Rubriche- Pagina 92

L’isola del libro

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

 

John le Carré  “La spia corre sul campo”   – Mondadori-  euro  20,00

L’88enne scrittore inglese David John Moore Cornwell, che da quasi 60 anni firma i suoi libri ad alto tasso di adrenalina con lo pseudonimo John le Carré, ambienta la sua ultima spy story al tempo della controversa Brexit e inventa una spia che incarna lo stato d’animo di un patriota deluso. E’ Nat, 47 anni, vanta una genealogia affascinante: il padre, un malinconico maggiore delle Guardie Scozzesi, mentre la madre -discendente da nobile famiglia russa scampata alla rivoluzione- era propensa a spassarsela con ammiratori vari. Negli ultimi 25 anni Nat è stato membro dei Servizi Segreti Britannici, fedele fino al midollo alla sua Regina. Se era convinto che il suo lavoro di agente segreto volgesse verso una meritata pensione, è costretto a rivedere i suoi piani perché un nuovo incarico lo attende. Deve riesumare e rendere operativo il “Rifugio”, sezione russa con base a Londra, più che altro “…una succursale in disuso….discarica per disertori da quattro soldi ricollocati e informatori allo sbando di infima categoria..” Ecco Nat alle prese con più problemi: oligarchi russi che nella city riciclano soldi sporchi, reclutamento di amanti di suddetti oligarchi, la moglie blasonata di uno dei capi dell’MI6 che intrallazza con i miliardari russi e mette i bastoni tra le ruote alle spie che cercano di incastrarli. Insomma gli elementi per una bella spy story ci sono tutti. Aggiungete personaggi interessanti come la giovane Florence (idealista che svetta a capo della scalcagnata squadra del Rifugio), la moglie paziente e la figlia ribelle di Nat, il ricercatore Ed (che odia la Brexit Trump e Putin). Collocateli tutti sullo sfondo di un’Inghilterra in cui non ci si riconosce più, ed avrete tutte le coordinate per un libro che trasuda anche una certa rabbia politica.

 

Dolores  Reyes  “Mangiaterra”  -Solferino-  euro  17,00

E’ un indimenticabile personaggio femminile quello creato dalla scrittrice argentina Dolores Reyes, nata a Buenos Aires nel 1978, femminista, insegnante e madre di 7 figli, che dedica questo libro di esordio alla memoria di due adolescenti vittime di femminicidio. Inutile dire che il romanzo è un caso politico oltreché editoriale, perché onora la memoria delle giovani Melina Romero e Araceli Ramos, uccise dalla brutalità maschile e i cui resti riposano in un cimitero nell’area metropolitana della capitale argentina.

Protagonista di queste intese 205 pagine è Mangiaterra, ragazzina che scopre presto di avere un potere misterioso. Un dono che è anche una maledizione.

Le basta inghiottire un pugno di terra perché le appaiano persone morte o scomparse, e vedere che fine hanno fatto. Ha iniziato mangiando la terra sulla tomba della madre, nella speranza di sentirla ancora vicina per qualche istante. Ed è la sua prima visione agghiacciante perché scopre che è stata picchiata a morte dal marito…e dopo nulla sarà mai più come prima.

Da allora diventa una sorta di veggente, dapprima vista con sospetto; poi la notizia del suo dono si diffonde e a lei finisce per rivolgersi un’umanità dolente in cerca di risposte sulla sorte dei suoi cari. Nei sobborghi miseri di Buenos Aires le tragedie sono una costante: donne e bambini spariscono o vengono uccisi quotidianamente. E’ a Mangiaterra che chiedono aiuto i parenti: la conducono su tombe o luoghi cari ai scomparsi, lei affonda le mani in zolle e segreti racchiusi nel suolo, il suo corpo e la sua anima si contraggono e il suo sguardo scalfisce la nebbia che avvolge una morte, una prigionia, una scomparsa. Lei può regalare speranze oppure annunciare una morte. E lei può fare giustizia smascherando mostri assassini, trovando donne tenute prigioniere da folli, indicando corpi martoriati e occultati in sepolture nascoste. Può restituire alle famiglie angosciate i cari che davano per persi e regalare il sollievo della pace alle anime di chi non tornerà più, ma almeno avrà una degna sepoltura.

 

 

Juan José Saer  “Il fiume senza sponde”  -La Nuova Frontiera – euro 18,00

E’ un reportage tra storia, antropologia, follie, aneddoti e ricordi: di fatto un trattato immaginario sul Rio de la Plata, corso d’acqua immenso in cui confluiscono i fiumi Uruguay e Paranà. E’stato scritto e pubblicato nel 1991 da uno dei massimi scrittori argentini della seconda metà del 900, Juan José Saer (nato nel 1937, morto nel 2005), ora tradotto da Nuova Frontiera. Sulle sponde del Rio de la Plata -dove sorgono le metropoli di Buenos Aires e Montevideo- nel 1516 c’era l’assoluta desolazione.

Fu scoperto da Juan Diaz de Solís che lo chiamò Mar Dulce; però, ironia della sorte, proprio lì fece una fine orrenda. Appena sbarcato con un piccolo contingente di uomini fu assalito dagli indios che a colpi di frecce, lance e mazze lo massacrarono e mangiarono crudo insieme ai suoi compagni, tutto sotto gli occhi inorriditi dei marinai rimasti sulla nave. A detta di storici equilibrati, de Solis e i suoi uomini furono considerati cacciagione e come tali braccati e uccisi.

Parte da lì, Saer –narratore colto e profondo- per mettere a fuoco credenze e usanze degli indigeni che abitavano la zona. Poi ripercorre le rotte di altri navigatori come Magellano e Caboto,  per arrivare alle fasi della fondazione e dello sviluppo di Buenos Aires. Città tra le più affascinanti e complesse al mondo: dalla fase coloniale in cui era un agglomerato di ranchos squallidi e poveri, poi lo sviluppo da metà del 1700, fino agli anni terribili della dittatura militare e dei desaparecidos. Ed è proprio il Rio de la Plata la tomba per migliaia di prigionieri che, dopo essere stati sequestrati e torturati, venivano storditi col pentotal, caricati su aerei ed elicotteri della marina e gettati, ancora vivi, in mare e nel grande fiume.

