Parlando con alcuni imprenditori e, per par condicio, con alcuni giovani, magari figli di amici è emerso, ma non è una novità, che da parte dei giovani vi sia una disaffezione nei confronti del lavoro tradizionale, quello che ti occupa 8 ore al giorno in ufficio (o in auto se sei rappresentante) con motivazioni quanto mai variegate.
Il bisogno di libertà, di non sentirsi incatenati in ufficio è forse al primo posto, seguito dagli stipendi troppo bassi rispetto alle esigenze personali, seguito a sua volta dal sentirsi sfruttati perché, a fonte dei 1200 euro di stipendio elargiti, l’azienda fattura miliardi.
Tutti temi rispettabili, salvo il fatto che questi ragionamenti nascono spesso dall’ignoranza dei fatti, da un’analisi scarsa di tutte le componenti e, non di rado, nascondono la voglia di non fare nulla, preferendo essere serviti e riveriti a casa.
Personalmente, anche sono passati più di 40 anni dal primo giorno di lavoro, a suo tempo preferii iniziare come semplice impiegato, con 850 mila lire al mese; anzi, il primo mese fui assunto come borsista, a stipendio quasi uguale ma senza contributi (e, alla soglia della pensione ho dovuto lavorare un mese in più). Poi guardando continuamente a eventuali bandi o concorsi, partecipai ad una selezione nella più grande azienda culturale del Belpaese venendone assunto dopo 3 anni. E’ vero, i tempi sono cambiati, ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Nel Comune dove sono Sindaco periodicamente hanno luogo bandi di assunzione per diversi profili professionali; in quello in corso attualmente, per un semplice geometra, non sono ancora giunte domande: stipendio non interessante? Orario scomodo? Lavoro pesante? Non credo, considerando che negli Enti pubblici l’orario è di 36 ore settimanali contro le 39-40 delle aziende private, almeno nel mio Comune non si lavora il sabato e, di norma, non mandiamo nessuno in miniera a picconare le rocce.
In ogni caso, perché non provare ed eventualmente, se non piace o se si trova altro, si cambia occupazione o datore di lavoro?
C’è poi chi, come il figlio di miei amici, sta aspettando il lavoro giusto, da 2 anni, e ne ha oltre 30 di età; quando gli ho spiegato che la sua pensione sarà irrisoria perché, all’età pensionabile, avrà accantonato pochissimi contributi, 35-39 anni al massimo, è caduto dal pero non sapendo che vi sia un’età massima per il ritiro dal lavoro. Da notare che trascorre le giornate in internet alla ricerca di non si sa quali notizie.
Forse la colpa può essere attribuita ai genitori che hanno allevato come mamme chiocce i propri pargoletti, forse è dei ragazzi che non sono sufficientemente stimolati a iniziare a mettersi alla prova, a provare ad ottenere e riuscirvi.
Fogazzaro diceva “chi vuol vedere l’aurora lasci le molli piume”: certo è che se ognuno rinuncia a fare del proprio meglio (genitori e figli) ma anche Stato e imprenditori un risultato è garantito: nel giro di pochi anni la previdenza sociale si affosserà come in un enorme buco nero, dove di fronte al mancato ingresso di versamenti faranno fronte uscite spaventose (tutti i pensionati attuali e futuri e l’assistenza, che in Italia è garantita anche a chi non ha reddito e non ha mai versato contributi.
Ma possiamo stare tranquilli almeno su un punto: non vi sarà, in tal caso, nessuna guerra civile perché gli anziani saranno demotivati ed i giovani non sapranno distinguere i buoni dai cattivi perché preferiranno starsene in casa a poltrire.
Sergio Motta
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