Si è svolta il 7 maggio ad Alessandria la giornata conclusiva del primo corso regionale rivolto a Direttori amministrativi delle ASL del Piemonte, un percorso formativo innovativo ideato da Regione Piemonte e coordinato da DAIRI, Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, sviluppato nell’arco di diversi mesi attraverso momenti di approfondimento, confronto e condivisione tra professionisti del sistema sanitario regionale.
L’iniziativa rappresenta un passaggio significativo nel percorso di rafforzamento delle competenze manageriali e amministrative della sanità piemontese, anche alla luce dell’istituzione dell’albo dei Direttori Amministrativi, previsto in analogia con quello già esistente per i Direttori Sanitari.
Il corso ha affrontato temi legati alla programmazione sanitaria, alla governance pubblica, alla sostenibilità economica, alla gestione dei processi complessi, alla digitalizzazione, al management, alla trasparenza amministrativa e all’innovazione organizzativa, con l’obiettivo di costruire una comunità professionale sempre più preparata ad affrontare le trasformazioni della sanità contemporanea.
“La crescita delle competenze manageriali e amministrative rappresenta oggi una leva fondamentale per sostenere l’evoluzione del sistema sanitario pubblico – ha evidenziato Antonio Maconi, direttore del DAIRI – Questo percorso ha dimostrato quanto sia importante investire nella formazione come strumento di sviluppo organizzativo, di innovazione e di integrazione”.
“L’istituzione dell’Albo dei Direttori Amministrativi rappresenta un passaggio importante per il sistema sanitario piemontese – ha sottolineato l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Federico Riboldi – Oggi infatti la complessità organizzativa, normativa ed economica richiede figure sempre più preparate, capaci di accompagnare i processi di innovazione, sostenibilità e governo del sistema pubblico. Desidero rivolgere un ringraziamento al DAIRI per il lavoro svolto nell’organizzazione di questo progetto e ad Antonio Maconi per la capacità di costruire percorsi innovativi che integrano formazione, ricerca e sviluppo organizzativo”.
il Centro, o meglio “la politica di centro” per dirla con i grandi leader e statisti della Dc, nel nostro paese e per molti decenni è coinciso principalmente, se non quasi esclusivamente, con la presenza e l’impegno politico dei cattolici. E quando parlo dei cattolici non mi riferisco, come ovvio e persin scontato, ad un fatto confessionale o peggio ancora di natura clericale. Ma semmai, e al contrario, alla cultura, al pensiero, alla storia e alla tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale italiano. Certo, è questa una considerazione che nel nostro paese ha caratterizzato 50 anni di vita democratica con l’esperienza concreta, politica e di governo, della Democrazia Cristiana. Ma anche dopo il tramonto della Dc quella cultura ha contribuito, seppur in forme e modalità diverse, a giocare un ruolo importante anche se non più decisivo nella costruzione di un centro riformista e di governo e nella definizione di una vera e credibile “politica di centro”. E non è caso, del resto, se il progressivo indebolimento di un centro riformista e di governo è andato di pari passo con l’affievolirsi, e quasi sino alla scomparsa, della presenza attiva, e laica, dei cattolici nella cittadella politica italiana. Ora, è altrettanto vero che il centro nel nostro paese non si esaurisce affatto con la presenza pubblica dei cattolici. È un dato di fatto che per lunghi 50 anni la Dc ha potuto governare questo paese grazie all’appoggio e al ruolo determinante di altre culture politiche di ispirazione centrista e riformista: da quella repubblicana a quella liberale, da quella socialdemocratica ad alcune componenti della galassia socialista. Ma è di tutta evidenza, comunque sia e al di là della storia democratica del nostro paese, che il centro è sostanzialmente coinciso con la cultura e il pensiero del cattolicesimo politico italiano. E la controprova migliore arriva dagli stessi storici detrattori dell’esperienza della Dc quando evidenziano oggi, in modo quasi ossessivo riferendosi alle vicende politiche contemporanee, che il centro si è dissolto dopo la scomparsa della Dc e della sua qualificata classe dirigente e anche dopo il sostanziale fallimento di tutti quegli esperimenti politici di marca cattolica che sono stati messi in campo dopo il blasonato “partito cattolico”. Ecco perchè, e in vista delle elezioni del 2027, si può riparlare seriamente di centro e di “politica di centro” solo se la storica cultura che ha ispirato e caratterizzato quella presenza politica ritorna ad avere un ruolo nelle dinamiche concrete della politica italiana. Certo, molto dipende dalla volontà, dal coraggio e dall’intelligenza degli esponenti della cultura cattolica più sensibili alla dimensione politica ma, al contempo, non ci si può non rendere conto che, senza un centro visibile e protagonista, la radicalizzazione della lotta politica non demorde. Ed è perfettamente inutile auspicare un “pareggio elettorale” in vista del voto del 2027 funzionale alla ricostruzione di una posizione politica “mediana” o di centro. E questo perchè lo scenario elettorale del “pareggio” è solo e soltanto funzionale ad una nuova stagione consociativa dominata dalle opposte derive del trasformismo politico da un lato e dall’opportunismo parlamentare dall’altro. Dunque, il centro e una politica di centro si riscoprono e si rilanciano solo attraverso le armi della politica e della cultura politica. E, sotto questo versante, ancora una volta il pensiero e la tradizione del cattolicesimo politico italiano saranno decisivi e determinanti.
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