SALONE DEL LIBRO

Regione Piemonte protagonista al Salone del libro

La Regione Piemonte è stata protagonista al Salone internazionale del Libro 2026 con una presenza rinnovata, più strutturata e visibile, orientata alla valorizzazione del patrimonio culturale come elemento fondamentale per lo sviluppo, la coesione e la crescita dell’intero territorio.

Innanzitutto, l’Arena Piemonte (Padiglione 2 M01L02) ha cambiato volto. La Regione, tramite la Fondazione Circolo dei lettori, l’ha completamente ripensata. L’allestimento si è evoluto da zona espositiva a luogo contemporaneo di incontro, racconto e produzione culturale, in base ad una precisa scelta strategica: costruire un luogo riconoscibile, aperto, immersivo e autorevole, capace di rappresentare il ruolo che il Piemonte vuole assumere oggi nel panorama culturale nazionale. All’ingresso dell’Arena, un grande libro monumentale e iperrealistico ha accolto i visitatori trasformandosi in una vera e propria architettura sensoriale. Un varco simbolico e fisico che ha introdotto il pubblico in un percorso immersivo fatto di luci, suoni, immagini e contenuti multimediali. All’interno del volume e sui ledwall laterali si è sviluppato il racconto cinematografico e culturale del Piemonte: sequenze di film realizzate sul territorio dialoganti con immagini che attraversano le Alpi, i laghi del Novarese, le colline del Monferrato e le risaie del Vercellese nel corso delle stagioni. Le immagini intrecciavano con le parole di grandi autori che hanno raccontato il Piemonte nelle loro opere – da Natalia Ginzburg a Mark Twain, da Ernest Hemingway a Beppe Fenoglio, da Sibilla Aleramo a Giorgio Bocca, fino a Stendhal e Francesco Petrarca – restituendo il profilo di un territorio capace di generare cultura, immaginario e identità. L’intero spazio è stato concepito per superare una visione puramente istituzionale dell’allestimento fieristico, trasformando l’Arena Piemonte in un luogo vivo e partecipato, capace di mettere in relazione linguaggi culturali diversi, territori, istituzioni, autori e pubblico.

«Abbiamo voluto ripensare completamente l’Arena perché il Piemonte voleva essere ancora più riconoscibile – hanno sostenuto il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Cultura Marina Chiarelli – La nuova Arena ha rappresentato una scelta precisa: affermare con forza il ruolo che il Piemonte vuole avere oggi all’interno del sistema culturale nazionale. Abbiamo scelto uno spazio contemporaneo, immersivo e identitario, capace di raccontare una Regione che investe nella cultura come leva strategica di sviluppo, crescita e partecipazione. Uno stand non solo istituzionale o celebrativo, ma un luogo vivo, aperto e dinamico, dove si producono relazioni, confronto e produzione culturale contemporanea. Il nuovo allestimento ha raccontato questa visione: un’Arena pensata per essere immediatamente riconoscibile, capace di parlare linguaggi contemporanei e di restituire al Piemonte una presenza forte e centrale all’interno del Salone del Libro».

Nell’intervento alla conferenza stampa finale, l’assessore Chiarelli ha sostenuto che «la vera forza di questo Salone è stata la capacità di fare sistema. La sinergia costruita tra istituzioni, operatori culturali, editori, territori, partner e tutte le persone che hanno lavorato dietro le quinte ha dimostrato che quando il lavoro viene fatto bene e insieme i risultati arrivano. È questa la differenza che il Piemonte ha voluto dimostrare. Grazie all’investimento della Regione e a una collaborazione sempre più forte tra tutti i soggetti coinvolti, questa edizione ha saputo mettere al centro la cultura, facendo prevalere contenuti, partecipazione e qualità. I numeri confermano una crescita importante del Salone, ma il dato più significativo è vedere migliaia di giovani partecipare agli incontri, confrontarsi e cercare strumenti per interpretare il presente. La cultura non è un settore marginale: è una infrastruttura strategica capace di generare crescita, lavoro, identità e coesione sociale. Il successo di questa edizione, senza polemiche, non rappresenta un punto di arrivo. Da domani – ha concluso – si torna al lavoro per costruire la 39ª edizione con l’ambizione di renderlo ancora più internazionale, partecipato e vicino alle nuove generazioni».

Per il presidente Cirio «ancora una volta il Salone è stato una straordinaria occasione di confronto, libero pensiero e cultura e anche di economia per la nostra città e il nostro Piemonte. Sono cresciuti i visitatori, gli espositori, sono aumentate le adesioni delle scuole e i partecipanti agli eventi: i numeri quindi ci confermano un ennesimo successo e noi, in qualità di soggetti organizzatori attraverso il Circolo dei Lettori, siamo molto soddisfatti, perché sono anche i numeri a certificare l’effettiva portata di un evento, che è a pieno titolo il più grande evento culturale dedicato al libro in Italia e tra i primi in Europa». A una domanda dei giornalisti sulle polemiche politiche il presidente ha risposto che «il Salone è il luogo in cui meglio si realizza ciò che è scritto nella nostra Costituzione, ovvero la garanzia di libertà di pensiero da parte di tutti. E dunque ben vengano le libere opinioni. L’unica cosa che mi ha fatto sorridere – e, ripeto, lo dico sorridendo – è che mai come quest’anno abbiamo assistito a una sfilata di tanti politici della sinistra italiana che sono venuti a far politica al Salone per dirci che non bisogna far politica al Salone. Ma questo è il bello della democrazia».

La Regione ha chiuso l’edizione 2026 con un bilancio estremamente positivo, confermando il proprio ruolo centrale all’interno di uno dei più importanti appuntamenti culturali europei. Gli spazi della Regione, con quasi 200 appuntamenti, si sono confermati i luoghi simbolo del Salone: immersivi e contemporanei, pensati per raccontare il Piemonte attraverso cultura, idee, libri, cinema, memoria, innovazione e nuove generazioni. Un successo la partecipazione di pubblico e un forte interesse su temi che hanno spaziato dalla lettura ai giovani, dall’editoria all’innovazione, dal cinema alla formazione, fino ai territori e alle nuove politiche culturali con filo conduttore la valorizzazione della lettura come strumento di emancipazione e crescita. Un territorio che legge è un territorio che innova e che sa tenere unite le diverse generazioni.

