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Askatasuna, Lo Russo: “Rivendico percorso di dialogo, no alla violenza”

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Stefano Lo Russo, sindaco di Torino

Dopo aver ripercorso gli eventi avvenuti il 18 dicembre e nei giorni successivi, con la chiusura dell’immobile, il Sindaco ha anche ricostruito le tappe attraverso le quali la Città aveva messo in atto il percorso per un patto per la gestione dell’immobile, secondo il regolamento della gestione dei beni comuni.

 

Lo Russo ha quindi espresso alcune considerazioni.

La nostra Amministrazione sul patto di collaborazione di corso Regina 47 si è fatta interprete di una linea di dialogo con la società e con i movimenti sociali che è da sempre nelle corde di una città come la nostra, profondamente democratica e antifascista.

Un patto presuppone la volontà e la responsabilità di portarlo avanti. Noi questa volontà e questa responsabilità l’abbiamo avuta fino in fondo. Abbiamo messo in campo ogni strumento possibile di dialogo e mediazione. Se tornassimo indietro lo rifaremmo perché governare significa tentare soluzioni. La Città con un percorso coraggioso e lungimirante ha voluto dare una prospettiva a uno spazio così importante non solo per il quartiere di Vanchiglia. Penso fosse dovere di questa Amministrazione provare a risolvere una questione rimasta ferma per 29 anni. Far finta di niente, dal nostro punto di vista, avrebbe significato rinunciare alla responsabilità di governo e alla cura in bene comune della città.

Ci siamo assunti consapevolmente la responsabilità di tentare un percorso che sapevamo non sarebbe stato facile, nel quale crediamo ancora oggi perché è fondato sul dialogo, sulla partecipazione, sulla responsabilità collettiva, nel solco dei valori della Costituzione della Repubblica”.

Il Sindaco ha ribadito come quanto avvenuto il 18 dicembre non è stata una scelta politica dell’Amministrazione comunale, ma la conseguenza di atti giudiziari e della violazione di un’ordinanza legata alla sicurezza dell’immobile.

Il fallimento, ha ripreso Lo Russo, non sta nell’aver tentato una strada difficile. Il vero fallimento sarebbe stato non provarci affatto, scegliendo l’inerzia invece della funzione di governo.

In un tempo in cui troppo spesso prevalgono la semplificazione, il calcolo o la paura, questo atteggiamento rappresenta una prova di maturità politica e di rispetto delle istituzioni.Libertà di parola, libertà di dissentire, libertà di essere scomodi, di porre domande ed esprimere il proprio pensiero sono libertà che non ci sono state regalate, ma conquistate da donne e uomini che hanno scelto la Resistenza. In nome della libertà e di quella eredità, dobbiamo essere altrettanto chiari, ha precisato il Sindaco. La libertà non è e non può mai essere libertà di praticare la violenza, di danneggiare beni pubblici e privati, di colpire persone, istituzioni o organi di informazione.Questa è una linea di confine invalicabile tracciata dalla Costituzione e dalla storia democratica di questo paese e di questa città. Quando quella linea viene superata, ha rimarcato, si passa dalla parte del torto. Sempre sento il dovere di essere chiaro nel condannare con fermezza ogni episodio di violenza e di aggressione avvenuto durante o a margine dei cortei di questi mesi, tra cui gli attacchi e le sedi di giornali e organi di formazione, presidi fondamentali di democrazia e libertà.

Desideriamo condannare con altrettanta rigorosa fermezza gli episodi di violenza verificatisi durante il corteo del 20 dicembre. Comportamenti inaccettabili che violano la legalità, arrecano gravi danni e disagi ai cittadini, ai commercianti e a tutta la città in giorni particolarmente sensibili a ridosso delle festività natalizie e compromettono, peraltro, profondamente la credibilità e il senso stesso delle rivendicazioni di chi manifesta pacificamente le proprie idee.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine chiamate ad operare in un contesto complesso e delicato. Le responsabilità penali sono e restano sempre personali e in capo ai singoli individui. Questo è un principio cardine della democrazia liberale e dello stato di diritto che rifiuta ogni forma di abilità collettiva e ogni generalizzazione.

Allo stesso tempo non possiamo ignorare dinamiche già viste in passato in cui frange violente sfruttano contesti di tensione per infiltrarsi in manifestazioni pacifiche e alzare il livello dello scontro.

Noi crediamo nella coesione, nella cura del bene comune e nella partecipazione e non accettiamo strumentalizzazioni. che alimentano tensioni e paure allontanando le persone invece di unirle.

La vera sfida delle città oggi è saper gestire una convivenza civile, unire e non dividere, mediare e non radicalizzare.

