L’assessore Bongioanni a Vinitaly ha raccontato un quadro molto positivo del comparto vitivinicolo piemontese, tra crescita dell’export, apertura a nuovi mercati e sviluppo dell’enoturismo, certamente importante, ma quello che però si continua a tacere, e non è un’omissione da poco, è quanto si nascondano ancora molte ombre in termini di dignità del lavoro, che non può essere considerato un aspetto secondario o scollegato dalla qualità e dalla sostenibilità della filiera.
L’inchiesta “Grappoli amari” realizzata dal giornalista Luca Rondi per conto di Altreconomia ha fatto luce. Grazie ai dati raccolti come gruppo regionale AVS, ha confrontato il numero di contratti di braccianti agricoli attivati dalle aziende delle Langhe nel 2023 e 2024 e m in relazione con il fabbisogno reale di manodopera necessario nelle diverse fasi della produzione.
Da quel confronto emerge una differenza significativa, che non può essere liquidata come marginale, tra il lavoro formalmente registrato e quello effettivamente necessario, e quindi svolto, nei vigneti delle Langhe: una cifra tra i 26,3 e 39,8 milioni di euro di lavoro nero in due anni.
È un dato che conferma una criticità già nota, seppur non così chiaramente quantificata. Il lavoro irregolare, sia svolto in assenza di contratto, sia solo parzialmente dichiarato, è un problema reale. Oggi non c’è una presa di posizione politica chiara né un’iniziativa conseguente da parte degli organi chiamati a intervenire, la Giunta regionale in primis.
Colpisce quindi che, mentre si annunciano strumenti come l’Osservatorio sui mercati vitivinicoli per supportare le strategie commerciali e l’internazionalizzazione, non ci sia un’analoga attenzione sul versante delle condizioni di lavoro, della regolarità dei contratti e dei controlli.
Tacere su queste criticità non fa un favore al vino piemontese o al lavoro di tante aziende che operano correttamente, anzi, perché la concorrenza sleale di chi lucra sullo sfruttamento va a incidere creando un danno alle aziende che lavorano con trasparenza e attenzione e al buon nome del nostro prodotto.
Una forbice così evidente tra contratti attivati e fabbisogno reale rende il tema non più eludibile e nascosto dal discorso pubblico istituzionale, tanto più in un contesto in cui si rivendica l’eccellenza del sistema.
Per questo è necessario che, accanto alla promozione del territorio e agli strumenti per incentivare l’export, la Regione si faccia carico delle condizioni di lavoro nel settore vitivinicolo, perché è lì che si misura anche la credibilità delle politiche sul settore. Per questo stiamo portando avanti il lavoro in Commissione Legalità per far sì che il Piemonte, anche valorizzando la rete multiagenzia messa in campo con il progetto Common Ground, si doti di tutti gli strumenti legislativi e amministrativi utili a superare l’odioso e sistematico sfruttamento di lavoratori e lavoratrici nelle vigne e nei campi della Regione.
L’inchiesta “Grappoli amari” realizzata dal giornalista Luca Rondi per conto di Altreconomia ha fatto luce. Grazie ai dati raccolti come gruppo regionale AVS, ha confrontato il numero di contratti di braccianti agricoli attivati dalle aziende delle Langhe nel 2023 e 2024 e m in relazione con il fabbisogno reale di manodopera necessario nelle diverse fasi della produzione.
Da quel confronto emerge una differenza significativa, che non può essere liquidata come marginale, tra il lavoro formalmente registrato e quello effettivamente necessario, e quindi svolto, nei vigneti delle Langhe: una cifra tra i 26,3 e 39,8 milioni di euro di lavoro nero in due anni.
È un dato che conferma una criticità già nota, seppur non così chiaramente quantificata. Il lavoro irregolare, sia svolto in assenza di contratto, sia solo parzialmente dichiarato, è un problema reale. Oggi non c’è una presa di posizione politica chiara né un’iniziativa conseguente da parte degli organi chiamati a intervenire, la Giunta regionale in primis.
Colpisce quindi che, mentre si annunciano strumenti come l’Osservatorio sui mercati vitivinicoli per supportare le strategie commerciali e l’internazionalizzazione, non ci sia un’analoga attenzione sul versante delle condizioni di lavoro, della regolarità dei contratti e dei controlli.
Tacere su queste criticità non fa un favore al vino piemontese o al lavoro di tante aziende che operano correttamente, anzi, perché la concorrenza sleale di chi lucra sullo sfruttamento va a incidere creando un danno alle aziende che lavorano con trasparenza e attenzione e al buon nome del nostro prodotto.
Una forbice così evidente tra contratti attivati e fabbisogno reale rende il tema non più eludibile e nascosto dal discorso pubblico istituzionale, tanto più in un contesto in cui si rivendica l’eccellenza del sistema.
Per questo è necessario che, accanto alla promozione del territorio e agli strumenti per incentivare l’export, la Regione si faccia carico delle condizioni di lavoro nel settore vitivinicolo, perché è lì che si misura anche la credibilità delle politiche sul settore. Per questo stiamo portando avanti il lavoro in Commissione Legalità per far sì che il Piemonte, anche valorizzando la rete multiagenzia messa in campo con il progetto Common Ground, si doti di tutti gli strumenti legislativi e amministrativi utili a superare l’odioso e sistematico sfruttamento di lavoratori e lavoratrici nelle vigne e nei campi della Regione.
Alice Ravinale
Valentina Cera
Giulia Marro
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