POLITICA- Pagina 79

Cattolici e politica a Torino, il nodo della questione sociale. Un dibattito molto partecipato

 “Un confronto serrato e a tutto campo quello che si è svolto a Torino organizzato da Mino Giachino e a cui hanno partecipato Mauro Carmagnola, Giampiero Leo e Giorgio Merlo. Tre gli aspetti centrali e concreti emersi durante il dibattito.
Innanzitutto la necessità di rilanciare il ruolo, la presenza e il protagonismo politico dei cattolici popolari e sociali anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Una presenza che non può diventare banalmente irrilevante, ornamentale e del tutto periferica sul versante politico e progettuale. Il modello di riferimento concreto per il futuro politico dei cattolici non può, quindi, essere la banale riproposizione, in termini aggiornati e rivisti, dei ‘cattolici  indipendenti eletti nelle liste del Pci’.
In secondo luogo non si può non porre la ‘questione sociale’ e delle diseguaglianze crescenti al centro delle priorità  dell’impegno politico dei cattolici. Soprattutto nella città di Torino. Una questione sociale denunciata recentemente anche dall’arcivescovo di Torino card Repole e da tutti gli istituti di ricerca. Un tema che, comunque sia, non può essere disgiunto da un progetto che rilanci lo sviluppo economico in una città oggi quanto mai ripiegata su se stessa con grandi problemi di diseguaglianza nei quartieri popolari con mancanza di sicurezza e con la crescita di disturbi e psicosi come dichiarato dall’Asl Città di Torino.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, la presenza politica dei cattolici non può essere collocata in partiti che hanno un’altra ragione sociale e rispondono ad altri valori culturali. Si tratta, cioè, di declinare attivamente la presenza e l’impegno dei cattolici nei partiti centristi, riformisti e di governo. Come, del resto, recita l’antica  e sempre attuale e moderna cultura democratico cristiana.
Un dibattito che ha segnato, comunque sia, anche la necessità di fare un deciso salto di qualità per invertire il ciclo economico e sociale in quella che fu prima la Capitale politica poi industriale del nostro Paese anche grazie a grandi amministratori cattolici da Peyron a Grosso.

Merlo: Dazi, la sinistra per il ‘tanto peggio tanto meglio’. Da rimpiangere il vecchio Pci

“Il vecchio e glorioso Pci, il più grande partito d’opposizione nella storia democratica del nostro
paese, non aveva come unico ed esclusivo obiettivo politico quello di lavorare per il ‘tanto peggio
tanto meglio’. Un traguardo, che, paradossalmente, è oggi il cemento ideologico dell’attuale e
variegata sinistra italiana, a cominciare dal partito erede del vecchio Pci, cioè il Pd della Schlein.
Se questo è l’obiettivo politico della sinistra radicale, massimalista e populista italiana è
sostanzialmente impossibile creare un clima politico costruttivo e anche costituente di fronte alle
emergenze che di volta in volta si presentano all’attenzione della politica complessiva e,
soprattutto, del Governo.

Il ‘tanto peggio tanto meglio’ non solo indebolisce il nostro paese a livello europeo e nello
scacchiere internazionale ma, sopratutto, evidenzia una radicale assenza di cultura di governo del
cosiddetto ‘campo largo’. Altrochè puntare ad un’alternativa politica credibile e di governo con i
vari Schlein, Fratoianni/Bonelli/Salis, Conte e Landini. Verrebbe quasi da dire, malgrado il
fallimento storico e politico del comunismo, ridateci realmente il vecchio Pci”.

On. Giorgio Merlo
Presidente nazionale ‘Scelta Cristiano Popolare’.

Regione, assestamento di bilancio: prosegue l’ostruzionismo delle minoranze

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Prosegue in prima Commissione Bilancio l’azione ostruzionistica portata avanti dai gruppi di opposizione per impedire che il disegno di legge 93, relativo all’“Assestamento al bilancio di previsione finanziario 2025–2027”, venga approvato e trasmesso all’Aula del Consiglio regionale . L’obiettivo principale di questa dura opposizione non è tanto il provvedimento in sé, quanto l’emendamento preannunciato che introduce un aumento temporaneo dell’aliquota Irpef regionale.