È per questo che come Amministrazione abbiamo lavorato a lungo e con fatica per provare a far uscire un’esperienza durata 29 anni dall’illegalità, cercando soluzioni che evitassero uno scontro frontale e che restituissero alla città uno spazio pubblico e condiviso.

Da Sindaco di una città Medaglia d’Oro della Resistenza, voglio ribadire che Torino dissente profondamente dalle scelte e dall’impostazione culturale di questo Governo. Non accettiamo lezioni da nessuno, soprattutto da chi utilizza il tema dell’ordine pubblico come strumento di distrazione politica e di propaganda.

Le dichiarazioni di tolleranza zero o addirittura ruspe sui centri sociali non solo non contribuiscono alla sicurezza né alla coesione sociale, ma alimentano paure, tensioni e semplificazioni pericolose.

Il Governo è in evidente difficoltà su molti fronti reali. Il calo vistoso del potere d’acquisto delle famiglie, le pensioni, la sanità, le contraddizioni in politica estera, l’assenza di una vera politica industriale.

In questo contesto alcuni temi diventano funzionali a distrarre l’opinione pubblicae trarre vantaggio politico da occasioni di disordine, magari per giustificare l’arrivo di un nuovo ordine, speculando sulla paura delle persone.

Le dichiarazioni incendiarie di alcuni ministri sulla vicenda torinese vanno in questa direzione. Io non seguirò questa strada, non lo farò perché credo profondamente nell’Istituzione che rappresento, nei valori della Costituzione della Repubblica e nella storia di dialogo, democrazia e responsabilità civile che caratterizza Torino. Proprio per questo l’Amministrazione che rappresento non intende modificare le proprie priorità né cambiare approccio e lo faremo anche guardando al futuro di corso Regina 47 con l’obiettivo di mantenere nella città uno spazio a piena vocazione sociale pubblica, un luogo di inclusione, di servizi di prossimità, di attività culturali e formative aperto al quartiere, alle famiglie, ai giovani e a chi oggi fa fatica a trovare risposte.

Proprio per questo sento il dovere di rivolgere un appello alla città, a tutte le Istituzioni e a tutte le forze politiche”.

Quindi l’invito del Sindaco a tenere bassi i toni perché “alzare il livello dello scontro, semplificare o radicalizzare,ha evidenziato, non colpisce questa Amministrazione ma la città, rischiando di vanificare quanto di positivo, di bello e di utile Torino sta costruendo sul terreno della convivenza e della coesione sociale dello sviluppo economico, della credibilità della città e della sua capacità di attrarre opportunità, investimenti e competenze.Le parole sono importanti, ha concluso, costruiscono o distruggono e in tempi come questi la responsabilità di tutte e tutti è massima”.

F.D’A. – Ufficio stampa Consiglio Comunale

A Torino e-mail e social network esposti a violazioni hacker

In un’Italia sempre più connessa cresce anche il senso di vulnerabilità digitale. Circa 9 torinesi su 10 dichiarano di essere preoccupati per l’esposizione ai rischi online, dai furti di dati agli attacchi di hacker, e quasi la totalità ammette di non sentirsi sufficientemente informata sulle contromisure da adottare per proteggersi.
È quanto emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio Sara Assicurazioni.

Negli ultimi anni, l’attenzione ai rischi informatici è cresciuta per il 67% dei torinesi, mentre un ulteriore 29% dichiara di essere sempre rimasto allerta. Una preoccupazione tutt’altro che teorica: più di un torinese su due afferma di aver subito, o quantomeno sospettato, una qualche forma di violazione digitale. Le e-mail (18%), i social network (16%), e i conti bancari o app di pagamento (14%) risultano i canali più colpiti, seguiti dai siti di e-commerce o app di acquisti online (4%).
Alla domanda su cosa spaventi di più in caso di violazione dei propri dati digitali, al primo posto emerge il rischio che le informazioni personali vengano utilizzate per scopi illegali (57%), seguito dal danno economico (55%), dal senso di vulnerabilità cui si sentirebbero esposti (12%) e dall’impatto psicologico (14%).
Un aspetto, quest’ultimo, che cresce di rilevanza se si considera il fenomeno del cyberbullismo, percepito come un rischio concreto soprattutto tra i più giovani: più di un intervistato su tre (29%) dichiara infatti di conoscere qualcuno che ne è stato vittima.
Sul fronte della prevenzione di questo fenomeno, la maggioranza dei torinesi attribuisce un ruolo chiave alle scuole (65%) e alle famiglie (59%), oltre a un maggior controllo da parte delle piattaforme social (37%) e alla responsabilizzazione degli stessi ragazzi (22%).
Eppure, nonostante i timori, circa otto torinesi su dieci (78%) ignorano l’esistenza di polizze assicurative pensate per proteggere in caso di furto di dati, violazioni da parte di hacker o episodi di cyberbullismo. Il 31% dichiara tuttavia che potrebbe valutarla per tutelarsi. Tra le ragioni figurano la copertura delle spese in caso di frode digitale (31%), la tutela legale (20%), il senso di sicurezza (22%) e la copertura della responsabilità civile dei genitori per danni causati dai figli minori online (10%).

