redazione il torinese

“Bere il territorio”: premio speciale “Vino d’autore”

GO-WINETorna a Torino la degustazione dedicata al concorso letterario. Serata di presentazione e degustazione

L’Associazione Go Wine propone a Torino  una serata dedicata al Concorso Letterario Nazionale “Bere il Territorio” e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere l’iniziativa un punto di riferimento per i giovani appassionati al mondo del vino e della scrittura. Durante la serata verrà consegnato il premio speciale “Vino d’Autore”. A seguire, un interessante banco d’assaggio durante il quale sarà possibile degustare la selezione dei vini delle aziende italiane che compongono il comitato sostenitore del concorso e di quelle che sostengono il progetto culturale durante lo specifico evento di Torino. 

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Programma:

Ore 17.00: Apertura della serata con il banco d’assaggio riservato a professionisti del settore e giornalisti

Ore 18.30: Consegna del premio speciale “Vino d’Autore”

Ore 19.15 – 22.00: Banco d’assaggio e degustazione.

 

Nelle prossime settimane l’elenco delle aziende partecipanti

 

No ai botti: danni agli animali (e non solo)

locandina-botti-7Al via una campagna di sensibilizzazione lanciata dall’Amministrazione comunale, in collaborazione con l’Ordine dei Medici Veterinari della Provincia di Torino, per richiamare l’attenzione, sulla pericolosità di petardi, mortaretti, fuochi d’artificio e altro materiale pirotecnico, ai danni degli animali. I botti e i fuochi artificiali, anche se graditi a molte persone, possono spaventare gli animali, a volte  con gravi conseguenze. E’ importante rivolgersi al proprio veterinario che vi saprà indicare le soluzioni più adeguate da adottare per affrontare questi problemi in caso di paura o panico del vostro animale

www.comune.torino.it

Proteggere i cani e i gatti

  •  Assicurarsi che abbiano sempre un luogo di facile accesso dove ripararsi e trovar rifugio
  • Assicurarsi che siano in un ambiente protetto e sicuro da cui non possano allontanarsi
  • Portare a passeggio il cane durante le ore diurne sempre al guinzaglio:  ricordarsi infatti che un cane spaventato può cercare di scappare ed allontanarsi da voi
  • Tenere i gatti e i cani in casa nelle ore serali, quando i botti potrebbero essere più facilmente utilizzati
  •  All’imbrunire, chiudere bene le imposte delle finestre, accostare le tende e coprire e attutire il rumore dei botti con della musica
  • Non punire mai i vostri animali quando sono spaventati: un tale comportamento potrebbe peggiorare il loro stato d’animo
  • Dotate il vostro animale di microchip (obbligatorio per i cani e facoltativo per i gatti). Permette di rintracciare più facilmente il vostro  animale nel caso dovesse scappare.

Per i cani

  •  Programmare in tempo le misure atte ad aiutare i cani ad affrontare il rumore dei botti chiedendo consiglio al vostro veterinario.
  • Predisporre un “rifugio” sicuro per il cane individuando una zona tranquilla della casa
  • Abituare  il proprio cane ad associare questo luogo ad uno spazio tranquillo, facendogli trovare, ad esempio, i propri giochi preferiti.  Questa abitudine insegnerà al cane che quell’area è  un luogo sicuro e piacevole dove potersi rifugiare nel caso in cui si dovesse sentire in pericolo
  • E’ importante che il cane possa accedere al proprio “rifugio”, anche in vostra assenza

  Cosa fare durante i fuochi d’artificio o i botti

  • Chiudere tutte le finestre in modo da oscurare al meglio le stanze, così da eliminare qualsiasi problema causato dai bagliori improvvisi.
  • Non lasciare il cane da solo.
  • Dedicare più attenzione al vostro animale: giocate provando a coinvolgerlo, ma senza forzarlo
  • Ignorare i rumori dei botti e i bagliori causati dai fuochi, dimostrando la vostra tranquillità al cane.

Per i gatti

  •  Assicurarsi che il gatto abbia almeno un luogo dove andare a ripararsi
  • Fare attenzione che il gatto non esca da casa

Per gli altri animali

  • Se il tuo animale vive all’esterno, coprire con una coperta, la gabbia o la voliera, così da proteggerlo dai bagliori dei fuochi e dai rumori forti. Lasciare una piccola fessura per far circolare l’aria
  • Mettere a disposizione luoghi protetti  dove il vostro animale possa ripararsi

Cosa fare se…

… hai un animale domestico “non convenzionale” (coniglio, cavia, furetto, criceto, pappagallo, canarino, tartaruga, camaleonte, ecc. ecc.) o hai bisogno di aiutare un animale selvatico terrorizzato e/o ferito?

Rivolgiti al Centro Animali Non Convenzionali – C.A.N.C, tel. 011.6709053. Reperibilità notturna: 366.6867428

Cosa fare per…

…segnalare irregolarità, vendita illegale e/o comportamenti scorretti?

Chiama il Corpo di Polizia Municipale, Centrale Operativa, tel. 011 011 1.

 

L’articolo 9, comma 23 – del  Regolamento n. 320 della Città di Torino per la Tutela e il benessere degli animali vieta di far esplodere petardi, botti, fuochi d’artificio e articoli pirotecnici in genere.

La Signora della Laurasca

Di Marco Travaglini

La luce dell’alba rifletteva sui cristalli di neve colori teneri. Il silenzio che avvolgeva il paese ancora addormentato era talmente fitto che nemmeno il gallo di Fra’ Bernardo, sempre puntuale a lanciare i suoi chicchiricchì dal sagrato della chiesa, aveva trovato il coraggio di cantare il suo buongiorno. Quasi tutti dormivano a Malesco. E anche tra i pochi svegli mattinieri non c’era nessuno che pareva intenzionato a mettere fuori il naso dall’uscio di casa. Il freddo era pungente ma non nevicava più. Per tutta la notte, dal cielo gnomi5erano state distribuite delle generose pennellate di bianco che, a poco a poco, avevano coperto tutto: tetti, strade, alberi. Dapprima erano piccoli aghi di ghiaccio, portati dal vento di tramontana che scendeva dalle vette del Gridone; poi, col passare delle ore, le pennellate si erano fatte più robuste, con fiocchi larghi che scendevano mollemente con parabole verticali. Era l’antivigilia di Natale, il 23 dicembre. E il grande abete nella piazza del municipio pareva, nel chiaroscuro di quella mattina, una sentinella ghiacciata sull’attenti. Anselmo, la guardia forestale, era tra i pochi ardimentosi che eran già svegli. Con gli occhi pieni di sonno, dopo aver ciondolato attorno al tavolo della cucina, si stava scaldando le mani stringendole attorno al bricco fumante del caffè. Ahi, se scottava!… Già si era vestito, infilandosi – uno sopra l’altro – due paia di pantaloni ed altrettanti maglioni di lana. Bastava uno sguardo dalla finestra per immaginare quel freddo cane che congelava all’istante il vapore del fiato. Doveva andare fino a Santa Maria Maggiore, il nostro Anselmo. Doveva andarci con il suo motocarro e non ne aveva gran voglia. Ma il dovere è dovere: e laggiù, al magazzino della Forestale, erano arrivati la sera prima gli alberelli di Natale. Li avevano mandati, come tutti gli anni, con la ferrovia vigezzina, (la stessa che gli svizzeri chiamavano “centovallina”).Una strada ferrata lunga 52 chilometri che collegava Domodossola con Locarno, passando su 83 ponti e infilandosi in 31 gallerie. La ferrovia, ogni anno, soprattutto d’inverno, era la via più sicura, evitando le strade ghiacciate.