Tutti i rappresentanti delle forze di minoranza, durante le sedute guidate dal presidente Roberto Ravello, hanno più volte espresso il loro totale dissenso verso questo aumento fiscale, presentando oltre 280 emendamenti. Ciascuna proposta di modifica viene illustrata dall’autore e da altri due o tre consiglieri, con interventi della durata di due minuti ciascuno.

Per questo motivo la Commissione è stata convocata ininterrottamente fino a venerdì, con sedute mattutine, pomeridiane e serali, che si protraggono fino a mezzanotte. Qualora il testo dell’Assestamento venisse approvato, si procederà con la convocazione dell’Aula, anche nel fine settimana.

Nella seduta di ieri, sono intervenuti ripetutamente su vari emendamenti i consiglieri: Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro per AVS; Sarah Disabato, Pasquale Coluccio e Alberto Unia per il M5S; Vittoria Nallo per il gruppo Sue; e per il Partito Democratico Gianna Pentenero, Alberto Avetta, Monica Canalis, Nadia Conticelli, Fabio Isnardi, Laura Pompeo, Domenico Ravetti, Domenico Rossi, Daniele Valle ed Emanuela Verzella. Oggi si continua.

L’Europa dopo la doccia scozzese

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Per poter dare un giudizio sulla vicenda appena definita dei dazi bisogna tener presenti almeno due fatti, al di là delle persone che hanno condotto la trattativa: in primis il fatto che gli USA sono uno Stato federale con a capo un presidente dotato di ampi poteri, il secondo fatto che l’UE è un’unione di Stati sovrani senza un esercito europeo ,senza una politica estera comune  con governi nazionali anche politicamente diversi. L’elemento che accomuna di più è l’euro che ha  dato vantaggi e provocato problemi ai diversi Paesi  all’atto della sua nascita. L’Europa non ha saputo neppure dotarsi di una Costituzione , arenandosi sulla questione delle sue origini. L’Europa è quindi fragile , mentre gli USA sono uno Stato forte, strutturato in Stati, ma capace di una solidità del tutto estranea al  vecchio continente che si avviò  verso l’unione soprattutto per evitare il ripetersi delle due  guerre che  hanno dilaniato la prima parte del Novecento. Dopo la carica propulsiva di De Gasperi, Schumann e Adenauer e il boicottaggio di De Gaulle , l’Europa dopo i Trattati di Roma del 1957,  non è più riuscita ad avere un suo ruolo convincente. La stessa adesione con riserva dell’Inghilterra che decise di mantenere la sterlina e poi uscì dall’Unione, è oggettivamente una debolezza della EU, se consideriamo lo storico rapporto tra Regno Unito e USA.

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Tutte queste considerazioni portano a capire che Trump ha avuto con facilità, alzando la voce, la possibilità di ottenere i dazi per le merci europee esportate negli USA. Chi ha parlato di libero mercato e di Alleanza atlantica ha fatto discorsi che la sordità di Trump rende vani. Sulla distanza i dazi danneggeranno anche gli USA ma il palazzinaro presidente non riesce ad andare oltre perché manca di lungimiranza politica. Va aggiunto che l’Italia nel quadro della UE e dei rapporti con gli USA non è mai stata un forte interlocutore capace di far sentire in modo concreto la sua rappresentanza. Non è accaduto con Andreotti, Fanfani, Moro, Craxi, Berlusconi, Prodi, Gentiloni, al di là di valutazioni politiche su cui voglio sorvolare. L’unico periodo in cui l’Italia è apparsa più ascoltata è quando fu al governo Draghi, ma ad avere un ruolo è stata la storia personale di Draghi, una meteora che è passata senza quasi lasciare traccia.

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Quando leggo sui giornali i commenti ironici di chi dice il governo difende un accordo  sui dazi indifendibile, vorrei replicare dicendo che la presidente italiana – invitata perentoriamente dall’opposizione a uniformarsi alla EU evitando protagonismi italiani – non può essere incolpata di quasi nulla. A cose fatte, vista la estrema fragilità della presidente della EU che dovrebbe dimettersi dopo la trattativa scozzese con Trump (è la stessa che ha agitato l’Europa usando per prima la parola “riarmo“). Questo dimostra che l’uscita dell’Inghilterra ha indebolito l’Europa di una componente vitale. Di fronte ad un presidente americano che ruggisce, l’Europa indietreggia. Gli statisti europei, si fa per dire, hanno dimostrato di non esistere e hanno sancito, dopo l’accordo scozzese ancora provvisorio, che l’ Europa è tornata un sogno. Peccato non avere più un De Gasperi. Sapere le lingue è  importante, ma a volte non basta.