Cosa è successo in Arena Piemonte Spazio Arancio Spazio Argento Spazio Editori piemontesi Nel Padiglione Bookstock è ritornato Nati per Leggere Piemonte, progetto sostenuto dalla Regione e dedicato a bambine e bambini da 0 a 6 anni.

L’impegno della Regione si è tradotto anche in azioni concrete a sostegno dei lettori più giovani. Tornata l’iniziativa del “Buono da leggere“, pensata per avvicinare i ragazzi al mondo del libro e sostenere la filiera editoriale. Sono stati tremila i voucher da 10 euro messi a disposizione dei giovani visitatori, utilizzabili per l’acquisto di libri negli stand, a cui si affiancano i buoni destinati alle scuole: dieci voucher da 10 euro per ogni classe delle scuole dell’infanzia e primarie, fino a esaurimento dei fondi. Si è trattato di un incentivo economico che riflette una scelta politica precisa: investire su chi legge oggi per formare i cittadini consapevoli di domani. Dare agli studenti la possibilità di scegliere, sfogliare e portare a casa un libro significa garantire un fondamentale diritto di cittadinanza culturale.

Salone del libro da sold out con 254.000 visitatori

Il mondo salvato dai ragazzini

 

La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro si conclude oggi, lunedì 18 maggio. Cinque giorni con 254.000 persone che hanno incontrato ospiti da tutto il mondo e case editrici in un’atmosfera di gioia e partecipazione, per tracciare parole nuove, sguardi sul mondo e per festeggiare l’appartenenza a una grande e variegata comunità di lettrici e lettori.

 

Oltre 1.000 spazi espositivi36 sale incontro e 8 laboratori, il 40% degli appuntamenti in calendario sold out, circa 132.000 visitatori e visitatrici hanno partecipato agli incontri organizzati nelle sale, oltre 1.100 appuntamenti sul territorio in quasi 400 spazi con il Salone Off. Nell’anno de Il mondo salvato dai ragazzini, i giovani sono stati ancora più protagonisti: la partezipazione delle scuole ha raggiunto34.500 presenze tra studenti e accompagnatori, con un aumento del 25% rispetto alla precedente edizione.

 

Il Salone del Libro quest’anno ha accolto 254.000 visitatori tra i padiglioni 1, 2, 3, 4, il nuovo padiglione 5, l’Oval, il Centro Congressi e la Pista 500, progetto artistico sviluppato dalla Pinacoteca Agnelli, il Centro Commerciale Lingotto e Uci Cinemas. Per la prima volta l’affluenza del giovedì ha superato le 40.000 presenze, quella del venerdì le 50.000 e quella del sabato le 70.000. Grandi numeri anche per il Salone Off, la festa del libro partecipa, diffusa e inclusiva a Torino, nella Città Metropolitana e in Regione, che quest’anno ha compiuto ventidue anni.

 

Il Salone appena trascorso è stato raccontato nel pomeriggio in Sala Oro (Oval) da: Silvio Viale, Presidente dell’Associazione Torino, la Città del Libro; Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione Piemonte; Domenico Carretta, Assessore allo Sport, ai Grandi eventi, al Turismo e al Tempo libero della Città di Torino; Alessandro Isaia, Segretario Generale Fondazione per la Cultura Torino; Giulio Biino, Presidente Fondazione Circolo dei lettori; Annalena Benini, Direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino; Simona Baldassarre, Assessore alla Cultura, Pari Opportunità, Politiche giovanili e della Famiglia, Servizio civile della Regione Lazio, Regione ospite d’onore Salone del Libro 2027; Anna Guitart, Direttrice dell’Institut Ramon Llull, Letteratura Catalana, ospite d’onore Salone del Libro 2027 e Piero Crocenzi, Amministratore delegato di Salone Libro s.r.l.

 

Durante la conferenza è stata annunciata la letteratura catalana Ospite d’Onore al Salone del Libro 2027 e il Lazio Regione Ospite d’Onore del Salone del Libro 2027.

 

I grandi eventi di Il mondo salvato dai ragazzini. Sale piene e incontri sold out: è il bilancio della XXXVIII edizione del Salone del Libro. Un pubblico caloroso ha invaso le sale e gli stand e ha atteso con pazienza di incontrare e salutare le autrici e gli autori e di tornare a casa con una firma o dedica sulla copia acquistata. Tra gli eventi internazionali con maggiore affluenza e amati dal pubblico: Bernie SandersZadie Smith, Emmanuel CarrèrePeter CameronKiran DesaiLászló Krasznahorkai, Boualem SansalValeria Luiselli, David Grossman, Leila Guerriero, Nathacha Appanah, Ece TemelkuranIrvine WelshLea Ypi, Aline Bei, Simon Mason, Petros Markaris, Ayşegül Savaş, Hervé Tullet, Magali Bonniol. Tra quelli italiani: Stefania Andreoli, Roberto Baggio, Marco Bellocchio, Alessandro Baricco, Alessandro Barbero, Daria Bignardi, Luca Carboni, Concita De Gregorio, Fiorello, Jovanotti, Luciano Ligabue, Mara Maionchi, Cecilia Sala, Roberto Saviano, Patrizia Valduga, Zerocalcare.

 

Romance Pop Up. La seconda edizione del Romance Pop Up, ma la prima con un biglietto dedicato e due giorni di appuntamenti, ha accolto 6.500 lettrici (e qualche lettore). Sono circa 30.000 i libri firmati durante i Meet&Greet su prenotazione e gli eventi (altra novità di questa edizione) hanno visto la partecipazione di 3.000 persone alle presentazioni di libri e alle due proiezioni cinematografica. Con la partecipazione di 72 autrici (e 2 autori)23 appuntamenti e 2 proiezioni, il Romance Pop Up è stata una delle scommesse di questa edizione, un progetto partito dall’ascolto di un pubblico nuovo, che ha risposto con grande entusiasmo a questa avventura.

