STORIA- Pagina 22

Il Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, la cui data è variabile, inizia la Quaresima, un periodo di penitenza e redenzione in attesa della Santa Pasqua.
Si tratta di una giornata di digiuno ed astinenza dalle carni, che segna l’inizio del lungo cammino penitenziale, quasi un deserto, che ci condurrà all’ambita meta: Pasqua.
Il Mercoledì delle Ceneri pone fine al Carnevale, il cui nome deriva da latino
carnem levare, ossia eliminare la carne, in riferimento al banchetto che si teneva il Martedì grasso. Le origini del Carnevale sono antichissime, già gli egizi celebravano la Dea Iside, in onore della quale si esibivano gruppi mascherati, mentre nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani lo scherzo e il divertimento erano all’ordine del giorno e venivano sciolte le formalità che solitamente contraddistinguevano e governavano la vita sociale. In occasione di quelle festività il caos sostituiva l’ordine e si lasciava spazio al divertimento e al rinnovamento simbolico.
Il giovedì di apertura del Carnevale ed il martedì successivo di chiusura si definiscono “grasso” perché si festeggia e si mangiano cibi grassi in vista del periodo di magro della Quaresima.
La celebrazione delle Ceneri nasce dall’esigenza di una pubblica penitenza dei fedeli, i quali sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo.
In questa giornata il sacerdote impone ai credenti le ceneri, ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente.
Fino al Concilio Vaticano II la frase pronunciata era: “
ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Dopo il Concilio è stata modificata nel modo seguente: “convertitevi e credete al Vangelo”. Questo per sottolineare i due aspetti della Quaresima: quello penitenziale e quello di conversione, preghiera assidua e ritorno a Dio.
La cenere con cui ci si cosparge il capo oggi, ricorre spesso nella Bibbia ed indica la fragile condizione dell’uomo di fronte al Signore ed un segno di pentimento.
Nelle Chiese cattoliche di Rito ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri e la Quaresima inizia la domenica immediatamente successiva; il Carnevale termina quindi con il Sabato grasso.
L’imposizione delle ceneri avviene il lunedì seguente ed il giorno di digiuno e astinenza è posticipato al primo venerdì di Quaresima.
Siccome il capo del Rito ambrosiano è l’arcivescovo di Milano, la tradizione fa risalire questa differenza di giorni al fatto che Sant’Ambrogio, nel IV secolo d.C., essendo impegnato in un pellegrinaggio, tornò in città più tardi.
In antichità la cerimonia prevedeva l’imposizione delle ceneri sul capo del Papa per mano del cardinale protovescovo, si teneva nella Basilica di Sant’Anastasia al Palatino ed era seguita dalla processione penitenziale, che saliva fino alla prima stazione quaresimale della Basilica di Santa Sabina all’Aventino. Qui i pontefici celebravano la S. Messa e pronunciavano la loro omelia. Questa tradizione, interrotta nel Settecento, è stata ripresa da Papa Giovanni XXXIII nel 1962.
I riti oggi prendono il via dalla Chiesa benedettina di Sant’Anselmo.
In molte parti d’Italia, dopo la S. Messa delle Ceneri, si purificava con il fuoco la grattugia per prepararsi alla penitenza seguendo un’antica usanza pagana: in questo modo ci si preparava infatti all’assoluto divieto di mangiare carne e tutti quegli alimenti di derivazione animale come formaggio e latte. La grattugia, una volta purificata, era pronta per passarvi il pane raffermo che, sfarinato, costituiva la base principale per la preparazione dell’unico condimento consentito nel periodo quaresimale. Il pangrattato, fritto in olio di oliva, lo si mescolava con acciughe salate, soffritte a parte.
Negli anni passati, in un recipiente si seminavano grano, orzo e lenticchie, che tenuti in penombra ed annaffiati regolarmente, germogliavano prendendo un colore giallastro; da qui il nome di piante vergini, che significa non contaminate dalla luce. Il Giovedì Santo venivano portate in chiesa e posizionate sull’altare.
Un’altra usanza è quella di preparare un fantoccio di stoffa con i caratteri di una donna anziana, unito ad una patata nella quale sono infilzate sette penne di gallina vecchia che non fa più uova.
Il burattino viene posizionato all’esterno delle abitazioni e ogni venerdì di Quaresima una penna viene estratta e bruciata. Il Venerdì Santo la vecchietta viene arsa con l’ultima penna rimasta conficcata nella patata. Quest’usanza è legata ai simboli della morte e della non prolificità.
Secondo un proverbio, se il giorno delle Ceneri il tempo è bello, l’inverno è terminato, se piove il freddo proseguirà.

