Calciatore quindicenne muore per un malore in piscina

I soccorsi non hanno potuto salvare un quindicenne di Verzuolo morto ieri dopo aver accusato un malore mentre si trovava nella piscina di un campeggio a Finale Ligure. Il ragazzino era insieme alla squadra di calcio giovanile dove giocava, la under 15 dell’Olimpic Saluzzo. Dopo pranzo era entrato in piscina con alcuni compagni e si è sentito male.

Scontro tra bici e trattore. Grave ragazzino di 12 anni

Al Regina Margherita di Torino è ricoverato in codice rosso un ragazzo di 12 anni rimasto gravemente ferito in un incidente stradale avvenuto nel pomeriggio di sabato 30 maggio a Bricherasio, lungo strada Santa Caterina.

In base a una prima ricostruzione dei fatti, il giovane stava percorrendo in discesa la strada a bordo della sua mountain bike quando, per cause ancora da chiarire, è finito contro un trattore.

Lo scontro si è verificato intorno alle 16.30. I soccorritori giunti sul luogo dell’incidente hanno immediatamente constatato la gravità delle sue condizioni. Dopo avergli prestato le prime cure, è stato richiesto l’intervento dell’elisoccorso.

Il PSG conquista ancora l’Europa: Arsenal battuto ai rigori

Il Paris Saint-Germain si conferma sul tetto d’Europa, conquistando per il secondo anno consecutivo la Champions League. Nella finale disputata a Budapest, i francesi hanno superato l’Arsenal ai calci di rigore dopo una sfida intensa e combattuta.
I Gunners erano partiti meglio, trovando il vantaggio nei primi minuti grazie a Havertz. Il PSG ha però reagito nella ripresa, raggiungendo il pareggio con Dembélé su calcio di rigore. Nonostante le occasioni create da entrambe le squadre, il risultato è rimasto fermo sull’1-1 anche dopo i tempi supplementari.
Dal dischetto, i parigini si sono dimostrati più precisi e hanno chiuso la serie a loro favore, festeggiando così un nuovo storico trionfo europeo.

Enzo Grassano

Athos Faccincani, la pittura espressione di sofferenza. E felicità

L’INTERVISTA 

Maestro, com’è nata la sua passione per la pittura? Abbiamo avuto occasione di visitare la sua mostra presso il Museo MIIT di Torino e l’abbiamo trovata straordinaria…

Grazie, questa mostra al Museo MIIT mi è molto cara e ringrazio il direttore Guido Folco per avermi concesso l’opportunità di esporre in uno spazio meraviglioso. Allora, come tutti nasco da piccolino (dichiara sorridendo Il Maestro Athos Faccincani), ho cominciato a dipingere molto presto, verso i sei o sette anni. Ricordo che mi nascondevo in cantina a dipingere, perché mia madre non voleva, e rappresentavo già all’epoca, in maniera molto introspettiva, le sofferenze legate alla mia fanciullezza, che ho patito molto. Paradossalmente ho vissuto in una famiglia che mi ha voluto troppo bene, ma la mia paura del mondo ha sempre prevalso e mi ha accompagnato anche successivamente. Per tanti anni ho lavorato intorno a temi quali la sofferenza, il dramma, che mi hanno portato a insegnare nelle carceri e ad approfondire lo studio di queste sensazioni all’interno di esse. Avevo tra i 17 e i 19 anni di età. Ho visitato il Cottolengo, a Torino, per studiare i bambini portatori di handicap, e i manicomi per tentare di comprendere meglio le dinamiche della mente umana. Successivamente il politico e storico Renato Zangheri mi chiese di preparare una mostra sulla Resistenza, stimolandomi con una frase che porto nel cuore:

” La storia la fanno coloro che non l’hanno vissuta”, perché effettivamente sono nato dopo la guerra. Insomma, mi misi a studiare approfonditamente il periodo della Resistenza e preparai una mostra dal titolo “I sentimenti durante la guerra”, che venne inaugurata da Sandro Pertini alla Gran Guardia di Verona. Ne fu talmente entusiasta che mi nominò Cavaliere della Repubblica. Nonostante questa grande soddisfazione, dentro continuavo a sentirmi vuoto, una sofferenza nel cuore che oscurava ogni strada, non sapevo più cosa fare o dove andare, non riuscivo più a dipingere, finché non decisi di intraprendere un viaggio verso il Sud Italia, dove non ero mai stato. Era il 1981. Fu una vera e propria svolta: ebbi la possibilità di conoscere la cordialità e l’energia vitale degli uomini del Sud e rinnovare la mia attraverso contatti umani impareggiabili.

Quella sofferenza oggi è andata via?