 

Foto ©EU2024-EP

Arriva Forza Italia e in una settimana (dopo anni) si sgombera il parcheggio della vergogna

Il degrado era tollerato da anni con accampamenti abusivi e proteste ignorate, illegalità diffusa e degrado. Così si presentava fino a oggi  il parcheggio Caio Mario, proprio di fronte allo storico stabilimento di Mirafiori, a Torino. Nonostante le richieste di intervento dei cittadini il Comune era inerte. Fino al sit in di una settimana fa organizzato da Forza Italia: nelle scorse ore il parcheggio è stato “sgomberato” e ripulito.

«Quello che la Giunta Lo Russo non è stata capace di fare in anni di governo, Forza Italia lo ha ottenuto in sette giorni. Ci voleva il sit-in di Forza Italia di lunedì scorso per smuovere l’immobilismo colpevole del Comune. Oggi il parcheggio Caio Mario è stato sgomberato: una vittoria dei cittadini, una sconfitta clamorosa per chi ha fatto finta di non vedere. Torino non ha bisogno di amministratori che chiudono gli occhi, ma di chi ha il coraggio di intervenire», dichiarano il senatore Roberto Rosso, vicecapogruppo di Forza Italia al Senato e vicesegretario regionale del partito, e Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia, insieme a Domenico Garcea, vicepresidente del Consiglio comunale, Veronica Pratis, capogruppo in Circoscrizione 8, e Davide Balena, capogruppo in Circoscrizione 2.

«Il sindaco Lo Russo e la sua Giunta – affonda Rosso – sono il simbolo di un’Amministrazione pavida, che ha scelto di non governare. Ha lasciato che una struttura pubblica diventasse una zona franca per l’illegalità. Ha preferito il silenzio, l’inazione, l’abbandono. Noi invece siamo andati in mezzo ai cittadini, ci siamo presi la responsabilità di risolvere la situazione e oggi raccogliamo il frutto di quell’impegno in soli sette giorni. Le leggi ci sono, bastava applicarle. Ora chiediamo un presidio fisso delle Forze dell’ordine e interventi in tutte le zone dimenticate dal Comune. Forza Italia continuerà a fare ciò che la Giunta Lo Russo non fa: stare accanto ai cittadini e difendere chi rispetta le regole”.