 

 

 

#iosorrido, il coinvolgente progetto fotografico di Barbara Odetto e Alessandro Lercara

Rubrica a cura di ScattoTorino

Da un anno e mezzo ScattoTorino racconta i protagonisti della città. A dar loro voce è la giornalista Barbara Odetto, che ha creduto nel format ideato da Carole Allamandi sin dagli inizi. Questa volta, però, i ruoli si invertono e Carole intervista Barbara che, come addetta stampa e giornalista di moda e lifestyle, è abituata a lavorare “dietro le quinte” per dare luce ai clienti o ai tanti cantanti e attori che intervista. Come copywriter e titolare di un’agenzia di comunicazione, sono invece le campagne pubblicitarie a parlare per lei. Con lei intervista anche Alessandro Lercara, fotogiornalista e reportaggista da oltre 20 anni che ha mantenuto viva la propria produzione artistica personale ottenendo riconoscimenti di cui il più recente è la vittoria del concorso fotografico indetto dal UNHCR – Agenzia ONU per i rifugiati – dal titolo Per Amore. Perché ScattoTorino dedica loro spazio? Perché sono gli autori di #iosorrido: un progetto fotogiornalistico che si sta muovendo sui social e che in pochi giorni ha riscosso molto interesse. In dieci anni di amicizia, Barbara e Alessandro hanno collaborato insieme sia per alcuni magazine sia per dei clienti comuni. Nel 2012, dopo aver visitato i Campi di Concentramento e Sterminio di Auschwitz-Birkenau con il Treno della Memoria, hanno dato vita ad un progetto fotogiornalistico che successivamente si è trasformato in una mostra che ancora oggi viene richiesta da enti privati durante il Giorno della Memoria o il 25 aprile: Echi da Auschwitz. Viaggio nella memoria attraverso le immagini di Alessandro Lercara e i testi di Barbara Odetto.

Barbara, come è nato #iosorrido?

In quarantena nelle nostre case, come tutti, a causa del Coronavirus, qualche giorno fa Alessandro Lercara ed io, parlando al cellulare, ci siamo chiesti come avremmo potuto fare qualcosa di utile. Il nostro lavoro è sempre stato raccontare e confrontandoci abbiamo capito che in questi giorni così difficili volevamo provare a dare un punto di vista positivo. Così, proprio ora che una mascherina davanti alla bocca è sinonimo di rispetto per il prossimo, è nato #iosorrido”.

Alessandro, di cosa si tratta?

“È un reportage che vuole documentare questo periodo così surreale attraverso le parole e le immagini di chi da ormai un mese è forzatamente in casa ed esce solo per lavoro o per svolgere le mansioni previste dalla legge. È un invito a cercare dentro di sé uno o più aspetti positivi di questo momento storico, un hashtag per sentirsi uniti a distanza e per trasmettere forza a chi fatica a ritrovare il bello nel quotidiano”.

Barbara, sorridere durante la pandemia può sembrare in controtendenza?

“In effetti, durante i numerosi brainstorming che hanno preceduto la nascita del progetto e il relativo lancio sui social, Alessandro ed io ci siamo chiesti più volte se fosse giusto sorridere durante questa terribile emergenza causata dal Covid-19 che, come purtroppo testimonia quotidianamente la cronaca, sta cancellando una generazione e distruggendo gli affetti più preziosi. Ci siamo domandati se fosse irrispettoso verso le vittime, i contagiati e le loro famiglie. Poi abbiamo pensato che forse tutti abbiamo bisogno un sorriso, di un momento spensierato per spezzare la tensione. Questo virus è democratico e in maniera diversa colpisce tutti: chi è stato contagiato, i medici che lottano ogni giorno e quando tornano a casa devono stare lontano dalla famiglia, i professionisti e i commercianti obbligati a rinunciare al lavoro, chi invece ogni giorno lavora con la paura di contrarre la malattia. Forse un sorriso può alleviare la tensione e distogliere per un attimo il pensiero da questo dramma”.

Alessandro, come si partecipa a #iosorrido?

“Chi desidera far parte della community può inviare un’email a iosorridoprogetto@gmail.com oppure contattarci su Facebook e Instagram. Le pagine si chiamano Iosorrido. Ognuno dei protagonisti deve mandarci 3 foto orizzontali in alta risoluzione indicando il nome dell’autore: un primo piano dove si vede solo il viso coperto dalla mascherina, una a figura intera o a mezzo busto, sempre con la mascherina indossata, e un primo piano con la mascherina che pende da un orecchio che useremo a fine quarantena. Le foto possono essere scattate in casa, sul balcone, in cortile, per strada mentre si fa la spesa o si svolge una delle attività consentite dalla legge. Io effettuerò la post produzione in modo che ogni immagine sia perfetta e in linea con lo stile del progetto e in alcuni casi ho potuto scattare personalmente le foto con un teleobiettivo, che mi ha permesso di rimanere ad una distanza di almeno 5 metri, durante i miei spostamenti per i servizi fotogiornalistici. I partecipanti dovranno poi rispondere a 3 domande che invieremo e che saranno studiate specificamente per la persona, delle quali una è il leit motiv del progetto: per chi o per cosa sorridi? A tutti sarà richiesto infine di compilare la liberatoria che inoltreremo”.

Barbara, come evolverà il progetto dopo la quarantena?

“In questa prima fase le foto e le interviste saranno pubblicate sui social, ma un giorno ci piacerebbe allestire una mostra o pubblicare un libro per testimoniare il periodo storico e per ringraziare chi ha creduto nell’iniziativa”.

Alessandro, è difficile lavorare al progetto insieme, ma distanti?

“La tecnologia ci aiuta, ma ci sentiamo spesso per definire il piano editoriale e verificare i materiali che riceviamo. L’energia positiva di #iosorrido è stata capita e in tanti ci hanno già inviato foto e interviste. La partecipazione è così elevata che anche noi ci siamo stupiti e queste persone, senza saperlo, non solo ci hanno regalato i loro sorrisi, ma hanno fatto sorridere anche noi”.

