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Una Regione allo specchio

“Piemonte cinquant’anni” è la rappresentazione di mezzo secolo di vita della nostra Regione attraverso più di 200 fotografie in bianco e nero e a colori. Un percorso lungo e complesso che ha scavalcato non solo il Secolo Breve ma addirittura la svolta del Millennio.

“Sfogliando le pagine di questo catalogo – afferma il Presidente del Consiglio regionale Stefano Allasia nella presentazione – è legittimo provare un senso di orgoglio per essere cittadini della nostra regione. Le immagini testimoniano episodi cruciali della storia degli ultimi cinque decenni. Questo percorso, talvolta drammatico talvolta più sereno, rimane tuttavia lontano da intenti celebrativi o autoreferenziali, mirando piuttosto a sviluppare nel lettore una doverosa riflessione sull’identità regionale, che deve attingere alla propria memoria passata per affrontare con determinazione, fiducia e senso di appartenenza comunitario le sfide del presente e del futuro”.

In occasione delle celebrazioni del cinquantenario il Consiglio regionale del Piemonte, con il sostegno della Fondazione CRT, ha promosso la realizzazione di una mostra e di un catalogo fotografico, che l’agenzia Ansa ha curato a partire dai materiali iconografici provenienti dagli archivi storici istituzionali. Il percorso si snoda idealmente attraverso i primi 15 articoli dello Statuto regionale che contengono i suoi principi fondamentali.

“La storia della Fondazione CRT si è sempre intrecciata con quella della Regione Piemonte, accompagnando ogni giorno la vita dei cittadini in molti ambiti: cultura, welfare, ambiente, lavoro, ricerca, innovazione, formazione”, afferma il Presidente della Fondazione CRT Giovanni Quaglia.

“Il volume propone un racconto iconografico sobrio ma autorevole, come l’informazione dell’Ansa, un viaggio nella storia di un Piemonte dalle forti tradizioni, pioniere nella politica e nell’economia come nell’arte e nella cultura. Centocinquanta pagine di fotografie che immortalano la vita della Regione e, con questa, il risultato di cinquant’anni di produzione legislativa e attività di governo”, dichiara Luigi Contu, direttore Agenzia Ansa.

La prima Carta della Regione Piemonte, come quella delle altre 14 Regioni italiane a statuto ordinario, era stata promulgata nel 1971. La revisione e l’aggiornamento del testo sono stati portati a termine il 19 novembre 2004, mentre l’entrata in vigore della nuova carta risale al 22 marzo 2005. Nel 2020 quindi celebriamo non soltanto il cinquantenario della Regione ma anche i 15 anni del nostro nuovo Statuto.

Il racconto della storia del Piemonte dal 1970 al 2020 parte dalle immagini in bianco e nero delle prime legislature e attraverso i numerosi argomenti toccati dallo Statuto (autonomia e partecipazione, sussidiarietà, programmazione, sviluppo economico e sociale, territorio, patrimonio naturale e culturale, salute, casa, tutela dei consumatori, diritti sociali, informazione, pari opportunità, scuola e ricerca, relazioni con l’Europa) arriva alle immagini più recenti del Piemonte di oggi.

La mostra (e il ricco catalogo a colori che la accompagna) saranno presentati al pubblico con un’anteprima virtuale sui canali social di @crpiemonte (Twitter, Facebook, YouTube, sito Web) in occasione delle celebrazioni del cinquantenario lunedì 13 luglio 2020, mentre verranno messi a disposizione dei visitatori nella versione completa (arricchita anche da alcuni video) a novembre 2020, quando sarà celebrato solennemente l’anniversario della firma del primo Statuto della Regione Piemonte (10 novembre 1970) e quello dell’approvazione della sua più recente versione (19 novembre 2004).

Vitale alla guida di Turismo Torino

L’Assemblea Ordinaria di Turismo Torino e Provincia, riunita questa mattina, lunedì 13 luglio, ha nominato Maurizio Vitale quale nuovo Presidente dell’Ente, nonché i membri del Consiglio di Amministrazione.

L’Assemblea ha espresso unanime e sincero ringraziamento al dottor Maurizio Montagnese per “il generoso impegno profuso alla guida dell’ATL negli ultimi 9 anni, durante i quali ha guidato una difficile fase di transizione conclusa creando una struttura solida e con validi professionisti animati da una forte passione per promuovere la città e il suo territorio”. Analogo apprezzamento è stato espresso nei confronti della dottoressa Daniela Broglio che ha lasciato l’incarico di Direttore dopo una lunga e proficua collaborazione iniziata alla fine degli anni ’90.

Il nuovo Consiglio di Amministrazione in rappresentanza degli Enti sarà composto da Maurizio Vitale, Maria Luisa Coppa (Presidente Ascom Torino), Franco Capra (Sindaco di Claviere), Giancarlo Banchieri (Presidente Confesercenti di Torino e Provincia e Confesercenti Piemonte) e Francesca Soncini (Direzione Commerciale e Marketing Extra Aviation, Comunicazione SAGAT).

