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Vita di Barriera

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PAROLE ROSSE  di Roberto Placido / Nelle ultime settimane diversi articoli ed interventi, l’ultimo sul Corriere Torino di sabato 9 maggio 2020 a firma di Paolo Coccorese, si sono occupati della situazione in Barriera di Milano ed in Borgata Aurora, due dei quartieri più problematici di Torino.

L’intervista del Corriere mi ha fatto ricordare un comizio, si facevano ancora, per le elezioni europee del maggio del 2009, in Piazzetta Cerignola. Prima di iniziare, ero insieme all’allora Sindaco Sergio Chiamparino e mi sembra Sergio Cofferati, alcuni cittadini che mi conoscevano, essendo cresciuto in quel quartiere, con un fare accorato e già allora disilluso mi segnalarono tutti i problemi di convivenza e di abbandono.

Mi pregarono di fare un breve giro con loro, Via Montanaro, Via Sesia e le altre vie intorno al mercato di Piazza Foroni. Ed era chiaro agli occhi di chiunque, tranne di chi non voleva vedere, che non vedeva da anni e che ha continuato a non vedere fino ai giorni nostri. Pipì ed escrementi sulle soglie dei portoni, mini atti vandalici diffusi, una concentrazione di extracomunitari in parte dediti a traffici illeciti, spaccio ed altre cose simili. La sinistra incominciò a pagare elettoralmente quel distacco da quella che era sempre stato una parte molto forte del suo insediamento politico ed elettorale in città. Qualche anno dopo ritorno in Via Montanaro con una cara amica giornalista milanese che doveva fare un servizio per il Foglio, un sabato mattina affollato ed assolato, ci ritroviamo davanti alla sede del Partito Democratico, storica sezione di quel quartiere dal Partito Comunista Italiano fino al PD, e ricordo che ebbi da dire molto bruscamente con alcuni nigeriani che non volevano che fotografassi la “casa dello spaccio”, il retro di un palazzo di ringhiera interamente abitato da extracomunitari. Potei verificare la situazione che, se possibile, era peggiorata e cosi nel tempo quando ci ritornai su invito di alcuni ambulanti. Quando ci fu il tracollo elettorale della sinistra, a favore dei cinque stelle prima e della destra poi, non fui assolutamente sorpreso, anzi! Quei cittadini erano stati fin troppo pazienti e generosi verso la sinistra. La differenza era lampante tra gli anni della mia infanzia e prima adolescenza, fine anni ’60 e ’70, dove ci furono investimenti in case, scuole, servizi, verde pubblico ed i vari piani di recupero delle periferie della fine degli anni ’90 e primo decennio del nuovo millennio. Tra Avventure Urbane, uno dei progetti più fantasiosi, ed investimenti di soldi pubblici fatti di tante parole ed immagine e poca sostanza sui problemi veri. Come mi disse un caro amico e compagno che lì ci vive da sempre, “l’atteggiamento e l’approccio di “questi” è di chi pensa che in Barriera abbiamo l’osso al naso e ci deve spiegare come dobbiamo viverci”.

Ci siamo detti e ricordato che noi eravamo orgogliosi di abitarci. Tornando a quanto è stato scritto in questi giorni la sorpresa di leggere che c’è chi ora, a sinistra, storce il naso con l’atteggiamento classico della sinistra fighetta, di quella “gauche caviar” che tanti danni ha fatto e continua a fare, per la presenza dei blindati di esercito e carabinieri. Certo che non si risolve solo con quelli ma prima bisogna garantire un minimo di legalità. Gli assembramenti prima durante e dopo le limitazioni per il Covid 19 erano e sono principalmente di spacciatori e loro amici. Avere permesso certe concentrazioni senza controllo è una delle principali responsabilità. Non è un problema di ”abitabilità”, gli extracomunitari che si sono inseriti, come i meridionali immigrati allora, hanno un livello di adattamento e sopportazione superiore a chi spesso ne parla e chiedono solo di potere lavorare e vivere in pace tranquillamente nel rispetto delle regole. I primi ad essere danneggiati sono proprio loro. Alla “Barriera” ci sono affezionato e lì c’ho lasciato il cuore da quel lontano 14 luglio 1967 quando arrivai a Torino con la mia famiglia e come tanti altri andammo ad abitare in quel quartiere popolare. Così quando leggo in cronaca dei giardini di Via Padre D’Enza, dove ho frequentato la scuola media, mi scatta un moto di rabbia per l’abbandono in cui da decenni versa la “Barriera”. Senza un piano serio di investimenti in lavoro, servizi, asili e legalità la situazione non potrà che peggiorare. Mi sono soffermato a parlare del passato perché è impossibile parlare del presente in quanto l’attuale amministrazione, dopo avere fatto lì il pieno di voti, semplicemente non ha fatto nulla. Il prossimo anno ci saranno, almeno sono previste, le elezioni amministrative per eleggere il Sindaco e rinnovare il Consiglio Comunale ed i quartieri popolari faranno la differenza e se ne ritornerà a parlare. Urge un piano vero per quei quartieri. Alla sinistra è evidente che non possono bastare centro, collina e crocetta.