Torino per voi è?

Barbara: “Una bella signora che si svela a poco a poco. Molti amici stranieri, quando vengono a Torino, rimangono impressionati dalla sua bellezza e dal patrimonio artistico e culturale che impreziosisce le nostre piazze e le nostre vie. Io stessa a volte scopro angoli affascinanti che non conoscevo”.

#IOSORRIDO

Alessandro: “Una fonte continua d’ispirazione, una città molto regolare nelle forme che cela un’energia e un temperamento forti. Quel temperamento che l’ha resa precursore di molteplici invenzioni e capace di distinguersi nel mondo. Torino è il luogo in cui mi sento protetto e allo stesso tempo libero”.

Un ricordo legato alla città?

Barbara: “Come addetta stampa seguo eventi moda che vedono la partecipazione di moltissime persone. Ricordo l’emozione che provo poco prima di far entrare il pubblico. Mi piace sapere che noi Torinesi non siamo poi così immobili come spesso veniamo descritti e sono contenta, nel mio piccolo, di contribuire a far conoscere un’anima dinamica della città. Perché Torino è così: può sembrare distratta e non interessata, ma se sai affascinarla, risponde con il cuore. ScattoTorino lo dimostra ed anche #iosorrido”.

Alessandro: “Come fotogiornalista ho avuto il piacere di documentare molti degli avvenimenti accaduti nella mia città negli ultimi 20 anni ed è bellissimo vedere l’energia con cui partecipa Torino, il senso d’appartenenza dei Torinesi e il sorriso di soddisfazione che ho visto nascere più volte alla richiesta di informazioni da parte di un turista in visita. Perché all’apparenza Torino è austera, ma ha un cuore enorme”.

Coordinamento e intervista: Carole Allamandi

Ph: Alessandro Lercara

Nella foto di copertina (da sinistra in alto): Barbara Odetto giornalista e addetta stampa, Alessandro Lercara fotografo, Sergio Rosso responsabile degli Asili Notturni e dell’associazione Piccolo Cosmo, Maurizio Maina imprenditore agricolo, Rosanna Tonello pensionata ed ex sarta, Virginia Sanchesi organizzatrice di eventi, Luciano Gallino dirigente d’azienda, Erika Lercara fiorista, Ivan Bert musicista, Barbara Bonassin impiegata comunale, Antonella Moira Zabarino presidente di Progesia, Carole Allamandi imprenditrice, Beppe Tamburino running motivator.

N’aso carià ‘d sòld, il profondo detto piemontese

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

N’aso carià ‘d sòld. Un modo di dire piemontese che letteralmente si traduce “un asino carico di soldi”. Il significato è profondo: si riferisce a persona che per quanto si abbellisca di orpelli, di soldi, se non arricchisce il suo animo resta comunque quel che è. “In effetti un asino anche se lo carichi di ornamenti, gioielli e lo si tappezza di banconote rimane sempre un asino

[Vedi: Piero Abrate – Pino Perrone, Modi di dire piemontesi, prefazione di Albina Malerba, disegni di Dario Allolio, Genova, Ligurpress, 2016, pp. 366].

I crackers gluten free ai semi di lino de La Cuoca Insolita

Articolo a cura de La Cuoca Insolita

Mi ricordo che la prima volta che ho aperto un libro di ricette senza glutine, non riuscivo a capire come fosse possibile fare dei prodotti da forno…senza usare la farina! Ho richiuso il libro, pensando che era una follia e che quei crackers, probabilmente, erano anche insulsi. Ero troppo abituata a considerare veramente buoni solo i gusti che la tradizione mi tramandava. Poi un giorno mi sono accorta che avevo da troppo tempo una busta intera di semi di lino a casa… Non volevo rischiare di buttarla, così mi sono ritrovata a sfogliare quel vecchio libro e questa volta ho deciso di fare una prova. Avevo tutto in casa e la ricetta richiedeva pochissime lavorazioni.
Quella sera c’erano a casa i miei suoceri:
– “Che profumino… Cos’hai preparato di buono oggi?”
– “Volete assaggiare?”.
– Sorriso soddisfatto, che voleva dire: “Sì, grazie!”
Finita tutta la teglia prima di cena.

Tempi: Ammollo semi (1h30); Preparazione (15 min); Cottura (2h30 min); 

Attrezzatura necessaria: Colino, robot da cucina tritatutto, coltello a lama liscia e tagliere, leccarda o teglia da forno 30 x 22 cm, carta da forno

Difficoltà (da 1 a 3): 1

Costo totale: 2,39 €

Ingredienti (per circa 300 g di crackers): 

  • Semi di lino – 100 g
  • Mandorle sgusciate – 50 g
  • Pomodori secchi reidratati – 50 g 
  • Capperi sotto sale – 15 g

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • E’ adatta ai celiaci ed è senza farina.
  • Non fa alzare la glicemia (al contrario di pane, grissini o crackers).
  • a il 30% di calorie in meno rispetto ai crackers comuni!
  • I semi di lino in questa ricetta portano due benefici principali: l’elevato potere saziante e l’apporto di molti sali minerali (altre proprietà benefiche invece qui si perdono, per via della  cottura).
  • Le mandorle forniscono molto calcio e sono utilissime per lo sviluppo delle ossa nei bambini e per la prevenzione dell’osteoporosi nelle persone adulte.

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link.

In caso di allergie… Allergeni presenti: frutta a guscio.

Preparazione dei crackers

Fase 1: AMMOLLO DEI SEMI DI LINO

Mettete in ammollo i semi di lino per almeno 1h30 circa 750 ml di acqua. Al termine i semi saranno aumentati molto di volume e la loro consistenza sarà gelatinosa. Poneteli in un colino per eliminare tutta l’acqua in eccesso. 