Ringrazio i soci dell’unanime fiducia che mi hanno accordato – sottolinea Maurizio Vitale. Eredito da Maurizio Montagnese, che ringrazio della sua affettuosa accoglienza, un’azienda sana con un efficace equilibrio economico, finanziario e patrimoniale. Lavorerò affinché Turismo Torino e Provincia renda orgogliosi i propri stakeholder pubblici, appassioni gli interlocutori privati e faccia innamorare del nostro territorio quanti più turisti possibili.”

 “Siamo sicuri – sottolinea Chiara Appendino, Sindaca della Città di Torino – che Maurizio Vitale in qualità di nuovo Presidente dell’ATL proseguirà con impegno e determinazione nella promozione della nostra destinazione nella consapevolezza di ereditare una situazione di risultati positivi seppur, allo stato attuale, frenata dal Covid19; proprio per questo riponiamo massima fiducia nel suo operato al fine di sostenere un settore, quello turistico, che ora più che mai ha bisogno di un forte rilancio per attirare i turisti italiani nei prossimi mesi e gli stranieri dal 2021 in poi”.

Maurizio Vitale Jr, nato a Torino, si laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. Dal 1998 al 2008 eÌ marketing corporate manager in BasicNet, prima ad Amsterdam e poi a Torino. Nel 2006 fonda Movement Entertainment, che negli anni 2012, 2013 e 2014 eÌ stata insignita dal Presidente della Repubblica Italiana della medaglia al valore per l’attività svolta. Porta al successo il Movement Festival e il Kappa FuturFestival, che nel 2019 riceve l’International Music Award come migliore festival del mondo. Nel 2014 costituisce la sede torinese della fondazione Art of Living Italia. Dal 2014 eÌ membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Cavour. Nel 2016 riceve il Premio Bogianen «per aver innovato il panorama dell’intrattenimento cittadino in un’ottica internazionale e aver dato avvio a una nuova formula di imprenditorialità culturale.

Adesso la gauche torinese della collina ha scoperto che le sardine puzzano

Signora mia, l’odore pungente delle sardine può piacere, però qui in collina sta diventando fastidioso, eccessivo. Ebbene sì, signora mia, le sardine puzzano.

È durato poco l’idillio tra la gauche caviar della Torino bene, collinare, ed i maleodoranti esponenti dello spintaneismo (perché di spontaneo c’era poco) giovanile antisalviniano. La sinistra che piace alla gente che piace si è stancata di giocare con i giovanotti un po’ ottusi e tanto ignoranti. È vero che le sardine potevano rappresentare una discreta base elettorale, ma solo a patto di tacere e di limitarsi ad ubbidire. Lasciateci lavorare, hanno spiegato i radical chic. E ne hanno fatto anche una questione generazionale. Voi, le giovani sardine, proseguite con il vostro onanismo post adolescenziale. Noi, la gauche che ha fatto la Holden dopo l’Erasmus, ci occupiamo di questioni serie con Berruto, Verri, Zagrebelsky…

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Adesso la gauche torinese della collina ha scoperto che le sardine puzzano

 

I triage multilingua al pronto soccorso

Per la prima volta in Italia nei Pronto soccorso degli ospedali della Città della Salute di Torino arrivano le “Schede triage multilingua”

 

Nei prossimi giorni esordiranno per la prima volta in Italia nei Pronto soccorso degli ospedali della Città della Salute di Torino le “Schede triage multilingua” per favorire il dialogo tra operatori sanitari ed i cittadini stranieri nell’ottica di una migliore comunicazione, comprensione e soprattutto diagnosi.

I Pronto soccorso degli ospedali della Città della Salute rilevano un continuo incremento di pazienti stranieri che vi accedono, anche alla luce degli ultimi mesi purtroppo contraddistinti dalla pandemia da Covid-19.

Gli infermieri del Triage del Pronto soccorso si trovano quindi spesso in difficoltà poiché possono aver necessità di interagire e porre domande ad un utente che non parla l’italiano. A poco servono gli strumenti, quali i traduttori on-line dei cellulari o i frasari cartacei: il tempo è poco, la condizione d’urgenza richiede tempestività e precisione. Per questa ragione è stato costituito in Azienda Città della Salute (diretta dal dottor Giovanni La Valle) un gruppo di lavoro per l’elaborazione di uno strumento atto ad agevolare la comunicazione tra infermiere e paziente straniero durante il triage. L’iter di raccolta dei dati sanitari, atto a comprendere l’urgenza della situazione, per definire poi il codice di priorità di accesso, rispetta la procedura del Triage Globale, che concatena le domande che il sanitario pone all’utente in modo codificato. Sulla base di questa organizzazione, il gruppo di lavoro, coordinato dal dottor Mario Caserta dell’Area Progetti dell’URP (diretto dalla dottoressa Lia Di Marco), composto da un infermiere di ogni Pronto soccorso (Daniela Camerano per le Molinette, Elisa Lazzeri per il CTO, Ilaria Bergese per il Regina Margherita e Chiara Ferrari per il Sant’Anna), e supportato dagli esperti del GFT – Gruppo di formazione e triage (Silvia Ambrosio e Daniele Marchisio), ha rielaborato lo strumento inizialmente redatto dal GFT a scopo didattico, l’ha adattato alle nuove esigenze ed alle peculiarità dei differenti Pronto soccorso e l’ha sottoposto ad un meticoloso lavoro di traduzione a cura dei mediatori culturali dell’ospedale. Quest’ultima scelta è degna di rilievo poiché, a differenza di un traduttore, il mediatore ha saputo contestualizzare la domanda allo specifico antropologico di provenienza della persona straniera.