L’Italia ha bisogno dell’Iri. Chi impedisce la ripresa è complice della mafia

COMMENTARII di Augusto Grandi / Non si può pretendere che il compagno Sergio Cofferati conosca la storia. O, se la conosce (perché la conosce), che abbia la correttezza di raccontarla tutta, compresa la parte per lui scomoda.

Così va in tv, dai compagni di Rai News 24, e spiega che l’Italia, per ripartire, avrebbe bisogno dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale. Perché fu l’Iri – spiega Cofferati – a trainare la ripresa italiana dopo la fine della guerra.

Dimenticando che l’Iri fu creato nel 1933 per far ripartire l’Italia dopo la crisi mondiale del ‘29 e per sopperire alla cronica incapacità degli industriali italiani. Ovviamente neanche una parola di precisazione da parte della giornalista Rai. Ad impossibilia nemo tenetur…

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L’Italia ha bisogno dell’Iri. Chi impedisce la ripresa è complice della mafia

L’Europa boccia gli aiuti a pioggia ai conigli italiani

COMMENTARII  di Augusto Grandi / Un segnale è solo un segnale. Però, quando arriva dalla Corte Costituzionale tedesca vale un po’ di più. Perché le perplessità sull’impiego dei fondi della Bce non toccano soltanto i giudici ma coinvolgono la popolazione dell’intera Germania e di altri Paesi dell’Unione europea.

Difficile dar torto ai tedeschi quando l’Italia del lìder minimo e dei dittatorelli vuole utilizzare i fondi europei non per rilanciare il Paese ma per una serie di interventi a pioggia che costano tantissimo e non risolvono nulla.

Di fronte alla disoccupazione crescente, di fronte al dilagare di richieste di reddito di divano, di fronte all’esercito di immigrati che affollano le casse dei supermercati con i buoni pasto da 25 euro “offerti” dal contribuente italiano, cosa vuol fare il governo dei dittatorelli dello Stato Libero di Bananas? Regolarizzare altri 600mila clandestini, con tutto ciò che concerne in termini di costi aggiuntivi…

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L’Europa boccia gli aiuti a pioggia ai conigli italiani: non creano futuro

La Cuoca Insolita propone: crêpes alle fragole per la Festa della Mamma

Si avvicina la Festa della Mamma. Cosa c’è di più gradito di una bella sorpresa, buona e anche light?

In questa ricetta di crêpes alle fragole e crema pasticcera “vantaggiosa” (e capirete subito perché la ho chiamata così), la parte ai fornelli si può fare con la mamma all’ultimo, così non ci sono pericoli, se i bambini sono ancora piccoli. Se invece qualche papà vuole mettersi ai fornelli, alla Mamma non resterà che assaggiare! Allora buon divertimento a tutti e auguri a tutte le Mamme!

Tempi: Preparazione 30 minuti;

Cottura 30 minuti;

Attrezzatura necessaria: Terrina rotonda a bordi alti, frusta a mano o elettrica, paletta da cucina, padella antiaderente diam. 20, casseruola piccola

Difficoltà (da 1 a 3): 2

Costo totale: 5 €

Ingredienti per 8 minicrêpes (da 18 cm diam):

Per le crêpes (25-30 g cotte ciascuna):

Per la crema pasticcera vantaggiosa:

  • Latte di soia – 250 g
  • ½ uovo miscelato (25-30 g circa)
  • Farina di grano 00 o di riso – 25 g
  • Eritritolo – 25 g
  • Zucchero – 15 g (meno di ½ cucchiaino da caffè)
  • Vanillina – ½ bustina
  • Curcuma in polvere – 1 punta

Per guarnire:

  • Fragole fresche – 400 g

Zucchero o eritritolo a velo – 1 cucchiaino

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Rispetto alla ricetta preparata con ingredienti tradizionali, Kcal -25%, Grassi -50%.
  • Usando nella crema pasticcera l’uovo intero invece che solo i tuorli, si riduce dell’83% la quantità di grassi saturi, a vantaggio di un buon controllo del colesterolo!
  • Grazie all’eritritolo (è un dolcificante a zero calorie e zero zuccheri semplici) possiamo usare meno della metà dello zucchero. Se non avete l’eritritolo, usate 35 g  di zucchero in tutto per questa ricetta.
  • Adatta anche in caso di allergia o intolleranza a latte e glutine.

