In mostra al Forte di Bard ottanta capolavori dei pittori ottocenteschi della “macchia”, ribelli ad ogni accademico formalismo Fino al 6 giugno. Bard (Aosta)
In piedi dietro un malandato muricciolo, su cui siede un omino con cappello e un ragazzo se ne sta sdraiato a pancia in giù, quattro giovani soldati in divisa osservano il mare e le vele (due belle grandi in primo piano e una appena accennata in lontananza) che danzano nell’aria pungolate dal vento.
In cielo i grigi ghirigori delle nuvole, specchiate nell’azzurro del mare appena increspato dal moto morbido delle onde e in primo piano il blu e il rosso accesi degli abiti militari. Macchie di colore repentine ma vigorose e composite definiscono un paesaggio particolarmente amato dall’artista. “Reclute sul mare” è un suggestivo dipinto a olio su tela, senza data ma probabilmente realizzato a inoltrata metà Ottocento, da Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze, 1908), fra i massimi esponenti del movimento artistico dei “Macchiaioli”, che letteralmente rivoluzionò la storia della pittura italiana del XIX secolo.
Su quella tela, in cui il racconto è vigorosamente creato “en plein air” dal contrasto acceso di luci e ombre, su cui poco o nulla agisce l’incisività del segno grafico, Fattori riuscì mirabilmente, in un solo colpo, a celebrare i temi a lui più cari: il mare “che amo – scriveva lui stesso – perché nato in città di mare” e i soggetti militari legati a quel patriottismo risorgimentale proprio dell’epoca e che ritroviamo in altre sue opere. Come in quelle di altri artisti ottocenteschi, in particolare toscani, ribelli come lui all’“inerzia formale” delle Accademie e passati alla storia con il nome di “Macchiaioli”, cui il “Forte di Bard”, oggi il più importante Polo culturale delle Alpi occidentali, dedica un’importante retrospettiva dal titolo “I Macchiaioli.
Una rivoluzione en plein air” ospitata, all’interno delle “Cannoniere”, fino al prossimo 6 giugno. Curata da Simona Bartolena, prodotta e realizzata da “ViDi” (Visit Different) in collaborazione con il “Forte di Bard”, la mostra presenta ottanta opere che perfettamente testimoniano l’evoluzione di un movimento nato a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento (1855-1867) da parte di giovani artisti che, soliti a riunirsi nelle sale del celebre “Caffè Michelangiolo”, diedero vita ad una corrente fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana. I “Macchiaioli”. Ribelli giurati al sistema accademico, votati al verismo più immediato e alla ricerca della luce come macchia di colore – accostato, distinto o sovrapposto – e così definiti per la prima volta in un articolo della “Gazzetta del Popolo” del 1862 in occasione di un’esposizione fiorentina, ma con significato tutt’altro che benevolo, che tuttavia il gruppo decise di adottare senza problemi, in quanto incarnava alla perfezione la filososofia delle loro opere.
“Questa mostra – spiega il direttore del Forte, Maria Cristina Ronc- offre molti spunti per rileggere la storia risorgimentale e quegli anni complessi. Il Forte di Bard, infatti, non è ‘solo’ un luogo espositivo ma prima ancora un edificio storico e come tale in questa occasione, più che in altre, amplia e dialoga con l’esposizione dei Macchiaioli e con le vite e le opere di questi pittori soldati”. Il tutto in un ampio percorso storico-artistico che prende avvio dalle opere del livornese pittore-soldato Serafino de Tivoli, formazione neoclassica ma, negli anni di maggior fervore artistico, precursore della rivoluzione macchiaiola, per giungere alle espressioni più mature della “Macchia” con Silvestro Lega (sua la solida immagine de “L’Etrusca”) e Telemaco Signorini, autore di una “Donna a Rio Maggiore”, olio su cartone di potente, lirica intimità.