ANDREA CARNINO

La Festa dei Valdesi

Il 17 febbraio i valdesi celebrano la loro libertà: lo stesso giorno del 1848 Re Carlo Alberto, primo sovrano del Ramo Carignano di Casa Savoia firmò le Lettere Patenti con le quali concesse ai valdesi residenti nel Regno di Sardegna tutti i diritti civili e politici al pari dei sudditi cattolici, ponendo così fine ad una secolare discriminazione e permettendo ai giovani di frequentare le scuole e le università.
Il monarca il 4 marzo seguente promulgò lo Statuto Albertino, Carta che fu la Costituzione d’Italia dal 1861 al 1948, mentre il 29 marzo, sul campo di battaglia di Voghera, firmò un decreto che concedeva tutti i diritti civili agli ebrei e agli altri acattolici. Con quest’atto il Regno di Sardegna ebbe il merito d’avere concesso per primo l’emancipazione ai giudei d’Italia.

Ma chi sono i valdesi?

La Chiesa Valdese venne fondata nel XII secolo da Valdo di Lione, un mercante francese che abbandonò i suoi beni per predicare il Vangelo tra i poveri.
Rifiutatosi di astenersi dal predicare e spiegare le Sacre Scritture, venne espulso dalla Diocesi di Lione insieme ai suoi seguaci.
Nel 1532 i valdesi aderirono alla Riforma protestante e nel Ducato di Savoia, con la Pace di Cavour, sottoscritta il 5 giugno 1561 nella Casaforte degli Acaja in nome del Duca Emanuele Filiberto da Filippo di Savoia-Racconigi, venne loro concessa la libertà di culto nelle cosiddette “Valli Valdesi: la Val Pellice, la Val Chisone e la Valle Germanasca. Questo atto rappresentò il primo esempio di libertà religiosa nell’Europa moderna.
Nel 1655, si verificò l’episodio più triste relativo al rapporto tra i Savoia e queste popolazioni: le Pasque Piemontesi. Il giovane Duca Carlo Emanuele II, spinto dalla cattolicissima madre la prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, inviò il Marchese di Pianezza Carlo Emanuele Simiana nelle Valli Valdesi: i valdesi ospitarono senza sospetti gli armigeri nelle loro case, ma questi, sabato 24 aprile, vigilia di Pasqua, alle 4 del mattino, dopo un segnale convenuto dal Castello di Torre Pellice, assalirono la popolazione, che venne in gran parte massacrata. Alcuni superstiti si rifugiarono nel Queyras, in Francia, altri vennero imprigionati, altri ancora furono convinti con la forza a convertirsi al cattolicesimo. Si salvò solo la popolazione di San Martino, in Val Germanasca, che avvertita dal cattolico Emanuele Bocchiardo riuscì a scappare in Alta Val Chisone. Nelle Valli Valdesi il culto protestante venne proibito, ma l’ondata d’indignazione internazionale suscitata da questo fatto portò alla firma a Pinerolo il 18 agosto delle Patenti di Grazia, le quali ripristinavano almeno in parte le libertà civili e religiose di queste popolazioni.
In Italia oggi i valdesi sono circa 30 mila e delle 41 chiese presenti in Piemonte, 18 sono proprio nelle Valli Valdesi, il cui centro più importante è Torre Pellice.