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link: https://www.lacuocainsolita.it/ingredienti/).

In caso di allergie…

Allergeni presenti: Cereali contenenti glutine, uova, soia

Preparazione

FASE 1: LE CRÊPES

Mettete nella terrina la farina e versate il latte poco alla volta mentre mescolate con la frusta. Solo quando tutta la farina sarà sciolta, finite di versare il resto del latte, salate, aggiungete l’olio e amalgamate. Lasciate riposare coperto a temperatura ambiente per almeno mezz’ora. Vedrete che l’impasto sarà diventato più denso e corposo.
Scaldate a fuoco sostenuto la padella antiaderente con un filo di olio, che dovrà essere distribuito su tutta la superficie. Versate mezzo mestolo di pastella (circa 50 g) nella padella calda e distribuite velocemente inclinando in più direzioni. Fate cuocere per circa 3-4 minuti, quindi girate la crêpe con la paletta da cucina e fate cuocere dall’altro lato per ancora un paio di minuti.

FASE 2: LA CREMA PASTICCERA VANTAGGIOSA

Se avete qualche dubbio su come preparare la crema pasticcera vantaggiosa, andate su questo link (https://www.lacuocainsolita.it/crepe-alle-fragole-per-la-festa-della-mamma-la-cuoca-insolita/) e troverete la video ricetta.

Frullate insieme il bianco e il rosso dell’uovo. Versate la quantità necessaria in una ciotola, aggiungete eritritolo e zucchero e battete il composto con la frusta elettrica o a mano. Se diventa troppo chiaro, potete aggiungere un pizzico di curcuma (pochissima alla volta), finché otterrete un colore lievemente giallo. Ora amalgamate farina e vanillina, mescolando bene e poi aggiungete solo una piccola parte di latte freddo e mescolate ancora. Scaldate il latte che vi era rimasto con la scorza di limone e, quando è molto caldo, unite il composto di uova e farina, abbassate il fuoco al minimo e mescolate senza sosta con la frusta fino a quando si formerà la crema (2 minuti circa). Lasciate raffreddare completamente, mantenendo coperto.

FASE 4: IL MONTAGGIO DELLE CRÊPES

Mettete in ogni crêpe, su una metà, circa la crema e le fragole tagliate a fettine sottili. Chiudetela a metà e date una spolverata di eritritolo a velo (o zucchero a velo) per decorazione.

Chi è La Cuoca Insolita

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog (www.lacuocainsolita.it) e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.

Calendario corsi di cucina ed eventi con La Cuoca Insolita alla pagina https://www.lacuocainsolita.it/consigli/corsi/

ArteFaBene, 3 fantastiche donne trasformano l’arte in solidarietà

Rubrica a cura di ScattoTorino

Cosa accomuna, oltre ad una lunga amicizia e ad una stima profonda, la pittrice Sabrina Rocca, l’avvocato Maria Irma Ciaramella e la curatrice di mostre d’arte contemporanea Monica Trigona? Sicuramente il fatto che sono donne sensibili e poliedriche, attente al contesto nel quale vivono e animate dalla voglia di supportare chi, in uno scenario delicato e complesso come quello scaturito dalla pandemia, ha perso la stabilità economica. Distanti per il lockdown, ma vicine nel cuore, le tre professioniste hanno ideato un progetto benefico che unisce l’estro creativo alla solidarietàARTEfaBENE. Dall’1 al 16 maggio è possibile fare un’offerta di 50,00€ o multipli per acquistare una o più opere tra quelle donate dai 59 artisti che hanno aderito pro bono all’iniziativa. Sul sito artefabene.it è possibile visionare e comprare le riproduzioni su carta delle loro opere, del formato di 30x40cm, tutte numerate e firmate. Il ricavato, spiegano le tre ideatrici in questa intervista corale, viene totalmente devoluto al progetto Fa bene a Casa che rientra nell’ambito della Caritas e serve a supportare, attraverso cibo e assistenza, le tante famiglie che in questo momento hanno difficoltà economiche. Perché, come sosteneva Madre Teresa di Calcutta e come si legge sul sito del progetto: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore”.

Come è nato Artefabene?

Maria Irma Ciaramella: “L’iniziativa è merito della sensibilità di Sabrina. Oltre ad essere una brava artista, sin dagli albori nei suoi quadri ha sempre proposto un forte messaggio sociale e politico, inteso come prendersi cura dei temi della polis. Sabrina ha ragionato sul fatto che a causa del lockdown molte famiglie non hanno più un reddito e non possono provvedere alle esigenze primarie. Il suo merito è stato intercettare il problema prima di altri e chiedersi come avrebbe potuto essere un moltiplicatore di interventi con la sua arte. Monica ed io abbiamo accolto con entusiasmo la sua iniziativa ed anche la comunità artistica torinese ha risposto immediatamente alla call to action”.