Crackers di Lino

FASE 2: LA MISCELA DEGLI INGREDIENTI

Tritate grossolanamente le mandorle con il robot tritatutto (se non lo avete potete usate coltello e tagliere ma sarà un po’ meno veloce). Tritate invece più finemente i pomodori secchi insieme ai capperi, che avrete precedentemente risciacquato per togliere l’eccesso di sale. Unite tutti gli ingredienti ai semi di lino scolati. Disponete sulla leccarda o nella teglia, su carta da forno, formando uno strato che livellerete bene con il dorso di un cucchiaio fino ad uno spessore di 2-3 mm (deve essere sottile, altrimenti a fine cottura i crackers non saranno croccanti).

FASE 3: LA COTTURA

Accendete il forno a 100° C e una volta caldo infornate e cuocete per 2h. Sfornate e capovolgete lo strato sul lato opposto e fate cuocere ancora per 30 minuti, in modo che anche questo perda la sua umidità residua. A fine cottura la superficie dei crackers dovrà essere piuttosto dura al tatto. Spezzettate tutto lo strato in piccoli pezzetti della dimensione dei crackers e portate in tavola. 

Chi è La Cuoca Insolita?

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

A tu per tu con Luca Balbiano, ultima guida della famiglia che ridiede lustro alla Freisa

Rubrica a cura di ScattoTorino

Il filosofo britannico Herbert Spencer sosteneva: “L’uomo saggio deve ricordarsi che è un discendente del passato, ma anche un genitore del futuro”. Questo pensiero è condiviso dalla Famiglia Balbiano, che vanta 79 anni di storia e notorietà nel settore vitivinicolo. Le loro uve crescono in Piemonte, sulla collina torinese, e danno origine al celebre Freisa di Chieri e ad un considerevole numero di etichette che si suddividono in vini rossi, bianchi, rosati, spumanti, vini per dolci e grappe che da Andezeno, sede delle Cantine Balbiano ricche di charme e tradizione, vengono distribuite in Italia e all’estero grazie anche all’e-commerce. Perché la storia non esclude l’innovazione. ScattoTorino ha incontrato Luca Balbiano, terza generazione alla guida dell’azienda oltre che Presidente del Consorzio di Tutela delle DOC Freisa di Chieri e Collina Torinese, Cavaliere del Tartufo e dei Vini di Alba e Cittadino Onorario della Republique du Montmartre. Curioso, dinamico e attento alle sfide che il presente gli offre, da poco ha lanciato l’interessante iniziativa #stappatincasa, la campagna in diretta social per condividere l’amore per il vino anche durante la quarantena che il Covid-19 ci impone.

L’azienda vitivinicola nasce nel 1941. Ripercorriamo la sua storia?

“Il fondatore della Balbiano Melchiorre snc fu mio nonno che era un mediatore di uve e gestiva le cascine del territorio. Nel ’41 si mise in proprio e iniziò a vinificare. Molti di coloro che vivevano nelle campagne piemontesi possedevano delle terre, ma la vigna era la più laboriosa da gestire e raggiungere un buon risultato era punto di orgoglio. La parte del Piemonte in cui operiamo è spesso conosciuta per la propensione alla meccanica e alla meccatronica, ma la grande espansione viticola sulla collina di Torino è stata la culla di molte varietà autoctone già citate in scritti di 500 anni fa. Il primo documento storico che parla di Freisa, ad esempio, è una bolla doganale di Pancalieri del 1517. Con l’avvento di mio padre Francesco in azienda, nella metà degli anni ‘70, c’è stato un innalzamento della qualità a scapito della quantità. Il concetto su cui ha puntato era: bere meno, ma bere meglio. Si è passati dal vino sfuso nella damigiana al vino in bottiglia, si è posta maggiore attenzione alla vigna e alla cantina e c’è stata una rivoluzione tecnologica per cui la vinificazione veniva fatta a temperatura controllata e si impiegavano fondi per le ricerche scientifiche in modo da conoscere meglio il vino del territorio. In quegli anni abbiamo trasferito la sede da Andezeno a quella che era la casa di campagna di famiglia, una villa del 1700 che oggi ospita la cantina di produzione, la cantina di invecchiamento e il Museo Balbiano. Io mi sono laureato in giurisprudenza nel 2006, ma lavoravo già in azienda durante gli studi. Desideravo continuare la tradizione dei Balbiano, consapevole che fare il vignaiolo è una professione difficile dove non ci sono week end e neppure vacanze. Ho appreso le dinamiche di questo mondo vivendolo, ma l’università mi ha permesso di avere una visione diversa del settore. Come mio padre e mio nonno, ho sempre amato coltivare passioni diverse che nel tempo sono servite per il mio lavoro e che oggi mi aiutano, in qualche caso, anche per apportare delle innovazioni”.

Una delle vostre eccellenze è la Freisa di Chieri

“Abbiamo scelto di vinificare solo vitigni autoctoni, soprattutto la Freisa che nel chierese trova la sua sede storica e che un tempo era uno dei vitigni più diffusi in Piemonte. Le difficoltà di vinificazione l’hanno reso meno modaiolo per cui la nostra è stata una scelta un po’ donchisciottesca, ma volevamo una varietà che raccontasse la storia delle nostre terre. Con mio padre c’è stata la grande trasformazione che ha salvato la Freisa dal rischio di scomparire dal panorama vitivinicolo piemontese, che in quegli anni si proiettava su qualità più gentili come Barbera e Dolcetto perché erano più facili da coltivare. La Freisa per secoli è stato un vitigno di supporto ad altre varietà, ad esempio al Nebbiolo con il colore. Era un vitigno da taglio, per cui l’altra grande operazione di mio padre è stata la rinascita del blasone Freisa che è sempre stato poco amato dall’intellighenzia vinicola piemontese. È stato un percorso complesso portarlo all’attuale rango, ma oggi il comparto Freisa rappresenta il 2% della produzione locale ed è entrato nei salotti buoni grazie a papà e agli altri viticoltori. In Italia è più difficile sradicare la sua nomea, ma il pubblico giovane è interessato a scoprirlo e siamo contenti di averlo preservato dal suo declino. Siamo una delle cantine pioniere”.

Tradizione fa rima con innovazione?