I festeggiamenti

Ogni anno, la veglia del 17 febbraio nelle Valli Valdesi vengono accesi i falò, che simboleggiano la libertà conquistata. I fedeli si ritrovano presso i templi, da dove partono le fiaccolate verso i luoghi dove ardono i falò. Molto suggestive sono le fiaccolate sugli sci.
La giornata di festa viene celebrata con servizi religiosi, cortei in costume, concerti ed incontri.
Nelle cucine è protagonista la tradizionale “supa barbetta”, pietanza che prende il nome dai “barba”, ministri e predicatori valdesi e da “barbet”, che in dialetto piemontese indica queste popolazioni.
In un recipiente di terracotta o rame vengono disposte foglie di verza, grissini e toma, il tutto viene poi spolverato con cannella, chiodi di garofano e noce moscata. La pietanza viene in seguito condita con qualche fiocco di burro ed è accompagnata da brodo di gallina e maiale. La si porta a cottura sulla brace del camino o sulla stufa senza mai girarla, perché i grissini devono conservare la loro integrità.
In origine si utilizzava il pane raffermo, sostituito, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, dai grissini, che le famiglie benestanti andavano appositamente a comprare a Torino.

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ANDREA CARNINO

Gli arazzi di Pavia, sei dentro la battaglia!

Fino al 24 febbraio
Non c’è bisogno di andare fino a Napoli per vederli, è sufficiente una gita a Pavia, gran bella città longobarda, che ospita al Castello Visconteo tutti gli arazzi, ben sette, dedicati alla celebre battaglia di Pavia del 1525 tra Francesco I, re di Francia, e le truppe imperiali di Carlo V, reduci da grandi mostre negli Stati Uniti. Fino al 24 febbraio, giorno della battaglia. I “magnifici sette”, tutti insieme, monumentali, come al Museo di Capodimonte sulla collina di Napoli, la sede permanente, e non un unico arazzo come accadde nel 2015 in un’analoga mostra a Pavia. Ammirarli nell’ultima grande sala dell’esposizione al castello, dedicata anche alle arti nel Cinquecento lombardo, significa entrare in una delle fasi più drammatiche del Rinascimento europeo.
Guardando i vari momenti delle scene che portano al trionfo delle armate imperiali e alla cattura del re di Francia sembra di essere dentro la battaglia. Davvero imponenti, lunghi quasi 8 metri per 5 di altezza, gli arazzi fiamminghi, realizzati tra il 1528 e il 1531, fermano le scene più importanti dello scontro avvenuto nel parco Visconteo della città sul Ticino. Forse manca un sottofondo di musica rinascimentale con i rumori dei combattimenti, i suoni, il frastuono, i boati, forse troppo silenzio, ma tutto il resto c’è e lo vedi negli arazzi, senti quasi i colpi degli archibugi, i veri vincitori dello scontro, i cavalli al galoppo, le urla dei soldati, l’avanzata dei lanzichenecchi armati di picche e poi i personaggi come Francesco I di Francia, circondato e catturato dagli spagnoli comandati dagli ufficiali di Carlo V, non presente alla battaglia che cambiò le sorti d’Europa. Furono almeno diecimila i morti. E proprio le armi da fuoco, gli archibugi usati dagli spagnoli contro le spade dei francesi decisero le sorti della contesa che cambiò il modo di combattere il nemico. Il pezzo forte della mostra è indubbiamente la spettacolare illustrazione dello scontro con i sette arazzi tessuti con lana, seta e fili d’oro e d’argento dalla manifattura fiamminga di Jan e Willem Dermoyen su disegni del pittore Bernard van Orley che per illustrare l’evento utilizzò notizie e dicerie che udiva a corte.
La rassegna “Pavia 1525, le arti nel Rinascimento e gli arazzi della battaglia” presenta al pubblico, spiegano gli organizzatori, “una prestigiosa testimonianza della splendida fioritura artistica e culturale che la città conobbe nel Cinquecento attraverso le opere di grandi maestri come Leonardo da Vinci, Ambrogio Bergognone, Pietro Perugino e Bernardino Zenale. L’iniziativa è promossa dai Musei Civici di Pavia e dal Comitato promotore per il Cinquecentenario della battaglia di Pavia. Orari di apertura: da lunedì a giovedì 10.00-18.00, venerdì, sabato e domenica 10.00-19.00.                                       Filippo Re
nelle foto, la mostra al Castello Visconteo di Pavia
sala con i sette arazzi della battaglia
arazzo con la cattura di Francesco I