Sabrina Rocca: “Ho contattato Irma e Monica perché sapevo che avevano la giusta sensibilità per capire la mia idea. Monica ha selezionato gli artisti torinesi ed entrambe si sono attivate per trovare chi potesse aderire al progetto”.

Monica Trigona: “Abbiamo collaboratori che partecipano pro bono all’iniziativa: Martine Rollandin e Marco Zoccali si occupano della comunicazione e dei social media, Stefano Rocca cura la parte grafica del sito, Arti Grafiche Parini è lo sponsor tecnico che offre la stampa gratuita delle opere e il Circolo Culturale Azimut ha da subito condiviso il progetto sui suoi canali”.

Il mondo dell’arte come ha risposto alla chiamata?

Monica Trigona: “L’idea di Sabrina all’inizio mi ha spaventata perché i tempi erano stretti e gli artisti torinesi tanti, per cui bisognava fare una selezione rappresentativa tra coloro che sono conosciuti e le nuove leve. Ognuna di noi ha stilato una lista e successivamente li abbiamo contattati e documentati sulla finalità del progetto. Tutti, conoscendoci da tempo, hanno risposto con entusiasmo e in una settimana abbiamo avuto 59 adesioni, più di quante ci saremmo aspettate. Gli autori hanno selezionato l’immagine di una loro opera e ce l’hanno inviata”.

Sabrina Rocca e Monica Trigona

Quali artisti hanno aderito?

Monica Trigona: “Li elenco in ordine alfabetico: Leandro Agostini, Salvatore Astore, Matteo Baracco, Alice Belcredi, Enzo Bersezio, Davide Binello, Ovidio Boc, Davide Bramante, Francesco Brugnetta, Maurizio Cilli, Corina Cohal, Gianni Colosimo, Costanza Costamagna, Claudio Cravero, Vanni Cuoghi, Serena De Bianchi, Enrico De Paris, Pier Tancredi De-Coll’, Matilde Domestico, Enrico Fabbri, Richi Ferrero, Max Ferrigno, Lorena Fonsato, Daniele Galliano, Theo Gallino, Luca Gastaldi, Gec, Massimo Ghiotti, Ferdi Giardini, Piero Gilardi, Carlo Gloria, Ezio Gribaudo, Pablo Jins, Le Scapigliate, Paolo Leonardo, Luigi Mainolfi, Cristina Mandelli, Mia Mari, Calogero Marrali, Livio Ninni, Johannes Pfeiffer, Moreno Pisapia, Giovanna Preve, Pier Luigi Pusole, Sergio Ragalzi, Giorgio Ramella, Erika Riehle, Sabrina Rocca, Luigi Rocca, Gianni Romeo, Alessandro Sciaraffa, Diego Scursatone, Francesco Sena, Stefano Sogno Fortuna, The Bounty Killart, Roberta Toscano, Luisa Valentini, Gabriele Zago, Salvatore Zito”.

Sabrina Rocca: “Desideriamo ringraziare anche Paola Gribaudo, Presidente della Accademia Albertina di Belle Arti, per il suo costante supporto e ricordiamo che molti artisti che aderiscono al progetto provengono dall’Accademia”.

A chi viene devoluto l’acquisto delle stampe?

Maria Irma Ciaramella: “Tutte le immagini sono state caricate sulle pagine Facebook e Instagram e sul sito artefabene.it. Collegandosi a uno di questi canali è possibile scegliere una o più stampe del medesimo autore o di più autori. Ogni opera ha il valore di 50,00€ e la donazione viene fatta direttamente in favore del programma Fa Bene a Casa, per cui i benefattori hanno la garanzia che le somme donate giungono integralmente e immediatamente all’ente che, a sua volta, fornisce cibo e assistenza a chi, oggi più che mai, ha bisogno di aiuto. Desideriamo sottolineare che il comitato spontaneo di ARTEfaBENE si è fatto carico di tutte le spese di organizzazione e coloro che collaborano all’iniziativa lo fanno pro bono e senza chiedere alcun compenso, neppure a titolo di rimborso spese”.

Ricordiamo le modalità di pagamento?

Maria Irma Ciaramella: “Il bonifico bancario deve essere effettuato in favore del Comitato Promotore S-NODI Gabriele Nigro di cui segnalo l’Iban: IT 65 M 06305 01000 000110144546. Nella causale del versamento occorre indicare ARTEFABENE – nome e cognome dell’artista del quale si è scelta la stampa e, se si effettuano donazioni per più stampe dello stesso artista, bisogna evidenziare il numero delle stampe. Se invece si acquistano opere di artisti diversi, è importante segnalare i nomi e i cognomi di ognuno”.

