Parlare di Mino Martinazzoli a 13 anni dalla scomparsa non è affatto un’operazione facile. E non solo perchè Martinazzoli, come del resto molti leader democristiani, non è un personaggio classificabile secondo schemi predefiniti. Ma perchè Martinazzoli era ancora di più. Era, cioè, un esteta della politica. Molto di più di un intellettuale prestato alla politica o di un letterato funzionale alla politica. Perchè Martinazzoli non era solo un raffinato affabulatore, un creativo della lingua e della sintassi italiana ma era, soprattutto, un politico che ti affascinava con la sua narrazione e il suo inimitabile talento. Insomma, Mino Martinazzoli non era un politico come tutti gli altri. Per questo era ascoltato, riverito, ricercato ma mai temuto. Perché le sue riflessioni erano così profonde e pervasive che non sempre venivano immediatamente percepite e metabolizzate dal “popolo democristiano” e dall’area cattolica italiana ma poi, e puntualmente, diventavano oggetto di riflessione e di approfondimento. Nella Dc e fuori della Dc. E sono celebri, al riguardo, le molteplici ed infinite citazioni del leader politico bresciano. Citazioni che snocciolava e dispensava nei mille incontri lungo la penisola. Vale la pena ricordarne alcune, e forse neanche le più importanti, per sottolineare ancora una volta il profilo e la ricchezza di questo statista. “Non credo alla politica come una totalità dell’esistere, ho un rapporto abbastanza controverso con la politica”; “Una volta nel 1994 incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo”; “Massimo D’Alema è bravo, intelligente. Non è l’uomo che punta a un partito democratico indistinto e confuso come Veltroni. È un leader della sinistra diverso da noi. Proprio per questo ci si potrebbe alleare perchè non ci sarebbe confusione”; e ancora, “Mi lusinga che uno come me, fuori dal ‘milieu’ della politica, ogni tanto possa essere evocato anche nella parte di outsider nella corsa al Quirinale”; “Constato una certa insufficienza della politica, almeno da quel che leggo. Mi sembra la fase del riduttivismo, la politica ridotta ad evento”; “Una volta dicevo che l’arte imita la natura, ora dico che la politica imita l’economia”.
Ecco, alcune rapide pillole che evidenziano in modo plastico che le riflessioni di Martinazzoli non sono mai banali ma vanno sempre ascoltate, lette ed interpretate perchè sono semplicemente profonde e capaci, al contempo, di cogliere l’essenza dei processi politici che di volta in volta si susseguivano.
Un curriculum politico ed istituzionale, quello di Mino, ricco, variegato e composito ma sempre ispirato e condizionato dai valori, dai principi e dalla fedeltà alla miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano. Presidente della Provincia, Sindaco di Brescia, tre volte Ministro – Difesa, grazia e giustizia, riforme istituzionali e affari regionali -, parlamentare dal 1972 al 1994, ultimo segretario della Dc in un periodo drammatico e carico di incognite e primo segretario del Partito popolare italiano.
Certo, anche il percorso politico di Martinazzoli è carico di contraddizioni, di sbandamenti e di scatti d’umore. Che, del resto, appartenevano al carattere dell’ex Sindaco di Brescia. Eppure Martinazzoli, al di là dei suoi tormenti intellettuali, è sempre rimasto un autorevole e qualificato punto di riferimento. E non solo per la sinistra democristiana – la sua casa naturale – ma per tutta la Democrazia Cristiana e l’intera politica italiana. Memorabile, comunque sia, resterà il suo intervento all’ultimo congresso della Dc nel 1989 accompagnato da oltre 25 minuti di applausi ed ovazioni da parte dei congressisti/delegati di tutta Italia.
Insomma, l’insegnamento, la testimonianza e il magistero politico, civile, culturale ed istituzionale di Mino Martinazzoli sono destinati ancora a segnare in profondità il cammino e il percorso, a volte tortuoso e a volte entusiasmante, della storia del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese. E Martinazzoli, al riguardo, è stato e rimane una pietra miliare di questo cammino.
Giorgio Merlo
Roberto Tentoni
Ben oltre la metà del suo mandato a quasi tre anni dalla sua elezione, la Giunta di sinistra guidata da Lo Russo non è riuscita a rilanciare Torino e la metà della Città che sta male, secondo la famosa analisi dell’Arcicescovo Nosiglia, sta peggio. Lo ha ammesso lo stesso Sindaco che ha fatto autocritica e ha chiesto ai suoi Assessori di fare di più come sottolinea anche un giornalista competente ma tenero come Luigi la Spina. Lo Russo e il PD hanno anche la responsabilità di aver appoggiato in Europa la assurda decisione di puntare solo sull’auto elettrica . Quella decisione ha già avuto effetti negativi perché le Banche ovviamente si sono raffreddate con le aziende dell’indotto che avrebbero grandi difficoltà a trasformare le proprie lavorazioni.
Una passione narrata oggi, con saggia intelligenza, nelle sale del “Museomontagna” di Torino, in una rassegna (programmata fino a domenica 13 ottobreprossimo) con cui la struttura museale di Piazzale Monte dei Cappuccini inaugura insieme due importanti eventi: la celebrazione dei suoi primi 150 anni di vita e la “Giornata della Memoria”, in calendario, come ogni anno, il prossimo 27 gennaio. Il percorso espositivo (a cura di Guido Vaglio con Roberta Mori e sviluppato in collaborazione con il torinese “Centro Internazionale di Studi Primo Levi”) invita a scoprire il legame ancora poco conosciuto tra lo scrittore torinese e la montagna, nato negli anni dell’adolescenza e tragicamente legato al destino dello scrittore. Fu infatti in Valle d’Aosta, nel villaggio di Amay sul Col de Joux, che fu arrestato dalla milizia fascista, insieme ad altri due compagni della piccola banda di “Giustizia e Libertà”, nel dicembre del ’43, per essere trasferito, come ebreo e partigiano, nel Campo di Fossoli prima e successivamente ad Auschwitz, in Polonia. All’indomani dell’8 settembre 1943, l’espressione “andare in montagna” era infatti diventata sinonimo di una precisa scelta di campo, quella di aderire alla “lotta partigiana”. Sopravvissuto al lager (in quella perfetta tempesta di improbabile “casualità” raccontata nell’iconico “Se questo è un uomo”) e tornato a Torino nell’ottobre del ’45, sarà ancora una volta la montagna a favorire e a consolidare l’amicizia di Levi con altri due protagonisti del nostro Novecento: Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, testimoniata in mostra dalla “pietra” con incisione della poesia“A Mario e a Nuto”, proveniente dalla “Fondazione Nuto Revelli” di Cuneo.
Esemplari anche le “Citazioni” di Levi che accompagnano in mostra il visitatore. Otto parole-chiave in cui si traduce perfettamente l’essenza dell’amore dello scrittore per la montagna che era e sarà sempre per lui: Natura, Materia, Letteratura, Trasgressione,Riscatto, Amicizia, Scelta e Liberazione. In un’unica espressione: la “carne dell’orso”, di cui parla nel bellissimo capitolo “Ferro” da “Il sistema periodico”, quale frase a lui rivolta dal grande amico di vita e di scalate, Sandro Delmastro, durante un rischioso bivacco in quota in pieno inverno. “Il peggio che ci possa capitare – così Sandro – è di assaggiare la carne dell’orso”. Quella carne, molti anni dopo, rimpianta da Levi “poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino”.