Sicuramente è meno intensa, anche se ancora oggi conservo un senso della malinconia che fa parte di me da sempre. Posso dire che le tante passeggiate di quel viaggio nel Meridione, il contatto con il mare e le sue rive, gli uliveti, la terra rossa e gli ampi orizzonti abbiano contribuito ad aprirmi il cuore e l’anima. Una felicità che oggi esprimo dentro e attraverso la mia pittura. Ricordo proprio che buttai la mia “tavolozza dei colori malinconici”, ovvero i neri, i grigi e i viola, per dare spazio ai colori solari, gli stessi che potete ammirare nella mostra di Torino al Museo MIIT.

Quindi la trasformazione della sua pittura è stata totale…

Si, da quel momento la trasformazione è stata significativa, dal punto di vista artistico e psicologico, anche se, come dicevo prima, vivo ancora dei momenti malinconici con i quali ho imparato a entrare in armonia. Guardare i paesaggi, la natura, tutto ciò che Dio ci ha donato, il Sole, l’alba, aspetti che non avevo mai visto veramente, è stato un atto terapeutico e creativo al tempo stesso. Ho capito che la felicità è già dentro ognuno di noi e va ricercata nella nostra anima.

Lei aveva già organizzato altre mostre presso il Museo MIIT?

No, è la prima volta. Ne avevo organizzata un’altra a Torino presso la Camera di Commercio nel 2024. La mia soddisfazione più grande nell’organizzare una mostra si verifica all’ingresso del primo visitatore e questo è valso per tutte le mie esposizioni nel corso degli anni, e ne ho fatte tante, da New York a Tokyo, in tante città del mondo. Provo sempre un piacere particolare nel venire a Torino, un po’ perché lo trovo un luogo bellissimo e un po’ perché ho potuto rivalutare un piccolo pregiudizio nei confronti dei torinesi, ai quali pensavo come persone caratterialmente fredde, dure, distaccate, e che invece mi hanno gratificato tantissimo come persona e artista, e con i quali ho stabilito una forte connessione. Grazie ai torinesi ho potuto capire meglio la forza della mia pittura.

Per lei cosa rappresentano le grandi vedute e i dettagli nei quadri contenuti nei quadri che abbiamo visto esposti al MIIT?

Quando mi capita di fare un incontro o una conferenza mi soffermo sempre sul seguente invito: ”Abbiate il coraggio, tutti i giorni, di soffermarvi a osservare la natura che ci è stata regalata”. Le grandi vedute sono una rappresentazione dell’ampiezza della mia anima, il dettaglio, una restituzione alla vita dell’immenso dono quotidiano.

Mara Martellotta

Porte aperte… là dove il “Salone” nasce

In occasione della “Notte degli Archivi, il “Salone Internazionale del Libro di Torino” apre i propri Uffici al pubblico

Venerdì 5 giugno (primo turno ore 18,30 – secondo turno ore 20)

Memoria aperta. O “Memoria in costruzione. L’archivio vivente del ‘Salone Internazionale del Libro’, dal 2019 ad oggi”, così s’è voluto titolare l’evento. Come dire, più semplicemente, “porte aperte” alla talentuosa, motori sempre accesi, vulcanica fucina del “Salone” torinese.  Gli uffici (via Giannone 10 – Scala A, Torino) in cui si pensa, si programma e si comunica la più importante manifestazione letteraria italiana aprono infatti le proprie porte al pubblico nel pomeriggio del prossimo venerdì 5 giugno, in occasione della “Notte degli Archivi” e nell’ambito di “Archivissima 2026”.

L’appuntamento sarà una preziosa occasione per entrare in contatto con un archivio “in cui il passato – spiegano gli organizzatori – dialoga costantemente con il presente e per mettere in luce la compenetrazione tra due dimensioni: una memoria conservata, ampia ma ancora da rendere pienamente accessibile, e una memoria in formazione, visibile, attiva, in continuo aggiornamento”.

Doppio turno di visita – il primo alle 18,30 e il secondo alle 20 – il grande (si spera) esercito di lettrici e lettori potrà visitare e conoscere gli spazi di via Giannone 10, al primo piano, immergendosi appieno nella “memoria” (anche un po’ nostalgica!) delle passate edizioni del “Salone” e della sua quasi quarantennale storiainiziata nel 1988 – ospite d’onore, in quell’anno, il “Premio Nobel” Iosif Brodskij – grazie all’intuizione di due preziosi intellettuali d’alto rango, quali Guido Accornero (imprenditore, ma anche vicepresidente della casa editrice “Einaudi”, nonché direttore artistico nel 2006 di “Vercelli Book Days”, il ciclo di manifestazioni svoltesi a Vercelli, in occasione di “Torino capitale mondiale del libro”) e il torinese “libraio per eccellenza” Angelo Pezzana, grande con i libri, ma anche coraggioso attivista, politico e giornalista. Manifesti e materiale promozionale del passato, foto d’archivioletteredocumenti cartaceisupporti audiovisivilocandinegadget di vario tipo (dalle spille alle felpe, dalle matite ai taccuini) saranno esposti nelle stanze o attraverso video e fotografie, a testimoniare l’evoluzione del Salone nel corso degli anni.