Cent’anni fa moriva Gobetti, l’eretico del liberalismo italiano

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Cent’anni fa moriva  in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926  Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che  seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e  molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente  liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste  gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo  fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria  della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento  già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come  davvero merita, evitando le strumentalizzazioni  politiche del passato e del presente.   Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.
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Nella foto di copertina Piero e Ada Gobetti

Giuseppe Allamano, l’Africa e la Consolata nel suo cuore

I primi quattro missionari della Consolata partirono da Porta Nuova l’8 maggio 1902 con destinazione il Kenya. A salutarli in stazione c’era don Giuseppe Allamano, il santo sociale astigiano che aveva nel sangue l’Africa e la missione ma che non lasciò mai Torino. Lo ricordiamo a cent’anni dalla morte, il 16 febbraio 1926. Fu il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. In treno i sacerdoti raggiunsero il porto di Marsiglia e si imbarcarono per il Kenya. Si riposarono a Mombasa alcuni giorni e poi raggiunsero Nairobi dopo 24 ore di viaggio. Era l’inizio di una bellissima avventura. Alcuni mesi dopo li raggiunsero altri quattro sacerdoti e un laico. E poi fu la volta di altri religiosi, tutti inviati in quelle terre lontane, dal Kenya all’Etiopia, dalla Tanzania alla Somalia, dal sacerdote astigiano che dedicò la sua vita alla formazione di missionari e suore missionarie affinché portassero il Vangelo alle genti del mondo. I primi anni Allamano li trascorse in Vanchiglia a Torino, poi lanciò le missioni in Africa e si occupò del restauro del Santuario della Consolata.
La sua missione non fu solo professione di fede ma attenzione ai poveri, ai malati e alla promozione della dignità umana. Per Giuseppe Allamano tutti sono missionari, anche chi non parte per terre lontane può vivere la sua missione, in famiglia come nel lavoro. Nato a Castelnuovo d’Asti (1851-1926) da una famiglia contadina, compaesano di don Bosco, rimasto orfano di padre a tre anni, studiò a Valdocco nell’oratorio salesiano di don Bosco che fu il suo direttore spirituale. Ordinato sacerdote nel 1873 venne poi nominato rettore del Santuario della Consolata nel 1880. La chiesa aveva bisogno di urgenti lavori di restauro: una parte del denaro fu messo a disposizione dalla Casa Reale ma il grosso delle entrate arrivò dalle offerte dei fedeli. Nel 1901 Allamano fondò l’Istituto Missioni della Consolata in corso Ferrucci 14 e, nove anni dopo, un secondo Istituto, quello delle Suore Missionarie della Consolata. Morì di polmonite a Torino e ai suoi funerali una grande folla gremì la sua Consolata. Nel 1990 è stato proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II e nel 2024 canonizzato da papa Francesco dopo l’approvazione di un miracolo avvenuto in Amazzonia. Giuseppe Allamano riposa nella Casa Madre dei Missionari della Consolata. Lunedì 16 febbraio, memoria liturgica del santo, alle 11.00 nella chiesa dei Missionari in corso Ferrucci 14 a Torino si terrà una funzione religiosa presieduta dal Superiore generale e alle 18.00 la santa Messa alla Consolata.                              Filippo Re
nelle foto: don Giuseppe Allamano
Missionari della Consolata in Kenya

Elena, la piccola torinese che morì sola ad Auschwitz

 

