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Autonomia differenziata: un progetto che viene da lontano

Proviamo a fare chiarezza sulla bollente questione delle autonomie regionali.

E partiamo, come doveroso se vi vuole capire l’essenza del problema, da dati storici.

Realizzata l’unità d’Italia, lo Stato emanò la prima legge che regolamentava gli enti locali con L.20/3/1865 (“Legge Ricasoli”), ripartendo il territorio in provincie, circondari, mandamenti e comuni. Le provincie, in particolare, si configurarono come “sede di decentramento dell’amministrazione centrale” con a capo il prefetto, un funzionario nominato dal governo per verificare la rispondenza degli atti degli enti locali alle leggi statali.

I poteri degli enti locali furono fissati con un decentramento amministrativo con le leggi del 21 maggio 1908 n. 269 e la legge 4 febbraio 1915, n. 148 (i Testi unici delle leggi comunali e provinciali).

Nel Regno d’Italia, pertanto, le regioni non esistevano come enti territoriali.

La nascita delle regioni può essere fissata nel 1870, quando un certo Pietro Maestri raggruppò a fini statistici e didattici le provincie in “circoscrizioni territoriali”, rimpiazzando i precedenti compartimenti che ricalcavano gli stati preunitari.

Il termine “regione” apparve come sostituto del termine “compartimento” per la prima volta nell’Annuario statistico italiano del 1912. Fino a quel momento le regioni erano una pura espressione geografica, del tutto priva di contenuti in termini di compiti istituzionali e poteri amministrativi.

La nascita ufficiale delle regioni come enti territoriali risale al 1948, quando l’art.114 della Costituzione stabilì che “La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”, precisando che “Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione.” (art. 115)

Si fissarono anche in 19 le Regioni: Piemonte; Valle d’Aosta; Lombardia; Trentino-Alto Adige; Veneto; Friuli-Venezia Giulia; Liguria; Emilia-Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Lazio; Abruzzo e Molise; Campania; Puglia; Basilicata; Calabria; Sicilia; Sardegna. (art. 131)

A Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige/Südtirol (costituito dalle Provincie autonome di Trento e di Bolzano) e Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste furono concesse forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.

Peraltro l’innovazione rimase lettera morta per decenni, in assenza delle leggi ordinarie che precisassero con chiarezza, compiti, funzioni e poteri della nuova entità.

La svolta avvenne solo negli anni ’70, con un primo parziale trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni e con le prime elezioni che sancirono l’avvio dell’amministrazione decentrata e la realizzazione della prima autonomia (o, volendo usare una terminologia oggi ossessivamente usata negli slogan, si approvò un decreto “spacca Italia”).

L’impianto decentrato fu ulteriormente potenziato nel 2001 con legge costituzionale n. 3/2001 che riscrisse l’intero Titolo V della Costituzione, sovvertendo i tradizionali rapporti tra Stato centrale ed enti periferici.

Infatti l’art.114 venne riscritto come segue: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Provincie, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.”

La modifica sembra di poco conto, con la nascita delle città metropolitane e con l’inversione dell’ordine degli enti territoriali rispetto al testo originario fissato dai padri costituenti, ma in realtà fu l’inizio di una rivoluzione che creò enormi problemi nella ”coabitazione” fra potere centrale e potere locale, anche per la mancata chiarezza delle sfere d’influenza, con l’avvio di centinaia di contenziosi e cause presso il TAR.

Un primo, importante cambiamento riguarda la struttura dello Stato, non più identificato con la Repubblica ma come parte di quest’ultima, sullo stesso piano delle altre entità territoriali che la compongono. Un palese declassamento per valorizzare e potenziare l’autonomia locale. In quell’anno finì la posizione di primazia dello Stato, che fu spezzettato fra venti Regioni, un centinaio di Provincie, una decina di migliaia di Comuni.

Un secondo sostanziale cambiamento fu l’introduzione di nuove materie in cui le Regioni potevano ottenere autonomia, prevista dall’art.116 della Costituzione; e non in maniera e con procedura uniforme, ma ognuna per conto suo, su espressa richiesta da approvare con accordo con il governo da ratificare in Parlamento.

