nell’affrontare un progetto, la domanda regina è sempre la stessa: cosa ho di nuovo da raccontare?
Questa domanda si rafforza maggiormente quando la storia è una storia vera ed appartiene a qualche secolo fa. Affrontare lavori d’epoca mette a disagio per via del loro dualismo, la teoria che ammette la coesistenza di due principi distinti o opposti, ossia da una parte il rispetto per l’epoca che si racconta, con le sue caratteristiche e le sue peculiarità, e dall’altra la necessità di farla sentire meno distante, meno lezione di storia per chi la guarda.
Il presupposto di partenza è stato quello di provare a togliere la polvere dai posti, dalle superfici, dai colori, per sottolineare le note di modernità presenti nel personaggio di Lidia e nel periodo storico in cui vive: l’arrivo della luce elettrica, del telefono, della stampa ed altri elementi hanno reso, infatti, la fine del 1800 un’epoca di grandi cambiamenti.
Con l’arredatore, Giorgio Pizzuti, abbiamo cercato di assecondare questa modernità, inserendo colori e materiali inusuali per l’epoca. Abbiamo giocato, ad esempio, con le carte da parati fatte ristampare con disegni originali ma accostate a pura invenzione. Lo abbiamo fatto diventare un po’ “pop”.
Partendo dai sopralluoghi, abbiamo riscontrato che trovare delle location adeguate alla storia non sarebbe stato facile, soprattutto nelle scene esterne dove la modernità delle città ci ha reso il lavoro molto difficile. Abbiamo coperto chilometri di strisce pedonali e parcheggi, rifatto infissi, trovato soluzioni creative per vetrine, citofoni, centraline elettriche, scivoli e ringhiere e tanti, tanti metri cubi di terra per coprire altrettanti metri quadrati di asfalto. In questo percorso i VFX ci hanno dato una gran mano!
Per quanto riguarda gli interni in location, Torino è una città che ci ha offerto grandi possibilità, palazzi il cui grado di conservazione dell’originale ci ha consentito di intervenire unicamente con l’arredamento per trasformare luoghi “museali” o semi-abbandonati in ambienti vivi. Abbiamo utilizzato chilometri di tende, riempito e svuotato camion di mobili, trasportato centinaia di scatoloni pieni di oggetti, libri, tappeti, tessuti, biancheria, e tutto quello che serve a far vivere un posto.
Per la natura del progetto, per mia stessa natura e per necessità, visto il gran numero di ambienti, mi sono presa la libertà di proporre spazi non filologicamente corretti per ambientare alcune scene. Non è sempre stato facile far vedere agli altri quello che vedevo io, ma Matteo e Letizia sono stati sempre aperti ed entusiasti nell’accettare cose che in potenza potevano sembrare follie.
Ho trasformato il coro ligneo di una chiesa nella in una sala settoria, la galleria dismessa di un mercato coperto in una fumeria d’oppio, una cartaria in una stazione, una farmacia in un negozio di tessuti e tante altre cose che sembrano quello che nella realtà non sono.
Detta così sembra quasi facile, ed invece no, ma se c’è una cosa che ho imparato è che bisogna essere tenaci e che al cinema la parola “impossibile” non esiste!
Per quanto riguarda la parte pratica, abbiamo disegnato e costruito muri e stanze segrete, cercato mobili in tutta Italia, costruito la prima macchina della verità su disegno di quella originale, usato una calligrafa per i manoscritti dei nostri protagonisti. E ancora, abbiamo montato il muro esterno di Casa Poët nell’unico giorno in cui ha nevicato a Torino, smontato e rimontato una location tre volte, scoperto, grazie a chi ci ha noleggiato le macchine da scrivere, che le prime avevano il rullo nascosto quindi non si vedeva quello che si scriveva fino a quando non si estraeva il foglio, che portare delle vasche da bagno in ceramica originali dell’epoca al terzo piano di un palazzo è impresa improba a causa del loro peso esorbitante, che i tram erano su rotaia ma tirati dai cavalli, e che Torino, oltre ad avere avuto la prima donna avvocato in Italia, è stata la prima città in Europa ad avere l’illuminazione elettrica pubblica!
A tale proposito abbiamo molto discusso con il direttore della fotografia su che tipo di illuminazione usare: le candele, sicuramente, ma visto il periodo di transizione abbiamo iniziato ad introdurre le lampade a petrolio fino ad arrivare alle lampadine.