Il risultato è un set di 6 schede, per ora in inglese, arabo, cinese, albanese e romeno, anche se sono in corso di traduzione quelle in spagnolo, francese e russo, così composto: la principale, la “scheda delle risposte”, da porre davanti al paziente e che lo stesso usa per indicare le risposte sulla sagoma di un uomo (dove hai male?), la scala del dolore (indica quanto hai male?), gli  intervalli di tempo (da quanto tempo hai male?). A questa si aggiungono 5 schede, una per il sintomo o l’evento principale, e le altre suddivise per distretto anatomico, che riportano le domande da indicare al paziente in modo che quest’ultimo possa leggerne la traduzione nella propria lingua.

Nei prossimi giorni si avvierà la sperimentazione al Pronto soccorso delle Molinette (sotto la supervisione del dottor Franco Riccardini e del dottor Pietro Tuttolomondo) e del CTO, ultimata la quale si aggiungeranno in seguito anche il Regina Margherita, con le schede pediatriche, ed il Sant’Anna, con le schede ostetrico-ginecologiche.

L’interrogativo tra gli addetti ai lavori, anche un po’ per mitigare eventuali timori ricorrenti tra la popolazione, è il seguente: la frase più utilizzata con i pazienti cinesi, sarà “hai la febbre?”. In questo modo verrà posta in modo corretto ottenendo una risposta altrettanto precisa.

 

 

Nel 2019 65678 (dei quali il 12,65% stranieri) sono stati gli accessi totali al Pronto soccorso delle Molinette, 43035 (9,30% stranieri) al Cto, 35040 (19,83% stranieri) al Regina Margherita e 16105 (25,70% stranieri) al Sant’Anna. Le nazionalità che hanno avuto maggiori accessi sono state: alle Molinette la Romania con 2886 (3,84%), Marocco 1209 (1,61%), Albania 806, Perù 588, Egitto 416, Cina 305. Al Regina Margherita: Romania 2793 (6,39%), Marocco 1274 (2,91%), Egitto 607, Albania 600, Perù 567, Cina 449. Al Sant’Anna: Romania 1542 (7,11%), Marocco 772 (3,56%), Nigeria 431, Perù 408, Albania 323. Al CTO: Romania 1492 (3,14%), Marocco 574 (1,21%), Albania 320. A seguire tutte le altre nazionalità.

 

Il civismo autentico di Alex Zanardi

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Anche Papa Francesco ha voluto interessarsi di Zanardi, i politici per fortuna si sono astenuti dalla solita passerella mediatica. Forse solo Pertini sarebbe accorso  al suo capezzale, ma Pertini con la sua limpidezza poteva permetterselo perché aveva stabilito con gli Italiani un rapporto speciale, direi unico. Alex Zanardi è  un grande italiano oltre che uno sportivo eccezionale. E’ uomo che non si è mai arreso di fronte al dolore e alle prove a cui è stato costretto ad assoggettarsi. E’ uno che non molla.

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In una società in cui i valori sono calpestati ed ignorati e tutto si riduce ad un relativismo etico che umilia le coscienze, Zanardi ci ha indicato la via del sacrificio e di valori etici decisivi. Questa in cui viviamo – secondo il laico Valerio Zanone – non è una società laica, ma una società profana senza valori.
E’una società in cui il televisore o l’automobile sono i  riferimenti a cui guardare. Lo si è visto durante la pandemia, quando molti pensavano non tanto a riflettere sul valore della vita e sulla morte che poteva incombere, ma sui ristoranti che dovevano disertare. E’ stato impedito persino di confessarsi o andare in chiesa a pregare singolarmente, quasi privandoci di un diritto sancito dalla Costituzione che è un modello di laicità. Zanardi non so se sia credente o no, certo ci offre un orizzonte di vita in cui il sacrificio e il  dolore sono valori dirimenti molto alti. Simile a lui, in tutt’altro ambito, io ho conosciuto solo il grande invalido della Grande Guerra in cui perse la vista e le mani Carlo Delcroix che già dopo Caporetto andò a parlare con la  sua eloquenza vibrante ed  eccezionale, mostrando i moncherini e invitando alla resistenza sul Piave. Dopo la guerra divenne l’indomito cantore dell’eroismo dei soldati  e  della storia patria.  Ricordo di averlo sentito, già anziano, a Torino in piazza San Carlo nel 1963. Il mio compagno di ginnasio  Minoli, il futuro giornalista, mi disse di  essere rimasto ammirato di questo cieco che cantava la luce degli ideali più alti.  In molti in quella piazza si commossero fino alle lacrime ascoltando la sua parola alata in tempi in cui nessuno parlava di Patria .  In televisione  qualche sera fa c’e’stato chi ha paragonato Zanardi a Delcroix. Mi ha fatto piacere sentire che il nome dell’eroe di guerra non sia stato dimenticato. Nel nuovo secolo Zanardi è la forza  della volontà e del coraggio e del più autentico civismo. Auguri di ripresa al grande sportivo che non si arrende e lotta per la vita.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