 

La prossima edizione. Il Salone tornerà ad accogliere editori, lettrici, lettori, autori e autrici dal 13 al 17 maggio 2027. Torna anche il Rights Centre dal 12 al 14 maggio 2026

Fiorello il mattatore conquista il Salone del Libro

Quarta giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino, domenica mattina: un incontro affollatissimo e accolto con grande calore dal pubblico, con protagonisti Aldo Grasso e Fiorello attorno al libro Cara televisione. Un dialogo che, pur partendo dalla riflessione sulla televisione italiana, si è progressivamente spostato attorno alla figura di Fiorello, vero motore scenico dell’incontro.
Fin dall’avvio la scena si ribalta. Voce fuori campo: “Siete caldi? Siete pronti?”. Poi l’irruzione di Fiorello sul palco, che prende subito il controllo dell’atmosfera. Il pubblico reagisce con entusiasmo come a un’apertura di spettacolo.
Dietro di lui entra Aldo Grasso, ma il copione si capovolge immediatamente: Fiorello si gira, lo blocca e dice “Eh no, ti devo presentare io. Io devo presentare il protagonista di questo incontro”, introducendolo come il “famoso critico temuto da chi fa il mio mestiere”. La sala esplode tra risate e applausi.
Da subito si crea anche un filo continuo con la traduttrice della lingua dei segni, presente sul palco. Fiorello la coinvolge continuamente: le chiede come si “dice” Fiorello e come si “dice” Grasso, prova i gesti, li ripete, torna a domandare, incuriosito da ogni passaggio. È un continuo siparietto che diventa parte integrante dello spettacolo, con il pubblico coinvolto anche attraverso la traduzione stessa.
Subito dopo arriva anche l’autoironia: “Ieri ho compiuto 66 anni, fra quattro anni ne farò 70 e arriverò qui dentro con il girello”, dice, scatenando le risate della sala.
Racconta subito come la sua formazione televisiva sia nata da spettatore da ragazzino: il suo imprinting arriva dai grandi varietà visti in famiglia, quando la televisione era un rito collettivo e la visione era condivisa da tutti nello stesso momento. È lì che si forma l’idea di spettacolo che poi cercherà, in qualche modo, di riportare nel suo lavoro. Guardava quei programmi dei grandi varietà di Antonello Falqui, con Walter Chiari, Johnny Dorelli, Raffaella Carrà, Mina, Paolo Panelli e le Gemelle Kessler. Aldo Grasso, nel dialogo e nel libro Cara televisione, ricorda proprio quella stagione come una delle più alte della televisione, con varietà che possono essere considerati tra i più belli mai prodotti a livello mondiale.
Fiorello rivendica con orgoglio gli anni dei villaggi turistici. Racconta che spesso, quando qualcuno vuole denigrarlo, gli dice che “viene dai villaggi turistici”, ma per lui è esattamente il contrario: è un motivo di orgoglio, perché da quell’esperienza ha ricevuto tantissimo e ha imparato moltissimo. Proprio nei villaggi, aggiunge, non guardava la televisione e per anni non ne è stato influenzato: la TV non c’era, e al suo posto c’era il lavoro diretto di animazione, il rapporto quotidiano con il pubblico.
Poi il racconto entra nella sua traiettoria professionale: il karaoke, DeeJay Television, e il passaggio progressivo verso un’altra dimensione dell’intrattenimento.
Lo spartiacque arriva quando diventa chiaro che non basta più essere “personaggio”: nasce il bisogno di tornare a intrattenere davvero il pubblico. Non era soddisfatto fino in fondo di quello che faceva. Spesso qualcuno lo fermava dicendogli: “Eh, io ti ho conosciuto al villaggio di Ostuni, quanto mi facevi ridere”. E quella frase, più che una nota di nostalgia, era per lui una spia: la sensazione che in quel momento non stesse più facendo fino in fondo il suo mestiere, che non riuscisse più a intrattenere il pubblico come prima.
Il momento decisivo arriva all’Arena di Verona, durante il Festivalbar. I Red Hot Chili Peppers sono in ritardo, il pubblico è in attesa, e dietro le quinte gli viene chiesto di salire sul palco. È Vittorio Salvetti a dirgli semplicemente: “Esci”.
Quarantacinque minuti di improvvisazione davanti a 14.000 persone, un pubblico venuto lì non per lui ma per i grandi nomi della musica. Una battuta dopo l’altra, senza copione minuto dopo minuto si scioglie e costruisce uno spettacolo estemporaneo, giocando con quello che accade e vede sugli schermi: osserva il pubblico inquadrato, lo commenta in diretta, improvvisa battute sulle persone che vede passare sui maxischermi, trasformando l’attesa in intrattenimento continuo. Quando i Red Hot Chili Peppers arrivano e lui li presenta, si accorge che l’applauso scrosciante è per lui che sta uscendo di scena.
In prima fila c’era Bibi Ballandi, che a fine serata lo raggiunge dietro le quinte e gli dice: “Ma te sai intrattenere così la gente? Dovresti fare i varietà del sabato sera” ne scimmiotta il dialetto bolognese. Da lì si apre il percorso che lo porterà ai grandi varietà e a programmi come Stasera pago io.
Nel dialogo emerge anche una riflessione più ampia sulla televisione di oggi: palinsesti più ripetitivi, meno rischio, meno spazio alla sperimentazione, una progressiva scomparsa della seconda serata, anche perché molti programmi ormai iniziano sempre più tardi, intorno alle 22.

Nel libro Cara televisione, Aldo Grasso si definisce uno “spettatore di professione”, spesso scambiato per snob ma in realtà, come rivendica, un “sincero democratico” che guarda con la stessa curiosità un programma ben riuscito e il trash più evidente, il pezzo di bravura come l’approssimazione più sfacciata: in una parola, un amore per il popolare senza demagogia.
Da qui prende forma anche la riflessione sul suo mestiere di critico televisivo, che Grasso descrive come una figura “apolide, reietta, intrusa”, spesso non riconosciuta dagli altri critici e poco amata dai diretti interessati. Attraverso questo sguardo, il libro attraversa la televisione italiana di ieri e di oggi come specchio continuo del Paese, tra vizi e virtù, passioni e disincanti collettivi.