L’iniziativa prevede anche l’intervento di Marco Pautasso, Segretario Generale del “Salone”, che spiegherà l’importanza della memoria e degli archivi come strumenti imprescindibili per le realtà culturali che guardano al futuro: “non semplici luoghi di conservazione, ma elementi vivi e attivi”. Pautasso proporrà anche una riflessione sulla storia del “Salone del Libro” e sul valore della memoria all’interno di un evento contemporaneo di questo tipo, soffermandosi sull’archivio quale “risorsa dinamica, capace di generare conoscenza e orientare le scelte future”. Particolare attenzione, infatti, sarà dedicata alle sfide e alle prospettive dei prossimi anni, tra cui i “processi di digitalizzazione”, l’“accessibilità dei materiali” e le nuove “possibilità di ricerca”.

Ma come nasce l’idea dell’iniziativa?

Ci illuminano gli organizzatori: “L’idea nasce a partire da una riflessione concreta sullo stato attuale dell’archivio del ‘Salone’ e delle altre iniziative organizzate, da ‘Portici di Carta’ ad ‘Adotta uno scrittore’, da ‘Lungomare di libri’ a Bari alla ‘Festa del libro medievale e antico’ di Saluzzo, fino a ‘Un libro tante scuole’ e ad altri progetti, sviluppati grazie alla collaborazione con diverse realtà ed enti territoriali”.

Attualmente, gran parte dei materiali archivistici sono conservati in un magazzino dedicato, non accessibile al pubblico, situato a Moncalieri che custodisce documenti risalenti alla prima edizione del Salone, nell’anno 1988, e che arrivano fino al 2017. Nello specifico, sono custodite circa 150 unità conservative (scatole) di varie dimensioni, distribuite su 14 bancali: un insieme eterogeneo di materiali, documenti, pubblicazioni, centinaia di supporti audiovisivi (tra CD, cassette, VHS e Betacam), accumulati nel tempo e conservati in una condizione ancora parzialmente non sistematizzata. Di questi materiali saranno trasmesse delle immagini in un video di presentazione visionabile durante la visita. Accanto a questo archivio “depositato”, esiste l’attuale “archivio vivente”: quello che prende forma quotidianamente negli uffici del “Salone” in via Giannone, a Torino. Un “archivio” costituito da bozze, programmi, materiali grafici, oggetti e strumenti di lavoro, legato in particolare agli anni più recenti, dal 2019 ad oggi. Un “archivio” che racconta “come l’identità dell’evento si costruisca nel tempo, attraverso scelte estetiche, variazioni e continuità” e che sarà accessibile al pubblico in occasione di tale iniziativa.

L’ingresso é gratuito, con prenotazione sul sito www.salonelibro.it o sul sito www.archivissima.it.

g.m.

Nelle foto: Un biglietto del “Salone” alla sua prima edizione, 1988; Materiale d’“archivio”; Marco Pautasso; Dario Fo e Franca Rame al “Salone” del 2008

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi – La Prof., Orwell e il fascismo – Lettere

Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi
Ad 80 anni dal referendum Monarchia / Repubblica che divise in due il Paese – che evitò una seconda guerra civile per la decisione di Umberto II di partire per il Portogallo in volontario esilio – mi sarei aspettato la ripubblicazione del “ Libro azzurro” di Vittorio Prunas  Tola e Niccolò Rodolico che documentò alcune “criticità“ del referendum e del suo svolgimento. Quel libro resta senza risposte. Invece di pubblicare libri di nessun valore storico sulla Regina di Maggio che meritava ben altri studi , riportare il discorso sul libro di Prunas e Rodolico  sarebbe stato molto importante per sentite l’altera pars ,indispensabile per un giudizio storico. Pubblico la copertina di due libri usciti per gli 80 anni della Repubblica. Sono modi non storici di porre il problema perché con la logica del viva e dell’abbasso si rimane fermi al manicheismo anche violento di 80  anni fa. Il romitiano Fornaro è l’esempio di un politico  che tenta continue incursioni storiche senza risultati positivi perché la sua sconfinata faziosità ,persino emotiva, gli impedisce di scrivere di storia con il distacco necessario  È rimasto un fedele attivista del figlio di  Romita, neppure del famoso ministro degli interni del 1946 che fu un acceso repubblicano.
La storia  del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica deve partire almeno dal 25 luglio 1943 perché la sorte della Monarchia e la vittoria della Repubblica venne decisa in quel triennio 43 -46 in cui i politici repubblicani seppero imporsi e i monarchici affidarono le loro sorti nelle mani di uomini politicamente poco avveduti o troppo anziani, se si eccettua Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real Casa. Umberto ebbe una nobiltà che rasenta l’utopia di non partecipare alla contesa elettorale , se non con qualche messaggio e alcune rapide visite in cui si limitò a salutare la folla accorsa a rendergli omaggio. Con dei  mastini repubblicani come Togliatti e Nenni  e un abilissimo politico come De Gasperi ,il Re ,con il suo stile super partes, fu una facile preda. Fu ricoperto di insulti ripresi dalle campagne  contro di lui dei giornali della Repubblica  di Salo’ che ricorsero a vistose falsità contro il Principe di Piemonte che combatteva con il rinato esercito italiano contro i tedeschi ,contribuendo a scrivere due eroiche pagine di storia a Monte Marrone e  Monte Lungo a rischio della sua vita.
La storia d’Italia non si può dividere in due pezzi come tentano di fare anche alcuni storici in verità un po’ improvvisati: gli 85 anni di regno cattivi, gli 80 anni di Repubblica ottimi. Il manicheismo impedisce di capire la realtà ,come diceva Bloch. Forse solo Gianni Oliva nel suo libro di 10 anni fa, di cui pubblico  la copertina, ha avviato un discorso storico sul Referendum che non ha avuto continuatori. Tutta la storia italiana ha avuto le sue luci e le sue ombre e rimanere fermi alle passioni partigiane  di 80 anni fa non fa bene all’Italia. Chi ha avviato di recente  il discorso di una revisione storica con un processo a Vittorio Emanuele III, ha indicato un metodo che rivela serietà, anche se una sentenza giudiziaria non è storia che si valuta  soprattutto dalle conseguenze politiche dei fatti e non solo  dalla loro legittimità.
La posizione riservata del Duca d’Aosta,  Aimone di Savoia, diventa condivisibile da tanti italiani monarchici e repubblicani. Il Duca per il suo lavoro di grande responsabilità alla guida della Pirelli in Russia , ha avuto dal presidente Mattarella una onorificenza importante consegnatale all’ambasciata italiana a Mosca. E’  un segno di equilibrio istituzionale ,arricchito da una storia famigliare e personale che rappresenta l’Italia. Anzi,” l’ Italia innanzi tutto”, come diceva il re Umberto dall’esilio di Cascais.
La Prof., Orwell e il fascismo
Una prof. (abbreviativo più di profumiera che di professoressa, come amava dire Bruno Segre, riferendosi a certe stravaganti docenti sessantottine) ha pubblicato un post offensivo e strafottente  in cui mette in discussione l’entità delle lesioni ricevute da due poliziotti  durante la manifestazione violenta di Askatasuna del 31 gennaio a Torino. La docente si è lasciata andare a commenti che non sono semplici opinioni. Forse ella stessa si è resa conto di aver esagerato e dopo tre giorni ha eliminato il post. L’articolo 21 della Costituzione tutela il libero pensiero, ma  non tutela l’ingiuria e la diffamazione. La depenalizzazione in materia è stata devastante perché ha generato l’idea dell’essere liberi di offendere la dignità altrui. In ogni caso la prof., per la professione che ha scelto, è sottoposta al codice di comportamento dei pubblici dipendenti, valido anche per i docenti e persino per i bidelli che recita: “ Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione”. La preside della docente ha ritenuto di doverla sanzionare con un provvedimento disciplinare, la censura, di una certa gravità, senza giungere alla sospensione. Mi auguro rispettando il diritto della contro deduzione  da parte della prof.
Se penso che la stessa sanzione venne comminata ad un professore perché aveva circuito un’allieva, qualche dubbio mi sorge.  Se penso ad un docente stimato e premiato con alti riconoscimenti  che venne fatto oggetto dell’apertura di un procedimento disciplinare perché, vittima di una indegna campagna di stampa durata mesi, avrebbe indirettamente  arrecato danno all’immagine della scuola, mi sorgono dubbi. Il procedimento dopo le contro deduzioni prodotte da un noto avvocato, venne subito archiviato, ma resta l’esempio di un infame modo di procedere contro un docente che doveva giustificarsi di aver prodotto dei clamori provocati dai suoi nemici. Un paradosso giuridico  vergognoso, disse un giurista insigne. Ma se penso alle centinaia di migliaia di docenti che hanno contravvenuto al codice  di comportamento  oltre che al codice penale,  in tanti anni di “onorato servizio“ , dando un’idea di scuola fucina di un ribellismo che violava ogni legge , mi viene da pensare che il lassismo  durato decenni può aver fatto pensare alla prof. di poter scrivere senza