A seguire le opere del veronese Vincenzo Cabianca, del fiorentino pittore – patriota e docente di italiano Raffaello Sernesi e del pisano Odoardo Borrani, fino alla poetica “Scena romantica” di Cristiano Banti, in cui permangono allusive tracce della formazione scolastica ricevuta all’Accademia di Belle Arti di Siena. E infine i dipinti a tema storico, con i soldati di Giovanni Fattori; toccante anche il suo “Soldato che legge una lettera al campo” del 1874. Così come quelli firmati dai protagonisti del gruppo dopo gli anni Sessanta, quando “la ricerca macchiaiola perde l’asprezza delle prime prove e acquisisce uno stile più disteso, aperto alla più pacata tendenza naturalista che andava diffondendosi in Europa”. A chiudere la mostra, una riflessione sull’eredità lasciata dalla pittura di “Macchia”.
Gianni Milani
“I Macchiaioli. Una rivoluzione en plein air”
Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II 85, Valle d’Aosta; tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it
Fino al 6 giugno
Orari: mart. – ven. 10/18; sab., dom. e festivi 10/19 (Date e orari potranno subire variazioni sulla base delle eventuali chiusure disposte nell’ambito della classificazione dell’indice di rischio delle regioni stabilito dalle autorità di governo)
Nelle foto
I grandi pionieri delle avanguardie, geniali e provocatori,troppo spesso sono stati emulati e banalizzati da una miriade di pseudo-artisti che si sono limitati a ripetere ciò che non deve essere ripetibile, ma solo un invito a nuove possibilità creative, avviando una specie di ”Accademia delle Avanguardie” .

I depositi del
si intitola 







Certo è comunque, fatte salve le debite distanze dai folklorici eccessi del verbo sgarbiano, che con lui non si può non essere d’accordo nella denuncia di un marcato e palese “narcisismo” in quell’ossessiva filososofia che guida occhi e mani del bulimico popolo del selfie. Del “selfie ergo sum”, attento di più (inconfutabile dato di fatto) all’apparire che all’essere. E distante, proprio per questo, anni luce dal classico ritratto fotografico, firmato da fografi professionisti, dalla tecnica ineccepibile e attenti a cogliere l’intima essenza, la poesia e l’emozione duratura nel tempo del soggetto ritratto. A sottolinearlo è il progetto “Stop selfie. Make a portrait” ideato dal noto fotografo torinese Silvano Pupella (ultima mostra nello spazio più prestigioso in Italia per la fotografia, la casa dei “Tre Oci” a Venezia), insieme ad altri quattro colleghi ben intenzionati “a sfidare la modernità e a proporre, come nel passato, un ritratto artistico, frutto della passione e dell’esperienza”.
Michelini. Immediata l’adesione all’iniziativa anche da parte di “ArtPhotò”, progetto messo in piedi a Torino nel 2016 da Tiziana Bonomo con l’obiettivo di proporre, organizzare e curare eventi legati al mondo della fotografia. Un vero e proprio ritratto “da asporto” (espressione super-citata, ahinoi, in questi tristi tempi di lockdown sanitario) è la proposta dei magnifici cinque. Un ritratto d’autore, stampato e firmato dall’artista-fotografo e consegnato all’istante, dopo lo scatto. Da portare a casa, “ per se’ stessi, per i propri famigliari o come regalo diverso dal solito e sicuramente originale e gradito in occasione soprattutto del periodo natalizio”.
emozionalità. Certo i selfie consentono di avere una grande quantità di immagini, ma di quelle immagini alla fine non rimane nulla se non nella memoria dello smartphone; mentre una fotografia di qualità, stampata come si deve, resta un ricordo che dura nel tempo e questo 2020 sarà un tempo sicuramente e tristemente da ricordare”.
scattata da un professionista cela il desiderio di affidarsi a qualcuno che ci ritragga per come desideriamo essere visti e soprattutto ricordati. Per questa ragione ‘Stop selfie. Make a Portrait’ offre la possibilità di scegliere tra autori con occhi, sensibilità ed esperienze diverse in base a come si spinge il desiderio di essere fotografati. Inoltre il set di ‘Spazio Eventa’ è un luogo accogliente che mette a proprio agio anche i più intimiditi dalla macchina fotografica”.