La nuova 500 elettrica debutta a Torino

La Nuova 500 elettrica è stata pensata, disegnata e ingegnerizzata a Torino: è un vero prodotto del ‘made in Fiat’ e del ‘made in Torino’, un eccellente esempio della capacità di creare e innovare di cui l’azienda e la città, dove nacque più di 120 anni fa, sono ricchi.

Non poteva dunque che svelarsi al pubblico a Torino la nuova 500 “La Nuova 500 “la Prima” cabrio è la prima open-air a quattro posti e zero emissioni di CO2 del Gruppo.

Martedì 14 Luglio il Mirafiori Motor Village, primo flagship store del Gruppo FCA, ospita il debutto torinese della nuova vettura, dopo la presentazione al Quirinale e a Palazzo Chigi del 3 Luglio. Un appuntamento unico per tutti gli appassionati di motori.

Sono passati 63 anni da quel lontano 4 luglio 1957 quando Fiat presentò al mondo una delle auto più amate: la 500. Il mitico “Cinquino” fin da subito ha saputo affermarsi come love brand, diventando un vero fenomeno di costume e ambasciatore del made in Italy nel mondo. Come negli anni 60 quando la 500 diede vita alla mobilità di massa esaltando il concetto di dolcevita e di spensieratezza, così oggi la Nuova 500 veicola di nuovo positività e ripartenza, diventandone la bandiera e, allo stesso tempo, regalando una nuova dimensione di mobilità urbana elettrica e sostenibile.

Dalle 18.30 del 14 Luglio il Mirafiori Motor Village di Piazza Cattaneo a Torino, ospiterà la presentazione ai clienti della vettura. A causa dell’emergenza sanitaria l’accesso del pubblico all’evento sarà possibile solo su prenotazione. Tel. 011 19620438

Dopo il covid Torino tra i centri più green d’Italia

I risultati della prima indagine periodica di settore sulle fiere B2B di Padova Hall

 

FORESTE URBANE, ORTI E VERDE SOCIALE: COSÌ, DOPO IL COVID, CAMBIA IL VERDE NELLE CITTÀ TUTTI I TREND NEL «FLORMART GREEN CITY REPORT»

 

Un’azienda vivaistica su due denuncia un calo degli ordini dopo il lockdown, ma la maggioranza crede nella ripresa. Milano e Torino tra le città più green d’Italia. Bene Bolzano e Padova. Il direttore generale di Padova Hall Veronesi: «Con questa prima indagine Flormart pioniera di un percorso di accompagnamento di tutto il settore»

 

 

Foreste urbane, orti, giardini comunitari e parchi per svolgere attività fisica. Sono queste le principali tendenze legate al verde urbano che influiranno sullo sviluppo futuro delle nostre città. Ma sottocasa con ogni probabilità non troveremo un numero maggiore di alberi e piante, bensì una riqualificazione attenta dell’esistente, soprattutto per un suo utilizzo sociale. Perché molti centri urbani di verde già ne hanno e alcune città italiane si stanno muovendo meglio di altre in questo ambito: Milano e Torino su tutte, poi Padova e Bolzano.

 

A definire questo quadro gli operatori della filiera green nazionale che, con i loro orientamenti hanno contribuito a realizzare il Flormart Green City Report, la prima delle indagini periodiche sui settori di riferimento delle fiere B2B che Padova Hall, società proprietaria del marchio Fiera di Padova, ha voluto lanciare nell’ambito del progetto “Data Monitor”. Il report, i cui risultati sono stati presentati martedì 30 giugno nel corso del Flormart OnLife Roadshow, appuntamento online dedicato a tutti gli attori della filiera, offre una visione sul verde urbano e sui suoi utilizzi, e raccoglie il punto di vista di un campione di 157 addetti al settore tra produttori, progettisti, agronomi, amministratori e accademici. La rilevazione, basata sull’analisi di dati raccolti a giugno 2020, è a cura di GRS Research & Strategy.

 

«Con Flormart Green City Report inizia un percorso che Fiera di Padova ha intrapreso per rimanere accanto alle imprese e ai protagonisti delle nostre manifestazioni per tutto l’anno», spiega Luca Veronesi, direttore generale di Padova Hall. «Flormart è pioniera di questa iniziativa che coinvolgerà anche TecnoBar&Food e Green Logistics Expo: sul settore del verde svilupperemo una seconda rilevazione a fine estate e una terza prima del Flormart City Forum dell’1 dicembre, quando i dati potranno fornirci indicazioni ancora più precise sull’evoluzione in atto dei trend».

