Un tempo capitava soprattutto al cinema, ora per lo più nella programmazione televisiva: ci sono sempre stati film di serie A e di serie B, a seconda di quale fosse il regista, quali gli attori, la trama, e così via.
Pensate solo a registi additati dal pubblico come straordinari (Fellini, ad esempio) che hanno diretto film che, a distanza di decenni, alcuni ancora faticano a comprendere, oppure altri come Salvatores, additato dai radical chic come neanche meritevole di menzione.
È palese che, nel cinema come a teatro, nella letteratura o in qualsiasi altra arte, non esistano né la perfezione, né un podio misurabile con unicità di misura.
Io, fin da bambino, ho pensato che il cinema migliore fosse quello che piaceva a me; considerando che i miei genitori mi portarono al cinema 2 volte in 12 anni (“Gli aristogatti” e “2001 Odissea nello spazio”) va da sé che la mia cultura cinematografica si sia formata in televisione, sia con film che con sceneggiati, con film per la TV come con telefilm della TV per ragazzi.
Fu così che apprezzai il Pinocchio di Comencini, La cittadella di A.G.Majano, i vari La donna di… del Tenente Sheridan, piuttosto che Sandokan, Lungo il fiume e sull’acqua, A come Andromeda, I racconti di Padre Brown e chi più ne ha più ne metta.
Al di là della considerazione quasi unanime che allora i prodotti televisivi fossero notevolmente migliori, qualitativamente parlando, posso dire che da subito mi formai un’idea ben precisa: mi piacevano, dove il “mi piace” esprime un concetto personalissimo.
Nel corso dei decenni, frequentando amici diversi per età, etnia, cultura, gusti e quant’altro, è rimasta però in me una considerazione concreta: non esiste il bello in assoluto, l’interessante “a prescindere” ma esiste ciò che piace a me, ciò che piace a molti, fossero anche tutti per una volta, ma ciò non ci autorizza a tacciare di cattivo gusto coloro ai quali piace o non piace una produzione, quanti amano film leggeri contro quelli che amano il cinema impegnato.
Chi abbia visto Il secondo tragico Fantozzi ricorderà la proiezione della corazzata Kotiomkin che per il nobile Guidobaldo Maria Riccardelli risulta essere un capolavoro assoluto mentre per Fantozzi e colleghi è “[..] una cagata pazzesca”.
Cosa deduciamo da ciò? Semplicemente che spesso, troppo spesso, la convergenza di gusti circa un prodotto cinematografico è solo frutto del marketing, del battage pubblicitario che fa da contorno ad ogni film; senza considerare che anche i premi Oscar contribuiscono ad esaltare o demolire un film, indipendentemente da altri fattori.
Sarebbe sicuramente il caso, anzi lo è, di cominciare a ragionare con la propria testa, secondo le emozioni che ognuno prova durante la proiezione, non prima leggendo la critica né dopo, ascoltando chi sia già andato a vedere il film.
Sarebbe sicuramente ora che imparassimo a farci un’idea propria di ciò che un evento, una storia, un accadimento generano in noi, senza volerci a tutti i costi uniformare al pensiero dominante o a chi ha deciso, col nostro tacito consenso, di decidere per noi.
Anche perché rischiamo, appena il pensiero dominante cambierà direzione, di fare la figura di chi non è riuscito a cambiare bandiera in tempo utile.
Sergio Motta
Leggi qui le ultime notizie: IL TORINESE