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Quando qualcosa o qualcuno doveva arrivare a destinazione, eccola pronta: i vagoncini caracollavano sui binari scintillanti verso la destinazione. E così era stato anche per i quaranta piccoli abeti di Anselmo. Calcatosi in testa il berretto di pelo e infilati gli stivaloni, Anselmo era pronto all’avventura. Non si era sbagliato: fuori faceva un gran freddo e l’aria pungente l’aveva svegliato del tutto. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, con uno scoppiettio, il piccolo motocarro si mise in moto. La scatoletta di lamiera procedeva lentamente sulla strada innevata. Ad ogni curva il vecchio Ape rischiava di mettersi su di un fianco e pareva che solo gli improperi di Anselmo (che non menzioniamo, per carità) gli facessero tener dritta la rotta. Dopo quasi un’ora, tempo record per poco più di tre chilometri, Anselmo era davanti al portone del magazzino. Un po’ sbuffando, un po’ brontolando, gli alberelli furono sistemati a dovere e legati con una robusta corda. Sulla via del ritorno ad Anselmo venne una gran sete. A quel punto fermarsi all’osteria dell’Alpino era quasi un obbligo. Dentro il locale, nel tavolo davanti al banco della mescita, trovò due vecchie conoscenze: il Giuanon di Finero e il Calisna di Zornasco. L’incontro mattiniero con due vecchi compagni di sbornia, con i quali aveva girato in lungo e in largo tutta Vigezzo per bere e farsi quattro salti in balera, andava festeggiato. Sarà stato perché gli “scappava da bere”, sarà stato per il freddo boia, i litri cominciarono a scorrere allegramente. Nessuno dei tre si faceva pregare ed a turno si riempivano i bicchieri, senza aspettare che diventassero vuoti. Presi dall’euforia e dall’alcool, intonarono con voci sguaiate i loro canti, tanto che la Maria, ostessa di notevoli proporzioni fisiche, brandendo una scopa, li cacciò fuori dall’osteria. In strada, Anselmo fece un’amara scoperta che lo lasciò senza fiato. Il motocarro, parcheggiato sul ciglio della via, era vuoto. La corda, tagliata, era l’unica cosa rimasta. Degli alberelli nemmeno l’ombra. “Dio Santo”, imprecò Anselmo. “Mi hanno fregato il carico. I miei alberi… mi hanno fregato gli alberi!”. Urlava forte a tal punto che la guardia forestale, il maresciallo Zamponi, camminando con la bicicletta al passo, lo udì e accorse. “Cosa c’è da strillare, Anselmo?”, chiese il graduato dei Carabinieri, ansimando per la corsa. “Sciur Maresciallo, c’è che mi hanno rubato gli alberi di Natale che dovevo portare a Malesco. Guardi, guardi anche lei. Mi hanno portato via tutto: solo la corda hanno lasciato quei delinquenti”.

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gnomi-2Insieme, con aria da investigatore il Maresciallo, con le mani tra i capelli il disperato Anselmo, fecero un giro tutt’attorno al motocarro e… videro delle tracce. Erano tante. Tante piccole orme lasciate da piccoli stivali. Erano fitte, ben segnate nella neve, chiaramente visibili. Alcune leggere, altre più nette, come se le avessero lasciate corpi di diverso peso. O forse qualcuno, o qualcosa, che portava un peso, dei pesi. “I miei alberi: ecco che cosa mi hanno fregato, quei banditi. I miei alberelli…”, disse, quasi piangendo, il povero Anselmo. “Certo. La traccia è chiara. Hanno davvero rubato gli alberi”, pronunciò pensoso, il Maresciallo. E non aggiunse altro, incrociando lo sguardo severo di Anselmo che non potè trattenersi dal mugugnare..”Bella scoperta. Va là che c’è arrivato anche lui. Intanto quelli mi hanno fregato gli alberi”. “Ho capito, ho capito” gli rispose il Maresciallo, “non sono mica tonto. Ma chi sarà stato? Guarda un po’ questi segni”. E indicò le orme che continuavano per decine di metri. Incolonnate, disciplinate. Le seguirono con lo sguardo. Andavano via dritte, verso il bosco, all’imbocco del sentiero che saliva in Val Loana. Il caso era strano. Chi mai aveva potuto compiere il furto? E quelle tracce misteriose? Sembravano piedi di bambini. Ma era una pazzia solo pensarlo. Bambini così piccoli, di quattro – cinque anni che, in fila indiana, si dirigevano verso il bosco portandosi a spalla degli alberelli che pesavano quasi il doppio di loro? Suvvia, non era logico. L’unica cosa da fare era seguire quelle impronte. I pensieri del Maresciallo erano in sintonia perfetta con quelli di Anselmo e, senza scambiarsi una parola, limitandosi a pochi cenni, decisero di battere quella pista. Del resto gli alberelli dovevano essere ritrovati, ad ogni costo: chi poteva immaginare un Natale senza gli alberi addobbati di ghirlande e lucenti di palline di vetro colorato? I due si misero a camminare di buona lena. Come segugi tenevano gli occhi fissi verso il basso, scrutando la neve calpestata. Cammina, cammina giunsero alle ultime case. Più avanti c’erano i boschi. Dopo una sosta di pochi minuti, tanto per riprendere il fiato, si avviarono sul sentiero che saliva sul fianco della montagna. Un paio d’ore dopo erano all’alpeggio di Severino, il guardiaboschi di Scaredi che viveva lassù tutto l’anno. Ma quel giorno non c’era (seppero in seguito che era sceso fino a Malesco per far compere alla Cooperativa…).Da quel terrazzo naturale, guardando in basso, potevano scorgere le case nella piana. Piccole chiazze scure in un mare bianco. Il freddo si faceva sentire con morsi sempre più decisi. I giacconi, già ruvidi per loro conto, erano diventati ancor più legnosi. Dalle bocche uscivano nuvole di fiato.

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Ma Anselmo Baracca e Tarciso Zamponi erano due tipi tosti, testardi più dei muli. Salirono ancora e quasi allo scoccare del mezzogiorno, giunti in un largo spiazzo tra i larici, videro uno spettacolo incredibile. Disposti in un circolo perfetto, c’erano dei piccoli abeti che sembravano proprio gli stessi che Anselmo si era visto volatilizzare sotto il suo naso. Ad occhio, fatti due conti, tornava anche il numero: eran proprio quaranta.Non uno di più, e neanche uno di meno. Si guardarono l’uno in faccia all’altro, increduli. Chi poteva aver giocato loro questo scherzo? Farli salire per la montagna fin lì per poi metter loro davanti al naso un girotondo di abetini che sembravano tenersi la mano come fanno i bambini all’asilo. Le piccole orme, evidentissime attorno al cerchio degli alberi, avevano ripreso la loro fila svoltando sulla destra per una ventina di metri e finivano nel nulla davanti ad un grande albero cavo. Anzi, a dire il vero non finivano nel nulla ma proprio diritte nel cavo dell’albero. Il primo a muoversi fu il maresciallo, seguito subito da Anselmo. Attraversarono la radura e puntarono decisi verso il punto dove le tracce s’infilavano nell’albero. Avvicinatisi con cautela, girarono attorno al grande tronco. Niente di niente: le tracce finivano proprio dentro il cavo. Anselmo si chinò sulle ginocchia. Prese coraggio e infilò la mano nel tronco, tastando nel buio. L’unica cosa che riuscì a trovare erano delle bacche. Anche Tarcisio si inginocchiò e mise il naso dentro il tronco. Con grande sorpresa riuscì ad intravedere dei piccoli scalini, intagliati nel legno, che salivano verso l’alto.

