Ho provato ad accostare un ritratto di Peppino Impastato con alcuni paesaggi che disegnano il territorio della Sicilia perché cercavo di cogliere i segni che solcano l’espressione del suo volto, per provare a comprendere quanto la speculazione edilizia e la violenza hanno ferito, e qualche volta ucciso, la bellezza del territorio siciliano. Il giornalista Peppino Impastato, morto ammazzato, scrisse delle parole profondissime sulla bellezza, in cui invitava la gente a saperla riconoscere, per poterla difendere contro i suoi nemici. Il principe Myskin, il protagonista del romanzo L’idiota di Dostoevskij è un uomo buono, fiducioso degli uomini, dallo sguardo sincero e puro, come solo i bambini sanno esprimere, disse che: “La bellezza salverà il mondo”. Salvatore Settis scrisse nel suo libro Paesaggio, costituzione e cemento che la bellezza non salverà proprio nessuno, se nessuno salverà la “bellezza” quando la speculazione edilizia, la spietata cementificazione del territorio, che cresce senza nessuna relazione con la crescita demografica, l’economia neoliberale che produce città senza cultura, continuano ad avanzare, le loro fameliche mani sul territorio e la civiltà. La bellezza è intesa come la cura verso l’ambiente e il paesaggio che abbracciano un territorio, non è un vezzo elitario, accessibili solo a pochi. Questa infatti è il frutto del genere umano, è la cura di chi lavora la terra. La parola cultura ha una radice che si riferisce al lavoro nei campi, è l’atto di trasformazione del mondo. È la cura di ciò che è sacro. È culto e contemplazione. Questo è paesaggio, l’incontro tra l’uomo e la natura che produce cultura. Come direbbe F. Braudel, nel suo libro Il Mediterraneo la Sicilia presenta innumerevoli paesaggi, che riflettono altrettante civiltà che hanno espresso le loro religioni, modi di vivere, la loro storia, grazie alle continue migrazioni che attraversarono e stratificarono continuamente il territorio, trasformandolo. L’atto di camminare produce conoscenza, lettura del territorio, perché si va alla ricerca dei suoi significati. La loro conoscenza restituisce il senso al luogo, perché possano essere trasformati nuovamente. La città può essere letta attraverso i suoi volti, di fattezze multiformi, e dopo averli compresi è necessario crearne di nuovi.
Alessandro Mancuso
Nell’immagine: Peppino Impastato Olio su carta, Paesaggi siciliani













postazioni militari sul Golan, sono stati i più potenti dalla guerra del Kippur nel 1973. Il 6 ottobre di quell’anno, siriani, egiziani e giordani attaccarono di sorpresa Israele, approfittando della festività religiosa. Colto di sorpresa, lo Stato ebraico fu sul punto di vacillare. In quei drammatici giorni cadde il mito dell’invincibilità dell’esercito israeliano ma dopo una serie di sconfitte iniziali nel Sinai e nel Golan il recupero fu prodigioso e la controffensiva devastante. La bocciatura dell’accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump apre nuovi scenari sul futuro delle relazioni tra gli ayatollah e la comunità internazionale. Dopo lo strappo degli americani l’Unione Europea è al lavoro per salvare l’intesa faticosamente raggiunta nel 2015 e definita dai vertici di Bruxelles “uno dei più grandi successi della diplomazia negli ultimi tempi”. L’Ue è il terzo partner commerciale dell’Iran con un business economico di oltre 20 miliardi di euro. Dalle auto agli aerei, dall’energia alle banche e agli investimenti, numerose grandi aziende europee avevano scommesso proprio sull’Iran dopo la firma dell’accordo. Ora tutto rischia di andare in fumo. La fine delle sanzioni tre anni fa aveva rialzato l’economia iraniana (+13% nel 2017) ma già quest’anno la Banca mondiale prevede una netta frenata con la riattivazione del blocco economico e a penalizzare l’Iran sarà soprattutto il taglio delle esportazioni di petrolio. Preoccupazione anche per l’Italia, primo partner europeo di Teheran, le cui imprese erano rientrate a tutti gli effetti nel mercato iraniano. Dall’Eni alle Ferrovie, Ansaldo, Danieli, Fata e altre, è lungo l’elenco delle aziende italiane che dopo il 2015 hanno ripreso i loro affari con la nazione persiana facendo risalire l’interscambio nel 2017 a 5 miliardi di dollari. Per l’Europa si apre ora un altro grosso problema che investe non solo l’economia ma mette in discussione gli stessi rapporti diplomatici tra l’America e il Vecchio Continente. Trump intende porre sanzioni a tutti i Paesi, compresa l’Italia, che continueranno a commerciare con Teheran dopo la cancellazione dell’accordo sul nucleare. Il presidente iraniano Rouhani chiede invece agli europei di preservare l’accordo e di garantire la salvaguardia degli interessi iraniani sulla vendita di petrolio e gas, sui rapporti bancari e sugli investimenti. Ma chiede anche alle cancellerie europee di decidere in fretta perchè il tempo stringe. Se non avrà il sostegno necssario da parte dell’Europa l’Iran è pronto a riprendere i piani
per l’arricchimento dell’uranio e arrivare prima o poi a possedere la bomba atomica. Una scelta pericolosa che potrebbe innescare una nuova corsa alla proliferazione nucleare nella regione. I sauditi hanno già detto di essere pronti a sviluppare l’atomica se Teheran farà ripartire il suo programma nucleare. Ma le minacce non riguardano solo l’atomica ma il rischio che la decisione di Trump di cancellare il patto del 2015 possa spingere l’Iran ad attività ancora più destabilizzanti di quelle attuali in tutto il Medio Oriente. Nucleare a parte, è proprio la presenza militare iraniana, sempre più massiccia e invadente in Siria e in altri Paesi, a dar fastidio a Trump e agli israeliani. Dalla Siria allo Yemen i fronti degli ayatollah in guerra cominciano a essere troppi. I tentacoli della piovra persiana si allungano da Teheran all’Atlantico. Ai russi è arrivata perfino la richiesta di poter ormeggiare le navi della Marina iraniana nel porto di Tartous, base navale russa in Siria, mentre il lontanissimo Marocco ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran accusandolo di armare il Polisario, il movimento armato che si batte da sempre per l’indipendenza del popolo Saharawi. In Iraq le prime elezioni dopo la sconfitta dell’Isis (solo il 44% alle urne) sono state vinte dal leader radicale sciita Moqtada al -Sadr che ha ridimensionato il premier uscente al Abadi e frenato l’uomo di Teheran, il capo delle milizie sciite al Amiri che continuerà comunque a tutelare gli interessi iraniani in Iraq. Ecco dunque il piano di Trump per far cadere il regime degli ayatollah e troncare di netto il sostegno alle forze sciite nei Paesi islamici in guerra, a quarant’anni dalla presidenza dello sfortunato Jimmy Carter. Strappare l’accordo sul nucleare per far collassare l’economia iraniana con durissime sanzioni al fine di far insorgere la popolazione contro i suoi leader e porre fine alla rivoluzione khomeinista. Con Trump alla Casa Bianca e il super falco John Bolton, già cowboy di Bush, e oggi capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, tutto è possibile.

*Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori.
Bolle di sapone giganti in via Lagrange, nel suggestivo scatto di Sonia Busé