“La nostra ricerca evidenzia una crescente preoccupazione circa i rischi della vita digitale, e in questo scenario, insieme a consapevolezza e comportamenti preventivi, anche le soluzioni assicurative possono fornire una protezione efficace – dichiara Marco Brachini, Direttore Marketing, Brand e Customer Experience di Sara Assicurazioni – Noi di Sara siamo al fianco delle persone con polizze personalizzate, capaci di offrire coperture su misura contro rischi quali frodi digitali, la responsabilità civile dei genitori in caso di danni da violazione della privacy causati dai figli minori sui social e fatti illeciti legati al cyberbullismo subiti o commessi dai figli minori.”

Mara Martellotta

Semaforo antismog: da martedì 23 dicembre torna il livello 0 (bianco)

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Secondo i dati previsionali forniti da Arpa Piemonte, da  martedì 23 dicembre, e fino a mercoledì 24 dicembre 2025 (prossimo giorno di controllo), le misure di limitazione del traffico torneranno al livello 0 (bianco), con le sole misure strutturali di limitazione del traffico previste del semaforo antismog.

Si ricorda che eventuali variazioni del semaforo antismog in vigore, con le relative misure di limitazione del traffico, vengono comunicate il lunedì, mercoledì e venerdì, giorni di controllo sui dati previsionali di PM10, ed entrano in vigore il giorno successivo.

L’elenco completo delle misure antismog a tutela della salute, delle deroghe e dei percorsi stradali esclusi sono disponibili alla pagina www.comune.torino.it/schede-informative/misure-antismog-tutela-della-salute.

TorinoClick

La materia delle forme, la mostra di Edward Weston

Dal 12 febbraio 2026 gli spazi di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino accoglieranno l’esposizione dedicata a “Edward Weston – la materia delle forme”, la grande mostra organizzata da Fundación Mapfer, in collaborazione con CAMERA che, dopo le tappe di Madrid e Barcellona, approda in Italia per la prima volta. Con una selezione di 171 immagini, il percorso espositivo, curato da Sergio Mah si configura come un’ampia antologia che vuole ripercorrere le fasi della produzione di Edward Weston, nativo dell’Illinois, nel 1886, e spentosi in California nel 1958. Vuole offrire un punto di vista europeo sull’eredità di una delle figure di spicco della fotografia nordamericana. Si tratta di un corpus che si pone, come un contrappunto estetico e concettuale, al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee. La mostra attraversa oltre 40 anni di attività, dal 1903 al 1948, del grande forografo statunitense, dalle prime prove segnate dal pottorialismo alla piena affermazione come figura centrale della Straight Photography. Il progetto vuole mettere in luce il ruolo di Weston nel riconoscere la fotografia come linguaggio poetico e intellettuale, oltre che come chiave interpretativa dell’estetica e dello stile di vita dell’America tra le due guerre. Pioniere di una visione moderna, Weston scelse la fotocamera Grande Formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito al profondo legame con natura, luce e forma, ha generato un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, l’opera di Weston offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo centrale che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

La mostra rimarrà aperta fino al 2 giugno 2026.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – via delle Rosine 18, 10123 Torino

www.camera.to

Mara Martellotta

Pericolo valanghe, ANAS chiude al traffico il tunnel di Tenda

A causa del pericolo valanghe sul versante francese per le intense nevicate delle scorse ore, che hanno determinato importanti accumuli al suolo, il tunnel di Tenda è chiuso al traffico in entrambe le direzioni. La chiusura è in vigore a tempo indeterminato, fino a cessata necessità. Il tunnel sarà riaperto al transiti quando verranno ripristinate le condizioni di sicurezza per l’utenza in transito.

