Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Margaret Atwood “La vita prima dell’uomo” -Ponte alle Grazie- euro 18,00
La scrittrice e poetessa canadese pubblicò questo suo quarto romanzo nel 1979 e questa è la prima volta che viene tradotto in italiano. La storia è ambientata in Canada nel 1976, e racconta la deriva di un matrimonio in cu Elizabeth e Nate si tradiscono praticamente da quando si sono sposati, secondo un accordo in cui entrambi sanno e sono consenzienti, abili nel mantenere integre le apparenze per non sconvolgere le due figlie.
Un sistema collaudato e con un suo equilibrio che ha funzionato almeno fino al momento in cui Nate si innamora della giovane paleontologa Lesje e l’amante di Elizabeth, Chris, si spara alla testa con un fucile dopo che lei l’ha lasciato.
E’ allora che tutto rischia di crollare. Elizabeth si lascerebbe andare alla deriva in un letto; incapace di reggere il peso e la responsabilità di una morte simile. Una tragedia che grava anche sul marito al quale è toccato il riconoscimento del cadavere; e ci sono le figlie da accudire e proteggere dalla tragedia.
Elizabeth faticosamente torna al lavoro nel Museo e tenta di essere una madre decente, ma in realtà si chiude in un mondo immaginario che nessuno può penetrare. Una sorta di rifugio della mente e del cuore dove vivi e morti, passato e presente, della sua vita si scambiano e alternano continuamente. Riaffiorano anche i traumi e i dolori per gli abbandoni e le morti tragiche che hanno costellato parte del suo vissuto.
D’altro canto il marito Nate (al quale non aveva mai confidato gli spettri del suo passato) si innamora della giovane paleontologa Lesje che lavora nello stesso museo di Elizabeth.
Pure l’amante, quando rischia di essere schiacciata dal peso dell’esistenza, mette in atto una sorta di autodifesa. Culla la ricorrente fantasia in cui solo lei può immedesimarsi in un Giurassico immaginario, dove spiare l’unica presenza dei dinosauri, immaginando quindi la vita prima dell’uomo.
Nate non riesce a decidersi tra le due donne, condannando tutti loro all’infelicità e sullo sfondo del romanzo la Atwood è abilissima nel raccontare l’universo femminile e riflettere sul senso della vita, degli affetti e dell’amore.
Ivy Compton Burnett “Mariti e mogli” -Fazi Editore- euro 19,00
E’ stato pubblicato nel 1931, ed è la prima volta che viene tradotto in italiano questo romanzo di una delle più importanti scrittrici del Novecento inglese; famosa per l’abilità di scrutare a fondo e narrare le vicende di famiglie conflittuali nelle quali serpeggia l’infelicità.
Anche in questo romanzo esplora e racconta le dinamiche distorte di un’aristocratica famiglia inglese vissuta tra Ottocento e Novecento, e lo fa con un sottile cinismo e ampie dosi di acume.
Harriet Haslam è la matriarca che tiene sotto controllo con pugno di ferro 4 figli di diverse età che si ostinano a voler andare in direzioni opposte a quelle da lei contemplate.
Matthew è il primogenito che la madre vorrebbe diventasse medico; lui invece vira sulla ricerca scientifica, meno remunerativa e prestigiosa rispetto al progetto materno.
Il secondogenito Jermyn sogna di diventare poeta, ma al momento non riscuote alcun interesse presso gli editori.
Griselda si è incaponita in un matrimonio che la madre non vede di buon occhio.
Il più piccolo e quello più amato tra i 4 figli è Gregory: ha 20 anni e dimostra di prediligere la compagnia di tre attempate signore inglesi invece dei suoi coetanei e della fanciulla che la madre vorrebbe fargli sposare.
Se vi chiedete che ruolo giochi su questo scacchiere il padre, presto detto, pressoché nessuno. Godfrey è un marito educato e gentile, ma fondamentalmente buono a nulla, spendaccione e parecchio adulatore. A scontrarsi con i rampolli è sempre Harriet, spesso con toni accesi e parole che tagliano in due.
Però ad un certo punto, dopo l’ennesimo litigio con Matthew, la madre crolla e sprofonda nel malessere psicologico causato da una famiglia lontana dalla perfezione che lei vorrebbe. E’ allora che tenta il suicidio, salvo pentirsene quasi subito, guadagnando il ricovero in una clinica per sei mesi di cure.
Quando torna a casa troverà parecchi cambiamenti, e i figli che nel frattempo sono andati ognuno per la strada che si è scelto. Vedremo come la matriarca si muoverà sul nuovo terreno. Il romanzo è giocato quasi tutto sui dialoghi; poche descrizioni e tante battute con toni che centrano sempre il bersaglio. Un romanzo che sembra uno spettacolo teatrale allestito su un palco.