 

I dati dell’indagine

 

Secondo gli operatori le tendenze e gli orientamenti per il prossimo futuro vanno verso un utilizzo sociale del verde: foreste urbane (secondo il 50% del campione), giardini e parchi ricreativi (39%), orti e giardini comunitari (38%). Alla domanda su quali città stanno mettendo in campo le politiche più efficaci in tema di verde urbano le risposte sono Milano (per il 23,1%), Torino (22,8%), Padova (9,2%) e Bolzano (8,8%).

 

L’outlook del settore è per lo più stabile: piante, progettazione e manutenzione del verde sono considerati mercati in crescita. Più in affanno i settori che riguardano macchine e arredo ludico/sportivo. Gli effetti della pandemia causata dal Covid-19 si sono fatti decisamente sentire nel settore: per tre rispondenti su quattro l’emergenza è stata molto o abbastanza impattante. Le aziende della filiera lamentano soprattutto una forte riduzione degli ordini (46%) e mancanza di risorse finanziarie (37%) tra i problemi più urgenti in questa fase. Sono buone però le valutazioni in merito alla reazione del comparto. Metà dei rispondenti ha espresso un giudizio intermedio (49%), ma la maggior parte dei restanti (34%) si è espressa positivamente.
Per quanto riguarda le previsioni sulla ripresa del settore la maggioranza (70% circa) è convinta che avverrà entro la fine del 2021. L’indagine completa è scaricabile sul sito: www.flormart.it.

 

In Veneto l’aiuto della Regione

 

Alla presentazione del primo Flormart Green City Report è intervenuto anche l’assessore all’agricoltura della Regione Veneto Giuseppe Pan, che ha fatto il punto sulle nuove iniziative prese dalla Giunta regionale a sostegno del settore primario. «Gli effetti della pandemia e del lockdown hanno colpito i settori del primario con sensibili cali di fatturato ma ci sono filiere, come l’agriturismo e il florovivaismo, che più di altre hanno subito i contraccolpi economici della crisi. Per questo la Regione ha deciso di mettere a disposizione finanziamenti a costo zero fino a 50 mila euro per le Pmi agricole del Veneto. Ma anche una nuova sovvenzione diretta fino a settemila euro per azienda agricola» aggiunge l’assessore. «L’iniziativa è finanziata grazie ad una modifica del Programma di Sviluppo Rurale con 23 milioni di euro per dare liquidità alle imprese agricole più colpite dall’emergenza Covid-19. Il provvedimento passa ora per l’approvazione al Consiglio regionale, che sono sicuro vorrà rispondere in tempi celeri alle necessità delle nostre imprese».

 

Flormart City Forum e nuova edizione del salone nel 2021

 

Intanto Flormart non si ferma. L’edizione 2021 del salone del florovivaismo sarà infatti anticipata da Flormart City Forum, evento che si terrà il prossimo 1 dicembre alla Fiera di Padova e in cui saranno presentate alcune delle novità del salone. Ma continuano anche i Flormart OnLife Roadshow, appuntamenti online che coinvolgono gli operatori del settore toccando i temi più sensibili di questo anno particolare, confermando il ruolo di Flormart come punto di riferimento per aziende, associazioni, enti pubblici e professionisti. Il percorso culminerà poi con la manifestazione fieristica internazionale che si terrà dal 22 al 24 settembre 2021.

 

Il progetto Data Monitor

 

I «Data Monitor» sono indagini periodiche promosse da Padova Hall e realizzate in partnership con la società specializzata GRS Research and Strategy. Il progetto nasce con l’obiettivo di fotografare l’andamento dei settori di riferimento delle manifestazioni fieristiche B2B per anticipare i trend di sviluppo e fornire elementi di approfondimento utili a tutta la community coinvolta. La collaborazione ha preso avvio con Flormart e proseguirà con TecnoBar&Food e Green Logistics Expo.

 

Srebrenica, venticinque anni dopo il genocidio

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L’11 luglio di venticinque anni fa, nella calda estate del 1995, nel cuore del Balcani sconvolti dalla guerra cadde Srebrenica e iniziò l’ultimo massacro del ‘900 in Europa. In quella cittadina tra le montagne della Bosnia nord-orientale, enclave musulmana a pochi chilometri dalla Drina, oltre diecimila musulmani bosniaci maschi, tra i 12 e i 76 anni,vennero catturati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi. Fu un genocidio, riconosciuto tale dal Tribunale internazionale per i criminini nella ex-Jugoslavia dell’Aja. Vogliamo ricordare quel dramma atroce con il racconto di un viaggio della memoria a Srebrenica con un gruppo di studenti piemontesi. L’autore, il nostro collaboratore Marco Travaglini, è da sempre un attento osservatore delle questioni balcaniche alle quali ha dedicato molti articoli e i libri “Bruciami l’anima” e “Bosnia, l’Europa di mezzo.Viaggio tra guerra e pace,tra Oriente e Occidente”.