ANAS, Società del Gruppo FS italiane, ricorda che per una mobilità informata, l’evoluzione della situazione traffico in tempo reale è consultabile su tutti gli smartphone e i tablet, grazie all’applicazione VAI di ANAS, disponibile in app store e in play store. Il servizio clienti Pronto ANAS è raggiungibile al numero verde gratuito 800 841 148

Mara Martellotta

 “Avvocato Malinconico”, di  De Silva e Gallo al Carignano

Venerdì 26 dicembre, alle ore 19.30, debutta al Teatro Carignano “Malinconico. Moderatamente felice” di Diego De Silva e Massimiliano Gallo, che è anche protagonista e regista dello spettacolo. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Eleonora Rella, il disegno luci di Alessandro Di Giovanni, le canzoni originali di Joe Barbieri. Accanto a Massimiliano Gallo saranno presenti Biagio Musella, Eleonora Russo, Diego D’Elia, Greta Esposito, Manuel Mazzia. Gallo è figlio d’arte, il padre Nunzio Gallo e la madre Bianca Maria Varriale, darà voce e corpo al personaggio dell’Avvocato Malinconico della serie televisiva, da lui interpretata, e trasmessa su Rai 1 nell’ottobre del 2022.

Questo progetto teatrale nasce dall’idea di portare in scena la voce e il corpo narrante dimun perosnaggio letterario e, successivamente, televisivo che, negli anni, ha donquistato un vasto pubblico di lettori e spettatori: Vincenzo Malinconico, l’avvocato dalla carriera sgangherata e dalla vita sentimentale instabile, è forse per questo amato da un pubblico che non ama la prevedibilità dei vincenti. Lo spettacolo vedrà in scena, nella pienezza delle sue attitudini da interprete, il solo Vincenzo Malinconico, che si abbandonerà con il suo flusso narrante, filosofico e irresistibilmente comico, ma sempre votato alla riflessione, perché per far ridere è necessario convincere, parlare all’intelligenza dell’altro, e si concederà a un monologo con il pubblico, in cui si racconterà tematicamente. Lo spettacolo si svolgerà su tre tronconi: professione, sentimenti, famiglia. I tre campi campi di gioco su cui si svolge la vita di ognuno di noi. Uno spettacolo essenziale e coinvolgente, in cui letteratura e teatro si incontrano, e che darà modo al pubblico di ritrovare, nella causticità fisica del palcoscenico, un personaggio dalla vita irrisolta, che ci fa più ridere quando la scopriamo più simile alla nostra.

“Quello di Malinconico è un progetto cui sono legato – dichiara Massimiliano Gallo – e che ho voluto fortemente. È un personaggio che ho amato e ascoltato, ci siamo fidati l’uno dell’altro e, finalmente ne ho indossato i panni. Grazie alla penna di Diego De Silva ho potuto dargli corpo e anima. Ora c’è da cucirgli un abito in cui stia comodo, una scena funzionale, un amico immaginario e cinque attori che gli faranno compagnia. In video gli interventi dei suoi amici e amori del suo complicatissimo mondo. Sarà una regia amorevole, nella speranza di farvi conoscere Vincenzo per come io lo conosco”.

Teatro Carignano-26 dicembre/4 gennaio – 26,27,29,30 dicembre ore 19.30/ 28 dicembre e 4 gennaio ore 16 / recita del 31 dicembre fuori abbonamento.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – biglietteria@teatrostabiletorino.it – 011 5169555

Mara Martellotta

Tether, questo sconosciuto

Se scorrete le classifiche dei Paperoni italiani, ai vertici trovate tre personaggi: Giovanni Ferrero (Gruppo Ferrero) titolare di un patrimonio stimato in circa 40 miliardi di euro, Andrea Pignataro (Ion Group, una conglomerata britannica attiva nel settore della finanza), che in soli 25 anni ha messo insieme una ricchezza di circa 25 miliardi di euro e Giancarlo Devasini (fondatore di Tether, la più nota stablecoin delle monete cripto), che vanta una ricchezza stimata intorno ai 15 miliardi di euro.

Su Ferrero c’è poco da dire, è una delle più note società mondiali del settore alimentare con oltre un secolo di attività, Pignataro è meno conosciuto, ma la sua società è fra i leader mondiali della finanza tech.

Devasini è un personaggio poco conosciuto (circolano pochissime foto, la sua privacy è protetta in maniera ossessiva); ma qualcosa è emersa di recente grazie ad un servizio televisivo. Laureato in medicina, ha iniziato la carriera come chirurgo plastico, poi verso la fine degli anni ’90 ha abbandonato la professione medica affascinato dalle novità del mondo dell’elettronica e del digitale che muovevano i primi passi.

Ha lavorato per una società che vendeva computer e programmi informatici, sviluppando però anche un’attività collaterale per conto suo, subendo una denuncia per vendita di programmi taroccati, frode commerciale, truffa. Nel 2007, sommerso dai debiti, ha chiuso questa parentesi e si è buttato sulle criptovalute: nel 2012 ha fondato Bitfinex operante nel settore delle criptovalute; ma il successo planetario gli è arrivato con Tether, società creata con l’amico Paolo Ardoino con sede a El Salvador, che ha lanciato la stablecoin più diffusa al mondo, chiamata Tether (letteralmente “legare”).