La strana coppia

IL PUNTASPILLI di Luca Martina

La conoscenza tra Donald Trump e Jerome Powell iniziò formalmente nel 2017, quando Trump, allora presidente degli Stati Uniti, nominò Powell alla guida della Federal Reserve, in sostituzione di Janet Yellen (che era stata nominata da Barack Obama).
All’epoca, Trump vedeva in Powell una figura moderata e affidabile, vicina alle posizioni repubblicane, e si aspettava che sostenesse una politica monetaria accomodante (ai suoi desideri, con tassi d’interesse bassi).
La scelta fu considerata un compromesso tra continuità e cambiamento.
Continuità: Powell era già membro del Board of Governors della Fed dal 2012, nominato da Obama, e aveva sostenuto gran parte delle politiche monetarie della Yellen, inclusa la graduale normalizzazione dei tassi d’interesse (tornati, con lei, a salire dopo i tagli operati durante la crisi economico finanziaria del 2007/8).
Cambiamento: A differenza di Janet Yellen, che l’aveva preceduto, Powell non era un economista accademico ma un ex banchiere d’investimento e funzionario del Tesoro. Questo lo rendeva più vicino alla sensibilità politica e finanziaria di Trump.
Al momento della nomina Trump definì Powell “forte, determinato e intelligente”, sottolineando che avrebbe fornito una leadership “solida e stabile” alla banca centrale.
La sua nomina fu essenzialmente il frutto di un calcolo politico: mantenere la fiducia dei mercati senza confermare Yellen, che Trump aveva criticato durante la campagna elettorale.
Tuttavia, già nel corso del primo mandato, il rapporto si deteriorò rapidamente: nel 2019 Trump iniziò a criticare pubblicamente il governatore della Fed per non aver tagliato i tassi d’interesse con sufficiente rapidità, arrivando a definirlo “un nemico dell’economia americana”.
Nonostante le tensioni, Powell fu comunque riconfermato nel 2022 per un secondo mandato dal presidente democratico Joe Biden.
Venendo ai giorni nostri, i rapporti tra i due sono ormai ai minimi storici: Trump, tornato alla Casa Bianca, ha ripetutamente accusato Powell di ostacolare la ripresa economica mantenendo i tassi d’interesse troppo elevati (attualmente al 4,3%).
Anche gli epiteti con i quali POTUS si è ripetutamente riferito al banchiere centrale ben descrivono il livello dello scontro: “Very dumb, hardheaded” (molto stupido e testardo), “A real dummy” (un vero idiota), “Too Late Jerome”(Jerome sempre in ritardo),  “The WORST” (il peggiore), “A stubborn mule” (un mulo testardo).
Il presidente ha persino minacciato di rimuovere Powell, citando come pretesto presunte irregolarità nella ristrutturazione della sede della Fed (il cui costo è passato da una stima iniziale di 1,9 miliardi di dollari a 2,5 miliardi).
Sebbene abbia successivamente attenuato i toni, il messaggio è chiaro: The Donald vuole una Federal Reserve più accondiscendente nei suoi confronti.
Per un presidente, infatti, il compito risulta essere molto più agevole se le sue decisioni di politica economica “espansiva” (taglio delle imposte, aumento della spesa pubblica e, con questa, del debito) non sono ostacolate da una politica monetaria che si muove in direzione contraria.
E’ esattamente ciò che sta avvenendo negli ultimi mesi: di fronte ad un debito pubblico elevato e all’incertezza sugli effetti dei dazi sull’inflazione (il cui contenimento è uno dei principali obiettivi della Fed) la Banca centrale statunitense sta riducendo con grande prudenza i tassi d’interesse ufficiali, non cedendo alle pressioni per tagli più veloci e decisi da parte di Trump.
Va peraltro sottolineato che anche qualora il presidente riuscisse a sostituire Powell alla scadenza del mandato (maggio 2026), la politica monetaria è decisa dal Federal Open Market Committee (FOMC), composto da 12 membri votanti.
Il presidente della Fed non ha, infatti, potere assoluto: ogni decisione richiede un consenso e si basa su analisi economiche, condivise e discusse con tutti gli altri componenti del comitato.
Un intervento politico sulla leadership della Fed comprometterebbe la sua indipendenza istituzionale, pilastro della credibilità economica degli Stati Uniti, e le conseguenze (che già si incominciano a manifestare) potrebbero essere molto gravi.
  • Perdita di fiducia dei mercati: gli investitori temono le decisioni monetarie dettate da logiche elettorali senza adeguate attenzioni agli effetti futuri sul bilancio pubblico e la crescita.
  • Aumento dei costi di finanziamento: i rendimenti obbligazionari potrebbero salire (quello che è successo negli ultimi mesi, con i tassi a lungo termine in salita pur in presenza di tassi ufficiali in discesa).