 

Un giorno a Srebrenica

di Marco Travaglini

La strada da Tuzla a Srebrenica è tutta a curve e tornanti e si snoda, per la maggior parte, nel territorio  della Republika Srpska. Oltrepassata  la periferia urbana di Tuzla, all’improvviso il paesaggio cambia. C’è molto verde, con boschi e prati. S’attraversano piccole borgate contadine con i segni del conflitto ancora evidenti sui muri delle case. S’avverte la povertà tra i panni stesi, i mucchi di letame secco e  le stoppie. Unica presenza quasi continua, di là dal ciglio della strada, sono le lapidi di irregolari  cimiteri. Le indicazioni stradali sono in cirillico. Da tanti anni, in questo angolo di Balcani, non si spara e non si muore  più, se non ci si avventura sconsideratamente tra i boschi ancora infestati dalle mine , ma la cappa di diffidenze, rancori e  odio resta appiccicata nell’animo delle persone. Del resto è difficile perdonare ciò che appare imperdonabile nel fondo delle coscienze di chi ha subito i torti e le violenze peggiori . Le distanze assumono una dimensione concreta, fisica se si pensa a quella mostruosità d’ingegneria istituzionale  rappresentata da una confederazione di due repubbliche basata sulle differenze etnico-religiose: da un lato la Federazione di Bosnia Erzegovina a maggioranza croato-bosniaca e di religione musulmana, dall’altro la Repubblica Srpska ( per alcuni “la piccola Serbia” di Bosnia) di religione ortodossa. Due mondi che faticano a comunicare, quando non si guardano in cagnesco. Due realtà separate, come ho letto in un reportage sul portale ecologista “Terra News”, “da una linea invisibile lunga più di mille chilometri. Non è mai segnalata, eppure ha un nome ben preciso: si chiama Ielb, Inter-entity boundary line, e ricalca più o meno fedelmente il fronte di guerra del 1995. Da quel momento in poi, il confine tra i due stati confederati non ha più avuto alcun bisogno di essere indicato. Tanto lo conoscono tutti: è rimasto scolpito in ogni ruga, in ogni memoria. La Ielb è la stessa linea che quel maledetto 11 luglio del 1995 i bosniaci in fuga cercarono disperatamente di raggiungere, passando per i boschi”. Dall’altro lato c’erano i luoghi che ci siamo lasciati alle spalle: il territorio libero di Tuzla, controllato dall’armata repubblicana bosgnacca, e quindi la salvezza. Per migliaia restò un miraggio e furono uccisi sul percorso della “marcia della morte” dalle truppe paramilitari serbe sguinzagliate sulle loro tracce dal generale Ratko Mladić, il boia condannato all’ergastolo dal Tribunale internazionale dell’Aja insieme all’altro criminale di guerra, Radovan Karadžić. Di lui si ricordano frasi agghiaccianti come “le frontiere sono sempre state tracciate col sangue e le nazioni delimitate dalle tombe”. Nell’ordinare la strage di Srebrenica Mladić raccomandò ai propri uomini di uccidere solo gli uomini perché “le loro donne devono vivere per soffrire”. Sono gli stessi uomini, ragazzi e vecchi i cui nomi sono impressi nell’enorme lapide di pietra che circonda la grande pagoda del Memoriale di Potočari . E’ lì che stiamo andando. Il pullman ci mette quasi tre ore a coprire una distanza di circa cento chilometri. I ragazzi chiacchierano, ridono, scherzano. Alcuni sono assorti nell’ascolto dell’iPod. Qualcuno dorme.  Arriviamo a Potočari e lasciamo il pullman a qualche centinaio di metri dal memoriale. Sono da poco passate le undici del mattino e fa molto caldo. Tra le file delle  steli bianche e verdi delle lapidi s’aggirano anziane donne. Camminano sotto il sole, ognuna  con la sua  bottiglietta d’acqua in mano. Si rimane sbalorditi dal senso di pace e dal silenzio. S’avverte appena il brusio, sommesso, della preghiera di un gruppo di musulmani raccolti con il loro mullah sotto la grande cupola della moschea all’aperto. La visita prosegue con l’intervento dei rappresentanti della municipalità di Srebrenica e la posa di una corona d’alloro del Consiglio regionale ai piedi della  lapide  con inciso 8372″. E’ il numero delle vittime, che corrisponde a quello ipotizzato quando venne aperto il memoriale. In realtà la cifra più attendibile è di oltre diecimila morti. Terminata la cerimonia si attraversa la strada per visitare l’ex-fabbrica delle batterie che fu la  base dei caschi blu dell’ONU, luogo dove si consumò la pulizia etnica nei giorni della vergogna. Il contrasto è netto. Se fuori fa caldo e la luce è accecante, dentro fa freddo ed è semibuio. La fabbrica, pur mantenendo gli ambienti originali con i grandi capannoni,  è diventata un