Insomma, è stata una grande faticata ma anche una bellissima scoperta!
NOTE SULLA COLONNA SONORA
A cura di Massimiliano Mechelli, curatore della colonna sonora
È stato un privilegio per me poter dare voce a un personaggio femminile così complesso come Lidia Poët.
Una donna che si fa interprete dell’emancipazione delle altre donne in un mondo di uomini. Un personaggio femminile di fine ottocento che risulterebbe moderno ancora oggi, sempre alla ricerca della verità a dispetto di chi la vorrebbe all’interno di determinati cliché.
Con i registi abbiamo cercato un modo di rappresentare la sua forza e la sua universalità, tramite la musica.
Così ho intuito che le voci di donna potessero ben rappresentare la coralità dell’universo femminile, avendo in comune a quel tempo il bisogno di emanciparsi.
Per conferire modernità e forza non ho optato per un coro soave ma per una voce singola ostinata e incalzante.
Il tema principale Dabada-Dabada-e-a-Dabada-e è un intreccio di linee melodiche diverse tra loro, che mescolandosi riesce a formare una melodia precisa senza perdere la propria unicità.
Per evidenziare il lato ‘crime’ della serie, ho proposto ai registi uno strumento molto particolare e a mio avviso estremamente cinematico: l’handpan, una percussione intonata utilizzata anche per la meditazione, con cui ho cercato di enfatizzare l’alone di mistero che caratterizza i diversi episodi.
Per rendere la sonorità ‘crime’ più consona al tempo, ho fuso l’handpan con il piano verticale, suonato con la sordina, dandogli quell’eleganza espressa così bene dai costumi e dalla scenografia. Il tutto unito ad archi dinamici e moderni.
Essendo Lidia un personaggio attuale, è stato altrettanto importante l’utilizzo dell’elettronica, mettendola sullo stesso piano dei prodotti investigativi contemporanei. La stessa ben si presta a generare inquietudine nei casi che Lidia sarà impegnata a risolvere, aumentando un effetto di oscurità nel succedersi degli episodi.
La colonna sonora riserva ai personaggi maschili tratti più ironici, rappresentati da chitarre, mandolini, percussioni e contrabbassi, esprimendo così la furbizia della protagonista nel condurli verso il proprio gioco.
Lidia è un personaggio rock a tutti gli effetti, e non mancano scene in cui è stato utilizzato questo genere musicale a contrasto con il contesto generale, estremizzando e distorcendo le voci, in modo da poter meglio esprimere la rabbia del personaggio.
Per registrare l’orchestra d’archi siamo volati a Budapest, agli East Connection Studios, dove è stata registrata la colonna sonora de La Regina degli Scacchi, mentre per le batterie, le voci, le chitarre e il mix ci siamo affidati allo storico studio Digital Records di Roma.
NOTE SUI COSTUMI
A cura di Stefano Ciammitti, Costume Designer
L’ispirazione principale per la costruzione dell’armadio di Lidia Pöet sono stati soprattutto i tessuti dalla storica Tessitura Luigi Bevilacqua a Venezia, un posto ricco di fascino dove ancora i velluti vengono tessuti a mano con dei telai del XVIII secolo.
L’amore per i dettagli filologici mi è stato insegnato dal mio maestro Piero Tosi, l’audacia nell’uso del colore e delle fantasie barocche sono invece ispirate alla scuola inglese contemporanea.
Anche i gioielli sono stati disegnati per Lidia nel gusto orientale per gli insetti e della tassidermia.
TORINO, CURIOSITÀ DAL SET
La serie è stata girata, nella sua interezza, nella città di Torino. Le molte scene realizzate all’interno del tribunale del capoluogo piemontese sono state girate presso l’Ex Curia Maxima di Via Corte d’Appello, location di norma inaccessibile e resa disponibile esclusivamente per le riprese.
Per alcune aule del tribunale è inoltre stato utilizzato Palazzo Falletti Barolo, insieme al Palazzo dei Cavalieri, trasformato nella redazione della Gazzetta Piemontese.
Numerosi ciak hanno coinvolto anche il Museo del Carcere Le Nuove, oltre a varie piazze e strade del centro che durante le riprese hanno fatto da sfondo a carrozze, cavalli, costumi d’epoca: la centralissima e iconica Piazza Cavour, ad esempio, dove sono state girate le scene in esterna di Villa Barberis, casa di famiglia di Lidia Poet i cui interni sono invece stati ricostruiti per varie settimane di riprese a Racconigi, presso Villa San Lorenzo.