Le materie in questione sono:

  • quelle oggetto di “potestà legislativa concorrente”, (previste all’art.117 della Costituzione). Le materie in questione sono rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni, commercio con l’estero, tutela e sicurezza del lavoro, istruzione professionale, ricerca scientifica e tecnologica, tutela della salute, alimentazione, protezione civile, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, previdenza complementare e integrativa, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.
  • alcune tra quelle indicate al secondo comma dell’art. 117, ovvero organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Fu in quel momento, e non oggi, che nacque il cosiddetto “regionalismo differenziato”.

Insomma, la Costituzione è stata stravolta, ma ben pochi hanno protestato, anche perché la Costituzione stessa prevede, saggiamente, che il testo possa essere modificato, rispettando precise procedure!

Procedure rispettate anche con il disegno di legge presentato dal Ministro Calderoli ed approvato in via definitiva dal Parlamento nel giugno 2024, scatenando un movimento di pesante opposizione con raccolta di firme per indire un referendum abrogativo.

Ogni opinione è lecita, ma i fatti sono indiscutibili: la riforma è legittima, l’autonomia differenziata è prevista dalla Costituzione, è stata approvata vent’anni fa da governi diversi da quello attuale formati dai partiti che oggi vogliono bloccare il completamento della riforma del Titolo V della Costituzione da loro modificato…

Gianluigi De Marchi 

demarketing2008@libero.it

Merlo: Turismo in montagna, l’Uncem ha ragione

Non tutto può più essere gratuito. Vanno coinvolte anche le grandi città.

“Il crescente, e positivo, turismo montano è un tema che va affrontato anche dalle città, da dove –
come ovvio – partono i turisti. Su questo versante ha perfettamente ragione il Presidente nazionale
dell’Uncem Marco Bussone. A cominciare dalla pianificazione della promozione turistica di quei
territori. Perchè, ormai, prima di acquistare immobili in montagna devi avere anche la garanzia che
ci siano dei sevizi adeguati nella montagna stessa. Ma quello che è ancora più importante, come
sostiene la stessa Uncem, è di prevedere delle misure che regolano i flussi nelle zone turistiche e
montane. In alcune aree già ci sono ma vanno indubbiamente rafforzate. Del resto, non tutto può
più essere gratuito. E i futuri e possibili introiti possono e devono essere destinati per finanziare
misure indispensabili e necessarie per garantire, ad esempio, la pulizia degli stessi territori
montani e la presenza di servizi essenziali a servizio delle persone delle comunità.
Insomma, forse è giunto il momento per far sì che il turismo, giusto e sacrosanto, nelle zone
montane sia affrontato anche dalle amministrazioni comunali delle grandi città. Con la
consapevolezza, comunque sia, che non potrà più essere tutto gratuito”.

Giorgio Merlo, Dirigente nazionale Tempi Nuovi Popolari uniti, Assessore Pragelato. Già Sindaco

Ferragosto, visita del Partito Radicale nelle carceri

Giovedì 15 agosto una delegazione del Partito Radicale, guidata da Sergio Rovasio, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale e Presidente dell’Associazione Marco Pannella di Torino, farà visita, insieme al Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà della Regione Piemonte, Bruno Mellano, all’Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti di Torino. La visita inizierà alle ore 10. Incontro con la stampa alle ore 12,30 fuori dall’Istituto.

Presso l’I.P.M. Ferrante Aporti in queste ultime settimane sono avvenuti gravi episodi di violenza ed è stato ripetutamente denunciato il sovraffollamento della struttura con gravi conseguenze per i detenuti e il personale e alla stessa struttura detentiva.

Verrà inviato al Presidente della Regione Alberto Cirio un report sull’esito della visita anche in vista delle visite da lui programmate prossimamente in alcuni istituti penitenziari.

il 14 agosto, alle ore 9 è prevista la visita presso il carcere di Asti presso la Casa Circondariale di Quarto, la delegazione sarà composta da Daniele Robotti e Paolo Giargia, membri del Partito Radicale.

