La nota architetta vive e immagina il futuro della città.
Architetta, presidente della Fondazione per l’Architettura Torino, Consigliera della Fondazione Torino Musei e delegata Inarcassa. Alessandra Siviero è una donna brillante ed entusiasta, con una visione dinamica della città ed un’energia che si traduce in progetti e iniziative. Legatissima a Torino, la osserva con lo sguardo di chi la vive ogni giorno, ma anche con quello di chi immagina il suo futuro. Ama la natura, studia e utilizza l’intelligenza artificiale, e soprattutto crede nelle contaminazioni: tra architettura e cinema, tra arte e architettura, tra tradizione e innovazione. L’Architetto Siviero si muove con naturalezza tra diverse realtà culturali e istituzionali, con l’obiettivo di arricchire continuamente la propria professione e creare connessioni. Le sue progettazioni seguono una filosofia precisa: per lei l’abitare deve essere prima di tutto benessere. La casa è un rifugio, un luogo capace di far stare bene chi la vive.
Cosa la lega a Torino?
Ho dedicato la mia tesi di laurea ai portici, che mi hanno sempre affascinato perché’ rappresentano e accompagnano con i loro 18 km di lunghezza l’architettura torinese: elegante, regale, unica. Una piccola Parigi. Torino è una città tranquilla ma allo stesso tempo è un vero laboratorio, una fucina di idee. Forse dovremmo imparare a raccontarla di più, avere più coraggio perché le potenzialità sono enormi. Mi piace molto anche il suo carattere sabaudo che, negli anni, si è mescolato con culture diverse: questa integrazione crea un’effervescenza interessante. Dovremmo guardare al futuro in modo ancora più connesso, diventare più attrattivi per i giovani, creando maggiori opportunità dopo l’università e affrontando temi attuali come quello che molti giovani vanno a studiare all’estero. Inoltre servirebbe una maggiore apertura internazionale, più confronto con gli altri paesi.
Un suo luogo del cuore?
Il Castello del Valentino. Ho studiato e discusso la tesi all’interno dei suoi splendidi ambienti, l’ho vissuto per anni ed è rimasto profondamente nel mio cuore. Il parco che lo avvolge è splendido e la vista sul Po mozzafiato. Un’altra cosa che adoro di Torino è la sua archeologia industriale, ma allo stesso tempo anche la Reggia di Venaria e l’intero sistema delle residenze sabaude. Amo i contrasti, e Torino è una città che li rappresenta perfettamente.
Se potesse fare qualcosa per Torino, da dove comincerebbe?
Mi piacerebbe vedere una città ancora più viva, con eventi diffusi e luoghi di incontro dove arte, architettura, design e creatività possano dialogare con i cittadini. Creerei dei veri e propri salotti di scambio culturale. Immagino aperitivi o cene a tema in cui le persone possano incontrarsi, scambiarsi idee e creare connessioni, Torino ha bisogno di più movimento, soprattutto la sera. Punterei anche sull’apertura serale dei musei, per permettere a chi lavora durante il giorno di visitarli con più facilità. Mi piacerebbe ampliare occasioni di incontro tra persone e discipline diverse, come avveniva nei caffè intellettuali di un tempo. Inoltre utilizzerei molto di più i portici per eventi dedicati all’artigianato e alla creatività locale, e valorizzerei maggiormente i grandi palazzi storici della città. Torino ha tutte le qualità per essere un punto di riferimento europeo per la cultura contemporanea, senza perdere la sua identità elegante e profonda.
Maria La Barbera


Del “mio” Gioberti (ho conseguito la maturità classica nel 2009) ricordo le aule prive di LIM, odorose di gessetto da lavagna, rammento le pareti smunte, sulle tinte dell’ocra, i banchi rettangolari dotati di sottobanco, ossia quegli spazi perennemente ricolmi di fogli piegati, di carta delle merendine, di bigliettini dimenticati che mamma mia se fossero caduti all’improvviso! E poi l’armadio di classe, strabordante dei libri che non sempre riportavamo a casa e i grandi finestroni che si affacciavano sul cortile quadrato, che dall’alto mi ricordava quello di una prigione e ancora i lunghi corridoi e i caffè presi sul suono della campanella. “E”, “e”, “e” tante congiunzioni per un’infinità di momenti che non so se posso descrivere così apertamente.
Vi posso raccontare di un “maiale volante” appeso al soffitto, comprato grazie ad una colletta di classe proprio come “mascotte” porta fortuna. E quanto ci sarebbe ancora da dire. Quanti pianti fece la mattina la ragazzina mentre andava a scuola, quante notti passò a studiare per poi prendere talvolta solo delle misere sufficienze, quante sconfitte ma anche quante vittorie. E quante rinunce: inconciliabile con l’intensità dello studio la scuola di danza, che ha dovuto lasciare proprio quando stava imparando a ballare sulle punte. Le scarpette rosa rimasero un ricordo riposto in solaio.