Un’idea originale: vendere una criptovaluta che non ha sbalzi di prezzo legati alla speculazione perché garantisce parità fissa e costante con il dollaro: un Tether viene venduto ad un dollaro, vale un dollaro, sarà rimborsato a un dollaro. Per realizzare questo progetto, tutto il ricavato dalla vendita viene investito in dollari, in percentuali variabili tra depositi bancari, titoli di Stato americani ed altre attività equivalenti denominate in US$.

Che utilità può avere questa pseudovaluta?

Secondo gli ideatori si tratta di uno strumento per consentire alle persone dei paesi emergenti di avere accesso al dollaro e per soddisfare le esigenze dei “trader della finanza”. Stando ai sostenitori, il vantaggio delle stablecoin rispetto alla moneta “tradizionale” (dollaro, euro, sterlina, yen, ecc.) risiede nel fatto che permettono di effettuare pagamenti istantanei a costi molto più bassi nelle transazioni estere rispetto ai bonifici bancari tradizionali.

Il successo è stato stravolgente: attualmente la circolazione è valutata in oltre 100 miliardi di dollari!

E’ tutto oro quel che luccica nelle migliaia di articoli, suggerimenti di acquisto, discussioni più o meno documentate sulla crisi delle monete ufficiali?

Mi permetto di dissentire e lancio alcuni avvertimenti che spero saranno considerati da chi, per curiosità o spinto da interessate “consulenze” volesse entrare nel mondo impalpabile delle valute virtuali.

Partiamo da una critica formale (ma che ovviamente ha anche risvolti pratici concreti) sulla definizione di Tether come “valuta”, per di più “stabile”: signori, non è una valuta, ma al massimo uno strumento di pagamento (un po’ come Satispay) vestito, con una formidabile operazione di marketing, con i nobili panni di moneta internazionale! Siamo sicuri che i paesi sottosviluppati si siano precipitati negli ultimi anni a convertire le loro magre risorse finanziarie in Tether per beneficiare di costi di trasferimento per i pagamenti “inferiori a quelli delle banche”? Siamo sicuri che considerino preferibile investire in Tether piuttosto che direttamente in Treasury bond USA?

Ma i punti critici sono ben altri.

La stabilità è promessa agli acquirenti, ma ovviamente non è garantita, perché gestita dalla società emittente. Se questa deposita tutta la raccolta in depositi bancari, la parità è matematica e la liquidità per il rimborso è totale (ma che senso ha sbarazzarsi di dollari “veri” per depositare la somma in una banca su un conto intestato alla società?). Ma se (e basta guardare la ripartizione delle “riserve” di Tether per rendersene conto) il ricavato viene destinato anche ad altri attività, le “garanzie” svaniscono. Una quota del 6% circa è stata usata per acquistare bitcoin (certamente non un asset “stabile”…), oltre il 15% è stato investito in oro (ottima scelta effettuata prima del forte rialzo del metallo giallo, ma sicuramente non in linea con la “garanzia” di stabilità rispetto al dollaro), e percentuali intorno al 5% sono destinate a non ben definiti “prestiti”. Chicca finale, di cui si parla molto in questi giorni: Tether detiene l’11% del capitale della Juventus e vorrebbe acquistare l’intero capitale della squadra, di cui Ardoino è un fan! Se la signora del calcio non vincerà lo scudetto, i possessori di Tether si sentiranno tranquilli?

Questo aspetto ha un corollario: tutte le attività sono intestate alla società emittente, che a fronte dei “token” emessi si gode la disponibilità di dollari, euro e sterline incassate dai clienti… Pensate che affare: Brambilla, Rossi e Pautasso rinunciano a comprare BTP dai quali ricaverebbero un 3-4% annuo e comprano Tether da cui non ricaverebbero nulla perché tutti i proventi dei 100 miliardi raccolti sono accreditati alla società! Un bel business, tanto che gli utili denunciati nel 2024 superano i 13 miliardi…

Avere piena disponibilità delle somme significa anche che la “garanzia” della parità non esiste nei fatti ma solo nella pubblicità. Un crollo del bitcoin del 20%, un calo dell’oro del 10%, l’insolvenza di aziende che hanno ricevuto prestiti sono altrettanti elementi di instabilità da tenere presenti.