“Ho sempre avuto interesse per la tecnologia e cerco di applicare le dinamiche moderne ad un mondo che per certi versi è ancora legato al passato e alla storia. Infatti il vino si produce più o meno sempre nello stesso modo da secoli. A me piace andare oltre le abitudini, soprattutto nella comunicazione. Non si può parlare ad un trentenne con un linguaggio aulico e i millennial hanno un accesso rapido alle informazioni, verificano, vogliono essere consigliati dai coetanei e il dialogo con loro deve essere diverso. Rispetto al cibo, che ha un’esposizione mediatica notevole grazie anche ai format televisivi, il vino non parla al grande pubblico. Il nostro racconto è quindi più arretrato, ma si può attualizzarlo, ad esempio è possibile comunicare in modo targetizzato in base all’età. I social network hanno un ruolo importante in questo senso, ma sarà sempre più fondamentale che i produttori ci mettano la faccia e comunichino in modo diretto. La strada da fare è ancora lunga perché occorre mettere in gioco certezze cristallizzate, ma ogni produttore nel suo piccolo può fare la differenza e nei prossimi anni vincerà la sfida”.

Grazie a voi Vigna della Regina è una delle pochissime vigne urbane del mondo. Come è nato questo progetto?

“È un pezzo di cuore perché è il primo progetto che ho seguito in prima persona, dal 2004 quando è nato. È un lavoro entusiasmante perché all’inizio sembrava una missione quasi impossibile. Come sa, Villa della Regina è stata ripresa da uno stato di abbandono e ci sono voluti 10 anni per restaurarla. L’architetto Fontana, persona di grande visione, voleva che tornasse alla sua vocazione agricola ed essendo nostro cliente, ci ha contattati per avere un’opinione sulla fattibilità del progetto. Siamo andati a fare la supervisione al versante nord della proprietà in un giorno cupo di novembre e vedendo dove l’architetto voleva che crescesse la vigna, eravamo propensi a non accettare la sfida. Il tempo di andare dalla Villa in azienda e lo abbiamo chiamato per dare la nostra disponibilità.

Per mesi abbiamo fatto le analisi dell’aria, dell’acqua, delle falde e abbiamo cercato di capire cosa fosse stato piantato in passato. Siamo riusciti a recuperare alcune radici che sono state studiate da Anna Schneider, una delle più grandi ampelografe italiane, e dal Professor Vincenzo Gerbi della facoltà di Agraria dell’Università di Torino e pare che un tempo in quelle terre ci fosse proprio la Freisa. Così abbiamo reimpiantato 2700 barbatelle di Freisa nel 2005, nel 2009 c’è stata la prima vendemmia e dal 2011 il vigneto di Villa della Regina è a Denominazione di Origine Controllata, oltre che uno dei pochi vigneti urbani. È stato complicato e faticoso, ma ci siamo riusciti. L’orgoglio di ridare a Torino il suo unico vino è stato importante. La vigna è sotto la tutela del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e l’azienda Balbiano lo gestisce per conto del Ministero per cui sappiamo che, allo scadere del contratto, potremmo perdere questo ruolo, ma non importa perché questo vino è un distillato d’amore in bottiglia”.

In questi giorni di quarantena lei ha ideato #stappatincasa. Di cosa si tratta?

“È un’operazione di azione-reazione. Il 9 marzo, dopo il discorso del Presidente Conte alla nazione, ho pensato che non volevo rimanere passivo nei confronti della situazione e mi sono chiesto cosa potevo fare per essere di aiuto. Lavorando nel settore vitivinicolo so che il nostro è un mondo fatto di socialità: il vino è un collante importante che spesso viene consumato in compagnia. Con lo stop forzato delle attività si rischiava di fermare il racconto del vino, che è fortemente legato al territorio, alle epoche e alle persone.

Con la nostra azienda ho sempre cercato di portare avanti una comunicazione che raccontasse le emozioni, perché altrimenti il vino sarebbe solo una bevanda. Avendo il tempo, il mattino dopo ho registrato un video dove invitavo i colleghi e gli appassionati che hanno un feeling con il vino a realizzare un video o una diretta per raccontare una bottiglia del cuore legata ad un ricordo. L’idea era potenzialmente semplice, ma ha avuto un enorme riscontro e in pochi giorni migliaia di persone hanno iniziato a seguire le pagine Facebook e Instagram. Sono contento perché vuol dire che questo tipo di approccio ha un senso e che la passione per il vino è vera”.

Qual è lo step successivo di #stappatincasa?

“Una campagna di raccolta fondi per la Croce Rossa di Bergamo perché abbiamo amici e colleghi della zona che ci raccontano le grandi difficoltà che purtroppo stanno vivendo. Abbiamo chiesto alle circa 60 cantine che fanno parte del progetto di offrire degustazioni nelle loro strutture. Chi donerà più di 10 euro per la CRI di Bergamo riceverà in cambio una degustazione: un’occasione per fare del bene, per degustare – quando si potrà uscire – vini di qualità, e per aiutare il comparto a ripartire”.

Torino per lei è?

“Per me è senso di appartenenza. Senza questo legame per il territorio e per la città un’operazione come la vigna di Villa della Regina non l’avrei mai intrapresa. Questo mix tra l’understatement sabaudo e l’orgoglio di voler fare qualcosa di unico e lasciare un piccolo segno nel grande libro di Torino ha spinto mio padre e me a fare cose che forse non avremmo fatto. Il mio è un legame vero, fisico, viscerale che mi rende orgoglioso e che mi porta a parlare di Torino e della mia terra prima ancora che dei miei vini. Credo infatti che sia importante raccontare la provenienza di qualcosa prima della cosa stessa”.

Un ricordo legato alla città?

“Se chiudo gli occhi e penso a Torino vedo la vigna di Villa della Regina con la Mole sul fondo e le montagne e in quel ricordo è sintetizzata la storia della città e la voglia di rinascere. Un po’ come la vite che ogni volta nasce, cresce, dà i suoi frutti poi si ferma per ricominciare, anche Torino ha saputo covare sotto la cenere la sua bellezza ed ora è pronta a farsi vedere. L’understatement sabaudo rischia di svalutare ciò che abbiamo, ma in realtà a noi Torinesi non manca nulla. Forse in questo momento dobbiamo rivedere le nostre idee e capire che ci sono tantissime cose vicino a noi che parlano di storia, arte, tradizione millenaria e non sono affatto scontate”.