L’ex lanificio Bona, nel comune di Carignano, è stato trasformato in una fabbrica di cioccolato, mentre il Teatro Alfieri di Asti ha ospitato le riprese di varie scene trasformandosi, per esigenze narrative, nel Teatro Regio di Torino.
Sono state inoltre coinvolti il Castello e la Certosa di Collegno, il Museo Ferroviario Piemontese di Savigliano, la Basilica di Superga e diversi scorci di Borgo Cornalese a Villastellone.
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CAST
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Matilda De Angelis Eduardo Scarpetta Pier Luigi Pasino Sara Lazzaro Sinéad Thornhill Dario Aita |
Lidia Poët Jacopo Barberis Enrico Poët Teresa Barberis Poët Marianna Poët Andrea Caracciolo |
CREW
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Una serie Regia Creata da Soggetti di puntata Produzione Prodotta da Produttore delegato Produttore esecutivo Line producer Sceneggiature Fotografia Montaggio Musiche Scenografia Costumi Aiuto regia Casting Director Direttore di produzione Regista seconda unità Coordinamento editoriale Responsabile editoriale Consulente editoriale Fonico di presa diretta Supervising sound editor Montaggio dialoghi Montaggio effetti sonori Mix |
NETFLIX Matteo Rovere (ep. 1-2) e Letizia Lamartire (ep. 3-6) Guido Iuculano e Davide Orsini Guido Iuculano, Davide Orsini, Elisa Dondi, Daniela Gambaro GROENLANDIA Matteo Rovere Ognjen Dizdarevic Paolo Lucarini Francesco Marras Guido Iuculano, Davide Orsini, Elisa Dondi, Daniela Gambaro, Paolo Piccirillo Vladan Radovic (A.I.C.) e Francesco Scazzosi Gianni Vezzosi, Pietro Morana Massimiliano Mechelli Luisa Iemma Stefano Ciammitti Fausto Girasole Sara Casani (U.I.C.D.) Fabrizio Prada Paolo Sinigaglia Donatella Diamanti Alessia Polli Jason George Marco Fiumara Mirko Perri Francesco Mauro Marco Centofanti Simone Usai |
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
E’ con straripante sense of humor che Stevenson ci introduce nelle rocambolesche vicende della famiglia Cunningham, che non è come le altre. I suoi membri sono strampalati uno più dell’altro e ad unirli è il fatto che tutti hanno ucciso qualcuno, a volte anche ripetutamente.
Questa raffinata scrittrice (nata a Palo Alto negli Stati Uniti nel 1962) è americana di origini giapponesi e l’abbiamo scoperta nel 2012 con la traduzione in italiano del suo “Venivamo tutte per mare”; in cui raccontava le vicende delle donne giapponesi sbarcate negli Stati Uniti a inizi 900 per sposare i connazionali già residenti in terra straniera.
E’ il primo volume della trilogia che la scrittrice inglese e giornalista televisiva (nata a Londra nel 1979) intende dedicare alla vita delle donne nella Pompei antica. Tra fiction e documentazione storica, il romanzo ruota intorno a 5 prostitute di Pompei.
In questo volume l’editor, saggista e critico letterario, Freeman ha raccolto le pagine di 36 tra i più importanti scrittori americani contemporanei che al loro affascinante e complesso paese hanno dedicato racconti e saggi. Risultato: un mosaico di realtà in cui emergono disuguaglianze, fratture, e infinite sfaccettature che ci danno l’idea di cosa sia oggi l’America, con tutte le sue contraddizioni.
Dimmi che libri leggi e ti dirò chi sei, che tradotto potrebbe suonare così: potendo sbirciare nelle librerie delle case private si capisce molto dei padroni di casa. Allora entriamo nelle stanze e nelle biblioteche di architetti, scenografi, bibliotecari, pittori, interior design, psicoterapeuti, storici dell’arte, e tanti altri che ai loro scaffali hanno dedicato energie, finanze, cure.