problemi  usando linguaggi non consoni. Solo chi ha conosciuto la scuola dei decenni 70-80 – 90  del secolo scorso può esprimere un giudizio anche su presidi della CGIL che forse non avevano il senso delle istituzioni. Ricordo personalmente che, quando giurai fedeltà alla Repubblica davanti ad un logoro tricolore che sembrava uno strofinaccio, entrando come professore di ruolo ordinario  il giuramento solenne) ci fu un mio collega (si fa per dire) che non voleva giurare davanti al tricolore. Alla fine ebbe ragione lui perché dopo non tanto tempo fu abolito il giuramento che non era certo quello imposto agli universitari dal fascismo nel 1931. Comunque non facciamo far passare per martire la prof.,  che forse potrebbe apparire un po’ troppo “amica” dei violenti di corso Regina  e che ritiene che siamo tornati al fascismo e al Grande Fratello, in effetti due dittature non proprio coincidenti. Orwell non era Mussolini ed era nemico di tutti i totalitarismi del secolo scorso. Orwell non sarebbe stato certo dalla parte dei violenti di Borgo Vanchiglia e della Valle di Susa. Ma forse la prof. fa un po’ di confusione con il Grande Fratello della rete berlusconiana …
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Le città rosse
Federico Rampini, noto giornalista ex comunista, dice che le città peggio amministrate sono le  città governate dalla sinistra. Cosa ne pensa? Giulia Casanova
Bisognerebbe innanzi tutto  studiare la metamorfosi di Rampini che comunque è coraggiosa perché non è certo un tentativo di “andare in soccorso ai vincitori“ in quanto la partita tra i due fronti è apertissima e il voto  politico potrebbe mandare a casa  la Meloni e i suoi certo non brillanti ministri. Circa le città non ho più  la possibilità di girare l’Italia come ho fatto per tanti anni. Non conosco da vicino la situazione del Sud. da Napoli a Palermo, dove andavo spesso. Conosco però bene Torino, Milano, Venezia, Genova, Roma, Firenze. Non mi pare che ci siano eccellenze, ma forti criticità un po’ dappertutto. L’immigrazione incontrollata sta creando guasti paurosi , tanto per citare un esempio. L’amministrazione di Milano con  Sala è  un disastro, annullando il lavoro di sindaci come Albertini e Pisapia. Ho apprezzato molto l’amministrazione di Venezia forse anche perché è la città più amata. Su Torino sospendo il giudizio. Il fallimento lo si ebbe con i 5 Stelle con guasti vertiginosi. Stimo il sindaco attuale, non certi assessori: il disastro di piazza Baldissera è una macchia di questa amministrazione che ha un’assessora incompetente. Non approvo la spesa eccessiva per la pedonalizzazione di via Roma.  Sospendo il giudizio e mi esprimerò al termine del mandato. Temo che l’eventuale candidato del centro – destra non sia all’altezza di essere competitivo, così come giudico severamente una opposizione morbida, quasi complice, in certi casi inesistente e comunque non visibile. Non basta il bravo consigliere De Benedictis.
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Piazza Baldissera
Circa il caos recentissimo in piazza Baldissera, mi domando se una riunione religiosa possa portare alla paralisi una parte di città. Se fossero stati cattolici e non musulmani avrebbero consentito la manifestazione? Gli interessi collettivi di una città hanno sempre la priorità.    Beniamino De Caro
Bastava avvisare preventivamente gli automobilisti , mandare dei vigili che non si sono visti per ridurre i disagi. Concordo con Lei che gli interessi collettivi di una città devono sempre prevalere . Ma va anche aggiunto che i gravi disagi di qualche giorno fa rivelano che il problema di piazza Baldissera non è stato risolto. E qui i musulmani non c’entrano.
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Il 2 giugno
Ho letto il suo esemplare articolo sul 2 giugno 1946 sul “Corriere della Sera” che rivela  le sue qualità di storico che racconta i fatti senza commenti e fronzoli ideologici. Il suo articolo è destinato ad essere isolato perché sta incominciando la gran cassa celebrativa.   Biagio Suetti
Ho scritto nella rubrica  di oggi una riflessione più articolata e più ampia e non un’analisi del voto referendario a  Torino, come ho fatto sul Corriere. Il tema del 2 giugno resta divisivo  anche oggi persino tra i monarchici, allora sconfitti. Allora, di sicuro, erano almeno  oltre dieci milioni, poi la morte di tanti, le incompetenze, gli errori li  hanno ridotti al lumicino. Non ritengo tuttavia che la monarchia in sé sia da archiviare come superata: quella inglese è stata ed è un modello di democrazia liberale senza eguali. La repubblica americana di Trump è un esempio di come basti uno per distruggere un sistema di libertà di straordinario valore storico  che aveva entusiasmato il liberale francese Tocqueville a cui certo non guardarono i partiti repubblicani del 1946, tutti imbevuti di rabbia giacobina . “La Repubblica o il caos“ di Nenni fu un’indecenza. Il comportamento del ministro degli interni Romita non fu certo super partes in termini istituzionali, ma il clima infuocato dei tempi era quello. Non appaiono per nulla giustificati i laudatores acritici di oggi che esaltano Nenni, Romita, Togliatti. La stessa chiesa cattolica sentì la vittoria repubblicana come la definitiva sconfitta dell’Italia risorgimentale della Breccia di Porta Pia, una ferita che neppure il Concordato del 1929 aveva sanato.
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La Ferrari elettrica
E’ passato inosservato il fatto che Elkann abbia presentato a Roma una Ferrari elettrica che costa oltre 500 mila euro al Papa e a Mattarella i quali sono anche saliti alla  guida dell’auto. Cosa ne pensa?   Franca de Petris
Penso come Montezemolo e Calenda che sono stati in Ferrari. Fare una Ferrari elettrica appare fuori da ogni logica anche commerciale.  E’ un prodotto ibrido che cozza con la storia della Ferrari. Presentarla al Papa e al Presidente dopo aver esportato all’estero la Fiat, distruggendola a livello torinese e italiano  appare un atto temerario che solo la “faccia di tolla“ del nipote di uno che veniva con dileggio definito “Giuanin lamiera”, poteva concepire. Vada a presentarla a Trump.