Ulteriori aspetti critici emergono dalla scarsa trasparenza degli attivi, legati anche al fatto che la legislazione di El Salvador non è proprio tra le più avanzate in termini di controlli sull’operatività delle società finanziarie. Insomma, una stablecoin può essere considerata sicura per l’uso nelle transazioni, ma non come riserva di valore. La riprova: l’agenzia di rating S&P Global Ratings ha abbassato al minimo il suo giudizio sulla capacità di Tether di mantenere l’ancoraggio al dollaro statunitense. L’agenzia ha spiegato che la decisione “riflette l’aumento dell’esposizione ad attività ad alto rischio nelle riserve nell’ultimo anno”, tra cui bitcoin e prestiti. Secondo il rapporto, “la quota di asset rischiosi è salita al 24% delle riserve al 30 settembre 2025, contro il 17% dell’anno precedente. Tether non fornisce dettagli sui custodi delle riserve, su controparti finanziari né sulla composizione di alcune categorie di asset”.

La risposta della società è arrivata dal Ceo Paolo Ardoino che a Milano Finanza ha accusato S&P di non avere “la minima idea di come funziona Tether” e di rappresentare “la vecchia finanza che ha paura del cambiamento”.

Con tutto il rispetto dovuto ad un imprenditore che ha costruito un impero finanziario, mi permetto di dissentire e di professare la mia incrollabile preferenza per i depositi bancari (garantiti dal fondo interbancario), per i BTP o i Treasury bond (emessi da Stati sovrani); e se dovrò pagare 10 euro per un bonifico a favore di mio nipote che segue un corso di specializzazione in Gran Bretagna lo farò volentieri, anche se usando Tether forse (forse…) pagherei solo 2 euro…

https://www.youtube.com/watch?v=Y1ozfZp9ahY

Servizio di Far West, RAI 17/5/2025

 Gianluigi De Marchi

Giornalista e scrittore – demarketing2008@libero.it

Fondoo raddoppia: dopo Torino a Bardonecchia la convivialità della cucina svizzera

Dopo l’apertura nel cuore di Torino, in piazza Carlo Emanuele II, Fondoo raddoppia e sceglie la montagna, inaugurando un nuovo locale a Bardonecchia, a pochi passi dalle piste da sci. Un approdo naturale per un progetto gastronomico che ha fatto della convivialità e del calore della tavola condivisa la propria cifra distintiva.

Fondoo nasce dall’idea dell’imprenditore Christoph Groh, con l’obiettivo di portare anche fuori dai confini elvetici due grandi simboli della tradizione svizzera: raclette e fondue, piatti che mettono al centro non solo il gusto, ma anche il piacere dello stare insieme. Dopo il successo torinese, la proposta trova ora una nuova collocazione ideale tra le Alpi, intercettando sciatori, turisti e appassionati della montagna.

Come già nel locale cittadino, anche Fondoo Bardonecchia punta su un ambiente essenziale e accogliente: legno, pietra e materiali naturali richiamano l’atmosfera delle baite alpine, creando uno spazio caldo e informale, adatto a ogni momento della giornata. Il locale è infatti aperto dalla mattina alla sera, offrendo colazioni prima degli impianti, pause tra una discesa e l’altra, merende vista montagna, après-ski e cene conviviali.

La proposta gastronomica è ampia e modulabile. A pranzo o all’aperitivo spiccano i Toastoo, preparati con pane croccante firmato Tellia e formaggio Val de Bagnes, declinati in abbinamenti che spaziano dal Prosciutto di Parma 24 mesi alle acciughe del Cantabrico, fino a coppa stagionata e marmellata di fichi. Per chi cerca sapori più intensi, non mancano le Fondoo Bombs, pepite di raclette in tempura, o l’Entréclette, con formaggio fuso e patate lesse.

Protagoniste assolute restano però raclette e fondue, servite secondo tradizione: la prima nel classico fornello a candelina con raschietto, la seconda nel caquelon. Per la raclette si può scegliere tra diverse tipologie di formaggio – dalla Classic alla Val de Bagnes, fino alle versioni di capra, pecora o affumicata – mentre le fondue propongono mélange come la Moitié-Moitié, la Valasainne o la Neuchâtel, con possibilità di personalizzazione nel pieno rispetto della tradizione svizzera.

A completare l’esperienza, contorni e abbinamenti che vanno dalle verdure al salto ai taglieri di affettati, tra cui mocetta di cervo e carne secca dei Grigioni, fino ai grandi finali dolci: fonduta di cioccolato in diverse varianti e sorbetti artigianali, anche nella versione sgroppino.

Fondoo Bardonecchia sarà aperto tutti i giorni, inclusi Natale e Capodanno, confermandosi come un nuovo punto di riferimento per chi cerca, anche in quota, una cucina semplice, identitaria e profondamente conviviale.