  • Indebolimento del dollaro: la reputazione della politica monetaria statunitense ne uscirebbe danneggiata (il dollaro dall’inizio del 2025 è sceso, nei confronti dell’euro, da 1,02 a 1,17).
Esiste, a questo proposito, un precedente storico davvero inquietante: negli anni ’70, le pressioni di Nixon sul presidente della Fed Arthur Burns per mantenere i tassi d’interesse artificialmente bassi portarono ad una spirale inflazionistica.
Solo con Paul Volcker, governatore centrale dal 1979, e politiche monetarie molto restrittive, l’inflazione fu infine domata.
Vale la pena, a questo punto, fare una breve storia della banca centrale americana.
La Federal Reserve fu istituita nel 1913, in risposta alle ricorrenti crisi bancarie e finanziarie che avevano colpito gli Stati Uniti nel XIX e all’inizio del XX secolo.
Lungi dall’essere indipendente il suo funzionamento era fortemente condizionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e divenne evidente soprattutto durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale quando la Fed fu costretta a mantenere artificialmente bassi i tassi d’interesse per facilitare il finanziamento del debito pubblico (cresciuto per sostenere lo sforzo bellico).
Dopo la guerra, con l’inflazione in fortissima crescita (oltre il 17% tra il 1946 e il 1947), la Fed desiderava, legittimamente, tornare ad una politica monetaria restrittiva.
Tuttavia, il Tesoro, guidato dal Segretario John W. Snyder, e il Presidente Harry Truman insistevano per mantenere bassi i tassi, al fine di proteggere il valore dei titoli di guerra (il loro valore scende quando i tassi salgono) nelle mani dei risparmiatori americani (i suoi elettori…).
Il conflitto culminò nel marzo 1951, quando la Federal Reserve e il Dipartimento del Tesoro raggiunsero un’intesa che separava la gestione del debito pubblico dalla politica monetaria.
L’accordo pose le basi per la moderna indipendenza della Federal Reserve, garantendo che le decisioni di politica monetaria fossero prese in base a criteri economici e non politici.
Sebbene Truman non fosse inizialmente favorevole, accettò l’accordo come compromesso politico, anche per evitare una crisi istituzionale e finanziaria.
William McChesney Martin Jr., che fu nominato presidente della Fed proprio da Truman poco dopo l’accordo, divenne uno dei più strenui difensori dell’indipendenza della banca centrale.
Questo patto liberò la banca centrale dall’obbligo di mantenere bassi i tassi per finanziare il debito pubblico, garantendo autonomia nelle decisioni di politica monetaria con l’obiettivo di proteggere l’economia da interferenze politiche di breve termine (che tendono periodicamente a verificarsi, come abbiamo visto precedentemente).
Può essere anche interessante ricordare come l’indipendenza della Banca d’Italia, fondata nel 1893, sia stato il risultato di un processo evolutivo lungo e articolato, ma il momento chiave in cui fu formalmente sancita è il 1981, trent’anni dopo la Fed, con il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia e la sua reale indipendenza dalla politica fiscale, preludio all’autonomia monetaria necessaria per l’ingresso nell’euro.
Fu Andreatta a scrivere una lettera al governatore, Azeglio Ciampi, comunicando la decisione di interrompere l’obbligo di finanziamento automatico del debito pubblico.
Ciampi accettò con convinzione e da quel momento la Banca d’Italia non fu più vincolata a sostenere direttamente il fabbisogno statale, acquistando i titoli di Stato che non venivano collocati sul mercato, segnando l’inizio della sua autonomia operativa.
Il valore dell’indipendenza delle banche centrali può comportare l’ingrato compito di prendere decisioni poco gradite, non solo al potere politico ma anche all’opinione pubblica, e divenne celebre la frase di William McChesney Martin Jr: “Il compito della Fed è togliere il “punch bowl” (N.d.A. la ciotola del punch, cocktail alcoolico utilizzato nelle occasioni conviviali) proprio quando la festa si fa interessante.”
Non può certo sorprenderci che Trump non sia d’accordo e farà certamente di tutto per fare sì che la festa continui, sperando di arrivare alle elezioni di medio termine, il prossimo anno, con un’economia forte ed un consenso degli elettori in recupero.
I mercati finanziari, per il momento, propendono per una crescita solida (borse sui massimi) con un moderato rischio inflazionistico ed una minor fiducia negli Stati Uniti (tassi d’interesse elevati e dollaro debole, cosa piuttosto inusuale).
La ciotola del punch è ancora nelle mani, sempre più deboli (il suo mandato scadrà tra pochi mesi) di Jay Powell ma The Donald è sempre più assetato.
E il caldo estivo non aiuta… Buone vacanze!

