L’intervento congiunto dei vigili del fuoco e della polizia di stato ha evitato peggiori conseguenze e permesso di salvare gli abitanti di una palazzina rimasti intossicati da una fuga di gas. E’ avvenuto a Vercelli. Su disposizione della sala operativa della questura le pattuglie le volanti venivano inviate in via Bussi dove era stata segnalata una fuga di monossido di carbonio. Giunti sul posto gli agenti, su indicazione dei vigili del fuoco, hanno evacuato lo stabile ormai saturo di gas che, essendo inodore, non era stato avvertito dai condomini. Terminato lo sgombero, undici persone rimaste intossicate sono state trasportate presso gli Ospedali di Vercelli e di Novara dove rimanevano in osservazione. Dai primi accertamenti la fuga di gas sarebbe scaturita da una caldaia malfunzionante. Il livello di saturazione dell’aria era talmente alto che, soltanto grazie all’immediato intervento della Polizia di Stato e dei Vigili del Fuoco, è stato possibile evitare una strage. Infine, la Polizia di Stato effettuato un servizio di controllo del territorio contro eventuali reati predatori a seguito della prescrizione del personale dei Vigili del Fuoco di mantenere aperte le finestre dell’abitazione per ragioni di sicurezza.
Massimo Iaretti
(foto archivio)
Piazza di San Venceslao o meglio la Vaclavské , come la chiamano i praghesi, è un luogo alquanto anomalo. Più che una piazza vera e propria è un largo viale lungo 750 metri nel cuore di Nové Město, la città nuova
Questa piazza, i
Francesco Guccini: “Di antichi fasti la piazza vestita, grigia guardava la nuova sua vita: come ogni giorno la notte arrivava, frasi consuete sui muri di Praga. Ma poi la piazza fermò la sua vita e breve ebbe un grido la folla smarrita, quando la fiamma violenta ed atroce, spezzò gridando ogni suono di voce”. La fiamma è quella che, la sera del 16 gennaio 1969, trasformò in una torcia umana il corpo di un giovane studente di filosofia praghese, il ventenne Jan Palach. Il suo sacrificio fu un gesto di libertà, un grido contro tutte le tirannie.
Sul suo quaderno scrisse quello che può essere definito, a tutti gli effetti, il suo testamento politico. Leggiamolo:”Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zparvy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà“.Il gesto di Jan Palach non rimase isolato: almeno altri sette studenti, tra cui il suo amico Jan Zajíc ( la “torcia numero due”),seguirono il suo esempio.
Il funerale di Jan Palach (che venne poi sepolto nel cimitero di Olšany) fu programmato per domenica 25 gennaio 1969. L’organizzazione fu curata dall’Unione degli studenti di Boemia e Moravia. Vi parteciparono circa seicentomila persone, arrivate da tutto il paese. In silenzio, proprio come racconta la già citata canzone di Guccini (“dimmi chi era che il corpo portava,la città intera che lo accompagnava:la città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga”). Quel giorno, in una Praga plumbea, scrisse Enzo Bettiza sul Corriere della Sera .. “il suono delle sirene a mezzogiorno e il rintocco delle campane trasformano l’intera città in un «paesaggio pietrificato,dove tutti rimangono fermi e silenziosi per cinque minuti”.
(che simboleggia allo stesso tempo un corpo come una torcia umana). La posizione della croce indica la direzione in cui Jan Palach cadde a terra. Sul braccio sinistro della croce si leggono i nomi di Jan Palach e Jan Zajíc con le rispettive date di nascita e morte. Entrambi , e prima di loro, gli insorti di Budapest nel 1956, furono i primi caduti per la nuova Europa. Ci vollero vent’anni per riconquistare pienamente indipendenza e libertà, fino al novembre del 1989, quando s’avvio la “rivoluzione di velluto” che in breve rovesciò il regime cecoslovacco e filosovietico di Gustáv Husák ed elesse presidente della Repubblica lo scrittore e drammaturgo Václav Havel, mentre Dubček fu acclamato, riabilitato ed eletto presidente del Parlamento.


