Fino a quando è possibile effettuare le donazioni?

Sabrina Rocca: “L’iniziativa dura dall’1 al 16 maggio e ad oggi abbiano già avuto tante adesioni che ci rendono felici”.

Anche il settore artistico sta vivendo uno stato di crisi. Come immaginate lo scenario post Covid-19?

Monica Trigona: “Dando uno sguardo alla storia, che ha tanto da insegnarci, si evince che agli inizi del Cinquecento l’arte, in un periodo di grande crisi economica e politica, stava cambiando a favore di un’attitudine scientifica. Da Leonardo a Bramante, da Michelangelo a Sansovino, tutti svolgevano un’attività completa che spaziava dall’arte all’architettura sino all’ingegneria e agli apparati scenografici. Nella fase successiva al Covid-19 mi piacerebbe prevedere un impegno degli artisti pari a quello di altri interlocutori nell’ambito della macchina economica. Poi si ricomincerà ad aprire i musei e a vendere le opere, ma il sistema del mercato dell’arte era già in crisi prima della pandemia e la macchina andrà più lentamente di altre. Come nel Cinquecento, vorrei che l’artista contemporaneo fosse polivalente e contribuisse alla ricostruzione economica del Paese, anche perché molti di loro oggi sono dei mediatori in quanto conoscono argomenti che esulano dall’arte in senso stretto”.

Maria Irma Ciaramella: “In queste settimane che hanno visto tanti di noi rimanere a casa, tra i pochi strumenti che ci hanno consentito di nutrire l’anima ci sono la cultura e l’arte in tutte le loro declinazioni. I musei hanno condiviso tour virtuali, la musica è stata vicina alle persone e artisti come Sabrina e Valerio Berruti hanno promosso iniziative benefiche importanti. La politica dovrebbe trarre spunto da questi esempi e tenere presente l’importanza cruciale che la cultura e l’arte hanno avuto in questo periodo”.

Torino per voi è?

Sabrina Rocca: “Amore. Qui ci sono i miei affetti e la mia storia. Qui ho iniziato la mia carriera e non a caso l’opera che ho scelto per ARTEfaBENE – Amore, un superpotere – è dedicata a Torino”.

Sabrina Rocca con la sua opera "Amore - Un Superpotere"
Sabrina Rocca con la sua opera “Amore , un superpotere”

Maria Irma Ciaramella: “Non sono Torinese, ma per me questa è una città meravigliosa. È la mamma adottiva, una donna bellissima, schiva e molto intelligente che non vuole primeggiare e si nutre del suo merito senza aver bisogno di trattenere i suoi ammiratori. È una lei che non ama sedurre, ma di fatto seduce tantissimo e ti tiene legata a sé perché è meravigliosa, piena di bellezze e di talenti. Sarebbe importante se riuscissimo ad essere consapevoli della forza incredibile che Torino esprimere e può esprimere”.

Monica Trigona: “Per me è la città del cuore, un laboratorio eccezionale di idee che non riguardano solo il campo artistico perché qui pullulano molte iniziative private legate a differenti campi d’azione. Sono stata parecchi anni all’estero e quando pensavo a Torino sentivo la nostalgia del fermento che si respirava qui e che riguardava tutti i settori”.

Un ricordo legato alla città?

Sabrina Rocca: “Tredici anni fa vinsi il concorso del Circolo Culturale Azimut ed esposi una personale davanti al Municipio di Torino. Quel momento è stato intenso e mi ha resa consapevole della mia arte. Grazie all’affetto di chi mi amava, agli amici e ai supporter proprio lì, nel cuore della città, ho capito che il mio lavoro riscuoteva critiche positive”.

Maria Irma Ciaramella: “Avevo 7 anni e arrivavo dal Sud del mondo con il mare negli occhi. Era autunno inoltrato e qui faceva molto freddo. Ricordo la prima nevicata e Torino mi sembrava incantata e cristallizzata come nelle fiabe”.

Irma Ciaramella

Monica Trigona: “Ricordo una mostra del 2007 alla Promotrice delle Belli Arti in cui mi ero occupata della schedatura di 120 opere di Tabusso. È stata la prima e l’ultima grande mostra di questo Maestro torinese che conoscevo poco, perché era fuori dalle mie corde. L’ho scoperto approcciandomi nel lavoro di schedatura e mi sono appassionata alla sua arte e alla persona. Fu un lavoro emozionante perché alcune opere erano prestiti di collezionisti che vivevano in Piemonte e per la prima volta mi ritrovavo a maneggiare le tele e i loro trascorsi”.