Al termine dell’incontro, molto partecipato e segnato da risate continue e grande energia in sala, la sensazione finale è quella di aver assistito non a una semplice presentazione, bensì a un vero e proprio piccolo varietà dal vivo, con Fiorello assoluto mattatore e capace di ribaltare continuamente la scena.

GIULIANA PRESTIPINO

Il giovane fotografo iraniano dei cani torinesi, Navid Tarazi, in arte Doggodaiily

 

Ha raccontato la sua esperienza il 17 maggio scorso all’Arena Piemonte del Salone Internazionale del Libro di Torino

Nella giornata del 17 maggio, presso l’Arena Piemonte del Salone del Libro 2026, si è tenuto un incontro dedicato al progetto fotografico e narrativo di Navid Tarazi, in arte Doggodaiily, giovane fotografo iraniano capace di conquistare migliaia di persone attraverso le storie dei cani e dei loro proprietari. L’evento, moderato dal giornalista Gioele Urso, è stato introdotto dal saluto del Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, alla presenza anche del Vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Franco Graglia, che ha sottolineato il valore umano del progetto.
“Ho sette gatti in casa e amo molto gli animali, ed è anche per questo che ho trovato geniale il progetto di Navid”.

Approdato in Italia nel settembre 2022 e iscrittosi al Politecnico di Torino, Navid ha raccontato come la fotografia sia diventata per lui uno strumento per superare la propria timidezza e creare una rete di relazioni.
“Per voi vedere un cane per strada è normale, per me no. In Iran è vietato portarli a spasso – ha spiegato Navid Tarazi – ho usato la fotografia come scusa per parlare con i proprietari. Il primo approccio non fu semplice, sono molto timido e non parlavo italiano, poi ho visto un signore elegante con un bassotto e mi sono lanciato”.
Da quel momento è nato un progetto che oggi conta oltre 10 mila cani fotografati e più di mille storie pubblicate, con milioni di follower sui social.
“Quello che piace nelle mie storie è l’amore puro. Cerco sempre di essere sincero – ha spiegato l’autore – soffermandosi sul rapporto tra animali e persone”
Nel corso dell’incontro si è parlato anche di gatti. “Da fotografo, devo dire che fotografare gatti è più difficile, non ti ascoltano” – ha raccontato Navid, rispondendo a Franco Graglia”.

Mara Martellotta

Oltre i social, dentro le persone: Greg Goya racconta la sua arte collettiva

Tra gli incontri del Salone Internazionale del Libro di Torino di domenica, “Oltre i social: profili legali, fiscali e previdenziali del content creator” ha avuto il merito di spostare il dibattito sul mondo digitale oltre la superficie dell’intrattenimento. In una sala gremita, il pubblico ha seguito con particolare attenzione l’intervento di Greg Goya, artista capace negli anni di trasformare il linguaggio dei social in una forma di narrazione collettiva, emotiva e profondamente generazionale.

Accanto agli approfondimenti giuridici dell’avvocato Roberto Bausardo, dell’avvocato Nicola Berardi, del commercialista Melchior Gromis di Trana e della presidente AGCDL Roberta Cavouri, Greg Goya ha offerto qualcosa di diverso: un racconto intimo sul rapporto tra arte, identità e bisogno umano di raccontarsi.
Al termine dell’incontro abbiamo dialogato direttamente con lui.
Greg, oggi il creator viene spesso percepito come qualcuno che “posta contenuti”, mentre dietro esiste ormai una vera impresa personale. Quando hai compreso che la tua creatività stava diventando un lavoro a tutti gli effetti?
«Nel momento in cui è stato possibile portare avanti progetti artistici che, da un punto di vista economico, si appoggiassero su grandi sponsor. Però devo ammettere che dal giorno zero, da quando abbiamo portato la fast art sui social e da quando Greg Goya è approdato online, ho trattato tutto questo come un’ossessione e con una totalità assoluta. L’ho preso da subito come un lavoro».
Nelle sue parole emerge immediatamente una concezione totalizzante dell’arte: non un passatempo digitale, ma un processo continuo, quasi assoluto, che invade lo sguardo e il quotidiano.
Sentivi già allora che stava diventando qualcosa di più profondo di una semplice presenza online?
«Sì, perché non nasci artista, ma lo diventi e devi continuare a ripetertelo. Poi, pian piano, fai tua la capacità di guardare le cose con arte e di fare arte a tua volta».
C’è, in questa risposta, un’idea dell’arte come esercizio dello sguardo e della sensibilità. Non una vocazione improvvisa, ma una lenta educazione emotiva alla realtà.
 
C’è un’opera che senti più vicina di altre, quasi una soglia personale oltre la quale il tuo lavoro è cambiato?

«Per forza l’ultima, che si chiama “Le cose che non ti ho detto”, e nasce da un’esperienza di carattere biografico. In particolare dalla digestione di un lutto amoroso, dopo la fine di una relazione importante. Da quel momento ho iniziato ad elaborare quella perdita. Ho cominciato a chiedere alle persone intorno a me di raccontarmi tutte le cose che non avevano mai detto. Mi sono reso conto di quante lettere le persone non abbiano mai scritto o raccontato, e le ho raccolte nel magazine “

Le cose che non ti ho mai detto – Untold Magazine”. Nasce da un’esperienza personale e, per un artista, rappresenta uno step ulteriore, ma allo stesso tempo è anche un’esperienza collettiva».