Martedì 17 febbraio, alle ore 18, lo spazio incontri del Polo del ‘900 di Torino ospiterà la presentazione del libro di Fabrizio Rondolino “Elena. Storia di Elena Colombo. Una bambina sola nella Shoah”. L’evento è promosso dalla sezione Anpi “Giambone” di Torino Centro in collaborazione con Istoreto e Unione Culturale Antonicelli. Nell’occasione dialogherà con l’autore la direttrice dell’Istoreto, Barbara Berruti. La storia narrata nel libro rappresenta un caso particolare che ebbe inizio il 9 dicembre 1943 con l’arresto della famiglia Colombo a Forno Canavese dove si era rifugiata in seguito all’8 settembre e alla spietata caccia all’ebreo messa in atto da nazisti e fascisti. Ma mentre i genitori, Sandro e Wanda, vengono immediatamente trasferiti in carcere a Torino, la figlia Elena, una bambina di dieci anni ( ne avrebbe compiuti undici a giugno) venne affidata dalle SS a una famiglia di amici, i De Munari. “Un caso pressoché unico nella storia della deportazione italiana – come sottolinea Rondolino – poiché le famiglie erano sempre arrestate e deportate in blocco, dai nonni ai neonati. Quel giorno a Torino accadde qualcosa di incredibile. Elena si separa dai genitori convinta di rivederli presto, Sandro e Wanda la salutano convinti di averla messa in salvo”. Ma il destino sarà ben diverso: i genitori vengono infatti inviati ad Auschwitz dove arrivano il 6 febbraio 1944. Wanda è fra le quasi trecento donne che, caricate sui camion, sono subito condotte alle camere a gas di Birkenau. Sandro invece muore il 25 marzo 1944, cinquanta giorni dopo l’arrivo ad Auschwitz: era stato portato a Birkenau per essere ucciso il giorno stesso nelle camere a gas. La piccola Elena rimase invece a Torino e visse per tre mesi e mezzo con quella famiglia. Il 9 marzo i tedeschi la prelevarono, portandola all’Istituto Charitas dove venne arrestata dalle SS il 25 marzo 1944, esattamente lo stesso giorno in cui suo padre veniva spinto nella camera a gas. Il giorno successivo venne caricata su un treno e portata nel campo di concentramento di Fossoli (Modena) dove rimase fino al 5 aprile 1944 quando partì per il suo ultimo viaggio verso Auschwitz. Morì sola, “sostenuta dalla speranza, alimentata dai suoi carnefici, di rivedere la mamma e il papà”. Molti anni dopo, Fabrizio Rondolino ricevette una e-mail dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino: stavano preparando la posa di alcune pietre d’inciampo e avevano ritrovato, tra le carte della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una lettera scritta nel maggio 1946 da Marcella Colombo. Era una richiesta di aiuto per avere informazioni sulla sorte di suo fratello Sandro, di sua moglie Wanda e della loro figlia perché, scriveva, che non avevano mai più avuto notizie della bambina. Fabrizio Rondolino è partito da lì per ricostruire la breve vita di Elena, cugina prima di suo padre, l’unica bambina ebrea italiana che – come apprese durante le indagini – ha affrontato da sola l’arresto, la detenzione e la deportazione. È un percorso che attraversa archivi, testimonianze, vecchie foto, nomi quasi dimenticati. Un viaggio dentro la propria storia familiare alla ricerca di ciò che del passato continua a vivere, fosse anche solo un nome da ricordare. Oltre al libro, la memoria di Elena è impressa nel selciato al numero tre di via Piazzi a Torino dove sono state poste tre pietre d’inciampo per lei e i genitori; a Forno Canavese, dove le è stata intitolata la scuola primaria, e a Rivarolo Canavese dove è un’ area giochi a portare il suo nome.