Chiara Vannini

Askatasuna, discussione in Sala Rossa

Pubblichiamo di seguito una sintesi del dibattito su Askatasuna svoltosi ieri in Consiglio comunale

Sara Diena (Sinistra ecologista) ha evidenziato la situazione grave di Vanchiglia giunta al quinto giorno di militarizzazione e attribuisce la responsabilità dell’accaduto al ministro Piantedosi. La consigliera ha rivendicato la presenza di esponenti del proprio gruppo al corteo di sabato, convinta della bontà del progetto di collaborazione in atto per un bene comune condiviso e in difesa del centro sociale.

Federica Scanderebech (Forza Italia) ha dichiarato che se ci sarà un nuovo bando di assegnazione dello stabile di corso Regina è condizione indispensabile non sia concesso agli attuali gestori che hanno fallito. La consigliera chiede un nuovo gestore credibile dell’edificio; la presa di distanza del sindaco dagli esponenti della Giunta che hanno partecipato al corteo di sabato; le sue dimissioni.

Andrea Russi (M5S) ha definito sbagliata la gestione del patto di collaborazione da parte della Città che non ha saputo seguirne l’applicazione. Ritiene il risultato un fallimento che ha messo in cattiva mostra Torino e ha consegnato una vittoria politica alla destra. Ha invitato Lo Russo a prendersi le proprie responsabilità e a dimettersi.

Domenico Garcea (Forza Italia) ha criticato il fatto che dopo lo sgombero una componente rilevante della maggioranza consiliare abbia scelto di manifestare insieme agli anarchici. Servono chiarezza, coerenza e rispetto delle Istituzioni – ha ribadito, chiedendo le scuse ufficiali al sindaco per il percorso avviato e di avviare un nuovo bando senza corse preferenziali e senza rendite di posizione.

Un intero quartiere – ha detto Valentina Sganga (M5S) – è sceso in strada per difendere Askatasuna, che è luogo di socialità, mutualismo, sport e cultura popolare. È stata – ha sostenuto – una risposta dal basso a bisogni reali, a cui il Governo ha voluto lanciare un messaggio politico: è stato un attacco all’autonomia della città. La Val Susa paura non ne ha e neanche Torino – ha concluso.

Pierlucio Firrao (Torino Bellissima) si aspettava che il sindaco fosse più felice, dopo che da tempo ripeteva di aver posto fine all’occupazione abusiva di Askatasuna. Ha quindi ricordato di essere stato minacciato quando è andato in sopralluogo con la Commissione e di non essere neanche riuscito a entrare nell’edificio. Nel Patto – ha affermato – non c’è stata alcuna collaborazione e noi continueremo a batterci per la legalità.

 

Nel suo intervento, Simone Fissolo ricorda la favola della rana e dello scorpione, per dire che il patto firmato con la Città prevedeva un percorso comune, nessuna violenza e fine dell’occupazione. Dimenticando che, chi è abituato alla violenza non cambia natura solo per una richiesta della Città. Firmato il patto la violenza è aumentata: blocchi a ferrovia e aeroporto, scontri alla Leonardo, irruzione alla redazione de La Stampa. E non sono episodi isolati. Ma la violenza, per il capogruppo dei Moderati, va fermata, è eversiva. E le istituzioni devono reagire con fermezza. Perché se tollerata, la violenza cresce. Condivisibile la volontà del sindaco di una città inclusiva, anche con i centri sociali, ma questi devono rispettare le regole della legalità. Infine, Fissolo dichiara di non avere capito la presenza dell’assessore con delega ai beni comuni alla manifestazione di sabato.

 

Per Fabrizio Ricca (Lega) il sindaco scarica le colpe sul governo perché quanto accaduto è la certificazione del più grande fallimento di questa Amministrazione, basato su una scommessa persa in partenza. Scarica le colpe sul governo per nascondere sotto il tappeto la polvere di una maggioranza che da una parte non voleva quel luogo e dall’altra va a manifestarci insieme. Soprattutto scarica le colpe sul governo per nascondere come, in tre giorni, per le strade di Vanchiglia, fascisti rossi hanno messo a ferro e fuoco il quartiere. Per Ricca, infine, oggi va ringraziato il ministro Matteo Piantedosi, perché ha permesso che a vincere oggi fosse lo Stato di diritto.