È forse qui che il lavoro di Greg Goya rivela la sua natura più autentica: trasformare una ferita privata in uno spazio collettivo di riconoscimento. Le confessioni anonime raccolte nel progetto diventano un archivio emotivo contemporaneo, quasi una geografia sentimentale condivisa.
La tua è un’arte profondamente collettiva, in cui le persone affidano frammenti intimi della propria vita. Nel mondo percepisci più amore o più dolore?
«Sono due esperienze che si equivalgono, non tanto in termini quantitativi quanto qualitativi. Sento il bisogno delle persone di parlare, di essere ascoltate e di raccontarsi in modo intimo. Se ci pensi, è assurdo che le persone raccontino in maniera così profonda aspetti della propria vita. Ed è proprio da lì che nasce quel bisogno di raccontarsi».
In questa riflessione c’è probabilmente il nucleo più potente dell’incontro: la consapevolezza che dietro l’esposizione continua dei social esista, prima di tutto, una domanda di ascolto.
La tua arte si fonda su una forte autenticità. Pensi che oggi il pubblico riesca ancora a distinguere ciò che è spontaneo da ciò che è costruito?
«Sicuramente nasce dall’autenticità. È un’arte non costruita, che prende forma dai racconti personali, e spero che questo messaggio arrivi concretamente».
Nel clima del Salone del Libro, tra editoria, cultura e nuovi linguaggi digitali, Greg Goya ha restituito un’immagine dei social molto distante dalla superficialità con cui spesso vengono raccontati. Non soltanto piattaforme, algoritmi o contenuti virali, ma luoghi in cui le persone cercano ancora, ostinatamente, qualcuno disposto ad ascoltarle.
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Valeria Rombolá
Foto: Greg goya

“Carta arcobaleno”, per un’informazione più rispettosa e consapevole

Al Salone del Libro presentato il primo documento deontologico italiano dedicato al linguaggio e alla rappresentazione delle persone LGBTQIA+ nel giornalismo

Un nuovo passo per l’affermazione dei diritti si è realizzato oggi al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove è stata presentata la “Carta Arcobaleno – Per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+”, il primo documento deontologico italiano dedicato al linguaggio e alla rappresentazione delle persone LGBTQIA+ nel giornalismo.

La presentazione si è svolta oggi, 17 maggio 2026, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, negli spazi della Città di Torino all’interno del Salone del Libro. L’iniziativa rappresenta il risultato di oltre sei mesi di lavoro condiviso tra l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e il Coordinamento Torino Pride.

La “Carta Arcobaleno” nasce da un percorso partecipato che ha coinvolto attivisti LGBTQIA+, esperti di linguaggio, giuristi e professionisti dell’informazione, seguito da una consultazione pubblica interna alla categoria giornalistica. Obiettivo del documento è promuovere un’informazione attenta ai diritti, rispettosa delle persone e corretta nell’uso del linguaggio.

La Carta era stata ratificata il 20 marzo 2026 con l’approvazione unanime del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, consolidando così l’impegno sul fronte della deontologia professionale in linea con l’articolo 13 del nuovo Codice deontologico, che richiama giornaliste e giornalisti a evitare stereotipi di genere ed espressioni lesive della dignità personale legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Durante l’incontro odierno sono intervenuti la segretaria dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte Maria Teresa Martinengo, che ha moderato il panel, il presidente Stefano Tallia, il consigliere Gabriele Guccione, coordinatore del tavolo di lavoro, la tesoriera Antonella Mariotti, il diversity editor del gruppo Gedi Pasquale Quaranta, insieme a Margherita Anna Jannon e Sofia Darino del Coordinamento Torino Pride. A portare il saluto della Città di Torino è stato l’assessore Jacopo Rosatelli.

«E’ il primo documento di questo genere che vede la luce in Italia ed è il frutto di un’attenzione che da tempo il nostro Consiglio riserva all’utilizzo nel giornalismo di linguaggio corretto e non discriminante –spiega il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte Stefano Tallia. Ora ci auguriamo che la Carta possa essere recepita anche a livello nazione e sarebbe particolarmente significativo che questo accedesse entro il giugno 2027 quando Torino ospiterà l’EuroPride».

Nel corso dell’incontro è intervenuto anche Gabriele Guccione, che ha sottolineato il valore concreto del documento per il lavoro quotidiano delle redazioni: «La Carta è uno strumento pratico da usare ogni giorno in redazione, non solo nei convegni – aggiunge il consigliere dell’Odg Piemonte Guccione, che ha coordinato il tavolo di lavoro –. La domanda di fondo è legittima: occorreva una carta specifica, quando esistono già il codice deontologico e il principio generale del rispetto della persona? La risposta sta nella storia del giornalismo italiano, che nel tempo si è dotato di strumenti dedicati per minori, migranti, detenuti, vittime di violenza di genere. Non per creare gerarchie tra diritti, ma perché esistono ambiti in cui gli errori si ripetono con maggiore frequenza e in cui la narrazione incide sulla vita delle persone».

L’appuntamento di oggi rappresenta il primo passo pubblico di diffusione della Carta Arcobaleno. Il percorso proseguirà il 27 maggio 2026 a Palazzo Ceriana Mayneri con un corso di formazione dedicato ai giornalisti, che vedrà la partecipazione, oltre che dei relatori già intervenuti al Salone del Libro, anche del presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli e della presidente del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte Emmanuela Banfo.

“Abbiamo un mondo in Comune”. La Città premia la cooperazione sociale

 

Sono stati premiati ieri, dal sindaco Stefano Lo Russo, nello stand della Città di Torino e della Città metropolitana di Torino al Salone Internazionale del Libro, i progetti vincitori della terza edizione del Premio “Abbiamo un mondo in Comune”, istituito nel 2022 dalla Città di Torino in memoria di Maurizio Baradello, Aurelio Catalano e Anna Tornoni, tre suoi dirigenti scomparsi prematuramente e protagonisti della scena pubblica torinese nello sviluppo di attività di solidarietà internazionale e di iniziative per la pace.

Tre le sezioni del premio che si propone di diffondere la conoscenza di buone pratiche innovative e di successo per valorizzare progetti di cooperazione internazionale realizzati dai differenti attori della cooperazione per lo sviluppo. Questa edizione ha incoraggiato, in particolare, progetti che contribuiscono a diffondere una cultura ambientale e uno sviluppo sostenibile, unico approccio possibile per salvare il mondo dal consumare sé stesso. I progetti vincitori evidenziano come siano i più giovani ad apportare quella dimensione di creatività utile a innescare il cambiamento.

“Sono particolarmente contento di consegnare questo premio, in occasione del Salone Internazionale del Libro. Sono qui in qualità di Sindaco e Vicepresidente Anci con delega alla Cooperazione Internazionale e ho conosciuto personalmente i tre dirigenti comunali cui è dedicato, avendo l’opportunità di lavorare con loro e di vedere da vicino il valore aggiunto che hanno saputo rappresentare per l’amministrazione comunale e per Torino. La cooperazione internazionale sta vivendo una stagione importante che vede le città attive protagoniste e anche per questo dedicare a Maurizio Baradello, Aurelio Catalano e Anna Tornoni un riconoscimento per progetti di cooperazione internazionale è davvero un bel segnale” ha dichiarato il sindaco Stefano Lo Russo.