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Forse a questo punto, è bene lasciare i due soli con i loro dubbi e fare un salto all’indietro di qualche ora. Anselmo era ancora con gli amici nell’osteria a bere e cantare quando una strana e minuta figura si avvicinò con fare furtivo al suo motocarro lasciato incustodito. Era un omino, con la barba bianca che gli scendeva fino alla cintura dei pantaloni, alto poco più di mezzo metro. I suoi vestiti erano di fustagno marrone e sulla testa portava un cappellino a punta color panna. Dopo essersi guardato intorno senza scorgere anima viva, fischiò tre volte. Dal ciglio della strada comparvero, come d’incanto, altri omini come lui. Suppergiù una quarantina, contati male, a colpo d’occhio. Lesti come dei furetti, con delle piccole asce, tagliarono la corda che legava il carico di alberelli e, in quattro e quattr’otto, si caricarono sulle spalle i piccoli abeti, incamminandosi in direzione del bosco. Erano i folletti della Val Loana. Venivano chi da Cortevecchio, chi dalle Fornaci, chi dalla Testa del Mater. Ma da circa novecento anni vivevano all’Alpe Cortino, avendo trovato dimora in un vecchio albero cavo che consentiva l’accesso ad una caverna sotterranea. Era un posto fantastico anche se non molto grande. Nei secoli avevano costruito una scala che, dall’apertura alla base dell’albero, saliva fino a quasi metà dl tronco per poi ridiscendere fin sotto le radici dove, attraverso un cunicolo scavato nella roccia, si raggiungeva la grotta. Vederla, illuminata con luce fioca delle torce, era uno spettacolo unico. Alle pareti brillavano quarzi, cristalli rosa e azzurrini, minerali argentati e color dell’oro (forse gnomi-3era proprio una vena d’oro). In quel caleidoscopio naturale i folletti avevano costruito, con pazienza, il loro povero ma funzionale arredamento. Lettini di faggio, piccoli sgabelli di legno d’abete, un grande – per quelle dimensioni – tavolo di larice intarsiato. Era lì che Zippo e Zappo, figli di Maggiociondolo, erano nati e cresciuti, insieme agli altri folletti. La loro era una vita felice. Padroni dei boschi, erano cresciuti, come si usa dire qualche volta anche nel mondo degli uomini, “all’aria aperta“. Avevano imparato a conoscere le erbe e le loro proprietà. Si erano costruiti da soli e con pazienza i primi giochi di legno e già da piccolissimi, quand’erano alti non più di venti centimetri (i folletti, durante la loro vita non diventavano mai più alti di una volta e mezza la statura di quando erano nati),si erano procurati da soli il cibo: radici, bacche, piccoli funghi, frutti selvatici del sottobosco. I folletti, per chi non lo sapesse, sono vegetariani. Quando Zippo e Zappo raggiunsero la maggior età che, tra i folletti, consiste nell’avere circa 450 anni, Maggiociondolo regalò loro la sua borsa di cuoio nero. Non che fosse qualcosa di particolarmente prezioso, a ben guardarla. Anzi, era proprio una comunissima borsa a tracolla di cuoio. Ma tra i folletti aveva un significato speciale: era il segno di distinzione della più antica famiglia, quella dei Loanini, che abitavano quelle terre da più di cinque millenni. Possederla non significava esercitare qualche forma di potere sugli altri. Anzi, l’intera comunità di folletti della Val Loana viveva di comune accordo, in perfetta uguaglianza e ciò che era degli uni lo era anche degli altri. Insomma: erano uniti e felici. E questa era la ricchezza più evidente di cui potevano disporre. Nel corso della loro lunghissima vita, Zippo e Zappo con tutti i loro amici avevano percorso in lungo e in largo tutto il corridoio della Val Vigezzo, arrampicandosi sulle montagne e ridiscendendole mille e mille volte ancora. In quell’ambiente si trovavano a loro agio.

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Avevano tutto ciò che la natura poteva offrire loro. Passavano ore e ore con il naso all’insù nelle faggete, ad ammirare quei maestosi alberi dalla corteccia liscia, color grigio metallo. Nel sottobosco, pulito e terroso, raccoglievano le foglie per i loro giacigli, il biancospino selvatico e il brugo per le tisane e, quand’era stagione, facevano una gran messe di funghi, dei quali erano golosissimi. A volte salivano ancor più in alto per sdraiarsi nelle foreste di conifere dove spadroneggiavano degli splendidi esemplari di pino silvestre e di abete rosso, il famoso “peccio”, dal tronco rossobruno e dalle pigne cadenti. E anche qui erano gran scorpacciate di lamponi e mirtilli neri. I folletti amavano anche le escursioni. In fila per due, cantando vecchie canzoni e antichi ritornelli, salivano sui fianchi del monte Limidario. E ballavano per giorni e notti intere, tutti in circolo attorno agli abeti bianchi e, qualche volta ancor più in su, tra i larici che innalzavano la loro chioma verso il cielo gareggiando con le vette. Gli animali, incrociandoli, non fuggivano spaventati come quando sentivano la presenza dell’uomo: anzi, si avvicinavano festanti all’allegra comitiva. Erano amici,da sempre. Tra di loro c’era un tacito patto che, col tempo, era diventato qualcosa di più: un’amicizia vera, sincera. Zippo e Zappo si divertivano un mondo a giocare a nascondino con gli animali che popolavano i boschi. “Guarda la”, diceva Zappo, “su quel ramo d’abete c’è uno scoiattolo dalla lunga coda a pennacchio”. E questo, agilissimo, rapido come la folgore, spariva in un battibaleno sui rami più alti, nel fitto fogliame. “E qui natale travaglinisotto? C’è un topo quercino”, gli rispondeva Zippo, indicando il simpaticissimo roditore notturno dalla coda che terminava con un ciuffo bianco. Andavano avanti così per ore. Era un mondo davvero speciale. A tarda sera la luna era già alta nel cielo. Bianca, color del latte, illuminava la foresta. Gli animali si preparavano per la notte. Il ghiro, tutto indaffarato alle prese con una nocciola da aprire con i suoi denti aguzzi, non si accorgeva che più in là, sporgendo la testa da un cespuglio, era spiato dalla lepre variabile: una vera signora, rapida e aggraziata nei suoi movimenti, con un’aria timida anche se c’era chi la giudicava un po’ snob per la sua abitudine a cambiar colore della pelliccia durante i mesi d’inverno. E il tasso? Dov’era il tasso?

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Eccolo là ad un palmo dall’acqua della sorgente, in animata discussione con un porcospino. Non doveva esser stato uno scambio di vedute del tutto cortese visto che se ne andavano, ognuno per la sua strada, voltandosi le spalle: a destra, con la sua andatura un po’ goffa, il riccio; a sinistra, bofonchiando, il grosso tasso dal mantello striato. Della volpe non c’era traccia. O meglio, una traccia c’era ma non pareva opportuno indagare troppo a fondo visto che – a sentire il commento del vecchio gufo – se n’era andata per i fatti suoi con le sue amiche. E non occorreva aver tanta fantasia per immaginare una scorreria notturna giù al piano, magari a far visita a qualche pollaio. In compenso c’era lei, la regina delle Alpi. Sullo sfondo del cielo terso e stellato, roteando davanti alla luna pallida, l’aquila reale compiva, con un volteggio lento e sicuro, il suo rito propiziatorio prima di tornare al suo nido sulle rocce alte del Gridone dove, con il suo sguardo magnetico, dominava la valle intera. A notte inoltrata, come accadeva spesso, Zippo e Zappo e l’intera compagnia, ormai stanchi, si coricavano sugli aghi di pino guardando il cielo e addormentandosi contando le stelle più luminose. Ma, tornando a noi e agli alberi di Natale, occorre sapere anche il perché dell’ormai noto furto. Cosa che è subito detta. Narra un’antica leggenda che, nella notte della vigilia di Natale, ogni mille anni, i folletti dispongono quaranta giovani abeti – uno a fianco all’altro – fino a formare un cerchio perfetto, nel mezzo del quale viene acceso un falò con rami di larice, allo scopo d’invocare un altro millennio di pace e prosperità per loro, per gli abitanti del bosco e per la gente della valle. Con i loro canti e i loro balli, in un crescendo di allegria, il rito propiziatorio consisteva nello strappare un sorriso alla serissima Signora della Laurasca, protettrice dei folletti dalla notte dei tempi. La Signora, per compensarli dell’attimo di felicità, avrebbe garantito loro per altri dieci secoli, salute e fortuna. L’ultima volta che accadde questa specie di miracolo era stato nell’anno Mille, anzi – per la precisione – nel 1015, dopo una notte di follie alle Fornaci. Papà Maggiociondolo l’aveva descritta tante volte ai suoi piccoli nelle notti d’inverno, cullandone il sonno. Ora toccava loro far rivivere l’antica tradizione. Anselmo e Tarcisio, la guardia forestale e il maresciallo dei carabinieri, incuriositi dalla scoperta e un po’ frastornati per le emozioni della giornata, decisero di lasciare i piccoli abeti dove stavano, ripromettendosi di tornare il giorno dopo per proseguire le ricerche e cercare di venire a capo del mistero delle piccole orme e dell’albero cavo. Rossi in volto e ciondolanti dalla fatica, ripresero la via del ritorno verso il paese, affondando fino alle ginocchia nella neve fresca.