Criticità estive sanità, Pentenero (Pd): “Dalla Giunta solo numeri”

 “La mia interrogazione a risposta immediata, discussa  in Consiglio regionale, poneva una domanda chiara: quali misure concrete la Giunta regionale intendesse adottare per garantire un’adeguata copertura di medici e infermieri durante il periodo estivo, evitando chiusure di servizi e ambulatori di base e di aggravare le condizioni di lavoro degli operatori sanitari stessi. La risposta che ho ricevuto dalla Giunta è stata, invece, generica e si è limitata a fornirmi il dato relativo all’incremento di personale in sanità. Mi sarei aspettata informazioni su una strategia che cercasse di risolvere le criticità legate alla carenza di medici e infermieri, in particolare durante l’estate, causata sia dalle ferie che dalla difficoltà di sostituzione del personale. Invece non è stato così” spiega la Presidente del Gruppo Pd del Consiglio regionale Gianna Pentenero.

“Evidentemente l’incremento di personale del quale ha parlato la Giunta non serve a alleggerire una situazione che si traduce frequentemente nella chiusura di ambulatori di base, nella riduzione dei servizi di emergenza e in un sovraccarico di lavoro per gli operatori sanitari rimasti in servizio, con gravi ripercussioni sulla qualità dell’assistenza, in particolare per i pazienti cronici e coloro che necessitano di servizi di emergenza” prosegue la Presidente del Gruppo Pd del Consiglio regionale Gianna Pentenero.

“In alcune zone del Piemonte, come l’area di Lanzo Torinese, ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza, con servizi ridotti, mancanza di operatori sanitari e ospedali con reparti chiusi, situazione allarmante che mette in crisi il sistema sanitario delle Valli. Si segnalano anche problemi legati all’eccessivo ricorso a straordinari e alla difficoltà nel recuperare i riposi compensativi – prosegue la Presidente Pentenero –   e la recente denuncia del sindacato Nursing Up ha portato all’attenzione generale il grave deficit di personale infermieristico nel nostro Paese, che raggiunge circa 175.000 unità rispetto agli standard europei e supera le soglie di sicurezza raccomandate. La carenza si fa sentire maggiormente in estate, con punte di 25 pazienti affidati a soli due infermieri per turno, in reparti delicati come chirurgia, ortopedia e medicina interna, incrementando il rischio di errori, complicanze e peggioramento delle condizioni di lavoro del personale”.

“Invece di “dare i numeri” occorrerebbe che la Giunta regionale intervenisse tempestivamente per garantire una copertura adeguata di medici e infermieri, evitando, così, il ricorso a chiusure di servizi e ambulatori di base e migliorando le condizioni di lavoro degli operatori sanitari, affinché possano assicurare un’assistenza di qualità e sicura ai cittadini piemontesi anche nel periodo estivo” conclude la Presidente del Gruppo Pd.

cs

Conticelli – Pompeo (PD): “Tav, fuori tempo e luogo la violenza contro i cantieri”

Mentre le cinque frese che scaveranno il tunnel di base verso Salbertrand, Chiomonte, Susa, Bussoleno sono pronte ad entrare in funzione, le piccole e medie imprese che stanno procedendo all’esecuzione dei lavori sono state oggetto, negli ultimi mesi, di ripetuti atti vandalici singoli.

I danni ricadono sull’intera valle più che su un’opera, la Tav, che oggi, grazie agli stessi amministratori locali, è frutto di un progetto migliorato nel corso del tempo.

Intanto oggi si inaugura la seconda canna dell’autostrada, in attesa che la nuova linea consenta di ridurre il traffico e il grave impatto ambientale causato dal trasposto su gomma.

La violenza contro le forze dell’ordine che eseguono il loro lavoro di presidio ai cantieri e garantiscono la sicurezza, e alle quali esprimiamo la nostra solidarietà, i blocchi sull’autostrada che, di fatto, impediscono la libera circolazione di chi proprio in Valle ha scelto di trascorrere il proprio tempo vacanziero, muovendo l’economia sono incomprensibili e inaccettabili.

Ribadiamo, ancora una volta, che abbiamo bisogno di infrastrutture moderne e di collegamenti sempre più rapidi, ecologici e sostenibili: la Tav è un’opera irrinunciabile e deve essere portata a compimento. Si è già perso troppo tempo!

Nadia CONTICELLI – Vicepresidente Commissione Trasporti del Consiglio regionale

Laura POMPEO – Consigliera regionale del Partito Democratico

Stati Uniti d’Europa: il Centrodestra aumenta le tasse ai lavoratori

Il Gruppo Stati Uniti d’Europa per il Piemonte e Italia Viva denunciano la riforma fiscale del Governo Meloni e della Giunta Cirio
Lunedì 28 luglio, presso la Sala delle Bandiere di Palazzo Lascaris a Torino, il Gruppo Stati Uniti d’Europa per il Piemonte ha ospitato una conferenza stampa con i parlamentari piemontesi di Italia Viva per denunciare l’aumento della pressione fiscale e l’impatto della riforma IRPEF promossa dal Governo nazionale e recepita dalla Regione Piemonte.