La vigna Balbiano, accanto a Villa della Regina, che guarda Torino dalla collina

Coordinamento: Carole Allamandi

Intervista: Barbara Odetto

Le rolatine in crosta de La Cuoca Insolita

Non so voi, ma io mi sto organizzando per preparare il pranzo di Pasqua senza bisogno di uscire di casa a fare la spesa. La cosa più divertente è scoprire che si possono preparare da zero tanti piatti deliziosi, a casa propria, con ingredienti semplici, quasi sempre già nella dispensa. Nella grande difficoltà che tutti noi stiamo vivendo in questi mesi, la cucina può essere un bel momento di condivisione con la famiglia. E così sarà anche la Pasqua, che auguro a tutti di festeggiare in modo sereno, tra le mura di casa propria, resistendo alla tentazione di uscire. E gli agnellini, almeno con questa ricetta, saranno stati risparmiati!

Tempi: Preparazione 1 ora; Cottura 30 min

Attrezzatura necessaria: Tagliere e coltello a lama liscia, robot mixer tritatutto, leccapentole, 2 ciotole di medie dimensioni, pellicola da cucina, teglia da forno, matterello, rotella per losanghe (non essenziale)

Difficoltà (da 1 a 3): 2

Costo totale: 4,40 € (3,60 €/kg)

Ingredienti (4 rolatine da 150 g cad):

Per la pasta brisée

  • Farina manitoba – 75 g
  • Olio di oliva – 2 cucchiai
  • Acqua + vino bianco – 25 g in tutto (metà e metà)
  • Lievito di birra secco – 1 g
  • Sale fino – 3 pizzichi

Per l’impasto del polpettone

  • Ceci cotti e sgocciolati – 130 g
  • Noci sgusciate – 40 g
  • Verdure cotte – 40 g (finocchi e carote)
  • Uovo intero miscelato – 40 g
  • Cipolla – 40 g + Aglio – 1 pezzetto piccolissimo (1 g)
  • Olio e.v.o. – 15 g
  • Rosmarino (1 rametto) e prezzemolo fresco tritato (2 cucchiai)
  • Sale fino (1/2 cucchiaino) e pepe
  • Farina di semi di lino – 55 g
  • Farina di mais – 35 g

Per completare la rolata

  • Spinaci in padella – 160 g
  • Parmigiano – 4 cucchiai
  • Olio extra vergine – 4 cucchiai
  • 1 rosso d’uovo

Per completare il piatto

  • Patate – 500 g

1 rametto di rosmarino, olio e sale

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Valori nutrizionali: 236 Kcal/100 g (escluse le patate)
  • Oltre alla soddisfazione di aver fatto tutto voi, andate a vedere su un’etichetta qualsiasi di un prodotto industriale quanti conservanti e additivi ci sono.  In questa ricetta non ne avete neanche uno.
  • Le noci sono ricche di Vitamina E, utile a contrastare la formazione dei radicali liberi.
  • Grazie alle noci e ai semi di lino, ci garantiamo la dose giornaliera raccomandata (RDA) di acidi grassi Omega 3 (la stessa quantità in un filetto di salmone) = riduzione del rischio di malattie cardiovascolari.
  • In 100 g di impasto delle rolatine c’è una quantità di fibre circa 3-4 volte superiore rispetto a 100 g di una carota. Aggiungete anche gli spinaci e saranno ancora di più!

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link: https://www.lacuocainsolita.it/ingredienti/).

In caso di allergie…

Allergeni presenti: Cereali contenenti glutine, latte, uova, anidride solforosa e solfiti (da vino bianco)

Preparazione

FASE 1: LA PASTA BRISEE

Mescolate tutti gli ingredienti tranne il sale fino ad ottenere una palla omogenea. Aggiungete quindi il sale e mescolate ancora per un minuto. Chiudete in un foglio di pellicola e fate riposare per mezz’ora a temperatura ambiente.

Fase 2: L’IMPASTO DELLE ROLATINE

Se avete un robot con una buona potenza, potete preparare in casa la farina di semi di lino. Strappate le foglioline di rosmarino dal gambo e tagliatele a piccoli pezzetti con un coltello a lama liscia. Nel contenitore del robot mixer mettete tutti gli ingredienti tranne le farine (di lino e di mais). Tritate a massima velocità fino ad ottenere un composto cremoso (va benissimo che resti qualche pezzetto intero). Aggiungete la farina di semi di lino e la farina di mais e mescolate ancora con il robot. L’impasto dovrà risultare morbido ma non appiccicoso. Se necessario, aggiungete altra farina di semi di lino o di mais. Lasciate riposare per 15 minuti circa.

FASE 3: IL MONTAGGIO DELLE ROLATINE E LE PATATE

Tritate grossolanamente gli spinaci già cotti in modo che non siano filosi. Dividete la palla di pasta brisée in 4 parti uguali e formate con il matterello 4 fogli più o meno quadrati. Con la rotella per losanghe create una maglia e aprite i fori in modo regolare.

Dividete in 4 pezzi uguali l’impasto delle rolatine e ponetene una parte alla volta in un foglio di pellicola: con le mani schiacciate l’impasto per formare un rettangolo di circa 10 x 15 cm. Ripetete l’operazione per ogni pezzo. Distribuite gli spinaci sulla superficie di ogni rettangolo di impasto delle rolatine, spolverate con il parmigiano, un filo d’olio e una macinata di pepe.

Ora arrotolate ogni rettangolo su sé stesso e con le mani sigillate le due estremità del rotolo, formando una rolatina. Avvolgetela ora con la maglia di pasta brisée, che chiuderete nella parte inferiore, eliminando l’esubero di pasta con un coltello. Spennellate la pasta brisée con il rosso d’uovo.

Spelate le patate e tagliatele a cubetti piccoli (2 cm). Se possibile mettetele a bagno per 30 min in modo che rilascino parte dell’amido. Scolatele e asciugatele.