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Ormai la luce del giorno si faceva più fioca e di lì a poco, il tramonto avrebbe lasciato il passo alla sera. La mattina dopo, vigilia di Natale, Anselmo, dopo una notte di sonno agitato, era uscito di buonora per recuperare altri quaranta alberelli direttamente alla stazione della ferrovia Vigezzina, dove erano stati sollecitamente recapitati dal comando della forestale di Domodossola, al quale Anselmo aveva inoltrato una nuova richiesta. Questa volta il buon uomo non fece sosta in nessuna osteria e tirò dritto, con il suo carico, fino a destinazione. Consegnati gli alberi nelle case, la guardia forestale si diresse verso la caserma della “Benemerita” dove, ad attenderlo, c’erano il maresciallo Tarcisio Zamponi e il brigadiere Augusto Marino. Quest’ultimo, che godeva della piena fiducia del maresciallo, era stato messo al corrente per filo e per segno di quanto i due avevano scoperto il giorno prima. Era ormai pomeriggio inoltrato quando i tre uomini, sbuffando per la salita, dopo l’ultimo strappo, si affacciarono sulla radura. Gli alberelli erano ancora lì, disposti a cerchio. E in mezzo a lorognomi-1 c’erano delle grandi fascine di rami di larice. Tarcisio, Anselmo e Augusto si guardarono in faccia: questa era nuova! Quelle fascine il giorno prima non c’erano e adesso, eccole là, nel bel mezzo del girotondo degli abeti. Questa volta, dopo aver confabulato tra loro, decisero di rimanere ai margini della radura, nascosti dietro agli alberi. Se qualcuno si fosse avvicinato, da lì l’avrebbero visto senza farsi a loro volta vedere e, forse, avrebbero finalmente trovato risposta al mistero. Per non stancarsi inutilmente decisero dei turni di vedetta che però, un po’ per euforia, un po’ per paura di lasciarsi sfuggire qualcosa, non rispettarono. Sei occhi guardavano senza posa verso il circolo degli abeti e l’albero cavo, avanti e indietro,su e giù. Scorrevano, intanto,le ore. Verso sera, al primo calar del buio, dal vecchio albero spuntò una figurina. Ci mancò poco che ad Anselmo non prendesse un colpo. Stava per lanciare un grido. E l’avrebbe fatto se non fosse stato per la prontezza di riflessi del maresciallo che, con uno scatto, gli tappò la bocca con la mano.

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Un omino, vestito in maniera un po’ buffa, con una barbetta bianca che gli scendeva lunga fin sulle ginocchia, era uscito dal cavo del tronco, guardandosi attorno. Passò un minuto, forse meno, ma per i tre esterrefatti spettatori, parve lungo un’eternità. Assicuratosi che non ci fosse nessuno lì attorno, l’omino mise due dita in bocca e lanciò due fischi, uno lungo e l’altro corto. Al segnale di via libera, tutti i folletti uscirono. Il brigadiere Marino si lasciò scappare un “Ooooh…” di stupore. Ma per fortuna, nessuno dei folletti lo udì.I piccoli omini erano indaffarati a trafficare attorno ai piccoli abeti. Stavano preparando, a quanto si poteva intuire, un falò. In un clima di gran frenesia, il lavoro andò avanti per delle ore. Ormai era buio e nel cielo le stelle sembrava facessero a gara per stabilire chi tra loro fosse la più luminosa. Mancavano suppergiù dieci minuti allo scoccare della mezzanotte quando uno dei folletti, salito su di un ceppo, iniziò a parlare.“…Amici, il momento tanto atteso è ormai giunto. Ancora una volta, con ogni millennio, invocheremo la gratitudine della Signora della Laurasca. Se riusciremo,com’è nell’augurio di tutti noi, a farla sorridere con la nostra allegria, per mille anni vivremo felici e in pace. Ed ora, avanti con le torce! Accendiamo il grande falò e che la festa cominci….”. Le parole di Zappo furono accolte da un corale “Evviva!” e i folletti accesero un gran fuoco con i rami di larice. La piccola radura s’illuminò del riverbero di quelle lingue di fuoco che s’alzavano, convulse e tremanti, verso il cielo. Anselmo, Tarcisio e Augusto avevano assistito alla scena a bocca aperta. Pur udendo la voce di Zappo non avevano capito un’acca perché il folletto aveva pronunciato il suo breve discorso nell’antico idioma dei Loanini. E non compresero, i tre sbalorditi spettatori, nemmeno il dialogo che vide protagonisti Zappo e un altro folletto più giovane (aveva infatti “solo” 470 anni…). Quest’ultimo si chiamava Corteccia di Betulla e, a differenza di tutti gli altri suoi compagni che, appena terminato il discorso di Zappo, avevano avviato le danze con volteggi indiavolati, se n’era stato da solo in disparte, un po’ mogio. Con entrambe le mani, continuava a tormentarsi la corta barbetta. Alla vista del pensieroso folletto, Zappo gli si era fatto incontro, informandosi se c’era qualcosa che non andava. “Beh,sì. Ecco, io..insomma: non ho capito bene una cosa..” disse, arrossendo, l’impacciato Corteccia di Betulla. “Su, dimmi pure. Se posso esserti utile..”, lo invitò Zappo, prendendolo sottobraccio. Entrambi si sedettero su una grossa radice sporgente e, a quel punto, messo a suo agio, Corteccia non si fece pregare. “Ecco, tu prima dicevi che con questa festa, ogni mille anni, cerchiamo di guadagnarci la benevolenza della Signora che, in cambio di un attimo di allegria, ci assicurerà dieci secoli di pace e tante altre belle cose. Non riesco però a spiegarmi perché abbiamo dovuto rubare gli alberelli agli uomini. Non mi sembra un gran bel gesto: dopotutto, nei nostri boschi, potevamo trovare dei giovani abeti in quantità. E’ proprio questo che non riesco a capire…”.

***

Zappo sorrise e, con calma, appoggiando le mani sulle ginocchia, iniziò a parlare. “Vedi Corteccia, c’è un particolare che forse tu non conosci. Un tempo gli alberelli li prendevamo da soli, scegliendo i migliori per il rito della festa. Così è stato fino all’ultimo millennio e i folletti hanno potuto vivere in pace, indisturbati. Ma già da molto tempo abbiamo pensato che forse si poteva fare di più e, prima ancora che tu nascessi, fu presa un’importante decisione. Il nostro vecchio mago, Naso di Legno, pensò che se gli alberi fossero stati procurati dagli umani, a loro insaputa, i benefici si sarebbero estesi anche a loro. Io credo sia stata una scelta giusta. Pensa a quante guerre, sofferenze, odio e dissidi che si potrebbero evitare. L’unico modo per avere quegli alberi che gli uomini hanno fatto crescere per la festa che chiamano Natale, era rubarli da quello strano carro che cammina da solo. Anche se all’apparenza può esserti sembrata una brutta cosa, adesso sai che l’abbiamo fatto a fin di bene. Solo così la Signora della Laurasca penserà questa volta anche a loro. Ma adesso va, Corteccia. Raggiungi gli altri, divertiti”. La guardia forestale e i due carabinieri, provati dalla fatica e natale-orta-4dalle emozioni, si erano appisolati dopo essersi avvolti ben bene nei loro cappotti. Il ballo, intanto, proseguiva con ritmi vertiginosi. Una volta preso l’abbrivio era un crescendo di salti, capriole, girotondi. I folletti saltavano come grilli e cantavano con tanta foga che la loro voce saliva dritta fino in cielo. Le chiome scure degli abeti, mosse da una leggera brezza, parevano voler fare il solletico alle stelle. Il gran fuoco, con le sue lunghe lingue rosse e arancio, aveva man mano lasciato il posto ad una brace purpurea. Quanto tempo passò? Un’ora, forse due, magari solo poche decine di minuti. Sta di fatto che, quando Anselmo e Tarcisio si destarono dal loro torpore era ancora notte. Una luna lattea inondava la foresta di vivida luce. Nella radura regnava il silenzio. Si udiva solo il respiro pesante di Augusto che venne svegliato con una brusca scrollata dal suo Maresciallo. Nel mezzo del cerchio il fuoco era spento. Degli omini non c’era traccia. Spariti, quasi si fossero dissolti nell’aria. La neve, tutt’attorno al falò e nei pressi dell’albero cavo, era intatta. Bella, bianca, compatta. Senz’ombra d’impronta. Tarcisio si stropicciò gli occhi; Augusto tremava dal freddo che gli era entrato nelle ossa; Anselmo non capiva più niente. Eppure non avevano sognato, non potevano aver fatto tutti e tre lo stesso sogno. Sgranchendosi le gambe con un robusto massaggio, si alzarono in piedi e, dopo aver lanciato un’ultima occhiata agli alberelli, presero la via del ritorno. S’incamminarono verso il paese, scendendo dal sentiero del monte tra gli alberi carichi di neve. Nei pressi delle prime case del paese, incontrando Giuanon e Calisna, entrambi reduci da una nottata di bisbocce, non si fecero ripetere due volte l’invito a bere “una volta in compagnia”. Ma anche davanti al vino, così come durante il viaggio, nessuno fece parola di quanto avevano visto. E nemmeno gli altri manifestarono particolare curiosità e non fecero domande sul perché e il percome di quell’incontro mattiniero. Anselmo, fra sé e sé, pensò: “se dicessi cos’ho visto, chi mi crederebbe? Nessuno. Mi prenderebbero per matto. Anzi: ci prenderebbero per tre matti…”. Tanto valeva, a quel punto, tenersela per loro questa storia. Svuotati i bicchieri e salutata la compagnia, tornarono a casa, ognuno per la sua strada. L’orologio del campanile segnava le 7,30 del 25 dicembre. La mattina di Natale. Nella notte la Signora della Laurasca aveva sorriso.