 

Se fino ad oggi si è giocato troppo sull’ambiguità, Elena Maccanti (Lega) chiede adesso di scegliere da che parte stare: con la legge, la legalità e le forze dell’ordine o se stare dalla parte di chi, da mesi, continua a mettere a ferro e fuoco la città. E Maccanti cita gli assalti ai commissariati di Polizia, alle OGR, l’assalto alla Città metropolitana, le devastazioni alla Leonardo, le occupazioni dei binari delle stazioni ferroviarie, l’assalto alla redazione de La Stampa, ultimo di una vergognosa escalation di violenze che si è manifestata anche perché all’interno della Sala Rossa si è giocata una partita ambigua. Cosa si doveva ancora aspettare per stracciare il patto con Askatasuna, si chiede la consigliera. Concluso perché a seguito di perquisizioni disposte dall’autorità giudiziaria sono state trovate persone che all’interno di quello stabile non ci potevano stare, perché inagibile. Oggi ci aspettiamo che anche il sindaco esca dall’ambiguità rispetto ad una parte della sua maggioranza che continuano a giustificare violenze che Torino non può più accettare.

 

Enzo Liardo (Fd’I) ha sottolineato come dopo la stipula del patto di collaborazione si siano verificati molti episodi di violenze, affermando che il suddetto patto era nato per scongiurare lo sgombero. Il consigliere ha poi definito ridicolo sostenere che lo sgombero è stato disposto per distrarre l’opinione pubblica dalle difficoltà del governo, intorno al quale in consenso cresce, aggiungendo che non si è trattato di repressione bensì di ripristino della legalità. Infine, ha annunciato una mozione di sfiducia nei confronti dell’assessore Jacopo Rosatelli, sostenendo che questi ha manifestato con l’emblema della violenza.

 

Per Elena Apollonio (Demos), per trent’anni si era ignorata un’occupazione che aveva prodotto iniziative positive come il doposcuola ma anche episodi di violenza, come in Val di Susa. Ha poi reso merito al sindaco di aver immaginato un percorso per sanare la situazione, tuttavia infrantosi contro la muscolarità dei violenti, che ha spianato la strada al centrodestra. La consigliera ha poi stigmatizzato respingendo quella che ha definito una prova muscolare che per sgombrare sei persone ha militarizzato un quartiere. Apollonio ha concluso affermando che la violenza mascherata da diritto a manifestare va fermata sul nascere, per costruire la città nel dialogo, perché la violenza è contro la democrazia e la libertà.

 

Che ci fossero tuttora occupanti nello stabile era cosa nota, secondo Silvio Viale (Radicali +Europa), che ha definito Askatasuna come sede di violenti, spiegando come episodi di intolleranza all’università e violenze nei cortei partivano dal centro sociale, che pure aveva contraddizioni interne. Viale ha poi espresso dubbi sulle attività sociali attribuite ad Askatasuna. Viale ha quindi rievocato gli anni Novanta, quando l’allora Pds scelse coraggiosamente di appoggiare Castellani e non la visione ancorata al passato rappresentata da Novelli. Per lo stabile occorre voltare pagina, ha aggiunto, auspicando un bando e chiedendosi se soggetti che si erano schierati in modo entusiasta, come Arci, Gruppo Abele, Cgil sarebbero in grado di usarlo per vere attività sociali.

 

Tiziana Ciampolini (Torino Domani) ha affermato che l’epilogo di Askatasuna non può essere lo sgombero, sebbene le violenza non sia mai accettabile nei confronti di chiunque. Ha commentato che la criminalizzazione del dissenso non è la strada da seguire così come la fine del patto di collaborazione che rappresenta l’unica strada amministrativa ragionevole, un atto coraggioso che va riconosciuto al sindaco. La consigliera ha chiesto l’allargamento del patto al coordinamento cittadino.

Ivana Garione (Moderati) si è detta rammaricata del periodo natalizio diventato critico a Torino dopo lo sgombero del centro. La consigliera ha chiesto la presa di distanza dai responsabili di Askatasuna e a criticato l’assessore Rosatelli per la partecipazione al corteo di sabato scorso.

Emanuele Busconi (Sinistra Ecologista) ha rivendicato il percorso seguito dalla Città; la presenza in piazza al corteo di sabato di esponenti del gruppo; la volontà di proseguire col patto di collaborazione e ha confermato la linea politica di opposizione alla chiusura di Askatasuna.

Non è facile intervenire su un tema che riguarda tutta la città – ha affermato Claudio Cerrato (PD), sottolineando la distanza sua e del suo partito dai movimenti antagonisti. È nettissima la condanna di ogni forma di violenza – ha ribadito, esprimendo solidarietà ai poliziotti feriti.  Mi fa paura – ha concluso – la voglia di radicalizzazione e la conseguente richiesta di un “nuovo ordine”.

 

(A cura dell’Ufficio stampa del Consiglio comunale)