Nel mese di agosto sono state programmate visite in diverse decine di Istituti penitenziari in tutta Italia nell’ambito della campagna ‘Estate in carcere’ promossa dal Partito Radicale e Forza Italia per denunciare le gravissime carenze delle strutture di detenzione: 65 suicidi nel 2024, sovraffollamento supera il 130% (61.140 detenuti rispetto alla capienza regolamentare di 51.269), violenza diffusa con centinaia di aggressioni al personale, gravissime carenze di personale (secondo recenti stime risultano mancanti 18.000 agenti penitenziari rispetto al fabbisogno), strutture fatiscenti, gravi carenze igieniche e sanitarie.

Il Partito Radicale ha sollecitato il Ministro della Giustizia Nordio a intervenire anche sulla grave carenza di personale dei magistrati di sorveglianza: 230 magistrati con uffici sottorganico del 50% che devono vigilare su 190 Istituti, 86.000 soggetti in eseuzione penale esterna, 100.000 liberi sospesi con l’ulteriore aggravio di 200.000 pratiche di liberazione anticipata inevase.

Pd in visita al carcere di Torino: “Situazione insostenibile”

CARCERE LO RUSSO E COTUGNO.  ROSSOMANDO, GRIBAUDO, CONTICELLI : “ AFA, SOVRAFFOLAMENTO E CARENZA DI ORGANICO”

“Abbiamo aderito all’iniziativa di Movimento forense e Nessuno tocchi Caino per la visita nelle carceri italiane nella settimana di Ferragosto. Il caldo torrido e il periodo di ferie estivo rende ancora più drammatica la situazione degli istituti di pena, con le inadeguatezze infrastrutturali, di sovraffollamento, e le carenze di personale ormai endemiche.

Al Lorusso Cutugno di Torino su una capienza teorica di 1100 posti oggi sono 1500 le persone detenute, compresi i semiliberi che lavorano all’esterno ma dormono in carcere, con 200 agenti di polizia penitenziaria in meno rispetto all’organico previsto, a cui si aggiunge il periodo di ferie e il turn-over. Gli ultimi  invii del governo sono bastati appena a coprire i trasferimenti.

“Abbiamo visitato padiglione femminile e il piano terra del padiglione B, oltre ai locali dell’accoglienza e dell’immatricolazione. Non è stato possibile ancora una volta avere accesso al padiglione C, dove le condizioni risultano più precarie e pressanti sia per i detenuti sia per i lavoratori della polizia penitenziaria.

Le misure alternative e i percorsi di reinserimento restano un miraggio, legato anche alle carenze di organico e alla mancanza di volontà politica di investire su percorsi reali di recupero, mentre aumenta anche il numero dei bambini detenuti con le madri ad oggi  6 a Torino.

La presenza di un’area sanitaria di una sezione per la salute mentale fa sì che su Torino si concentri una elevata quota di popolazione carceraria con problemi di salute, che risente le stesse lungaggini e carenze dei cittadini piemontesi rispetto ad analisi e approfondimenti specialistici, ma che in carcere diventano più drammatiche e insostenibili.

La violazione  di quanto previsto dalla nostra costituzione è palese ed evidente, un carcere così  oggi  produce insicurezza e disagio, che ricade su tutti coloro che vivono o lavorano al proprio interno”.

Lo affermano, a margine del sopralluogo alla Casa circondariale Lo Russo e Cotugno di Torino,  Anna Rossomando, Vicepresidente Senato; Chiara Gribaudo, vicepresidente Commissione Lavoro Camera dei Deputati ; Nadia Conticelli, consigliera regionale Piemonte

Reddito familiare, Ambrogio (Fdi): “Dati OCSE incoraggianti”

“I dati dell’area OCSE, relativi al reddito delle famiglie nel primo trimestre, sono assolutamente incoraggianti per l’Italia, che registra l’incremento maggiore tra le 38 nazioni analizzate. Ciò è stato possibile grazie all’aumento della retribuzione dei lavoratori dipendenti e dei trasferimenti sociali, che hanno garantito alti standard di welfare e azioni efficaci in ottica socio-assistenziale. Negli ultimi vent’anni, in Italia, reddito e potere d’acquisto non hanno segnato particolari progressi: questa è una stortura che incide a 360 gradi sulla vita delle famiglie, delle imprese e, quindi, sulla salute dei conti pubblici. Dobbiamo continuare a lavorare affinché quello che è, ad oggi, un circolo vizioso si trasformi in una traiettoria socio-economica positiva, caratterizzata da crescita, benessere e occupazione. I numeri  sono confortanti e la strada, pur ancora lunga e piena di insidie, pare sempre meno impervia: in meno di due anni, grazie al governo Meloni, ottenuti risultati straordinari”. Ad affermarlo Paola Ambrogio, Senatore di Fratelli d’Italia e componente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama.