FASE 4: LA COTTURA

Accendete il forno a 190° C in modalità statica. Disponete in una teglia da forno le patate, condite con olio, rosmarino e sale e le rolatine in crosta. Cuocete per 30 minuti circa. Se la pasta brisée non è ben cotta nella parte inferiore, girate le rolatine e cuocete ancora per qualche minuto.

CONSERVAZIONE

In frigorifero: 4-5 giorni (cotti)

Nel surgelatore: 3-6 mesi (da crudi)

Chi è La Cuoca Insolita

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog (www.lacuocainsolita.it) e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.

Calendario corsi di cucina ed eventi con La Cuoca Insolita alla pagina https://www.lacuocainsolita.it/consigli/corsi/

La stecca

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PAROLE ROSSE di Roberto Placido /  Naturalmente non è quella da biliardo, e nemmeno quella che lasciava chi aveva finito il servizio militare, altri tempi, ma quella che prende un’artista durante un’esecuzione. Dispiace che a prenderla, attraverso le sigle sindacali, siano i dipendenti e, sembra, principalmente i maestri, della più grande fabbrica di cultura della città di Torino e della regione Piemonte.

E sì, con i suoi quasi quattrocento dipendenti, oltre trecento a tempo indeterminato, più di cinquanta a tempo determinato e diversi collaboratori, sono numeri da grande azienda. Azienda speciale, culturale, una vera e propria fabbrica di cultura non solo artistica e musicale ma anche di scenografie e di sartoria. Meritorio, come tante altre realtà italiane, il lavoro delle sarte del Regio nel produrre mascherine, il bene di prima necessità di questo sciagurato momento che stiamo vivendo. Dopo la lunga parentesi alla sovrintendenza del Teatro Regio di Torino di Valter Vergnano e la breve, negativa e chiacchierata, di William Graziosi, è arrivato l’ex direttore artistico del teatro An der Wien di Vienna, Sebastian Schwarz. Sicuramente nel bando di selezione non c’era la situazione dei conti del nostro teatro lirico, ne’ di quelli passati e nemmeno di quelli recenti. A complicare la situazione, come si usa dire “piove sul bagnato” il blocco del cartellone e delle attività determinato dal Corona Virus. Così Schwarz, nell’assenza del Presidente del Consiglio d’indirizzo della Fondazione Teatro Regio di Torino, per statuto è il Sindaco della città, -che ancora una volta si segnala nel defilarsi da qualsiasi situazione difficile o impegnativa-, ha incominciato a cercare le risorse per evitare il tracollo, in attesa che si arrivi a sapere, intendo ufficialmente, l’ammontare esatto dei conti del Teatro, quei due milioni e mezzo di euro necessari.

Gli interlocutori naturali ed obbligati le fondazioni bancarie, la vera cassaforte, i veri padroni, e qualcuno ne è anche convinto comportandosi in tal senso, non solo dell’esangue se non moribonda cultura torinese ma anche di molto altro. Difficile districarsi nel contratto delle fondazioni liriche, che a detta dei bene informati è tra i migliori, in senso di garanzie per i lavoratori, del mondo dello spettacolo, e legittimo proporre in alternativa ferie non godute un po’ meno comprensibile proporre la realizzazione di una rassegna estiva in queste condizioni. Mi hanno spiegato anche la differenza tra stipendio base e i vari aspetti accessori del salario legato a spettacoli e rappresentazioni e ad altri aspetti ma onestamente, me ne dispiace, faccio fatica a capirli ed a condividerli. Vuol dire non capire lo stato di salute dell’ente lirico, il discorso sulle responsabilità lungo ed annoso, il momento che stiamo attraversando. In un paese che prova a garantire altri lavoratori, le partite iva, con seicento euro al mese, quelli in “nero”, che non hanno garanzie, con cifre simili, i senza reddito con buoni acquisto e di cittadini ed associazioni che si inventano i “panieri sospesi” per i disperati e si potrebbe continuare. La sinistra, i lavoratori, hanno sempre avuto tra i propri valori la solidarietà, l’attenzione verso gli ultimi ed io, a meno che non mi convincano con argomenti forti, nel rifiuto da parte dei lavoratori del Regio della richiesta di cassa integrazione, in questo momento attesa, sperata da milioni di altri lavoratori precari e non garantiti, non ritrovo più quei valori.

Le parole tradizionali della Settimana Santa

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

Prendiamo da Alberto Viriglio, Voci e cose del vecchio Piemonte (prima edizione Lattes 1917, ultima Viglongo, 1992), alcune parole tradizionali della Settimana Santa:
‘l di che le fomne a comando /il giorno in cui comandano le donne: Martedì Santo
‘l di dël përdon/il giorno del perdono: Giovedì Santo, giorno dedicato alle visite del Sepolcro allestito nelle chiese.
la mëssa suita, la messa del Venerdì Santo, senza rintocchi di campane;
ma i ragazzi scuotono le cantaran-e (Raganelle)
…fino al Sabato Santo quando risuoneranno liete le ciòche dël Glòria!

Chi è Andrea Marangione, da talento di famiglia a imprenditore gentleman

Rubrica a cura di ScattoTorino

Giovane e talentuoso, Andrea Marangione si è laureato in Business Administration presso la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino e ha trascorso un periodo di formazione anche presso la University of Brighton. La prima esperienza lavorativa è in un’azienda di famiglia, la Maider NCG, oggi leader in Italia nella creazione di soluzioni su misura per l’industrial packaging sostenibile. Dopo alcuni anni di trasferisce negli Stati Uniti, dove, per conto della multinazionale Mauser Packaging Solutions, ha ricoperto il ruolo di project manager. Contemporaneamente si è specializzato in business development dividendosi tra Chicago, Houston, Charlotte e New York. Nel 2014 è tornato in Italia in qualità di CEO di Maider NCG, avviando contemporaneamente una diversificazione delle attività della Holding. Last but not least, Andrea Marangione è Vicepresidente del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino e socio del Club degli Investitori di Torino. Versatile e curioso, questo gentleman contemporaneo non vive di solo business e pratica sci, corsa e tennis, ama l’enogastronomia, la lettura ed è attento al sociale.