Marco Travaglini

 

Elevato rischio di valanghe a Santo Stefano

setstriere-neve-montagnaE’ ancora forte sulle Alpi piemontesi il rischio valanghe nella giornata di Santo Stefano. Le rilevazioni dell’Arpa (agenzia regionale per la protezione ambientale) indicano che permane “la possibilità di sollecitare già al passaggio del singolo sciatore  lastroni presenti su molti pendii ripidi nei pressi di creste, canali, cambi di pendenza e nelle zone di passaggio da poca a molta neve, in particolare sui settori occidentali e settentrionali dove i venti da nord-ovest sono stati più intensi e persistenti. L’instabilità aumenta rapidamente a causa delle temperature miti e del riscaldamento diurno, portando il grado di pericolo a 3-Marcato su tutti i settori già nel corso della mattinata”.Pertanto nelle ore più calde della giornata sono ancora possibili distacchi spontanei di valanghe a debole coesione e a lastroni, anche di fondo al di sotto dei 1800-2000 metri, dai pendii ripidi non ancora scaricatisi, in particolare a ridosso di affioramenti rocciosi.

“Sto alla tua porta e busso”. Il messaggio di Natale di mons. Nosiglia alle famiglie torinesi

papa reale2«Il Signore», scrive l’Arcivescovo, «non entra se noi non vogliamo»

Si intitola «Sto alla tua porta e busso» la Lettera che mons. Cesare Nosiglia indirizza alle famiglie in vista del Natale. Il titolo invita a meditare la promessa di Gesù: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò e cenerò con lui». «Il Signore», scrive l’Arcivescovo, «non entra se noi non vogliamo». È il tema dell’accoglienza di Dio e dei fratelli: «chi sono gli ‘altri’ cui siamo chiamati a far spazio nella nostra vita?». Nosiglia ha poi invitato i fedeli  a non seguire “testimonial ricchi di fascino e belle parole che imboniscono con le loro verità interessate, ideologiche e politiche soltanto per ottenere un facile applauso e consenso”. “Proviamo a condividere un pasto e il calore di una casa o l’incontro o un gesto comunque di accoglienza – dice l’arcivescovo – con chi è solo e vive per strada, o con coloro che non hanno una casa e famiglia, perché sono giunti tra noi da Paesi lontani, dove la guerra e l’estrema povertà li ha costretti a fuggire, lasciando ogni cosa e spesso anche le persone care”. 

 

(foto: il Torinese)

Mario Mazza, sempre fedele al figurativo

mazza21Sempre fedele al figurativo, la lunga carriera artistica di Mario Mazza si avvale di paesaggi che gli si offrono in ogni stagione con tutta la loro bellezza per essere ritratti con realtà e fantasia. Le emozionanti nevicate della campagna e della collina torinese sono le predilette poiché, ovattate e silenziose, trasmettono il temperamento riflessivo e intimista dell’artista.

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VIOLENZA SUGLI ANIMALI, ON. BRAMBILLA: “CARCERE CERTO PER CHI MALTRATTA E UCCIDE”

BRAMBILLA“Dev’essere severamente punito, deve andare effettivamente in carcere e restarci quanto basta”, chi infligge sofferenza e morte agli animali, “questi nostri fratelli più piccoli e senza voce”. É quanto ha detto  l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, intervenendo  in diretta – sia con un collegamento che con un messaggio scritto – alla manifestazione organizzata da Stefano Fuccelli, presidente del Partito animalista europeo, e da tutti i manifestanti che oggi, davanti a Montecitorio, hanno chiesto l’inasprimento delle pene per i reati a danno degli animali. In memoria di Angelo, il cane impiccato, seviziato e ucciso nel giugno scorso da quattro ragazzi di Sangineto (Cosenza): un delitto orribile che ormai rappresenta tutti gli altri orribili delitti perpetrati contro gli animali. Messaggio rilanciato anche attraverso un video-appello su YouTube al link https://youtu.be/xtrqj40ziAc.

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“L’uccisione di Angelo – spiega l’on. Brambilla – è diventata il simbolo dell’inadeguatezza del sistema. Inadeguatezza, innanzitutto, di una giustizia lenta a muoversi quando si tratta di punire l’uccisione di un animale compiuta con crudeltà. Inadeguatezza, inoltre, di una politica che non capisce, o fa finta di non capire, che gli animali vanno tutelati come esseri senzienti. Chi uccide un animale  – ricorda – rischia al massimo due anni di reclusione, quindi lo sappiamo: i responsabili della barbarie non andranno in carcere. E allora? La soluzione del problema – dice la lettera a ai manifestanti – sta nel cani9palazzo davanti ai vostri occhi. Per mandare in galera chi ha torturato e ucciso Angelo a Sangineto, Pilù a Pescia, Moro a Breno, basterebbe discutere ed approvare le modifiche al codice penale che ho proposto nel progetto di legge AC 3005, datato 1 aprile 2015. Da quando è stato stampato e annunciato, quel progetto giace, immoto, tra le altre carte della commissione Giustizia. Ed io non  posso approvarmelo da sola. Ecco perché – sottolinea l’ex ministro – oggi protesto insieme a voi, davanti a Montecitorio: neppure io ne posso più di governi insensibili e di Camere distratte, anch’io vorrei vedere in galera chi ha seviziato e ucciso Angelo e gli altri “Angeli” in tutto il Paese. Facciamoci pure sentire fino al cielo, ma domani ricordatevi di scrivere ai deputati e ai senatori e di mantenere alta la pressione, senza mollare mai. Lo farò anch’io, in ogni sede, in ogni situazione, finché la legge non riconoscerà agli animali lo status di esseri senzienti, portatori di diritti, e non punirà adeguatamente chi li maltratta o li uccide con efferatezza, fino a quando l’ingiustizia non sarà riparata e la disperazione non diventerà speranza”.