La coalizione non è un pallottoliere

LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

La coalizione politica, o l’alleanza politica e di governo, non possono trasformarsi in semplici e
banali pallottolieri. E questo per una ragione molto semplice. E cioè, una coalizione è seria e
credibile e può ambire a svolgere un ruolo di governo solo se c’è una comune convergenza
politica e programmatica. Insomma, l’esatto opposto di ciò che sta facendo l’attuale cartello delle
sinistre. Se è vero, com’è vero, che c’è un comune quadro valoriale, culturale e politico delle tre
sinistre esistenti – cioè quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e demagogica
dei 5 stelle e quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – è altrettanto
indubbio che tutto ciò che si aggiunge a questo campo appartiene alla sfera del trasformismo e
dell’opportunismo politico. Appunto, la logica del pallottoliere. Del resto, è quasi patetico leggere
ogni giorno le reazioni dei maggiori esponenti delle tre sinistre di fronte all’ultima piroetta politica
del capo di Italia Viva, Renzi. Una piroetta del tutto comprensibile per poter mantenere in
Parlamento una manciata di amici cari alle prossime elezioni politiche ma che prescinde, com’è
ormai evidente a tutti, da qualsiasi valutazione politica, culturale e programmatica. In attesa, è
solo questione di tempo, che la stessa operazione la faccia anche Calenda. Ovvero, e
sintetizzando, dire l’esatto contrario per anni e poi, d’incanto, cambiare radicalmente opinione
perchè, guarda caso e all’improvviso, c’è un nemico irriducibile alle porte che va combattuto con
tutte le forze e con tutti i mezzi a disposizione. E il nemico, almeno così pare di capire, sarebbe
quello che siamo ormai alla vigilia – cioè siamo sempre alla vigilia…- di una svolta illiberale, di una
deriva dittatoriale, di una torsione autoritaria, di una negazione delle libertà democratiche e di
espressione, di una sostanziale cancellazione dei valori e dei principi costituzionali. In sintesi,
siamo alla vigilia di una piena ed organica regressione fascista.
Ora, al di là di queste baggianate, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una vera e
propria caduta di credibilità della politica e delle regole elementari della democrazia. E cioè, ci si
inventa un nemico mortale che ovviamente non esiste perchè è del tutto virtuale, si monta una
propaganda martellante attraverso il sistema mediatico amico – i soliti e notissimi quotidiani e gli
altrettanto noti talk televisivi – e il gioco è fatto. C’è solo un piccolo particolare, come la concreta
esperienza insegna. E cioè, la logica del pallottoliere – qualunque sia la stagione poltica in cui la
la pratica – è semplicemente incompatibile con la cultura di governo. Perchè, appunto, unendo il
diavolo e l’acqua santa, come si suol dire, tutto si può fare tranne una cosa: garantire un governo
serio e credibile al paese.
Ecco perchè, almeno questa è la speranza, mancando ancora un po’ di tempo in vista delle
prossime elezioni politiche, auguriamoci che il cartello delle sinistre impari la lezione. Del resto, è
appena sufficiente guardarsi indietro per evitare ulteriori figuracce.

E’ “Il Tempo” di Tommaso Cerno

Intervista a tutto campo con il direttore del quotidiano romano

“Negli anni ‘80 e ‘90 c’era un residuato intellettuale in questo Paese a cui ancora la gente poteva far riferimento, persone che parlavano col proprio cervello, adesso non c’è più”. “La Sinistra vede fascisti sotto tutti i tombini. Il Pd? E’ radicalmente schiacciato su temi che poco hanno a che fare con quello che ha detto il Pd negli ultimi 15 anni” “L’elettore moderato noi non sappiamo dov’è, non sappiamo se sta votando o se non sta votando, non sappiamo se la maggioranza di questi moderati si è turata il naso e invece che votare DC ha votato tutto il resto” “Destra e sinistra parlano solo a classi sociali che non sono le loro classi d’abitudine. La destra ormai parla con gli operai, con tutto quel mondo ex comunista che ha visto nella sinistra la fuga verso il potere”