La presidente del Gruppo Stati Uniti d’Europa per il Piemonte, cons. Vittoria Nallo, ha aperto i lavori puntando il dito contro l’ennesimo intervento fiscale che danneggia il ceto medio: “Siamo pronti ad affrontare questa settimana di Consiglio regionale opponendoci con tutte le nostre forze all’aumento dell’IRPEF. È un aumento che colpisce direttamente chi lavora e produce, senza alcun miglioramento nei servizi per i cittadini.” Nallo ha denunciato l’intenzione della Giunta Cirio di approvare l’aumento prima della pausa estiva: “Si vuole fare un blitz, accelerando i tempi per evitare che i cittadini se ne accorgano. Ma noi saremo qui per impedirlo.” Secondo Nallo, “le fasce tra i 28.000 e i 50.000 euro di reddito saranno le più colpite”. E aggiunge: “Tajani e Cirio stanno colpendo proprio quel ceto medio che Forza Italia diceva di voler tutelare. L’assessore Tronzano ha già detto chiaramente che non c’è intenzione di cercare alternative.”
A seguire è intervenuta la presidente regionale di Italia Viva Sen. Silvia Fregolent, che ha sottolineato l’impatto sociale delle misure fiscali adottate: “L’aumento dell’IRPEF voluto da Cirio è l’ennesima dimostrazione che la destra non tutela il ceto medio: insegnanti, infermieri, dipendenti pubblici sono stati colpiti duramente, tra tasse più alte e servizi ridotti. Tre italiani su cinque non possono permettersi una vacanza, e molti rinunciano a curarsi.” Fregolent ha ribadito come “quando l’export rallenta, bisogna aumentare la domanda interna e alzare gli stipendi, che invece stanno calando”. Ha poi aggiunto: “La destra non ha una visione su agricoltura, industria 5.0 o come affrontare i dazi. E l’amicizia con Trump non sta affatto giovando all’economia italiana. Serve un’alternativa seria. Basta chiacchiere: è ora di mandare a casa questa destra.”
A concludere la conferenza, il vicepresidente nazionale di Italia Viva Sen. Enrico Borghi, che ha denunciato la totale assenza di visione del centrodestra: “L’aumento dell’IRPEF in Piemonte è la conseguenza diretta della riforma nazionale dell’IRPEF voluta dalla destra: una riforma a tre scaglioni che ha scaricato il peso sulle regioni. Il risultato? 150 milioni di euro di gettito in meno per il Piemonte.” Borghi ha ricordato che “la destra aveva promesso meno tasse. Invece aumentano le addizionali regionali IRPEF e lasciano che la sanità regionale sprofondi, scaricando tutto sulle tasche dei cittadini”. Ha poi puntato il dito contro le politiche economiche e internazionali del Governo: “La destra fallisce anche sui dazi. L’aumento del 15% approvato negli Stati Uniti colpirà pesantemente le eccellenze piemontesi, dal vino all’acciaio. E Giorgia Meloni ha il coraggio di dire che si tratta di un accordo positivo. È il sovranismo che porta al protezionismo, e chi paga il conto sono le nostre imprese.” Infine, ha sottolineato: “Sulla sicurezza sono aumentati i reati, l’immigrazione illegale è cresciuta del 15% e l’accordo con l’Albania ci costa un miliardo di euro. Il centrodestra ha fallito su tutti i fronti.”

cs

DDL Femminicidio, Ruffino: “Coinvolgere scuola e famiglia”

“È stato importante il voto unanime del Senato per l’approvazione del reato di femminicidio. È un primo passo importante delle istituzioni, ora occorre coinvolgere quelle strutture sociali – scuola e famiglia prima di tutto – per modificare quei comportamenti distorsivi nei confronti della donna che sono il frutto di pregiudizi ancestrali, spesso entrati e accolti inavvertitamente nella vita quotidiana. Aggredire una donna è da oggi un reato specifico, perseguibile con pene severe. Sradicare pregiudizi consolidati e rimuovere luoghi comuni incrostati rimane un’opera ancora lunga per la quale occorre mobilitare tutte le leve rese disponibili dalle leggi.” Così l’on. Daniela Ruffino (Azione).