La morte di Alberto Vanelli addolora tutti coloro che si sono occupati di cultura in Piemonte da decenni, perché in Alberto abbiamo tutti riconosciuto un dirigente pubblico corretto e capace. Lo conobbi quando divenne assessore regionale alla cultura Giovanni Ferrero con cui in passato ho avuto vivaci polemiche, ma con cui poi ho mantenuto nel corso degli anni un rapporto diventato amichevole. Fu Vanelli a gettare un ponte di dialogo tra di noi, malgrado io fossi molto polemico e battagliero, cosa che il mio amico Oscar Botto mi sconsigliava con parole affettuosamente illuminate. Vanelli fu capace di mantenere i rapporti con tutti, al di là delle appartenenze politiche. Non credo facesse parte del detestabile “sistema Torino“ che è venuto dopo ed ha partorito la Parigi , il circolo dei lettori e il “leviatano” del Polo del ‘900. Credo, anzi, che Vanelli credesse nel pluralismo e fosse stato uno degli ispiratori della Legge 49 del 1984 con cui è stata garantita per decenni la libertà di tutte le istituzioni culturali piemontesi. Poi arrivò la signora Parigi che snaturo’ quella legge saggia ed equilibrata della presidenza di Aldo Viglione, altro straordinario protagonista della vita culturale piemontese a cui si deve l’idea delle Regge sabaude. Vanelli si era laureato in Sociologia a Trento, un requisito che poteva accomunarlo ad un ambiente culturale e politico intollerabile, ma lui seppe non lasciarsi sedurre dalle “utopie assassine”, come una volta le definiva Barbara Spinelli. Sicuramente è stato un tesserato del PCI e non ha mai nascosto le sue idee, ma io voglio testimoniare, in questa tristissima occasione della sua repentina e dolorosa scomparsa, che Vanelli come dirigente pubblico ha sempre saputo distinguere la politica militante dalla sua funzione di dirigente pubblico. Certo fu amico di esponenti importanti del PCI come Minucci e Fassino, ma questo è un altro elemento che onora la sua figura perché con questi personaggi molti non comunisti hanno intrattenuto sempre dei buoni, fruttuosi rapporti. Quando fu assessore il democristiano Enrico Nerviani, seppe mediare con equilibrio i dissensi che la spigolosita’ dell’assessore novarese aveva suscitato. Con l’assessore Gian Piero Leo, che segno’ il decennio migliore dell’assessorato alla cultura, per l’apertura convinta al più autentico pluralismo, seppe rapportarsi nel modo più fattivo e leale. Anche il presidente Enzo Ghigo ha avuto sempre parole di apprezzamento per Vanelli. Ma il suo capolavoro è costituito da ciò che seppe fare per il salvataggio e il rilancio della Reggia di Venaria Reale che era in condizioni talmente disastrate da far pensare ad amministratori piuttosto incolti di abbattere quanto era rimasto dopo i disastri della guerra e e i saccheggi del dopoguerra, magari per costruirvi delle case popolari. Fu il medico dentista Gianfranco Falzoni a iniziare quella nobile e solitaria battaglia per la rinascita della Reggia sabauda, sensibilizzando in primis Giovanni Spadolini. L’artefice manageriale di tutto e’ stato sicuramente Vanelli che si occupo’ anche del castello di Rivoli e della Sacra di San Michele e di tante altre realtà piemontesi come il Museo del cinema trasferito alla Mole Antonelliana. Va messo in luce anche il grande rapporto che ebbe con il Presidente Viglione. Io non conosco da vicino la realtà dei Teatro dei ragazzi, ma a me è sembrato un incarico assolutamente non adeguato per un uomo dalle risorse inesauribili come lui che avrebbe potuto fare degnamente l’assessore regionale alla cultura o l’assessore della città di Torino o avrebbe potuto assumere un incarico prestigioso al Ministero dei Beni Culturali diretto da Franceschini. Al minimo, avrebbe potuto fare il parlamentare, portando a Roma un’esperienza preziosa nel campo dei Beni culturali, spesso in mano ad incompetenti. La sua esperienza sarebbe diventata una risorsa straordinaria per chi avesse saputo continuare a coinvolgerlo. Forse l’aver collaborato con Leo e Ghigo non piacque a qualche dirigente del partito di cui era militante. Fu proprio Ghigo a sottolineare questo aspetto. E’ certo che Vanelli resta un unicum, destinato ad entrare nella storia piemontese anche perché lui si sentì di sinistra mai in modo settario: una qualità intellettuale rarissima nel mondo culturale piemontese che non riesce a trovare un direttore per il Salone del Libro che, al di là della malattia, avrebbe potuto contare su lui, più che affidarsi ad altri personaggi che non trovano i consensi necessari.