 

Di Cristiano Bussola

È il momento – o meglio è “Il Tempo” – di Tommaso Cerno, il volto televisivo oggi forse più in voga nei telegiornali e nelle trasmissioni di approfondimento politico. Commentatore di rango (perché opinionista sarebbe riduttivo) e icona di stile, nelle sue analisi raffinate sa rendere elegante persino la politica. Giornalista, ha iniziato la carriera negli anni 2000 al Messaggero Veneto che ha anche  diretto; all’Espresso caposervizio dell’attualità e successivamente direttore.  Poi, dal 2017 al 2018, l’esperienza di condirettore del quotidiano la Repubblica. Alle elezioni politiche del 2018 viene eletto al Senato nel Partito democratico. Dal 2022 la direzione del quotidiano L’Identità fino al 2024, anno in cui diventa direttore de Il Tempo. Cerno ci ha ricevuti a Roma per una lunga intervista nello storico palazzo Wedekind, sede del giornale, a due passi dai “santuari” del potere, Chigi e Montecitorio.


D –Direttore, pochi giorni fa Matteo Renzi ha scritto una lunga lettera al “Tempo” nella quale spiega perché secondo lui il terzo polo è naufragato. Ma il passaggio a sinistra del leader di Italia Viva rappresenta un de profundis per il centro o, paradossalmente, è un nuovo stimolo per riaggregare  tutti i centristi?

R – Il centro ha una caratteristica nella storia italiana, repubblicana, che viene sempre considerata poco. Nel senso che tutti pensano all’ispirazione moderata, ai valori cattolici più o meno laicizzati, ma nessuno pensa al fatto che il cosiddetto centro, nella Prima Repubblica, è stato sempre al governo. Tendenzialmente l’elettore moderato centrista consapevole, che quindi fa la scelta di un partito, magari piccolo, per ragioni che lo legano a una storia, vuole stare al governo. Vuole che il centro rappresenti quel filtro moderato, quell’elemento dialettico, che decide come cambiare l’Italia, non come gridare che gli altri sbagliano. Quindi in questo processo che Renzi aveva avviato, lui di fatto è rimasto con attorno a sé elettori, pochi o tanti, a seconda del giudizio che si dà di questo 3%, che non vogliono andare là dove sono stati cacciati e non vogliono investire sul governo di sinistra con Ilaria Salis, con Fratoianni e con questi 5Stelle: preferirebbero dare un proprio contributo alla riforma della giustizia, alla riforma fiscale e collocarsi nel centro destra. Renzi per ragioni personali o politiche, ritiene invece di aver fallito questa fuga dal Pd, ricordiamoci sempre che Renzi è di Firenze e per uno di Firenze il Pd è la DC: è questo il grande errore mentale che si fa in Emilia Romagna e in Toscana. Quindi è tornato indietro probabilmente trattando con Elly Schlein una collocazione che gli tolga il peso in questi mesi di dover spiegare sempre che non è d’accordo con nessuno.

D – Ma gli elettori – soprattutto quelli di Renzi –  come reagiranno?

R – Questa cosa può piacere al suo cerchio più vicino perché lascia intendere che ci sarà un accordo anche per il Parlamento, poi parliamoci chiaro – uno cosa vuole fare?  Andare in Parlamento – però non va bene ai suoi elettori, perché quelli del Pd erano già andati via e quelli che sono rimasti vuol dire che non vogliono tornarci, tantomeno con un Pd così radicalmente schiacciato su temi che poco hanno a che fare con quello che ha detto il Pd negli ultimi 15 anni.

D – Questa sinistra: penso a Gian Paolo Pansa, venerato finché non ha denunciato i crimini di certi partigiani rossi e da allora è stato ostracizzato. Al contrario Montanelli da sempre additato come fascista è diventato l’idolo della sinistra quando ha lasciato Berlusconi. Perché la sinistra italiana è vittima del “complesso del migliore” e si sente così eticamente e moralmente superiore?

