Un sorriso che diventa dono e vicinanza concreta
Il 13 febbraio 2026, il Rotary Club Torino Lagrange ha consegnato i doni raccolti nell’ambito dell’iniziativa “Un sorriso per i bimbi del Regina Margherita” ai piccoli pazienti dell’Ospedale Pediatrico Regina Margherita di Torino. L’evento ha portato momenti di gioia ai bambini e ragazzi ricoverati nei reparti di oncologia e cardiochirurgia pediatrica.
Promossa da anni come appuntamento fisso del Club, l’iniziativa nasce dal desiderio di portare leggerezza e normalità nelle giornate dei piccoli pazienti, spesso segnate da cure impegnative e lunghe attese. I doni – pensati per diverse fasce d’età – rappresentano più di semplici giocattoli: sono un messaggio di attenzione, speranza e vicinanza rivolto ai bambini e alle loro famiglie.
“Ogni sorriso che siamo riusciti a vedere oggi ripaga pienamente l’impegno di questo service”, commenta Jonathan Bessone, Presidente del Rotary Club Torino Lagrange. “Il nostro obiettivo è essere presenti, come comunità, accanto a chi affronta momenti difficili, soprattutto quando si tratta di bambini”.
Il progetto “Un sorriso per i bimbi del Regina Margherita” si inserisce nella missione del Rotary di servire la comunità, rafforzando il legame con una delle eccellenze sanitarie pediatriche più importanti a livello regionale e nazionale. La collaborazione con l’Ospedale conferma l’attenzione costante del Club verso il mondo dell’infanzia e della salute.
Grazie alla generosità di soci, amici volontari e donatori, l’iniziativa trasforma un semplice dono in un gesto di allegria e condivisione, lasciando un segno nel cuore di chi lo riceve.
Per informazioni: segreteria@rotarytorinolagrange.it
www.rotarytorinolagrange.it
Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.