Accesso al credito più difficile per le imprese piemontesi

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Per le imprese piemontesi continua a restringersi l’accesso al credito. La stretta sui finanziamenti non accenna ad allentarsi e colpisce in particolare le micro e piccole realtà produttive, che devono fare i conti con prestiti in diminuzione, costi del denaro elevati e prospettive economiche ancora fragili.

È quanto emerge dall’analisi realizzata dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese sui dati della Banca d’Italia relativi alle erogazioni alle attività produttive piemontesi tra l’ultimo trimestre del 2025 e il primo del 2026.

Nel dettaglio, in Piemonte i prestiti destinati alle micro e piccole imprese hanno registrato nel 2025 una flessione del 3,6%, un dato leggermente migliore rispetto alla media nazionale del -4%, ma comunque indicativo di una situazione di forte difficoltà. Nello stesso periodo, il totale delle imprese piemontesi ha segnato un calo dello 0,2%, mentre a livello nazionale si è registrato un aumento dell’1,5%.

Tra le regioni con una contrazione ancora più marcata figurano Lombardia (-4,2%), Veneto (-4,9%) e Toscana (-5,8%). Parallelamente, continua a crescere il peso dei tassi di interesse: a dicembre 2025 il costo del credito per le imprese italiane risultava superiore di 189 punti base rispetto a giugno 2022. In Piemonte il divario arriva a 201 punti base, uno dei più elevati del Paese.

Una dinamica che, secondo Confartigianato Piemonte, penalizza da anni il tessuto produttivo locale, soprattutto le realtà artigiane e di dimensioni minori, spesso alle prese con condizioni di accesso ai finanziamenti sempre più complesse.

“La ripresa del credito in Piemonte, così come nel resto del Paese, continua a mostrarsi debole e poco uniforme, con le micro e piccole imprese che subiscono ancora il peso degli alti costi dei finanziamenti e della mancanza di una reale spinta alla crescita – dichiara Giorgio Felici, Presidente di Confartigianato Imprese Piemonte – A fronte di Istituti di Credito sempre più versati all’attività finanziaria (i bilanci sempre più corposi danno loro ragione: c’è da riflettere sul fatto che questi crescano col progressivo atrofizzarsi dell’economia reale) le imprese artigiane sono sempre meno interessate ad investire. In fondo perché dovrebbero, visto il palese retrocedere dello Stato dal ruolo di garante, soprattutto in materia fiscale, come abbiamo visto col tira e molla sul bonus innovazione. Per non parlare del fatto che l’economia è così stagnante e la predazione fiscale così insensata da portare famiglie ed imprese a chiedere prestiti per pagare le tasse e far fronte al quotidiano più che per fare sviluppo”.