R – Ricordiamo  anche Fini: la Sinistra che vede fascisti sotto tutti i tombini ha celebrato Gianfranco Fini perché aveva ritenuto che fosse il piede di porco per rompere lo schema del centro destra e tornare al governo e quindi di fatto ha portato, ascritto, per molto tempo, nel suo pantheon, il leader del Movimento Sociale Italiano che aveva fatto la svolta di Fiuggi per convenienza politica. Ora il tema è che negli anni ‘80 e ‘90 c’era un residuato intellettuale in questo Paese a cui ancora la gente poteva far riferimento, persone che parlavano col proprio cervello,  adesso non c’è più, anche la sinistra fotocopia e twitta  le stesse cose, quindi di fatto in questa assenza intellettuale si sta non radicalizzando, perché radicalizzare è un tema culturalmente forte, si sta spostando in un tifo che ha poco a che vedere col dubbio, quindi con un percorso democratico di un’alleanza, tanto la destra quanto la sinistra, basta vedere una cosa: la Seconda Repubblica nasce con due leader centristi che si sono addirittura scambiati il campo, Berlusconi, storico socialista vicino a Craxi diventa il leader della destra e Prodi, democristiano, cattolico sociale diventa il leader della sinistra. Quindi noi ci troviamo con i due leader centristi che sono di fatto rovesciati addirittura al centro, rispetto alla loro collocazione ideale.

D – E poi c’è Giorgia Meloni

R – Oggi Giorgia Meloni è il leader del centro-destra, di  un partito che è quello più a destra della coalizione e quindi  specularmente ha generato la risposta della sinistra che ha cacciato Bonaccini, scelto dal 90% dei dirigenti, per mettere una che sta esattamente nello stesso luogo, dall’altra parte. Quindi stiamo vivendo un bipolarismo che anziché partire dal centro e dover allargare ai lati, parte dai lati e deve allargare al centro, per cui la parola “centro” diventa fondamentale ma è chiaro che se il centro fa una scelta di campo, in qualche modo prepolitica, finisce subito e quindi crea in Forza Italia quello che stiamo vedendo: questa mutazione che Tajani è convinto di poter fare, lui parla di passare dal 10 al 20%, che sembra una cosa gigantesca, ma qualcuno questo sporco lavoro lo dovrà pur fare.

D – Chi?

R – C’e un pezzo di Paese che si aspetta che lo faccia la Meloni, cioè che dica “io vengo da una storia di destra ma ho fondato il mio partito – perché questo bisogna tenerlo in considerazione, l’unica differenza che c’è oggi nello schema è che la Meloni, come Berlusconi, ha fondato il suo partito mentre gli altri li hanno ereditati da storie differenti e quindi è differente  che lei dica non il partito sono io, ma l’abbiamo fondato insieme. Parla al 30% degli italiani e ha la necessità di mostrarsi agli italiani un’entità conservatrice evoluta. O lo fa lei o Tajani o lo farà qualcun altro che non potrà più essere Renzi dopo questa scelta di sinistra probabilmente consapevole perché l’ultima prova non è andata bene. Anche se io mi domando come possa un democristiano immaginare di andare alle elezioni rompendo prima con i suoi alleati e non dopo, per cui c’è un assalto a questo elettorato moderato…

D – Elettorato piuttosto “mimetizzato”, non trova?

R – Noi non sappiamo dov’è, nel senso che non sappiamo se sta votando o se non sta votando, non sappiamo se la maggioranza di questi moderati si è turata il naso  e invece che votare DC ha votato tutto il resto, quindi una specie di Montanelli al rovescio, oppure sta in quel pezzo di italiani che non votano non perché particolarmente arrabbiati ma perché ritengono di non avere ancora trovato il contenitore governativo che vanno cercando.

D – In  questo clima (almeno apparentemente) sempre più bipolare cosa vuol dire destra e cosa vuol dire sinistra?