Coordinamento: Carole Allamandi

Intervista: Barbara Odetto

Stiamo uccidendo una generazione, quella dei più giovani

L’alternativa materna era: “Sei fermo, non stai bene?”. Ora, invece, sui social compaiono orgogliosi giovani padri e madri (più padri ed è oltremodo significativo) che esaltano la propria prole perché affronta senza problemi la carcerazione ordinata dai dittatorelli dello Stato Libero di Bananas…

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Il Corriere anticipa il governo: patrimoniale o furto nei conti correnti

Inevitabile, d’altronde, a fronte della politica del lìder minimo che vuole distruggere l’intero sistema produttivo italiano offrendo, in cambio, un po’ di elemosina a chi è costretto a restare sul divano ed a chi preferisce farlo anche se non è costretto…

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Il Corriere anticipa il governo: patrimoniale o furto nei conti correnti

L’isola del libro

Rubrica settimanale sulle novità in libreria. A cura di Laura Goria

Rowan Hisayo Buchanan  “Innocua come te”   -Codice Edizioni-  euro 19,00

E’ scritto magnificamente questo romanzo di esordio della scrittrice e saggista 30enne dalla genealogia cosmopolita (padre inglese, madre americana per metà giapponese e metà cinese) nata in America e cresciuta tra Londra e New York, dove si è laureata alla Columbia University. Un Dna decisamente interessante che traspare nel libro, che però non è autobiografico.

New York alla fine degli anni 60, protagonista è la giovanissima Yukiko (Yuki), figlia di una coppia di giapponesi (per i quali l’America è una trappola) che decidono di tornare a Tokyo, alle loro radici. Ma Yuki ha appena conosciuto la splendente e spregiudicata Odile e non vuole partire; ottiene di restare promettendo di proseguire gli studi e si trasferisce a casa dell’amica e della madre. Sono gli anni in cui la modella Twiggy impera, la Guerra del Vietnam divampa, e il mondo sta cambiando. Odile sogna una carriera come quella della top model “grissino” e va decisa in quella direzione; Yuki invece ha velleità artistiche e sperimenta -senza particolare successo- pittura e fotografia. Poi la vita accelera e Yuki passa da una relazione squilibrata e umiliante a un matrimonio sonnolento con il rassicurante Edison. Si trasferiscono in Connecticut e mettono al mondo un figlio; ma la vita da casalinga a Yuki va stretta, così li abbandona per seguire i suoi sogni.

Questo è solo uno dei due livelli della narrazione e si interseca con quello della vita del figlio Jay, andando avanti e indietro negli anni. E’ stato cresciuto dal padre amorevole che ha sopperito in parte alla lacuna della figura materna. Lo ritroviamo 35enne gallerista affermato, innamorato della moglie, ma anche padre spaesato “di una piccola sanguisuga”. Alla morte di Edison scopre che ha lasciato la casa del Connectitut a Yuki ed è così che attraversa l’oceano per cercare la madre. Il resto è la storia del tentativo di riallacciare un rapporto, suturare ferite e capire cosa conta nella vita, passando per illusioni e smentite, affetti profondi e senso di responsabilità…

 

Maxim Biller “Sei valigie”  -Sellerio –  euro 15,00

Quella che il critico letterario e scrittore tedesco Max Billier ci racconta è la tragica storia della sua famiglia di ebrei russi scappati dall’Est all’Ovest, e del mistero che aleggia intorno alla morte del nonno. Ripercorre piccoli e grandi odi, dissapori familiari vari e assortiti, e le sei valigie del titolo corrispondono ad altrettante versioni della storia.

Chi ha tradito nonno Schmil, denunciandolo al Kgb e decretandone la condanna a morte tramite impiccagione? Chi lo ha accusato di fare affari al mercato nero, alle spalle del regima sovietico? Ecco il grande segreto di questa famiglia in cui delatore potrebbe essere uno dei 4 figli di Schmil, separati dai caratteri e dalla storia: 2 all’Ovest, uno a Praga, e lo zio Dima rinchiuso per 5 anni in un carcere cecoslovacco. Oppure la spia è stata la nuora Natalia, moglie separata di Dima: bella e provocante in gioventù, ex regista, ex prigioniera in un campo di concentramento, poi donna sfiorita che va incontro a una fine che lascio a voi scoprire.

Ecco le linee della storia di Biller, nato nella Repubblica Ceca nel 1960 da genitori ebrei ucraini emigrati prima in Russia e poi a Praga, dalla quale scapparono dopo l’invasione sovietica. Una famiglia travagliata e un racconto intrigante che si interseca con la Storia, gli anni della cortina di ferro, il mito dell’Ovest e uno strisciante antisemitismo.