Innovazione e ricerca: convenzione tra Librolandia e Università

L’Università degli Studi di Torino e la Fondazione per il Libro la Musica e la Cultura hanno siglato una convenzione triennale che definisce un rapporto continuativo di collaborazione scientifica nella progettazione del Salone Internazionale del Libro di Torino. L’accordo, firmato dal Rettore dell’Università Gianmaria Ajani e dal Presidente delle Fondazione, Mario Montalcini, prevede azioni sinergiche di didattica e ricerca in diversi settori: SALONE LIBRO XXdall’editoria ai nuovi media, dalla comunicazione ai big data, dalle nuove forme di lavoro all’ecosistema delle start up. Università e Salone si alleano in modo organico attraverso una convenzione che consente di progettare insieme e di sviluppare, nell’arco di più anni, attività comuni. Fra le principali segnaliamo: lo sviluppo di strumenti di comunicazione digitale attraverso app, progetti, azioni di monitoraggio ed engagement delle community social. Il potenziamento della collaborazione con il Master di Giornalismo “Giorgio Bocca”, che già da anni contribuisce al Salone per l’attività formativa e la realizzazione di contenuti giornalistici. La possibilità di effettuare indagini sull’impatto economico e sociale del Salone, anche alla luce delle prospettive aperte dalle nuove normative sulla ricaduta sociale dei progetti.

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Lo sviluppo congiunto – nell’ambito del Salone – di eventi e iniziative di peculiare interesse per il ruolo svolto dall’Università. E infine il potenziamento delle attività di tirocinio degli studenti universitari presso il Salone. «I recenti indirizzi della politica a sostegno dell’innovazione», ha dichiarato Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università di Torino, «hanno visto l’affermazione della centralità dell’istituzione accademica che, come sede di conoscenza specialistica e di know-how di alto livello, riveste un ruolo universitàprimario nei processi di sviluppo del sistema socio-economico e culturale. Con l’accordo firmato oggi l’Università intende sviluppare interventi coordinati con la Fondazione attivando e coinvolgendo l’insieme quanto più ampio possibile delle competenze disponibili in Ateneo e sul territorio». Il Presidente della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, Mario Montalcini, spiega l’importanza dell’accordo: «Con questa convenzione prosegue l’azione volta a creare o consolidare reti stabili fra il Salone e le più importanti realtà culturali, scientifiche, economiche e di ricerca di Torino e del Piemonte. I contenuti dell’accordo sono tali che non solo innovano in profondità il senso del radicamento del Salone nel suo territorio, ma soprattutto generano ricadute sostanziali sulle attività».

(foto: il Torinese)

Neve sul lago d’Orta. Piccole grandi storie di frati, barche e pescatori nella notte di Natale

Di Marco Travaglini

Il vento soffiava dai monti il suo alito gelido, mettendo i brividi. Persino le onde del lago mostravano d’avere la pelle d’oca, increspando la superficie del Cusio. La barca dondolava a poca distanza dalla riva, nei pressi di Imolo. Davanti a me l’isola di San Giulio e sulla destra, il livido profilo del promontorio di Orta. Sulla litoranea sentivo, di tanto in tanto, passare qualche rara auto. Ronfando, i motori s’accingevano a salire la rampa verso Gozzano. Una manciata di secondi e poi sul lago tornava il silenzio, disturbato solo dal sibilo del vento. Facevo scorrere la lenza tra le mani guantate lentamente, lasciando alle correnti la scelta di accompagnarne la discesa nell’acqua buia. Nonostante mi fossi premunito ad affrontare il freddo, quell’aria ghiacciata, quella brisa , non dava tregua. E sì che mi ero infilato, sotto il giaccone, un paio di maglie di lana, una calda berretta ben calcata in testa e, sotto i pantaloni di fustagno, quei lunghi e ridicoli mutandoni ereditati da mio padre. Oscillava la mia “Berta”, assecondando il movimento delle onde che, accarezzandone le fiancate, formavano per qualche istante in superficie una leggera scia di schiuma bianca.

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orta-silenzio-5In giorni come questi, era ben grama la vita del pescatore . Ma non c’era tanto da sfogliar verze: bisognava pescare se si voleva mangiare, e bon! Il freddo m’induceva il pensiero di casa, del camino acceso e della tavola dove m’aspettava un bel piatto di fumante minestra. Mi tornava in mente anche il banco del pulentatt , al mercato di Omegna. Si piazzava ogni giovedì in piazza Salera e vendeva la polenta tagliata a larghe fette, insieme al fritto di lago. Roba piccola, croccante, bella calda, che si scioglieva in bocca. A finire infarinate e fritte nell’olio bollente erano le alborelle. La polenta era il sostituto del pane e mi piaceva quando aveva una bella consistenza e si tagliava bene a fette. Pulenta dura la fa i bun bucun ( polenta dura fa i bocconi buoni). Diceva così mio padre quando riscaldavamo la polenta il giorno dopo e quello dopo ancora. Più il freddo mi mordeva i vestiti e più mi rifugiavo nel tepore dei ricordi per trovare conforto. Dalla memoria emergeva potente e imperativa la visione di quella polenta calda e dorata. Che buona, la polenta cumudada ! Bella soda, sminuzzata in una terrina, mettendo tra uno strado e l’altro, accomodandoli, burro fuso e formaggio, prima di passarla al forno. E quella arrostita ? Era un piatto semplicissimo e gustoso: la polenta avanzata, tagliata a fette sottili, viene fatta friggere nel burro, accompagnandola con qualche fetta di salame o con cipolle e altre verdure che nell’orto seguivano l’andare delle stagioni. Della polenta vuncia conservavo il ricordo di mia madre che la rovesciava dal paiolo di rame in una teglia, alternandola a strati di toma tagliata a fette sottili e il burro insaporito con spicchi d’aglio e foglioline di erba salvia. Ne immaginavo la crosta dorata e l’intenso profumo del formaggio fuso.

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orta-silenzio-3Alla sera, prima di andare a letto, davanti al camino acceso, non mancava una scodella di latte caldo nel quale intingere una fetta di polenta. Quei pensieri, pur belli, non mi scaldavano e continuavo a rabbrividire al contatto con l’aria brusca che veniva giù dai contrafforti del Mottarone. Forse era giunto il momento di fare una pausa, tirando in secca la barca per qualche giorno, fin dopo le feste. D’altronde mancava poco più di una settimana a Natale e anche i pesci si vedeva che pativano quel freddo, restandosene rintanati sul fondo. Quantunque fossi testardo come un mulo, i risultati dei miei sforzi non davano un granché di soddisfazione. Negli ultimi giorni avevo tirato in secco quattro carpe di media taglia, pescate a bordo riva dalle parti di Pettenasco, nei pressi della foce del Pescone, una mezza dozzina di tinche e un certo numero di persici. Avevo battuto palmo a palmo le rive dove si immettevano a lago le acque del Pellino e della Fiumetta, con scarsa fortuna. Nella bella stagione, i canneti e le insenature nei pressi dei due torrenti offrivano riparo a moltissimi pesci. Non di rado capitava di assistere alle cacciate dei lucci, con le piccole alborelle schizzar fuori dall’acqua con salti acrobatici mentre s’avvicinava l’ombra bruno-verde del più crudele predatore del lago. Quest’inverno, invece, non abboccava un bel niente. Nemmeno qui, al largo della Curva dei Persici, dove la corrente è più debole e la lenza della tirlindana, ben zavorrata dai piombi, scende giù fino a solleticare le alghe del fondo. Il pesce lo portavo dal Brembati, che aveva un negozio di alimentari in un angolo di piazza Motta, nel centro di Orta. Era un omone gioviale, di buon carattere e d’ottimo appetito. Del pescato, in base alla qualità e alla quantità, ne metteva in vendita una parte e si teneva per la sua tavola il resto. Era golosissimo dei filetti di persico e non nascondeva la sua passione per tinche e carpe in umido, con i piselli e la pucia dove intingere i bocconi del pane. Nella bella stagione , tutti i venerdì, esponeva fuori dal negozio delle cassette colme di ghiaccio tritato dove le prede più belle venivano offerte ai clienti. L’iniziativa del Brembati venne copiata dagli altri venditori di pollame, formaggio, frutta e verdura che, a loro volta, sistemavano dei bancali davanti agli usci dei negozi, proponendo la merce.