R – Diciamo che destra e sinistra si sono confuse abbastanza e non lo dimostrano le cose che dicono tanto è vero che si esaspera la differenza su temi che un tempo erano considerati i temi della libertà di coscienza in tempi democristiani, ci si scanna sull’aborto, sul divorzio, sui diritti civili, non rendendosi conto che il Paese va avanti da solo, nel senso che questi sono temi planetari, di percezione, i Partiti li fanno un po’ i leader e un po’ gli elettori e che c’è sempre un punto arriverai a contatto, quindi la libertà di coscienza che cos’era? Capire in che modo il Paese evolveva culturalmente rispetto a un tema, mentre noi abbiamo solo uno scontro su questo perché non abbiamo scontri su altro e quindi ci troviamo a vedere come destra e sinistra parlino solo a classi sociali che non sono le loro classi sociali d’abitudine. La destra ormai parla con gli operai, con tutto quel mondo ex comunista che ha visto nella sinistra la fuga verso il potere, verso l’altezza, verso il danaro, la scelta di D’Alema che fu: “io voglio diventare premier”, perché non era neanche “io voglio che la sinistra governi”, altrimenti avrebbe lasciato Prodi. “Io voglio diventare premier”, cioè “voglio che anche in Italia il leader del principale partito di governo esprima il premier”, una specie di versione british di quello che è il nostro sistema elettorale e in cambio di questo ha attribuito alla sinistra questa sorta di eterno docente di sostegno che era il sistema finanziario del grande potere italiano. Il messaggio era: “volete stare lì? Dovete fare le cose che interessano a noi”. Ed è stato talmente vero questo che il governo di Berlusconi che era comunque il governo di un imprenditore miliardario, che aveva a che fare con quei sistemi molto più di loro è stato fatto cadere nel nome di una riforma, che poi abbiamo visto di fatto mai attuata, per rimetterci quella sinistra che garantiva a quel sistema che certe cose sarebbero poi state fatte. Da quando la sinistra di fatto ha la museruola si canta Bella Ciao, si ripete ogni giorno che il 25 aprile può sembrare di sinistra ma per il resto non lo è più.

 

D – E la destra?

R – Una certa destra dovrebbe smettere di essere nostalgica di qualcosa che non conosce, perché quando sento parlare questi che fanno i saluti romani di Mussolini  – che sono uno invece che è molto appassionato di storia romana – capisco che sono un pozzo di ignoranza assoluta e che dovrebbero andare a scuola. Mussolini li prenderebbe a sberle probabilmente, però questo loro non lo capiscono perché c’è un simbolismo semplice in questo momento. Ma la destra di oggi è di nuovo sociale, non perché è post fascista, ma perché nessun altro parla con quel pezzo di società che né per le banche né per  i sistemi economici che oggi contano non vale niente e quindi oggi a nessuno frega nulla. I 5 Stelle li hanno tenuti un po’ vicini dandogli dei soldi, questi soldi non ci sono più e loro sono ritornati a parlare tra di loro e quindi in questa inversione, oggi è molto interessante partire dai temi, dai ragionamenti. Io credo che la destra sia in questo momento un’entità politica non troppo evoluta, con un pensiero non sufficientemente evoluto e costruito che avrebbe voglia di cambiare l’Italia e che va a sbattere con tutti gli spigoli di questa struttura Paese e di questa struttura Occidente. Tornando alla sinistra,  è una forza che avrebbe potenzialmente cultura, visione e storia rivoluzionaria per poterla cambiare ma ha deciso di non volerla cambiare e quindi vuole dirci che è tutto giusto quello che ci dice la Von Der Leyen che è, onestamente, rispetto a quello che ci dicevano gli intellettuali di sinistra, una grandissima cazzata.

D – Lei è molto social. I suoi tweet stuzzicano spesso i classici leoni da tastiera…

R – Non leggo i commenti dei miei tweet perché ritengo che uno che scrive qualcosa su quello che io dico, di fatto abbia già dimostrato che gli interessava. Poi, il fatto che lui mi risponda battendomi le mani o dicendo che sono un idiota è solo il livello della sua rosicata per aver dovuto perdere del tempo che io non perderei.

D-  Gli 80 anni de “Il Tempo”, lo storico quotidiano romano da lei diretto. Cosa è stato questo giornale fino ad oggi e come sarà ora sotto la direzione di Tommaso Cerno?