Il premio Aurelio Catalano è stato riconosciuto a ENGIM ETS per il progetto “FIL. Formazione, Impresa e Lavoro per promuovere lo sviluppo inclusivo e sostenibile”, in Mali. Il premio Maurizio Baradello è andato al Comune di San Nazzaro Sesia per il progetto “Abe Hebo-Kò. Il percorso del riso per collegare genti lontane in fraternità”, in Costa d’Avorio. Il premio Anna Tornoni a CISV ETS per il progetto “PROVIVES. Programma di Valorizzazione dell’Impresa Verde e Sociale per l’innovazione, la crescita e il lavoro”, in Senegal.

Tra gli intervenuti Dario Delbò, sindaco di San Nazzaro Sesia, Mara Costanzo, Desk Senegal, Responsabile progetti di mobilità internazionale, ENGIM ETS e Michele Vaglio Iori, Presidente CISV ETS. Presenti in sala i familiari dei tre dirigenti a cui è dedicato il premio.

Note biografiche

Aurelio Catalano è stato dirigente della Regione Piemonte, direttore generale della Provincia di Torino e direttore della Divisione Politiche giovanili e Cooperazione internazionale e Pace della Città di Torino dal 2001 al 2004. Ha posto le basi per una nuova stagione di relazioni internazionali orientata alla cooperazione città-città, favorendo accordi di partenariato con Scutari (Albania), Breza (Bosnia), Campo Grande e Salvador de Bahia (Brasile), Ouagadougou (Burkina Faso), Praia (Capo Verde) e Kragujevac (Serbia). Insieme ad altri attori della cooperazione operanti a Torino è stato un dinamico promotore del programma ‘100 città per 100 progetti Italia-Brasile’, nato per appoggiare le politiche di decentramento amministrativo attraverso una rete di istituzioni locali italiane e brasiliane.

Maurizio Baradello, successore di Aurelio Catalano, ha guidato il Settore Cooperazione internazionale e Pace della Città dal 2004 al 2015, quando ha iniziato il suo impegno di parlamentare presso la Camera dei Deputati. Ha ampliato le partnership istituzionali e dato impulso all’organizzazione di grandi eventi di cooperazione e per la pace: dalla Tregua Olimpica (2005) sino al Forum mondiale sullo sviluppo locale dell’UNDP organizzato a Torino nel 2015, trasformando un partenariato essenzialmente basato sui Tavoli-città (luoghi di concertazione tra organizzazioni della società civile, aziende partecipate, enti locali) in un’azione legata a progetti cofinanziati da istituzioni regionali, nazionali ed europee, direttamente gestiti dalla Città di Torino in qualità di capofila o di partner pubblico. Anche nel periodo in cui ha diretto il Comitato Ostensione Sindone ha sempre avuto a cuore le possibili sinergie tra i due ambiti, arrivando a promuovere progetti di cooperazione allo sviluppo in partenariato con la Custodia di Terra Santa.

Anna Tornoni ha diretto il Settore Cooperazione internazionale e Pace dal 2017 al 2020, dopo averlo precedentemente seguito, sotto il profilo amministrativo-contabile, in qualità di dirigente, e poi di direttrice, dei Servizi finanziari. Ha unito competenza e professionalità a una spiccata capacità di relazionarsi con le persone, assumendo incarichi di vertice in molte Divisioni dell’amministrazione comunale (finanze, appalti, decentramento, politiche giovanili e pari opportunità). La sua ultima missione è stata nei Territori Palestinesi, dove ha guidato una delegazione per il monitoraggio di un importante progetto Torino-Betlemme sulle energie rinnovabili. Il premio è dedicato a lei e alla sua visione in materia di sostenibilità finanziaria come fattore di sviluppo sostenibile, ed è destinato agli attori della cooperazione che hanno elaborato progetti innovativi e di impatto nel campo della finanza sostenibile, economia circolare, micro credito e ogni altra forma di cooperazione economico-finanziaria.

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 Vol.To, le “Parole del volontariato”

Il Salone del Libro si prepara ad accogliere nuovamente le “Parole del volontariato”, il grande spazio dedicato al racconto dell’impegno civico e del Terzo Settore, dal volontariato che entra negli ospedali attraverso la pet therapy ai percorsi di inclusione per i figli dei detenuti, dalla rigenerazione dei beni confiscati alla mafia fino ai temi dell’economia sociale, della partecipazione giovanile e della certificazione delle competenze.
Anche quest’anno Vol.To, insieme al Centro di Servizio per il Volontariato del Piemonte, coordinati da CSV net Piemonte  ETS , da CSV Valle d’Aosta e Csv Net, sarà presente all’interno di uno degli appuntamenti culturali più importanti, con un ricco calendario di incontri, testimonianze e dialoghi.
Lo stand del volontariato, Padiglione  Oval stand T130-U129, diventerà  per tutta la durata del Salone un luogo di confronto e di partecipazione,  dove il Terzo  Settore potrà raccontare il proprio impegno quotidiano attraverso esperienze concrete, storie di comunità  e riflessioni sul presente e sul futuro della cittadinanza attiva.
Ampio spazio sarà dedicato alla valorizzazione delle competenze maturate nel volontariato, alla costruzione di territori più sostenibili e inclusivi, al rapporto tra sport e impegno sociale, al potere della musica come strumento di relazione e comunità, fino ad arrivare al ruolo dei media nel raccontare il volontariato e alla partecipazione attiva dei giovani alla vita pubblica. Vi saranno anche momenti dedicati alla clownterapia, alla prevenzione sanitaria e all’educazione di primo soccorso, come riflessioni sulla comunicazione interculturale e sull’importanza delle parole nella costruzione di relazioni autentiche e inclusive.
All’interno dello spazio “Le parole del volontariato” Vol.To ETS porterà al Salone del Libro alcune esperienze associative del territorio torinese,  con un calendario di incontri dedicato a cura, prevenzione, comunicazione,  solidarietà e partecipazione giovanile.
Tra gli appuntamenti da segnalare particolare attenzione merita il talk in programma lunedì 18 maggio dalle 12 alle 13.30 dal titolo “Partecipare per cambiare”, che vedrà  protagonisti i Giovani della Consulta Provinciale degli Studenti e i delegati Piemontesi del Servizio Civile Universale, chiamati a confrontarsi sul valore della partecipazione giovanile alla vita sociale, civica e comunitaria. Saranno relatori  Francesco Colaianni, rappresentante nazionale della Macroarea Nord, Federico Priolo, rappresentante regionale del Piemonte e Aurora Pizzimenti, vice rappresentante regionale del Piemonte. Una riflessione sul valore della comunicazione, come attività non scontata, sarà al centro dell’incontro curato da Intercultura lunedì 18 maggio, dalle 11 alle 12, con relatrici Laura Barilari e Claudia Chiaperotti.