Dolly Alderton “Sparire quasi del tutto” -Rizzoli- euro 18,00
Questo romanzo è stato paragonato al “Diario di Bridget Jones” ai tempi di Tinder. A scriverlo è stata la scrittrice anglo- candese Dolly Alderton (nata a Londra nel 1988): giornalista, editorialista del “Sunday Times”, podcaster e autrice per la televisione inglese.
Protagonista è la food writer 32enne Nina Dean, orgogliosa della sua indipendenza, capace di assaporare anche la solitudine da donna realizzata. Si destreggia abilmente tra amiche, ex fidanzati e impegni di lavoro. Da poco è anche riuscita a comprarsi un piccolo appartamento in un vivace quartiere londinese, e la sua vita scorre tranquilla tra lavoro e soddisfazioni.
Neo della sua esistenza è la malattia del padre, affetto dall’Alzheimer che lo sta depauperando della memoria.
Caso vuole che si affacci nel mondo degli incontri online e incappi in una storia d’amore che credeva sarebbe stata quella giusta e per tutta la vita. Salvo poi scontrarsi con un’esperienza di ghosting, in cui lui sparisce di colpo e senza spiegazioni.
Lui sarebbe Max, conosciuto grazie a un’app di incontri, che si presenta subito al meglio e col quale inizia una relazione di quelle che sembrano far combaciare in tutto e per tutto due anime gemelle. Le dice di amarla e sembra pure dimostrarlo in una fase di pieno love bombing che apre spiragli su un futuro che pare lastricato di rose e fiori.
Poi, inspiegabilmente, Max non risponde più alle chiamate e ai messaggi; praticamente sparisce nel nulla cancellando in un colpo solo il sogno che pareva a portata di mano. Il resto lo scopriremo leggendo questo spumeggiante romanzo scritto da un’autrice nata nello stesso anno in cui Internet ha iniziato a cambiare il mondo. Una generazione entrata nell’agone della vita vivendo relazioni sia reali che virtuali.
Elin Wãgner “Ragazze di città” -HarperCollins- euro 15,00
Elin Wägner era una giornalista, giornalista, femminista, ecologista e pacifista svedese, nata nel 1882 e morta nel 1949, rimasta orfana della madre quando aveva appena 3 anni.
Nel 1907 aveva pubblicato a puntate una storia che potrebbe essere stata scritta ai giorni nostri, di una modernità incredibile per l’epoca, attualissima per noi oggi.
Ambientata a inizi Novecento è la storia di 4 ragazze che vivono insieme in un appartamentino di Stoccolma e lavorano come impiegate. Si definiscono la Banda di Northull, si capiscono e si aiutano tra loro.
Protagonista principale è la 25enne Elisabeth che ha trovato impiego in città e condivide la
minuscola casa con le altre 3 che, come lei, lavorano come segretarie: Eva, Baby ed Emmy.
Sono tutte e 4 giovani donne single senza famiglie in grado di aiutarle economicamente, pertanto possono contare solo su loro stesse e devono lavorare per mantenersi.
Ma non è così facile, tanto per cominciare perché il loro lavoro non è certo pagato lautamente; lo stipendio basta malapena a saldare i conti e a garantirsi la sopravvivenza.
Poi si muovono in un ambiente di lavoro fortemente maschilista e subiscono spesso molestie da parte dei datori di lavoro e dai colleghi che si sentono autorizzati a prendersi certe libertà. Come se non bastasse, per le stesse mansioni le ragazze vengono pagate più o meno la metà dei maschi.
Questo il quadro all’interno del quale Elisabeth, Eva, Baby ed Emmy trascorrono la loro giovinezza; ma se pensate che sprofondino nella tristezza per la costante fatica di sbarcare il lunario e per fronteggiare una mentalità a loro sfavorevole, scoprirete subito che non è così.
Certo la Stoccolma di inizio Novecento per le giovani impiegate è uno spazio difficile in cui muoversi e avanzare, sospese tra recenti conquiste sociali e un milieu in cui a dettare legge sono i maschi che continuano ad abusare del loro potere.
Ma queste ragazze imparano a destreggiarsi tra gli ostacoli, sviluppano poco a poco strategie che permettano loro di resistere e sopravvivere anche tra le ingiustizie.
Il loro appartamento è sì angusto, ma è anche lo spazio in cui depongono le corazze e parlano di libertà, diritti, costo della vita, e commentano ironicamente la loro esistenza. La sera dopo il lavoro si ritrovano e in un’atmosfera allegra, solidale, piena di vita e pensieri stimolanti, commentano la giornata con toni umoristici e sarcastici, decise a non farsi condizionare troppo dalle avversità.
La solidarietà e l’amicizia che hanno costruito non sempre bastano a vincere tutte le loro battaglie personali e non c’è sempre l’happy ending per i loro travagli; ma in questo romanzo breve troverete tutti i semi di conquiste che poi germoglieranno.