museo. Sui muri ci sono le fotografie dell’assedio di Srebrenica, dei militari, delle fosse comuni. Alcuni pannelli raccontano  le storie di alcune delle vittime e accanto, dentro delle teche di vetro illuminate, ci sono gli oggetti personali che sono stati trovati accanto ai loro corpi. Ciò che resta di un orologio, un pacchetto di sigarette, un anello, un piccolo quaderno. Oggetti semplici, quotidiani, che fanno parte delle storie semplici di vite spezzate. Sui muri ci sono ancora le scritte e i disegni osceni dei militari olandesi. Gli stessi che avevano il compito di proteggere gli sfollati e non alzarono un dito. Ci sono anche due video. Il primo mostra quello stesso cortile nel primo pomeriggio dell’11 luglio 1995. È ingombro di automezzi  carichi di anziani, donne e bambini attorniati da paramilitari serbi e caschi blu olandesi. Le donne vengono separate dagli uomini con la collaborazione degli stessi caschi blu, forse impauriti da una possibile reazione. Poi i maschi spariscono per sempre nei boschi e le donne vengono selezionate: quelle più giovani sono portate all’interno, dove tuttora è intatta la ‘infertivno dom’, la stanza dell’inseminazione, corredata dalle scritte che sui muri celebrano orari e protagonisti di ogni stupro. Viene voglia di voltare lo sguardo ma gli occhi rimangono incollati alle immagini. Quelle donne, ferite e coraggiose,  sono le stesse donne che da tanti anni aspettano di ritrovare il corpo dei loro cari, ostinandosi a visionare ogni reperto trovato e effettuare gli esami del dna. E’ grazie a loro se tutto ciò oggi può essere raccontato. Al loro  dramma il Tribunale dell’Aja non ha mai riconosciuto un indennizzo di guerra poiché quel genocidio, si è detto, fu opera di singoli e non del governo serbo. Ed eccoli, nel filmato del documentario,i “singoli”: dagli “Scorpioni”, truppe paramilitari d’assalto, alle milizie di Mladić, il “boia di Srebrenica”. Si filmano da soli, in preda a un delirio di onnipotenza,  per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosnacchi disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alle frasche, gli sparano. Nel filmato si comprende bene la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere così allo stress di una mattanza. In questo caso di un genocidio. E’ una richiesta allucinante: “abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”. Le immagini scorrono, incollando gli sguardi allo schermo. Il silenzio si fa ancora più assordante. Di tanto in tanto un rumore metallico ( basta appoggiarsi  o inciampare in qualche struttura per provocarlo e  amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento) lo  spezza , facendo sobbalzare i ragazzi. L’atmosfera è pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi. Non sono pochi quelli che, pur cercando in qualche modo  di mascherarlo, non reggono allo stress emotivo e piangono. In fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi  da  queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Mi sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca  di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta “Memorie di una testa tagliata”. Parole che fanno riflettere a Srebrenica. “Chi è che sa di che siamo capaci tutti,vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”. Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alle pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna nulla nonostante ci offra un’infinità di cose sulle quali riflettere. Quando si esce dai capannoni  sotto il sole caldo e accecante sono quasi le tredici. E’ come s’uscisse da una tomba. Gli sguardi sono persi, attoniti, provati. I ragazzi salgono sul pullman ammutoliti. Difficilmente dimenticheranno ciò che hanno visto. Si  passa veloci dal centro di Srebrenica, si svolta e si torna indietro, costeggiando il grande cimitero dove ci sono ancora moltissime tombe provvisorie. Secondo i precetti musulmani, le steli  di legno verde devono anticipare di un anno la lapide definitiva in marmo bianco. Ma sopra ognuno di quei legni verdi,  c’è un nome e un cognome. E ci sarà qualcuno che, finalmente,  potrà ritrovarsi lì per piangere un padre, un marito o un figlio. Ci si lascia alle spalle, silenziosi, il cuore della memoria rimossa dell’Europa, mentre il sole s’avvia con una  lentezza esasperante verso il tramonto a ovest. Nella stessa nostra direzione. C’è chi fa notare che , a poche centinaia di chilometri , oltre l’Adriatico, c’è l’Italia. Non troppo lontana e ugualmente europea , anche se pare un altro mondo.