“La presenza di Vol.To ETS al Salone del Libro – spiega il Suo presidente Stefano Meneghello – rappresenta ormai una consuetudine significativa, perché  porta il volontariato  dentro uno dei luoghi culturali più importanti del nostro territorio e del Paese. “Le parole del Volontariato” non sono soltanto uno spazio espositivo e un calendario di incontri, ma un’occasione  per raccontare quanto il Terzo Settore sia parte viva della comunità,  nei luoghi di cura, nelle scuole, nelle relazioni di prossimità, nei percorsi di inclusione e nelle esperienze quotidiane di cittadinanza attiva.
Quest’anno abbiamo voluto rivolgere particolare attenzione al tema dei giovani, perché il futuro del volontariato passa dalla loro capacità di sentirsi protagonisti della vita sociale. Il talk “ “Partecipare per cambiare” con la Consulta Provinciale degli Studenti  e i delegati piemontesi del Servizio Civico Universale, va proprio nella direzione di ascoltare le nuove generazioni, valorizzare le loro esperienze e costruire con loro spazi concreti di partecipazione.  Come Vol.To ETS crediamo che il volontariato sia anche questo, una palestra di responsabilità, relazione e comunità,  capace di formare cittadini più consapevoli e attenti al bene comune”.

Mara Martellotta

Il sabato del Salone tra lunghe code e sale prese d’assalto

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Alla terza giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino il Lingotto ha mostrato ancora una volta il suo doppio volto: quello della grande arena pubblica attraversata dalla politica, dall’attualità e dai nomi capaci di richiamare folle oceaniche, e quello più intimo della letteratura che continua a scavare nelle fragilità private, nei legami familiari e nelle inquietudini del presente.
Il sabato del Salone è sempre il giorno più affollato, ma quest’anno la sensazione è stata ancora più evidente. Lunghissime code agli ingressi, corridoi saturi di persone, sale prese d’assalto molto prima dell’inizio degli incontri. E la folla non si è fermata ai padiglioni: anche all’esterno, tra i food truck e le aree allestite fuori dal Lingotto, migliaia di persone si sono trattenute per mangiare, discutere, aspettare gli eventi successivi. A tratti muoversi tra gli stand è sembrato quasi come stare a un concerto rock, trascinati lentamente dal flusso continuo dei visitatori. Ma proprio quell’energia un po’ caotica racconta il successo di un Salone che continua ad allargare il proprio pubblico, soprattutto tra i più giovani.
La giornata è stata dominata dai grandi ospiti. Da Roberto Saviano a Bernie Sanders, passando per Alberto Angela e Abraham Verghese, il Lingotto ha alternato letteratura, impegno civile e riflessione politica. Grande attenzione per Saviano, protagonista dell’incontro “Gomorra vent’anni dopo”, un ritorno sul libro che ha cambiato il modo di raccontare la criminalità organizzata in Italia e che, a distanza di due decenni, continua a interrogare il presente tra memoria, minacce e necessità di testimonianza pubblica.
Alberto Angela ha invece accompagnato il pubblico in un viaggio dentro il mondo romano, riportando al centro la figura di Giulio Cesare e il “De Bello Gallico”. Tra storia, archeologia e antropologia, il suo incontro ha trasformato la divulgazione in racconto, mostrando ancora una volta la capacità di rendere il passato sorprendentemente vicino e contemporaneo. Attesissimo soprattutto Sanders, protagonista di uno degli incontri più affollati dell’intera giornata insieme al giornalista Francesco Costa. Una folla di giovanissimi ha riempito gli spazi del Salone per ascoltare il senatore americano parlare di democrazia, disuguaglianze e futuro politico degli Stati Uniti. Un entusiasmo quasi inatteso per un protagonista della politica internazionale, accolto però come una vera rockstar culturale.
Accanto ai grandi eventi mediatici, però, il cuore del Salone è rimasto quello dei libri e delle storie. Lo spagnolo Manuel Vilas, autore del bestseller “In tutto c’è stata bellezza”, ha presentato “Se non ho nessuno accanto il mondo si fa tenebra”, romanzo che affronta con lucidità e malinconia la fine di un amore. Dopo undici anni insieme, Ada confessa al marito di non amarlo più. Da quel momento il protagonista ripercorre il proprio matrimonio tra depressione, rancore e nostalgia, mentre incombe persino una crociera in Islanda già prenotata e diventata improvvisamente il simbolo di una relazione ormai svuotata. Vilas continua così la sua personale esplorazione delle fragilità umane, con quella scrittura intima e dolorosa che lo ha reso uno degli autori europei più letti degli ultimi anni.
Di tutt’altro respiro, ma ugualmente personale, l’incontro con Abraham Verghese, medico e scrittore amatissimo per “Il patto dell’acqua”. Nella sua figura convivono tre paesi — India, Etiopia e Stati Uniti — e tre continenti, che ritornano continuamente anche nella sua letteratura. Al Salone ha raccontato una scrittura capace di contenere il mondo, intrecciando esperienze biografiche, migrazioni, medicina e memoria familiare.
Tra gli autori italiani più seguiti della giornata anche Daniele Mencarelli, che con “Quattro presunti familiari” si confronta con il noir senza rinunciare alla sua attenzione per le ferite interiori. Tutto parte dal ritrovamento di uno scheletro nei boschi di Norma, nel basso Lazio. Quattro persone vengono convocate per il test del Dna: chi troverà una corrispondenza potrà finalmente dare un nome a una sparizione rimasta senza risposta per anni. Ma il romanzo, più che sull’indagine, sembra interrogarsi sul vuoto lasciato dalle assenze e sul modo in cui il dolore attraversa le famiglie e la provincia italiana.
Memoria, identità e silenzi familiari hanno attraversato invece l’incontro con Lea Ypi. In “Dignità”, una fotografia in bianco e nero pubblicata quasi casualmente sui social riapre una ferita rimasta nascosta per decenni. Nell’immagine compaiono i nonni dell’autrice, giovani, eleganti e innamorati durante la guerra. Da quello scatto prende forma un’indagine familiare che diventa anche una riflessione sulle rimozioni della storia europea e sulle eredità invisibili lasciate dal Novecento.
Grande attenzione del pubblico anche per la siciliana Cristina Cassar Scalia, tornata con il vicequestore Vanina Guarrasi ne “Le terme dell’Indirizzo”. In una torrida Catania d’agosto, il ritrovamento del corpo semicarbonizzato di un clochard nelle antiche terme romane apre un’indagine intricata che affonda le radici in una sparizione avvenuta dieci anni prima. Un noir che mescola mistero, atmosfera e legame con il territorio siciliano, elementi che hanno reso la serie di Vanina Guarrasi amatissima dai lettori.
Tra le voci internazionali più osservate anche Yael van der Wouden, candidata al Premio Strega Europeo con “Estranea”. Ambientato nell’Olanda degli anni Sessanta, il romanzo racconta la vita silenziosa e ordinata di Isabel, incrinata dall’arrivo di Eva, fidanzata del fratello, figura magnetica e ambigua destinata a mettere in discussione ogni equilibrio. Un libro che lavora sulle tensioni sotterranee, sui desideri repressi e sulle inquietudini nascoste dietro la calma apparente della vita domestica.
Il Salone continua così a vivere di questo equilibrio particolare: da una parte i grandi nomi che attirano folle enormi e trasformano gli incontri in eventi collettivi, dall’altra i libri che, anche lontano dai riflettori principali, riescono ancora a raccontare paure, desideri e trasformazioni del presente. E mentre il pubblico continua a riversarsi nei padiglioni e negli spazi all’aperto, Torino si conferma ancora una volta il centro di una comunità enorme e appassionata, unita dalla stessa inesauribile fame di storie.
GIULIANA PRESTIPINO