Maider NCG è da sempre un’azienda innovativa. Ce la presenta?

“La società fu fondata da mia madre nel febbraio del 1990 per sviluppare il business del ricondizionamento di contenitori industriali. Maider è stata il primo esempio di economia circolare nel settore dell’industrial packaging in Italia e in Europa: sino ad allora il prodotto era un rifiuto che comportava elevati costi di smaltimento e problematiche legate all’ingombro. Lei invece ebbe l’idea di recuperare gratuitamente questi imballaggi e riutilizzarli. Nel 2006 Maider diventa Maider NCG, società dedicata esclusivamente al ricondizionamento di imballaggi industriali, un business ecosostenibile in forte crescita. Nel 2011 la multinazionale leader nell’industrial packaging, Mauser Packaging Solutions, è entrata in Maider NCG”.

Intervista a Andrea Marangione - CEO di Maider Holding

Maider Holding opera in diversi settori: quali?

Industrial, real estate, venture e private equity. Maider NCG rappresenta il business storico di famiglia ed è un’azienda nella quale crediamo e investiamo molto: conserviamo il 100% del management e abbiamo un socio molto forte che ha la nostra stessa vision. Sin dagli esordi diamo grande importanza alla ricerca e allo sviluppo per l’implementazione di nuovi sistemi e linee produttive tecnologicamente d’avanguardia nel campo dell’industrial packaging. Inoltre stiamo portando avanti una crescita per linee esterne che è rivolta ad aziende che operano in aree geografiche diverse dalla nostra. Il settore del real estate abbiamo iniziato a svilupparlo nel 2011 tramite conoscenze famigliari e professionali presenti a Torino, a Milano e in Liguria; successivamente anche noi abbiamo lanciato alcune iniziative immobiliari in cui siamo stati operating partner. Nel settore del real estate siamo presenti in Italia, Miami, Panama e San Paolo.  Nel contempo, grazie al network di contatti professionali che via via si stava ampliando, abbiamo potuto perseguire anche opportunità di investimento nel settore del venture capital e del private equity, sia su aziende giovani sia su aziende più strutturate, tutte con una forte ambizione di crescita. Da oltre quattro anni, Maider opera in questo campo utilizzando sia capitali propri sia coinvolgendo altri partner/investitori. Per ampliare questo business, insieme a tre professionisti di lunga esperienza, sia advisor sia manager, ho recentemente fondato Net4Capital, un’origination company di private equity e venture capital. Ricapitolando, Maider è una holding company di famiglia attiva, per tramite delle varie partecipate, nell’industrial packaging, nel real estate, nel private equity e nel venture capital”.

Il vostro pay off è: Evaluating opportunities. Approfondiamo questo tema?

Maider fa della capacità relazionale il suo punto di forza. Siamo quotidianamente impegnati a costruire un network cui contribuire e da cui poter trarre vantaggio. Valutiamo opportunità di qualsiasi natura, in qualsiasi settore, purché non vadano in contrasto con i nostri principi etici e morali”.

Vi occupate anche di ecosostenibilità. In che modo?

Maider NCG è stato il primo esempio in Italia e in Europa di economia circolare nell’industrial packaging. Un contenitore industriale che viene riutilizzato evita che nell’ambiente siano introdotte nuove materie prime plastiche o ferrose; questo può essere riutilizzato 6 o 7 volte, per cui estendiamo fortemente il suo ciclo di vita.

Andrea Marangione

Oggi le multinazionali, che sono oltre il 70% della nostra customer base, utilizzano i nostri contenitori ricondizionati, i quali non comportano emissione di CO2 nell’atmosfera. Crediamo fortemente nelle imprese innovative e secondo questa convinzione investiamo. Un esempio è ReMat, società fondata da studenti del Politecnico, che si occupa di produrre e commercializzare semilavorati derivati dal riciclo di grandi imbottiti e dagli sfridi della lavorazione del foam”.

Partnership significa?

Significa fiducia, capacità di coltivare relazioni e condivisione di valori. Maider parte dalle persone che sono alla base di ogni opportunità di business”.

Come supportate la crescita dei partner?

Con il capitale, con la competenza diretta e indiretta, e con il network, che oggi più che mai è un valore aggiunto. Affinché le aziende e i progetti in cui investiamo godano di vantaggio competitivo, mettiamo a loro disposizione ogni strumento di cui disponiamo”.

Torino per lei è?

Una bellissima signora, molto elegante, una città meravigliosa. In passato ha vissuto una fase di boom economico, ma si è affidata troppo a una specifica industria e non ha saputo diversificare e inventare altre opportunità. Negli ultimi anni sta cercando di colmare questo gap con la tecnologia, che riflette le sue eccellenze, ma il potenziale da esprimere è ancora tanto. Torino ha una vocazione turistica molto forte che al momento non viene valorizzata. Siamo circondati dalle montagne, tra le più belle al del mondo, siamo relativamente vicini al mare, vantiamo una tradizione enogastronomica forte e un patrimonio artistico importante, ma, per una certa pigrizia intellettuale, la città stenta a crescere. Mancano forse un po’ di brio e la voglia di rischiare”.

Un ricordo legato alla città?

Le Olimpiadi del 2006. I Piemontesi sono orgogliosi di ciò che fanno e di come lo fanno. Quella fu una bellissima dimostrazione di come sanno fare squadra quando c’è un obiettivo comune da perseguire: far conoscere Torino al mondo e mostrare la bellezza del nostro territorio. Ho avuto la fortuna di lavorare per quell’evento e ricordo la felicità negli occhi dei visitatori, nello scoprire la città, così come quella nei nostri occhi nel mostrarla. Mi è spiaciuto che le istituzioni non abbiano voluto concorrere alle Olimpiadi del 2026 perché il capoluogo e il Piemonte hanno le strutture e questa sarebbe stata un’ottima opportunità per riqualificarle”.

Coordinamento: Carole Allamandi

Intervista: Barbara Odetto