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orta-silenzio2S’improvvisava così, alla buona, un mercato all’aperto che in breve   contagiò anche gli altri paesi del lago. A Pettenasco, Omegna, Pella, ovunque ci fosse un attracco del battello e girasse un po’ di gente, c’era chi metteva in mostra borse, scampoli di stoffa, scarpe, chincaglierie, ombrelli, sementi, granaglie, attrezzi agricoli e da pesca, e perfino chi improvvisava biblioteche ambulanti proponendo alla lettura libri vecchi e consumati dall’uso. Un fatto era certo: per garantire al Brembati la materia prima bisognava pescare anche se faceva freddo e tirava vento. Intanto, si era messo a nevicare. Avendo una commissione da fare, iniziai a vogare di buona lena, attraccando una mezz’ora dopo al molo dell’isola di San Giulio. L’orologio segnava dieci minuti a mezzogiorno ma la fitta nevicata rendeva cupo e gelatinoso il cielo. La luce fioca dei lampioni, accesi anzitempo, illuminava i larghi fiocchi di neve. L’atmosfera era quasi irreale. L’isola era avvolta da un silenzio d’ovatta. A malapena s’avvertiva lo sciabordio delle onde che accarezzavano il ventre delle rare imbarcazioni ormeggiate. Una catenella, sbattendo sulla chiglia del natante più grande – una snella lancia di lago – produceva un suono molto simile allo scampanellio che s’udiva durante la messa. Aldilà dei lampioni, nella viuzza stretta che percorreva come un cerchio l’intera isola, iniziava a far buio. I piccoli balconi sporgenti di pietra offrivano un esile riparo dalla nevicata. Oltre il muretto di sassi del molo l’acqua scura rifletteva a malapena quelle povere luci.

***

Verso Pella s’intravedevano, in lontananza, quasi dissolte nella nebbia come lumini galleggianti sull’acqua, le prime luci delle case. La rupe sormontata dalla basilica della Madonna del Sasso si confondeva in un unico, enorme e scuro fondale. Verso Orta, dove la sponda era molto più vicina, si accendevano le luci giallognole in piazza Motta , offrendo un effimera illusione tepore che l’aria gelida, soffiata da quel vento che accompagnava la neve, disperdeva in un attimo. Da nord la tormenta turbinava contro le case appoggiate una all’altra, lungo le Vie del Silenzio e della Meditazione. I fiocchi gelati s’incollavano ai vetri delle finestre, arabescandole con misteriosi ricami. natale-orta-3Persino l’aria rabbrividiva sull’isola. Gli alberi, che poco prima sembravano scheletri scuri, si stavano imbiancando. Stessa sorte per le barche tirate in secca che negli attracchi in fondo alle strette discese a lago. Intirizzito, tirai su il bavero del giaccone. Ero andato sull’isola per fare un piacere al dottor Bompigli che, data l’età e gli acciacchi, non se la sentiva più di uscire da casa nella brutta stagione. Il compito che mi era stato assegnato consisteva nella consegna alle suore di clausura del monastero “Mater Ecclesiae”delle medicine che il dottore aveva per loro confezionato in collaborazione con il farmacista Ludovico Luppoli. Il vecchio seminario , sorto a metà del milleottocento sulle rovine del castello, aveva lasciato il posto al monastero delle Benedettine. Insieme alla Basilica di San Giulio era l’edificio più imponente dell’isola. Le suore, nella loro vita claustrale, applicavano la regola di San Benedetto ispirata alla preghiera, al lavoro, all’obbedienza, alla povertà e all’umiltà. Ero affascinato da come loro giornata fosse scandita in modo preciso, seguendo la regola del “Ti ho lodato sette volte al giorno“. Un numero sacro, quel sette, che ricordava i momenti di preghiera che scandivano le giornate nel monastero: Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta.

***

Prima dell’alba le monache si alzavano al suono della campana recandosi in chiesa per la recita dell’ufficio notturno, che terminava con le lodi mattutine. Dopo le preghiere iniziava la giornata di lavoro che proseguiva, senza interruzioni, sino alla Messa conventuale. La campana dell’Angelus natale-ortas’incarica di ricordare l’ora del pranzo, con la lettura delle Sante Scritture. Dopo il pranzo e la ricreazione comune, le monache ritornavano al loro lavoro. La campana della cena riuniva di nuovo la comunità monastica per un pasto rapido e frugale. Quindi il monastero si immergeva nel silenzio: era l’ora di compieta, la preghiera della sera, l’ultimo atto della giornata delle monache di clausura. I loro lavori erano bellissimi e preziosi. Restauravano tessuti antichi, ricamavano arazzi, dipingevano icone, confezionavano le ostie-pane.Una volta all’anno, il 31 gennaio, le monache impastavano – seguendo un’antica ricetta- il dolce tipico di San Giulio, una torta soffice di pane con uva sultanina, scorze d’arancio, noci ed altri ingredienti sui quali il riserbo era totale. Le Benedettine vivevano lontane dalla frenesia che ci avvelenava l’anima e ogni volta che mi affacciavo alla loro foresteria per fare delle consegne avvertivo quell’atmosfera di pace e silenzio. Lasciai le medicine al monastero e ritornai verso la Basilica. Scesi la breve scalinata che conduceva al molo dove avevo lasciato la “Berta” e, sciolto l’ormeggio, mi allontanai dall’isola, affondando nell’acqua i remi con una cadenza lenta. Mi ero appena staccato dalla riva quando risuonarono nell’aria le dolci note di una musica di pianoforte. Non riuscivo a distinguere la melodia che proveniva dalla Villa che un tempo era stata proprietà di Cesare Augusto Tallone, costruttore di pianoforti artigianali e accordatore del maestro Arturo Benedetti Michelangeli.

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La neve cadeva sempre più fitta e quell’improvvisa colonna sonora pareva ne accompagnasse le evoluzioni. In quei medesimi istanti, non molto distante dalla riva ortese, Fra’ Gioacchino tremava di paura. Il religioso, un po’ avanti con gli anni, faceva parte della comunità dei frati Minori francescani del Santuario di San Nicolao, sulla collina del Sacro Monte. L’antico complesso devozionale, progettato tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo per motivi religiosi, era famoso per le sue venti cnatale-orta2appelle affrescate che ospitavano altrettanti gruppi statuari di grandezza naturale in terracotta che illustravano la vita di San Francesco d’Assisi. Era un luogo di straordinaria bellezza, adatto per chi voleva riflettere e pregare. Da lì di dominava Orta e gran parte del lago, compresa l’isola di San Giulio. Ogni quindici giorni, in barca, a turno, uno dei frati si recava al Monastero dell’isola per ritirare le candele di cera ed i paramenti sacri confezionati dalle Benedettine. Nell’occasione, portava dei viveri alle sorelle. Quel giorno toccava a lui ma , forse, avrebbe fatto meglio a rinviare quel viaggio. Il cielo scuro, già dopo l’alba, non prometteva nulla di buono. Quella torbida nuvolaglia che il vento stava accumulando annunciava freddo e neve. Confidando in un miglioramento, dopo le preghiere mattutine, s’avvio di buon passo verso Orta, imboccando la discesa che conduceva in paese e, sciolto l’ormeggio della piccola barca a remi, iniziò il suo viaggio. Vogava con un ritmo cadenzato, metodico. Giunto all’isola, caricata la barca con le due cassette di candele e la borsa dei paramenti rammendati, si fermò per il pranzo dal signor Ceravoli, un restauratore che aveva una casa sull’isola e d’abitudine vi passava le feste di fine anno. Il Ceravoli aveva contribuito ai lavori di restauro della quattordicesima cappella, l’ultima che venne completata verso la metà del 1700, con le cinquantadue statue raffiguranti San Francesco davanti al Sultano d’Egitto. Augusto Ceravoli non era solo un abile restauratore d’opere d’arte: si distingueva anche per la passione culinaria, ben rappresentata dal ventre prominente e dal colorito rubizzo.