 

Angelo Longoni  “Modigliani il principe”  – Scrittori Giunti –  euro  19,00

Longoni -scrittore, drammaturgo e regista- in quasi 600 pagine racconta gli anni parigini del pittore livornese e imbastisce un romanzo basato su fatti e personaggi rigorosamente fedeli alla realtà. Un affresco in cui risaltano la complessità e il fascino di un artista immenso, che la vita non trattò troppo bene. Segnato a 11 anni dal primo episodio di tubercolosi, Modigliani bruciò la sua breve vita convinto di non avere abbastanza tempo per scoprire e manifestare il suo talento; e gli inizi come scultore aggravarono la sua salute con le polveri di gesso.

L’impatto con la Parigi dei primi anni del 900 è traumatico per “il principino”, così chiamato perché all’inizio (quando ancora aveva i soldi della famiglia) alloggiò in una pensione e visse come un benestante. Poi entra in contatto con altri artisti e assimila le regole che governavano l’arte parigina: libertà, bellezza, amore, scandalizzare il perbenismo borghese, avventure sessuali, droghe e alcol. Ed eccolo trasformato in bohemien, bello, talentuoso e maledetto.

Un cardine della sua esistenza furono le donne che lo amarono intensamente; a partire dalla madre, borghese colta che gli insegnò il francese e condizionò le sue scelte culturali.

Poi le amanti che furono fondamentali per comprendere la vita e sviluppare il suo gusto artistico inconfondibile. Le più importanti furono la Diva Kiki de Montparnasse; la poetessa russa Anna  Achmatova, la prima di cui Modigliani si innamorò veramente e con la quale imbastì una relazione mentre lei 19enne era a Parigi in viaggio di nozze.

Ma anche la scrittrice, poetessa e giornalista inglese Beatrice Hastings e la dolce, giovanissima Jeanne Hébuterne, ripudiata dalla famiglia, che con Amedeo dividerà miseria, stanze fredde, gli darà una figlia e alla morte di lui, di nuovo incinta, si suiciderà. Una vita da romanzo, che Longoni racconta con sensibilità e garbo, mettendo a fuoco anche l’originalità dei quadri di Modigliani, poco capiti dai suoi contemporanei. Restio ad aderire alle correnti dell’epoca, (a partire dal cubismo di Picasso, i Fauves e l’avanzare del Futurismo) non voleva essere etichettato se non  come “Modiglianista”, fedele solo a se stesso e…immortale.

Non era una stecca ma nemmeno un filotto

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PAROLE ROSSE  di Roberto Placido / Non ricordo di essere mai ritornato su una “puntata” di Parole Rosse ma questa volta non potevo proprio esimermi. Perché l’avevo promesso a diversi lavoratori del Teatro Regio che non hanno condiviso quanto raccontato in “La stecca” dello scorso 6 aprile. Hanno scritto, sul mio profilo Facebook, alcuni molto gentilmente, avendo un rapporto di stima e cordialità, altri in maniera molto risentita ma comunque civile. Ci ritorno, perché non mi sottraggo mai ad un confronto, per precisare alcune cose e per allargare la questione a tutto il settore della cultura di Torino ed in parte dell’intera regione.

 

Approfondendo l’argomento sono venute fuori cose interessanti, altre curiose ed una sensazione che ho evidenziato in quanto ho già scritto. Andando con ordine, non è vero che i lavoratori hanno rifiutato la cassa integrazione, mi scuso per l’imprecisione, quando l’ho scritto lo erano già. Non lo sapevo né lo sapevano le persone con le quali mi ero confrontato in quanto il provvedimento, le disposizioni lo permettono, è stato retroattivo dal mese di marzo.

Fatta la precisazione vengo agli altri aspetti, più che rifiutare la cassa integrazione, cosa che non è possibile da parte dei lavoratori, dopo ferie ed eventuali permessi, ed in particolare la richiesta, legittima per carità ma che non tiene conto, a mio parere, dei conti del Regio e della situazione straordinaria che stiamo vivendo e cioè di mantenere, nella sostanza, l’intero stipendio attraverso il cosiddetto “smart working”. Richiesta non accolta dal sovrintendente Sebastian Schwarz e che ha fatto risentire alcuni membri delle fondazioni bancarie, ma sulle fondazioni ci torno dopo. Altri enti lirici l’hanno fatto, come La Scala di Milano o come l’ente cagliaritano che si è inventato un corso di inglese, a casa, per gli orchestrali. Capisco che ridurre lo stipendio è sempre un problema e che per alcuni, con impegni, mutui e affitti, rischia di diventare un dramma ma , lo ripeto, non siamo in una situazione normale.