A pesare ulteriormente è il livello dei tassi applicati alle aziende piemontesi. Il TAE medio regionale si attesta infatti al 5,13%, superiore alla media italiana del 4,95%. La Calabria è la regione più penalizzata con il 6,81%, mentre l’Emilia-Romagna si conferma quella con il credito più conveniente, pari al 4,43%.

Guardando ai singoli comparti, il settore delle costruzioni è quello che sostiene il costo del denaro più elevato: in Piemonte il TAE raggiunge il 6,69%, contro una media nazionale del 6,04%. Più contenuti, ma comunque elevati, i tassi per le imprese dei servizi, ferme al 5,04%, mentre il manifatturiero esteso registra condizioni leggermente migliori con un tasso del 4,97%, pur restando sopra la media nazionale del comparto.

“Inutile parlare di innovazione e crescita – conclude Felici – quando il sistema creditizio è ingessato dai parametri di Basilea creati ad arte per allontanare il credito dall’economia reale. Lo Stato, posto che sia ancora in condizione di esplicare il suo ruolo di garanzia ed equilibrio, dovrebbe entrare in modo serio e attivo sul credito, non solo a supporto delle banche. La situazione rimane quindi delicata sia per gli imprenditori che hanno bisogno di credito per investire e crescere, sia per le famiglie che ricorrono ai finanziamenti per affrontare mutui e spese quotidiane”.

“Sia Luce”

Si celebra anche attraverso l’arte, nel quattrocentesco “Duomo – Cattedrale di Santo Stefano” di Biella, la Santa Pasqua di Resurrezione

Da marzo a domenica 7 giugno, giornata del “Corpus Domini”

Biella

“Immagini di soglia”. Così sono state, a ragione, definite le opere del chioggiotto Riccardo Albiero, solo due, esposte nella maestosa solennità della quattrocentesca “Cattedrale di Santo Stefano” a Biella (fatta costruire dalla Comunità locale nel 1402, a seguito di un voto fatto alla Madonna di Oropa per la scampata pestilenza del 1399 e diventata “Cattedrale” nel 1772, con la titolazione della “Città della Lana” a sede vescovile) in quel tempo pasquale che tradizionalmente invita a riflettere sul passaggio “dalla notte alla luce”, “dalla morte alla vita”. Attraverso “immagini di soglia”che sono “preghiera muta” e “apparizione fugace”, per l’appunto. Solo due, si diceva, perfettamente inserite nel Progetto “Sia Luce”, promosso dalla “Parrocchia di Santo Stefano” (patrono di Biella), a cura di Irene Finiguerra per “BI-BOx – APS”, nell’ambito del Bando “CulturHUB” di Città e Cattedrali e della “Consulta Regionale per i Beni Ecclesiastici”. “The Silent Choir” (“Il suono del silenzio”, olio e acquerello su tela, di grandi dimensioni) e “A Sorrowful Charm” (“Un fascino doloroso”, olio su tavola), i titoli dei dipinti, entrambi datati 2025, entrambi espressione tecnicamente rigorosa di “un universo silenzioso e contemplativo dove la pittura si fa gesto spirituale, evocazione ed offerta”.

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerrama una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice  grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.

Preghiere. Preghiere che fanno volare alto sentimenti d’amore. E che, personalmente, mi sollecitano ricordi e domande su altre accorate musicali invocazioni:

“Ti guardo camminare in chiese così alte/Ti sento parlare e fai esplodere il mio cuore/Sento il …/Sento il coro silenzioso/

E tu, ti prendi cura di me?/E tu, pensi mai a me? …/

Invocazioni, interrogativi riportati in musica “stile – coldwave” nel brano “The Silent Choir” (stesso titolo del dipinto di Albiero) pubblicato nel 2018 dal duo musicale svizzero-britannico degli “Lebanon Hanover”. Puro caso? Mia casuale suggestione? O anche per Riccardo Albiero, fascinosa fonte d’ispirazione? In ogni caso, restano le motivazioni di un dolce incantesimo e “la connessione profonda tra anime solitarie – come si è scritto – che non hanno bisogno di parole per comprendersi”.

“Sia Luce”

Il Progetto mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale di Biella”, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio. Dall’ottobre del 2019, anno di nascita del progetto a oggi, sono state più di settanta le iniziative ospitate. “Sia Luce” è dunque un’occasione per approfondire la conoscenza della “Cattedrale” e di tutto il complesso di “architettura sacra” che si è sviluppato, su Piazza Duomo, nel corso dei secoli. Una periodica esposizione di opere d’arte contemporanee legate al tema del “sacro” consentono di integrare e far dialogare i beni artistici che la “Cattedrale” o il “Battistero” custodiscono con un linguaggio nuovo e accattivante.