Marco Travaglini

Il Giorno del Ricordo, un dovere celebrarlo

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il Giorno del ricordo che venne istituito nel 2004 con legge votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano e con il voto del PDS e il sostegno di Luciano Violante, sara’ celebrato in modo solenne dall’ANVGD e dal Comune di Torino. Il Giorno del ricordo si tiene il 10 febbraio, anniversario del Trattato di pace che tolse all’Italia le terre del confine orientale: Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, Fiume. Esso intende ricordare gli infoibati italiani da parte dei partigiani di Tito e l’esodo a cui furono costretti oltre 300mila Italiani per sfuggire alla furia titina.
La Jugoslavia si rivelò un regime totalitario e sanguinario, anche se il distacco di Tito da Stalin la portò ad essere considerata un paese “normale” da tanti stati democratici mondiali e perfino dalla stessa Repubblica italiana che nel 1975 firmo’ il Trattato di Osimo che comporto’ la definitiva cessione di altri territori italiani a Belgrado. Va ricordato in questo contesto come fu difficile e ritardato al 1954 perfino il ritorno di Trieste alla madre patria.
Gli Italiani dell’esodo non furono ben accolti in Italia anche se i profughi si inserirono con il loro duro lavoro nel tessuto italiano,  senza richiedere assistenze di sorta, con una dignità senza confronti, orgogliosi di essere e di rimanere italiani. Le Comunita’ di esuli ancora oggi sono formate da cittadini esemplari e benemeriti. Per decine d’anni in Italia non si parlò di foibe anche da parte degli storici. Solo Gianni Oliva, e in parte minore chi scrive, ruppero il silenzio. Furono per primi gli scrittori Sgorlon e Tomizza a scrivere del dramma del confine orientale.  Oggi c’è la tendenza a tornare indietro, con un revisionismo storico che rasenta il negazionismo e giunge anche al giustificazionismo delle foibe, “naturale reazione slava alla guerra fascista e alle violenze degli italiani contro gli slavi”. Si tratta di una tesi inaccettabile, in primis perché giustifica violenze brutali contro 20 – 30 mila italiani colpevoli solo di essere italiani. L’odio slavo si riversò contro gli Italiani che non erano già tollerati durante la dominazione austriaca che favorì la comunità slava.  In ogni caso giustificare le foibe significa accettare una visione della storia simile a quella di Hegel che la vedeva come un immenso mattatoio in cui la giustizia è una chimera. Le vicende del Confine orientale vanno storicizzate, non dimenticate o stravolte. Questo è il nostro dovere di Italiani e anche di Europei che guardano oltre i confini novecenteschi che grondano di sangue. In questo giorno rendiamo anche onore ai grandi Italiani originari della sponda adriatica: da Niccolò Tommaseo a Guglielmo Oberdan, da Fabio Filzi a Nazario Sauro, da Ottavio Missoni a Enzo Bettiza.

Musei: Alessandria città delle biciclette

Il museo Alessandria Città delle Biciclette (ACdB), al terzo piano di Palazzo del Monferrato, è un omaggio al ruolo primario che la città e la provincia di Alessandria hanno saputo svolgere per un lungo cinquantennio, nell’età eroica del ciclismo che abbraccia i primi anni dell’unità nazionale e arriva fino al primo conflitto mondiale

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/musei/acdb-%E2%80%93-alessandria-citt%C3%A0-delle-biciclette

Foto G. Annone

Evasio Gozzani e Paolina Bonaparte. Ciceroni a Villa Borghese

 

Da testi di antica memoria emergono come uno sciame sismico personaggi dotati di continuità creatrice. Evasio Gozzani, cavaliere e marchese di San Giorgio, si trasferì con la moglie baronessa Giuseppa Martin di Lione e la famiglia da Casale Monferrato a Roma come ministro nelle segreterie del principe Camillo II Borghese e Paolina Bonaparte. Evasio, definito il marchese pazzo per la notevole intraprendenza, era molto abile nella diplomazia, nel settore economico, commerciale e diritto privato. Era uno dei dieci figli della marchesa Teresa Bergera di Chieri e del marchese Giovanni Battista, edificatore del palazzo San Giorgio Gozzani, oggi sede comunale di Casale. Nella propria fonderia di Ginevra, Giovanni Battista costruì un orologio meccanico installato sulla torre civica di S.Stefano, donato alla comunità casalese. Dopo la battaglia di Marengo, il Piemonte fu inquadrato nella 27° divisione  diventando territorio francese. Nel frattempo Casale si stava trasformando: venivano eliminati i conventi, i tesori delle chiese venduti all’asta, le strade e le porte d’ingresso cambiavano nome, la città impoverita ridotta ad un villaggio, il consiglio cittadino destituito.

