Non mi riferisco alla cessione di un posto a sedere sui mezzi pubblici, ma a quell’abitudine anglosassone di condividere il posto a tavola nei pub e nei bar.
Come ho scritto in un altro mio articolo un paio di mesi fa, ricordo quando, negli anni ’80, vennero di moda i pub a Torino e fra questi il più gettonato, alla Crocetta, osservava le regole dei pub inglesi: tra queste, non ti servivano al tavolo (ottimo per il contenimento della spesa) e potevi sederti ovunque ci fosse un posto, anche ad un tavolo già parzialmente occupato.
Regola non scritta, era però osservata da tutti con piacere, permetteva non soltanto di trascorrere una serata in modo imprevisto, vario, ma anche e soprattutto di conoscere nuova gente e sviluppare nuove amicizie.
Si può dire che, per il nostro stile di vita questo modo di vivere fosse troppo aperto, abituati come siamo alla nostra privacy, a non far sentire i nostri discorsi a sconosciuti.
In realtà col passare degli anni le cose sono peggiorate, tragicamente, ma non in una direzione sola.
Ora si è molto più soli, sia per scelta che per una serie di concomitanze (orari di lavoro che non coincidono con quelli degli amici o maggior distanza tra casa e lavoro, ad esempio) con il risultato che la condivisione di un tavolo sarebbe scartata a priori.
Nello stesso tempo, però, se ascoltiamo un messaggio giuntoci sullo smartphone lo ascoltiamo col vivavoce così anche a distanza di tre tavoli possono fornirci il loro parere.
Due comportamenti apparentemente antitetici indice entrambi di un sintomo comune: il disagio; quel disagio che viene dimostrato quotidianamente attraverso violenza, litigiosità giudiziale, uso di sostanze stupefacenti in aumento, hikikomori e altro.
Pensate a vent’anni fa e confrontate con i giorni nostri: qualcosa è cambiato in meglio? La relazione che avevate con gli amici, il numero di uscite settimanali che facevate confrontato con quelle attuali regge il confronto? Vi sentivate più circondati da amici allora o adesso? E non mi riferisco agli “amici” dei social, temine improprio per definire persone che ci fanno sapere solo ciò che vogliono e che, di colpo, possono sparire o farci sparire con un click.
Costo della vita aumentato, potere d’acquisto inferiore, lavori saltuari, domeniche diventate lavorative per molte categorie sono sicuramente fonte di disagio.
Lo stesso disagio che porta giovani e meno giovani a chiudersi in casa, rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno o che spinge amici a uscire, trovarsi al parco e sedersi sulla stessa panchina, ognuno col proprio cellulare in mano, come se gli altri non esistessero. Per essere separati a distanza da casa, non era meglio restarsene a casa così si risparmiavano tempo e fatica?
Possibile che i giovani, di entrambi i sessi, non sentano l’esigenza (anche fisica) di incontrare un partner, parlare, camminare mano nella mano, prendere un gelato, vedere un film e, se tutto ok, tentare un approccio?
È palese che la nostra società sia malata, speriamo non irrimediabilmente, ma quale sia la cura nessuno l’ha ancora scoperto o, forse, nessuno ha interessa a scoprirla davvero.
Una popolazione priva di stimoli, di interessi e di reazioni è una popolazione facilmente manovrabile, anche attraverso messaggi subliminali che, sebbene proibiti per legge, sono inseriti all’interno di molti video, molti spot e consentono di tenere le persone sotto controllo, indirettamente, non fosse altro per evitare che reagiscano e si ribellino.
Pensateci. Oppure proponete una ragione diversa, se non addirittura una soluzione.
Sergio Motta
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