Pretendere o lamentare, in altri settori, che non si può usare la mensa e che bisogna portarsi il mangiare da casa è lo stesso atteggiamento. I lavoratori hanno lottato, per la mensa, per i diritti, per i contratti, per le garanzie ma oggi il problema è difendere il posto di lavoro, superare la drammatica situazione e proporre, con un grande sforzo collettivo, una progettualità e un’innovazione indispensabili alle quali devono dare il contributo anche i lavoratori. In discussione non c’è solo il Regio ma la sopravvivenza dell’intero settore culturale. La stragrande maggioranza delle realtà vive di entrate dagli spettacoli, che al momento si sono azzerate e di, sempre più esigui, contributi pubblici. Un settore esiste se sono presenti dalle più piccole associazioni alle medie fino alle grandi Fondazioni culturali come Regio, Cinema, Stabile. Non può esistere se rimangono in vita solo le più importanti. Allora è necessario uno sforzo collettivo, altri ne hanno già scritto e parlato, di idee, progettualità, capacità di affrontare questa grande e problematica situazione. Bisogna mettere intorno ad un tavolo, evito volutamente i termini Task Force, Cabina di Regia, Comitato di esperti vari, tuti i soggetti, istituzioni, fondazioni, e gli esponenti del mondo della cultura, per affrontare e superare la situazione.

E’ necessaria una grande visione solidaristica che riguardi non solo chi è garantito da un contratto di lavoro con o senza cassa integrazione. Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non uno per uno (cit.). Chiudo, come ho iniziato, con il Teatro Regio. Dopo scambi di commenti, opinioni e lunghe telefonate con alcuni lavoratori ed i loro rappresentanti, i sindacati mi hanno fatto pervenire, li ringrazio, un documento che hanno naturalmente inviato ai vertici della Fondazione Teatro Regio. Documento condivisibile in larghissima parte ma dal quale traspare chiaramente l’assenza di dialogo tra il sovrintendente e le stesse organizzazioni sindacali e questo non va assolutamente bene. Con i lavoratori ci si confronta e ci si scontra ma non si può pensare che gli si comunica solo le intenzioni e decisioni. La situazioni del Regio era già “pandemica” ed atteggiamenti non adeguati alla situazione, da parte di tutti, possono risultare esiziale. Nelle Fondazioni bancarie molti pensano che le risorse vadano destinate per la sanità e per chi fa fatica a sopravvivere e non per quelli che loro considerano “privilegiati”.

Ecco perché bisogna lanciare dei messaggi di chiarezza, comprensione, disponibilità, pur nel sacrificio, atti a superare questo momento. Bisogna aiutare i pochi “amici” veri della cultura presenti nelle Fondazioni bancarie. Così come mi auguro e spero che i vertici del Teatro Regio, a cominciare dal Presidente del Consiglio d’Indirizzo, il Sindaco Chiara Appendino, il Sovrintendente Sebastian Schwarz abbiano presentato alle stesse, al ministero le richieste dei contributi necessari per affrontare i problemi passati e quelli più recenti. Il mondo della Cultura può dimostrare, facendo diventare questo cataclisma un’opportunità, di chiedere non solo contributi, con un atteggiamento, da parte di alcuni, questuante, ma di proporre una grande progettualità innovativa per affrontare le grandi problematiche e cambiamenti che il Covid 19 ha generato. Le associazioni si trovano di fronte al “progetto della vita” nel senso che da esso può dipendere la loro sopravvivenza.

Essere donna, avere dei figli, voler lavorare

ADESSO! di Silvia Garda / In Italia una donna che segue i suoi figli fa la mamma. In Italia un papà che segue i suoi figli, fa il mammo

In Italia una mamma che lavora, cucina, consola, parla con le maestre, mette a nanna, fa ciò che ci si aspetta da lei.

In Italia un papà che lavora, cucina, consola, parla con le maestre, mette a nanna, è tanto carino perchè aiuta la mamma.

In Italia una mamma che non lavora per stare con i suoi bambini, non è in grado di coordinare il suo lavoro con il suo ruolo genitoriale.

In Italia un papà che non lavora per stare con i suoi bambini è coraggioso e generoso perchè si sacrifica per la sua famiglia e lascia che la moglie si realizzi.

Perchè tutte queste differenze? Perchè, per quanto se ne parli, in Italia la donna è ancora prima di tutto, molto mamma. A noi ai colloqui di lavoro viene chiesto, tra le righe perchè non si potrebbe, se desideriamo dei figli, solitamente camuffando con: tra cinque anni come ti vedi? A noi viene chiesto alle cene di Natale: e un bambino? Quand’è che me lo fai un bel nipotino?

Immaginatevi se queste cose venissero chieste agli uomini. Impensabile, vero?

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