Napoleone, proveniente da Alessandria, fu accolto trionfalmente a Casale il 6 luglio 1805 a Porta Marengo addobbata con archi floreali, l’attuale Piazza Martiri. La guardia d’onore dell’imperatore era agli ordini del marchese Gian Giovanni Giacomo Gozzani di Treville, consigliere comunale di Casale, colonnello e cavaliere dell’Impero francese, incaricato dal fratellastro Evasio Gozzani di San Giorgio. Il ministro dell’interno Champagny individuò il soggiorno per Napoleone e consorte nel palazzo nobiliare San Giorgio Gozzani, proprietà della cognata di Evasio e vedova Sofia Doria Gozzani, marchesa di Ciriè e San Giorgio. La marchesa lasciò libero il palazzo con la servitù a disposizione dell’imperatore ma non partecipò al ricevimento in suo onore su consiglio della zia Enrichetta, monaca di Pinerolo, che aveva definito Napoleone un diavolo. Sofia si trasferì nella dimora estiva del castello di San Giorgio sollecitata dal cognato Evasio, segretario generale del maire Giorgio Rivetta, sindaco di Casale. Non partecipò neppure alla visita casalese del  governatore generale del Piemonte Camillo II Borghese, trasferitosi a Torino dove aprì una corte, sempre molto assente e senza la moglie Paolina Bonaparte.

Paolina, Venere dell’Impero bella ed elegante che fece impazzire la Parigi napoleonica per diventare regina della Roma papalina di inizio ‘800, fu protagonista di una vita travagliata. Non riuscì a trovare la felicità nel matrimonio con Camillo, combinato politicamente dal fratello Napoleone, immersa nello sfarzo della vita mondana romana ma senza pace. È sepolta nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto a Gian Lorenzo Bernini e papa Francesco. L’intermediazione del ministro Evasio fu determinante nella valutazione delle opere della galleria d’arte Borghese, cedute da Napoleone al governo francese e destinate al Louvre, aumentandone il valore da sei a dodici milioni di lire, denaro solo in parte recuperato per la caduta dell’imperatore. L’emergente architetto e archeologo casalese Luigi Canina, progettista della chiesa torinese della Gran Madre di Dio, fu inserito in casa Borghese da Evasio, suo testimone e protettore come descritto nel ricco epistolario del Gozzani. Il Canina ottenne l’ufficio di architettura della Cassa di Risparmio di Roma, fu responsabile degli scavi archeologici del Foro Romano, Tuscolana, Appia Antica e progettò la palazzina a Fontanella Borghese dedicata a Giuseppe Gozzani, marito della baronessa Teresa von Luttichau di Dresda, succeduto al padre nelle segreterie Borghese.