R- Il Tempo ha una storia unica nel giornalismo italiano: è il grande giornale della Capitale che nasce, come prima pagina nel giugno del ‘44, per annunciare festoso la liberazione della città di Roma, ma si assume un onere nei suoi anni di crescita, che è quello di rendersi conto, e forse solo Roma era la città in Italia dove questo poteva avvenire, che era vero che c’era stato un regime, che era vero che questo regime era finito in maniera drammatica ed era vero che l’Italia rifondava se stessa sulla sua nuova storia repubblicana. Ma non era colpa di tutti i singoli italiani, era colpa di un pezzo e quindi in qualche modo rinasce sul Tempo il tentativo di dialogo tra pezzi di italiani che sarebbero stati in qualche modo divisi dalla storia sulla base delle colpe di altri. Quindi tiene dentro di sé questa specie di unicità: la capacità di allargare da destra a sinistra il ragionamento fornendolo a una capitale che avendo 3mila anni di storia difficilmente si spaventa di fronte a un tema complesso e non ha invece la natura che hanno in questa fase alcuni quotidiani di parlare soltanto a  chi ti dice che sei bravo. Se Il Tempo riesce a portare questo del suo giornalismo fa un grande lavoro di riapertura del dialogo in questo Paese. Dialogo che non vuol dire darsi ragione ma darsi torto, dialogo vuol dire dialettica. Sarebbe la base di quel processo politico che nasce da uno scontro per arrivare a un incontro, mentre oggi nasce tutto da un incontro, nel senso che poi s’è visto nella partita di calcio quanto questi si odiano veramente, nella grande pantomima del Palazzo dove io sono stato e ho visto com’è davvero, ho visto la verità.

D – E qual è la realtà?

R – Tutto diventa uno scontro in Parlamento, esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere il processo democratico decisionale dove la maggioranza vince ma ha anche ragione, sa che se è un po’ più larga vale di più e la minoranza sa che non tutto fa schifo quello che viene dagli altri, mentre oggi abbiamo l’impressione di Harry Potter: io sono Serpeverde e tu sei Grifondoro, quindi le nostre magie hanno effetti diversi, le nostre verità sono entrambe compiute, non esiste il tema galileiano, il dubbio, io posso avere ragione e torto insieme e quindi in questo incastro che la politica dovrebbe portare nel luogo sacro della democrazia, il Parlamento, dovrebbe per prima cosa dimostrarsi così. I toni del dibattito che io sento sono gli stessi che la Costituzione cercò di non riportare al centro del dibattito e loro invece agitano la Costituzione per dirci il contrario, cioè che la Repubblica è di uno solo, che la verità è di uno solo, che l’etica è di uno solo, che la morale è di uno solo, che è una scemenza gigantesca lo sanno anche loro ma gli piace dirlo.Ultima cosa, noi abbiamo in qualche modo la percezione che la Repubblica italiana sia fatta da fascisti e comunisti che litigano tra di loro. Allora ricordiamo a tutti, da Giorgia Meloni a Elly Schlein, che la Repubblica italiana è stata fatta residualmente dal Partito Comunista per scelta nulla del movimento sociale ma tutti gli altri che sono scomparti, democratici cristiani, socialisti, repubblicani, monarchici metteteci De Gasperi, La Malfa, Craxi in mezzo al dibattito, un po’ meno Berliguer e un po’ meno Mussolini.

D- Lei ormai è diventato un’icona non solo giornalistica, ma anche televisiva, di stile. Tommaso Cerno è libero e indipendente come il suo quotidiano  anche nella moda? Chi sceglie i suoi outfit, i suoi occhiali? 

R- Io ho la sindrome di Braccio di Ferro quindi ho tutti i vestiti uguali, tanto che mio marito mi dice “ti vesti sempre uguale, diranno che non ti cambi mai!”, ho tutte camicie bianche, poi le ho messe azzurre quando Renzi le aveva sempre bianche. Gli occhiali li ho sempre avuti ma poi ultimamente mi hanno spiegato che alle persone piacciono gli occhiali che ho che sono semplicissimi, abbastanza grandi da vederci  attraverso. Non credevo di essere fashion però se lo sono potrei farci due conti…

 

D – Torino, la città del nostro giornale, “Il Torinese”. Cosa le viene in mente quando le dico Torino?

R – Mi ha sempre affascinato, è una città magica. Quando la visito, ancora oggi, mi inquieta sempre l’idea che ad un certo punto, soprattutto di notte mentre passeggi, improvvisamente si scorga la Mole, è questo cuneo planetario molto strano. È una città storica, misteriosa.

(Ha collaborato Daniela Roselli)