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Frà Gioacchino, ai piaceri della tavola, non sapeva dire di no. Dopopranzo, con il cielo ormai scuro,uscendo dalla casa a pochi passi dalla foresteria del Monastero, restò sorpreso nel vedere che stava nevicando e che la stradina era tutta imbiancata. Raggiunta la barca, si mise ai remi con un una certa preoccupazione. Il buio stava calando rapidamente e l’intensità della nevicata era ragguardevole. Remò con foga per diversi minuti poi, stanco, prese fiato. Fu in quel momento che il remo sinistro, lasciato per un istante libero, scivolò via dallo scalmo, finendo in acqua. Il frate reagì con un istante di ritardo e non poté far altro che cercare di recuperarlo, armeggiando l’altro remo. Un po’ per la frenesia, un po’ per la scarsa destrezza ( resa ancora più scarsa dalla libagione che aveva accompagnato il pranzo), anche il secondo remo, complice l’impugnatura resa scivolosa dal nevischio, finì in acqua. Il religioso si trovò così, in pochi istanti, senza remi e senza la minima possibilità di governare la barca alla deriva, in mezzo alla tormenta di neve. La riva era lontana e s’intravedevano appena le luci di Orta, velate dalla nebbiolina d’argento scuro provocata dalla neve. Frà Gioacchino si disperò per la sua goffaggine e, in preda alla disperazione, si mise a pregare ad alta voce. Pregava, tremando per il freddo e la paura. Pregava e sperava che potesse accadere il miracolo di essere visto o sentito da qualche anima buona. Bilanciandosi con le mani al centro dello scafo, doveva stare molto attento ad evitare che quest’ultimo si rovesciasse, gettandolo nelle acque gelide del Cusio. Un natale-orta-4abbraccio che , in quella stagione, non gli avrebbe lasciato scampo. Intanto io, lasciata alle spalle l’isola e sfumata nella nebbia la musica del pianoforte che s’udiva appena, appena in lontananza, presi a vogare con un bel ritmo. Mi parve, ad un certo punto, di sentire una voce. Rallentai i colpi in acqua per ascoltare meglio. Era proprio una voce e sembrava recitasse delle preghiere. Chiamai a gran voce: “ Chi è là?”. Mi rispose una vocina tremula: “Aiuto, aiuto! Sono Frà Gioacchino. Frà Gioacchino del Sacro Monte. Ho perso i remi della barca. Aiutatemi, buon uomo. Soccorretemi!”. Non doveva essere lontano e, seguendo la traccia di quella voce, in breve raggiunsi la barca del frate che non stava più nella pelle dalla felicità. Il frate continuava a ringraziarmi mentre, legata con una sagola la prua della sua imbarcazione alla poppa della mia “Berta”,lo rimorchiavo verso riva. Giunti sulla terraferma e tirate in secca le due barche, Frà Gioacchino –che nel frattempo si era ripreso dallo spavento e mi aveva riconosciuto- mi abbracciò tanto forte da farmi mancare il fiato. “Grazie, grazie. Signor Luciano, lei è un angelo. E’ stato nostro Signore a guidarla in mio aiuto. Senza il suo aiuto rischiavo di morire di freddo se non addirittura di annegare. Pregherò per lei insieme ai miei confratelli”.

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natale-orta5Un bel bicchiere di vin brulé all’Osteria del Gino, rinfrancò entrambi. Il francescano, rifiutando la mia offerta d’accompagnarlo fino al convento ( “Signor Luciano, non sia mai. Stia tranquillo e vada a casa dai suoi che ha già fatto tantissimo per me. Non so davvero come ringraziarla”), s’avvio verso il convento con passo svelto. Io, m’incamminai verso casa. Orta era bianca di neve e dal cielo ne continuava a scendere tanta. Era passata appena una settimana da quel pomeriggio di neve e vento nel corso del quale era avvenuto il salvataggio di Frà Gioacchino. Alessandro, mio figlio, volle essere accompagnato a vedere il presepe al Sacro Monte. Era la sera della vigilia. I frati si apprestavano a celebrare la messa di mezzanotte nella Chiesa di San Nicolao. Salendo verso il Sacro Monte, che occupava tutto il promontorio sopra Orta, quasi fosse una protezione che dall’alto abbracciava il borgo, s’avvertiva l’aria di neve. La mattina di Natale, quasi certamente, ci saremmo svegliati con il paese imbiancato. Non attendeva una sorpresa che, francamente, non m’aspettavo. Il presepe, grande ed animato, aveva nel bel mezzo un laghetto, ricavato dalla superficie di uno specchio, sul quale galleggiava una lancia da lago con un uomo intento nella pesca. Sulla fiancata della barca, vicino alla prua, si leggeva un nome: “Berta”. La mia barca. E il pescatore ero io. Frà Gioacchino mi aveva fatto, a modo suo, il regalo più bello che avessi mai ricevuto.

Marco Travaglini

 

L’Onda di Hokusai

In chiusura dell’anno dedicato alle celebrazioni per il 150° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, il MAO Museo d’Arte Orientale espone la celebre stampa di Katsushika Hokusai, La grande onda a largo di Kanagawa

onda

 

Una gigantesca onda, quasi congelata nell’attimo immediatamente precedente il suo abbattersi su fragili imbarcazioni che sfidano i marosi; quasi artiglio nello spumeggiare sospeso che inquadra nel cavo dell’onda stessa la sagoma eterna del monte Fuji, testimone immoto del dramma che sta per consumarsi nella vita del tempo che fugge, il “mondo fluttuante” dell’ukiyo-e. Questa stampa, che è diventata un’icona del Giappone in Occidente, scaturì dal genio artistico di Hokusai (1760-1849) agli inizi degli anni ’30 del 1800 e fu stampata e ristampata in migliaia di copie. Il MAO ne possiede un pregevolissimo esemplare, non della prima tiratura, e lo presenta al pubblico periodicamente per evitare che un’esposizione prolungata alla luce lo danneggi.

 

La galleria delle stampe al secondo piano del Giappone ripropone ai visitatori una selezione di xilografie dell’ukiyo-e con soggetti tratti dal teatro kabuki. Le opere sono della seconda metà dell’800, e l’autore più rappresentato è Toyokuni I della scuola Utagawa.

 

Che cosa accomuna dunque la “Grande Onda” di Hokusai agli attori del kabuki? Una risposta è contenuta nell’idea stessa di “sospensione”, di energia latente che entrambe queste rappresentazioni richiamano. Buona parte degli artisti del kabuki vengono ritratti nelle scene clou del dramma, quando si immobilizzano in pose cariche di tensione chiamate in giapponese “mie”. E, come guardando la grande onda sappiamo istintivamente che un attimo dopo si abbatterà in tutta la sua potenza, così l’entusiasta di teatro sa che nel momento successivo l’attore ripartirà nell’azione, calandosi nuovamente in quel “mondo fluttuante” fatto di movimento nel quale viviamo, e che aveva abbandonato per quell’impercettibile istante di eternità che l’arte soltanto può immortalare.

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VISITE GUIDATE

 

Stampe giapponesi al MAO. Da La grande onda di Hokusai al teatro kabuki della scuola Utagawa.

 

Venerdì 23 Dicembre ore 16.30

Venerdì 30 Dicembre ore 16.30

 

In occasione dell’esposizione della celebre stampa di Katsushika Hokusai verrà proposto al pubblico un itinerario dedicato all’arte della stampa giapponese e ad alcune delle sue caratteristiche iconografiche e stilistiche. Partendo da La Grande onda a largo di Kanagawa si visiterà la collezione di stampe attualmente esposte nella galleria Giappone.

Costo: 4,00€ (+ biglietto di ingresso)

Info e prenotazioni: 011-5211788 – prenotazioniftm@arteintorino.com

 

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MAO Museo d’Arte Orientale Via San Domenico 11, Torino

Il Museo Un viaggio in Oriente. Oltre 2200 opere provenienti da diversi Paesi dell’Asia, dal IV millennio a.C. fino al XX d.C., raccontano cinque diversi percorsi per cinque diverse aree culturali: Asia meridionale, Cina, Giappone, Regione Himalayana, Paesi Islamici dell’Asia. Culture millenarie distanti e poco conosciute si avvicinano al pubblico. Il MAO, invita ad un viaggio affascinante di scambio, scoperta e conoscenza.

Info t. 011.4436927 – e-mail mao@fondazionetorinomusei.it – sito www.maotorino.it

Facebook MAO. Museo d’Arte Orientale | Twitter @maotorino

Orario mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.

Tariffe Intero € 10, ridotto € 8, gratuito fino ai 18 anni e abbonati Musei Torino Piemonte