Nella basilica romana di S.Lorenzo in Lucina è stata ritrovata la tomba di Camillo Gozzani morto infante, uno degli otto fratelli di Giuseppe, marchese di San Giorgio.
Napoleone aveva ceduto l’abbazia di Lucedio e le sei grange vercellesi al Borghese per tre milioni di lire, quarta parte del valore delle opere sottratte al cognato. Dopo il sequestro  dei Savoia, le grange furono vendute dal Borghese a Michele Benso marchese di Cavour, a Luigi Festa immobiliarista e a Carlo Giovanni Gozzani, detentore del 50% della spartizione, sostituendo lo zio Evasio per il mancato accordo economico. Carlo Giovanni, marchese di San Giorgio e figlio di Sofia Doria, era socio in affari con il marchese di Cavour per la creazione della prima società di navigazione del Lago Maggiore con una società di Locarno. A Torino, Carlo Giovanni fu socio fondatore della Società Italiana del Gas, proprietario del palazzo Baroni di Tavigliano nella contrada degli ambasciatori e benefattore del Regio Manicomio con la madre Sofia. Nel 2010 fu allestito un cortometraggio sulla vita del principe Borghese con due guide d’eccezione, Paolina Bonaparte ed Evasio Gozzani, all’epoca curatore della galleria Borghese dove ancora oggi si può ammirare la Venere Vincitrice.
È risaputo che Antonio Canova non amasse scolpire ritratti di persone viventi ma, trattandosi di una delle donne più affascinanti e potenti del momento, nientemeno che sorella di Napoleone, non rifiutò la richiesta del principe Camillo II Borghese di ritrarre la moglie Paolina. Sentendo maggiormente il richiamo delle figure dell’antichità greca e latina legate alla mitologia, conciliò mito e realtà secondo la propria poetica dell’unione del Bello ideale e del Bello naturale facendo rivivere Paolina come Venere Vincitrice del pomo d’oro, simbolico premio consegnatole da Paride che la definì la più bella dea nel confronto con Era e Atena. Attraverso la resa veritiera del viso e l’idealizzazione del corpo, senza imperfezioni come deve essere quello di una dea, levigato con acqua di mola, pietra pomice e cera rosata per renderlo palpitante e vivo come “vera carne”, Canova non accolse la convinzione del Winchkellman auspicante l’imitazione fredda e compassata delle statue greche bianchissime (si scoprì poi che ai tempi antichi si usava anche dipingerle), restando fedele alla propria interpretazione personale del neoclassicismo. Se avesse accettato i dogmi intellettualistici avrebbe rischiato di perdere la libertà di espressione che definisce lo stile personale di un artista, anticipando la nascita della filosofia estetica nata pochi anni dopo la morte del Canova. Paolina Borghese Bonaparte è stata resa immortale grazie al talento dell’artista di Possagno che è riuscito a sprigionare dal marmo lo spirito vitale e sensuale di una donna vivente e al tempo stesso dea.
Armano Luigi Gozzano
Giuliana Romano Bussola 

Monaco come Superga, il disastro aereo del Manchester United

 

Era il 6 febbraio 1958. Il grande Bobby Charlton si salvò, uscì quasi incolume dai rottami dell’aereo e fu uno dei superstiti dello schianto “ma quell’incubo mi accompagna da allora e ha cambiato la mia vita”. Sono passati 68 anni da una delle sciagure più note del calcio che ricorda quella, ancora più tragica, del Grande Torino nel 1949. La squadra di calcio del Manchester United con i “Busby Babes”, soprannome del team, è in volo verso casa dopo aver giocato a Belgrado con la Stella Rossa. Finì 3-3 e gli inglesi si qualificarono alle semifinali della Coppa dei Campioni in virtù della vittoria all’andata per 2-1. L’aereo, un Airspeed Ambassador, fa scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento.

Bufera di neve in corso, pista ghiacciata e piena di fango. Il pilota tenta due volte il decollo ma non ci riesce per il surriscaldamento di un motore. Non desiste, ci prova ancora per la terza volta. Il velivolo parte solo con la potenza dell’altro motore ma la velocità è troppo bassa e non riesce a decollare. Finisce fuori pista e va a sbattere contro un deposito di carburante che esplode. È una strage, viene distrutta una delle squadre più belle della storia del calcio inglese. Perdono la vita 23 dei 44 passeggeri a bordo tra cui otto calciatori del Manchester e tre membri del club inglese. Si salvano nove giocatori tra cui Bobby Charlton, 21 anni, e l’allenatore Matt Busby. “Per giorni mi sono chiesto perché mi fossi salvato, ricorda il leggendario Bobby a 68 anni dalla tragedia, si è trattato solo di fortuna, ero seduto nel posto giusto”. Si trovava infatti nel troncone di aereo che non prese fuoco. A perdere la vita sul colpo, oltre al co-pilota e allo steward, sono otto giocatori e otto giornalisti. Matt Busby tornerà ad allenare lo United e vincerà la Coppa dei Campioni nel 1968 a Wembley con il suo capitano Bobby Charlton.

Filippo Re

nelle foto, il disastro aereo a Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958 – la squadra del Manchester United allenata da Matt Busby