“Spesa sospesa”, da Carrefour 22 mila euro a Torino

Grazie alle donazioni dei clienti, sommate ad una donazione dell’azienda e ad una da parte del testimonial d’eccezione Federico Bernardeschi, è stata raccolta – in poco più di due mesi – una cifra importante trasformata in Gift Card per aiutare le famiglie più bisognose in un momento di particolare difficoltà economica e sociale

Tra le Regioni più virtuose il Piemonte, che ha raccolto oltre 50mila euro, di cui oltre 22mila a Torino

Milano, 9 luglio 2020 – “Aiutaci ad aiutare”: questo lo slogan dell’iniziativa di solidarietà “Spesa SOSpesa” che ha coinvolto tutti gli oltre 1.400 punti vendita di Carrefour Italia sul tutto il territorio nazionale e ha spronato la generosità di migliaia di clienti, arrivando a raccogliere oltre 500.000 euro a favore della Fondazione Banco Alimentare.

La donazione, composta dai 373.606 euro raccolti grazie ai clienti, al quale si è aggiunta una donazione di 100mila euro da parte di Carrefour Italia ed una donazione pari a 30mila euro da parte del testimonial Federico Bernardeschi – noto calciatore italiano che ha supportato con grande entusiasmo l’iniziativa – è stata trasformata totalmente in Gift Card che i Banchi Alimentari regionali possono utilizzare per l’acquisto degli alimenti di cui più difficilmente dispongono e distribuire alle strutture caritative convenzionate che offrono aiuti agli indigenti.

Il progetto ha promosso una condivisione di valori tra l’azienda e i suoi clienti, che potevano decidere di donare, al momento del pagamento in cassa, 2, 4, o 6 euro a favore della Fondazione Banco Alimentare. Obiettivo della spesa SOSpesa, attiva dal 20 aprile e conclusasi il 30 di giugno, è stato promuovere un’azione concreta e capillare per contenere il più possibile il problema della povertà diffusa nel nostro Paese, in uno scenario post-emergenza sanitaria particolarmente complesso dal punto di vista socio-economico.

Tra le Regioni più virtuose spicca il Piemonte, terza per valore delle donazioni, che hanno raggiunto oltre 50mila euro, di cui quasi metà provengono dalla città di Torino, che ha raccolto 22.148 euro

L’iniziativa, nata prendendo spunto dall’usanza napoletana del caffè sospeso, ha visto impiegare la medesima logica solidale all’interno della Grande distribuzione. La scommessa proposta ha dato ottimi risultati, grazie alla stretta collaborazione e al lavoro di squadra tra tutte le divisioni dell’azienda, all’impegno in prima linea dei collaboratori nei punti vendita e all’accoglienza favorevole dei consumatori. Molti clienti abituali hanno infatti abbracciato la causa, ripetendo la donazione più volte, a dimostrazione di come la solidarietà sia un valore sposato da tutta la comunità Carrefour e di come ci renda più vicini nella riscoperta della nostra umanità.

“La spesa SOSpesa a favore di Fondazione Banco Alimentare si inserisce in un più ampio piano di azioni concrete che abbiamo messo in atto per supportare in maniera capillare su tutto il territorio le persone più in difficoltà, soprattutto in questo momento di emergenza economica e sociale. In questo periodo è infatti emerso in maniera significativa il problema della povertà alimentare e Carrefour, come azienda dal respiro internazionale ma impegnata fortemente a sostegno delle comunità locali, vuole giocare la sua parte e questo è solo un piccolo passo in quella direzione.” – ha dichiarato Gérard Lavinay,  Amministratore Delegato e Presidente di Carrefour Italia – “Come Carrefour abbiamo a cuore le persone e il loro diritto ad una nutrizione di qualità e conveniente. Per questo, oltre ad iniziative di sostegno alle fasce più fragili della popolazione, ci impegniamo a garantire a tutti i nostri clienti l’accesso a prodotti a nostro marchio convenienti e di alta qualità, come ad esempio in occasione della nostra ultima campagna “Prezzi più buoni”.

“L’iniziativa solidale “Spesa SOSpesa” di Carrefour ha portato risultati straordinari, che ci confermano un diffuso senso di solidarietà e una grande consapevolezza della tragicità del momento che stiamo vivendo, – afferma Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus. – Siamo profondamente grati a Carrefour e ad ogni persona che ha preso parte all’iniziativa, perché ogni piccolo contributo risulta fondamentale. Purtroppo la situazione non migliorerà nel breve periodo e sarà fondamentale continuare ad essere uniti e consapevoli affinché nessuno venga lasciato indietro.”

Stato di emergenza e libertà

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Lo stato di emergenza verrà prorogato dal presidente  del  consiglio al 31 dicembre 

La situazione attuale della pandemia in Italia, a meno che ci nascondano dei dati, difficilmente giustifica un provvedimento del genere. Dobbiamo essere tutti disciplinati e non possono essere ammessi comportamenti difformi dalle regole perché la salute e la vita sono valori prioritari.
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Ma non si può non pensare che una proroga del genere possa avere contraccolpi sulla democrazia e sulla libertà degli Italiani. Non basta una dichiarazione del presidente del Consiglio, ci vogliono motivazioni anche giuridiche e un voto del Parlamento come avvenne persino nella Repubblica illiberale di Ungheria. Non voglio mettere a priori in dubbio la buona fede di Conte, ma certo questo prolungamento allarma perché sarebbe un modo per prolungare la vita del governo per via sanitaria ed impedire di fatto libere elezioni. E’ meglio essere chiari subito prima di dover rimpiangere la perduta libertà che è un valore altrettanto importante rispetto a quello della vita, come ci insegna il Catone  dantesco e l’Ortis foscoliano, esempi dimenticati di un modo altamente etico di affrontare la vita con dignità.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com