Un inedito sguardo sulle “collezioni civiche” e la loro storia attraverso un’attenta selezione delle opere più emblematiche custodite in “Palazzo Madama” (“La casa dei secoli”, com’ebbe a definirlo Guido Gozzano), “Patrimonio mondiale dell’umanità Unesco” e sede dal 1934 del “Museo Civico d’Arte Antica”, nato il 4 giugno del 1863, proprio per “testimoniare la storia della città di Torino e la sua evoluzione nei millenni attraverso un percorso inevitabilmente intessuto sulla grande storia dell’artigianato artistico, quello che dà vita alle cosiddette arti applicate”: è questo il senso profondo del percorso proposto dal “Museo” di piazza Castello, da venerdì 24 febbraio a lunedì 10 aprile, rivolto ad accompagnare il visitatore da “La porta della Città” nella Corte Medievale a “Le chiavi della Città” (“chiavi” reali e allegoriche) nella “Sala del Senato”, secondo l’idea di sviluppo di “cittadinanza attiva”, alla base della definizione di “Museo” approvata a Praga, il 4 agosto 2022, dall’“Assemblea Generale Straordinaria di ICOM – International Council of Museums”. Viaggio intrigante e millenario, il percorso non poteva che iniziare dagli elementi – simbolo del viaggio stesso: l’esposizione delle “chiavi” e della “mazza cerimoniale” della Città. Sette gli ambienti partecipi di un racconto che “intesse capolavori paradigmatici e opere che, pur essendo di rilievo assoluto, appaiono da secoli avvolte in una sorta di cono d’ombra, poco percepite nella loro eccezionalità”: dal “Tesoro di Desana”, abitualmente conservato nella “Torre dei Tesori” di Palazzo Madama (uno dei più straordinari complessi italici di gioielli evidenzianti l’altissima qualità dell’arte europea allo spegnersi dell’epoca tardo antica, oltre che testimonianza della guerra fra Bisanzio e gli Ostrogoti) fino alle Sale del “Conservare”. consacrata all’eccezionale figura di Vittorio Viale (tra i massimi direttori museali del Novecento, giunto addirittura a salvaguardare le ringhiere cadute nei bombardamenti di Torino, capolavori esse stesse dell’arte del ferro piemontese) e quella
del “Condividere”, poiché è sulle donazioni che si è fatto il “Museo Civico”, “cui è stata data un’anima da ogni cittadino, da ogni torinese che in esso ha visto il prosieguo della propria storia, della propria memoria, della propria identità”. Preziosa tappa mediana, é la Sala dedicata al “Piacere”, in cui troviamo quel grandissimo “Ritratto d’uomo” o “Ritratto Trivulzio” realizzato nel 1476 da Antonello da Messina, opera fondamentale nella storia dell’arte italiana quattrocentesca influenzata dalla pittura nord-europea e capace di anticipare di una generazione i ritratti di Leonardo. A seguire, l’ambiente connesso al “Ricercare”, consacrato a Filippo Juvarra, artefice della trasformazione di Torino in capitale e qui protagonista attraverso una selezione, rigorosa e complessa, di 644 fogli in cui si potranno ammirare il disegno della facciata di “Palazzo Madama” e i fogli dedicati alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, presentata con un magnifico modello in scala 1:500. Non meno suggestive le Sale dedicate al “Collezionare” e all’“Educare”. Nella prima,
ritroviamo l’impronta del principale artefice delle collezioni civiche, quell’Emanuele Taparelli d’Azeglio, ministro plenipotenziario italiano a Londra (che, rientrato a Torino, donerà al “Museo Civico” nel 1875, le proprie raccolte di porcellane, maioliche e vetri dipinti e dorati) accanto a quella dell’ossolano Zaverio Calpini, attraverso il quale giunge a far parte delle collezioni civiche un formidabile nucleo di opere provenienti dagli stati messicani del Veracruz e del Tabasco, culla nel periodo pre-classico della ‘cultura-madre’ di tutta la Mesoamerica, capace con la sua arte di influenzare le successive civiltà dell’area. Al centro della sezione successiva, quella dell’“Educare”, troviamo infine rappresentata l’ebanisteria piemontese del Settecento e la straordinaria fortuna delle opere di Pietro Piffetti, in cui perizia tecnica e fantasia inventiva si uniscono con risultati di estrema eleganza, mostrando quanto sia complessa l’esecuzione dei suoi capolavori e quale ruolo educativo abbia ancora la bottega. Qui si fa riferimento anche ai materiali usati dall’artista torinese, narrando la provenienza dei legni, in molti casi esotici: dalle conchiglie importate dal Golfo Persico e dal Mar Rosso alla tartaruga dell’Oceano Indiano e dei Caraibi fino alla madreperla dalla costa occidentale dell’India.