Alcide Pierantozzi e il dolore senza finzione: “La malattia va dove vuole lei”

 

Al Salone del Libro, nello spazio di Giulio Einaudi Editore delle 12.45, Alcide Pierantozzi ha portato qualcosa che andava oltre la presentazione di un romanzo. Lo sbilico si è imposto come uno dei casi letterari più forti dell’anno perché non cerca protezione nella finzione: espone il disagio psichico, la psicosi, gli psicofarmaci, il rapporto con la madre, il corpo e il linguaggio senza alleggerimenti né maschere narrative.

Definito da molti “il libro italiano dell’anno”, Losbilico è un’opera che attraversa memoria, malattia e identità con una scrittura nervosa e poetica insieme, capace di trasformare le parole in sintomi, visioni e materia viva.

Durante l’incontro abbiamo rivolto allo scrittore tre domande sul senso del raccontare oggi la sofferenza mentale.

Nel libro lei rinuncia quasi completamente alla finzione e mette il lettore davanti a una verità emotiva molto nuda, persino scomoda. In un’epoca in cui spesso ci si protegge dietro l’ironia o la costruzione narrativa, quanto è stato difficile esporsi così radicalmente? E pensa che oggi la letteratura abbia ancora il coraggio di “dire tutto”, anche a costo di destabilizzare?

“Secondo me è possibile ed è anche il campo editoriale a dimostrarlo: il racconto del disagio, anche violento, interessa molto. Il discorso sulle terapie e sul disagio va raccontato per quello che è, altrimenti le persone non ci credono. Sono cose che vivono in tanti, o in prima persona o indirettamente attraverso i familiari. Si spera che la letteratura, creando una narrazione, possa fare stare meglio le persone che quel disagio lo vivono”.

Ti senti di aver creato un varco verso una narrazione diversa della malattia mentale?

“Io non riesco a sentirlo davvero, però penso che molte persone si siano aggrappate al mio libro per mettere in evidenza il fatto che oggi ci sia il bisogno di parlare di questi temi in modo chiaro. Non è il libro in sé il punto, ma il fatto che possa far emergere qualcosa di immenso. Però la malattia ti può spingere a perdere tantissimo tempo dietro ciò che non esiste. Anzi, la maggior parte delle volte è così. Tutto quello che la malattia mentale ti sta dicendo molto spesso è irreale e per questo bisogna pensare di più a come certe psicosi si instaurano, non tanto ai contenuti. Perché se io inizio a interpretare quello che vedo e sento diventa pericoloso. Io sono uno psicotico e questo può essere un rischio: scavare troppo”.

Nel libro emerge spesso l’idea che la malattia non sia qualcosa di esterno da combattere, ma una parte di sé con cui si è costretti a convivere. Lei ha raccontato che dopo Lo sbilico la sofferenza è persino aumentata. A quel punto che cosa rappresentano oggi le parole?

“Sono state un tentativo. Ma la malattia va verso quello che vuole lei e anche se ne scrivi o ne parli quei mostri ti riattaccano. Il fatto di condividerli non cambia davvero le cose”.

È forse qui che Lo sbilico colpisce più profondamente: nel rifiuto di trasformare il dolore in una favola di guarigione. Pierantozzi non offre consolazione né redenzione narrativa. Racconta invece la fragilità mentale come una zona instabile, uno “sbilico” permanente in cui realtà e irrealtà continuano a contaminarsi.

Nel silenzio attentissimo della sala Einaudi, l’impressione era quella di assistere non solo a una presentazione letteraria, ma a qualcosa di più raro: un tentativo collettivo di trovare parole nuove per dire ciò che, troppo spesso, resta impronunciabile.

Valeria Rombolá