Per info: tel. 392/5166749 o info.bibox@gmail.como www.bi-boxartspace.com

Gianni Milani

 

Nelle foto: Allestimento interno opere Riccardo Albiero; “The Silent Choir”; “A Sorrowful Charm”; Biella, Piazza Duomo (Ph. Davide Corona)

Giornata senza tabacco: i mozziconi minacciano ambiente e salute

 

Valontan, una storia di provincia

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A Brunello Martoccini era nato un figlio. Una bella notizia per  l’anziano zio, il signor Virgilio Borlazza, che viveva a Romentino, nel novarese. Contadino in pensione, Virgilio, aveva promesso al nipote che avrebbe fatto da padrino al battesimo del primo figlio

Brunello, nel frattempo, si era trasferito a Torino. Quindi era lì, nella capitale sabauda, che doveva recarsi.  Nessun problema, a parte uno. In verità non un grande problema ma piuttosto, come dire?, delicato: il mal d’auto che Virgilio soffriva con particolare disagio. Anche da giovane, quando capitava di prendere la corriera alla fermata, davanti al cascinale dei Borlazza, appena messo il piede sul gradino avvertiva quel malessere che agguanta lo stomaco e lo strizza ben bene. “Comunque, la parola data va mantenuta”. E  il signor Virgilio non era uomo da venir meno alle promesse. “Piuttosto faccio il viaggio con la testa fuori dal finestrino ma quando il prete bagna la testa dell’Edoardo(questo il nome  scelto per l’erede di casa Martoccini)  devo esser lì, altro che balle!”, affermava deciso l’anziano contadino.La moglie , la signora Adele, doveva ritirare dei medicinali prescritti dal medico e , cogliendo al balzo l’occasione, per non perder tempo,  lo spedì in farmacia , raccomandandogli di acquistare anche delle pillole utili a contrastare quella fastidiosa nausea che alcuni, come lui, provavano durante i lunghi viaggi in automobile. Virgilio non si fece pregare, consapevole com’era che le decisioni della moglie erano irrevocabili e che a nulla sarebbe valso opporvi resistenza. Dunque, andò. In pochi minuti, raggiunta la farmacia e varcata la soglia, si trovò una sorpresa che avrebbe voluto evitare: dietro al bancone non c’era il farmacista D’Intrugli ma sua moglie, una signora un po’ impicciona e molto, ma molto curiosa.“Oddio, proprio quella lì mi toccava d’incontrare. E’ quasi peggio dell’Ercolino, quel gran rompiballe di mio nipote ”, sospirò Virgilio. Dopo lo scambio di saluti , molto formale e piuttosto freddino,  l’anziano allungò la ricetta sul bancone  e aggiunse: “..mi servono anche le pastiglie per l’auto”.  La moglie del farmacista, alzando gli occhi dal foglio, lo guardò negli occhi e chiese: “Valontan?”. Virgilio, contrariato per la domanda, borbottò dentro di sé..”Eccola qua, la curiosa. Vuol sapere dove vado,eh? Ma io non gli dico un bel niente”. E stette zitto. La signora intanto, voltando le spalle all’anziano,  cercava sugli scaffali le medicine, mormorando  tra sè e sè , “Valontan”.Virgilio, che aveva l’udito buono, a dispetto dell’età,  scosse la testa e pensò: “Di nuovo. Eccola che insiste. Non riesce proprio a farsi i fatti suoi…Ma io starò muto come una tomba e la soddisfazione di dirle dove devo andare proprio non gliela dò”. La farmacista, raccolte le confezioni sul bancone, rilesse quanto stava scritto sulla ricetta.. “Allora, vediamo un po’. Supposte di glicerina..sì..sciroppo per la tosse..eccolo.. antibiotico e antipiretico sono qui. Ah… ecco..Valontan”.Virgilio, esasperato dall’invadenza, rispose seccato: “Vado a Torino. Contenta, adesso? ”.La signora, sgranando gli occhi, disse:”Ma signor Virgilio, io non volevo sapere dove andrà lei. Valontan è il nome delle pastiglie”. L’anziano però non le credette. Pagò le medicine, ritirò la merce e lo scontrino e, prima di andarsene le disse: “Eh, sì! Altro che non vuol saperlo, la scìura farmacista. Ma se me l’ha chiesto tre volte, cara Madonna!  Farsi i fatti propri mai, eh..? Buongiorno”.

Marco Travaglini