“Domani come Gruppo di Forza Italia chiederemo in Aula una informativa per cercare di chiarire il caos creato da Regione e Comune di Torino a causa delle differenti delibere in merito al blocco del traffico che stanno creando confusione tra gli
automobilisti di Torino e Provincia”. Ad annunciarlo Andrea Fluttero e Andrea Tronzano, rispettivamente il capogruppo e il vice capogruppo di Forza Italia in Regione Piemonte. Concludono i due esponenti
regionali di Forza Italia: “E’ evidente che i due Enti non dialogano tra loro. Comprendiamo che ci vi siano divergenze politiche tra Pd e Movimento Cinque Stelle, con l’approssimarsi del rinnovo del Consiglio regionale. Queste tensioni però non possono essere scaricate sui cittadini, in particolare quando in gioco ci sono politiche che interessano in modo diretto la loro salute”.
Alleanze, ora si deve voltare pagina
rilette e riattualizzate, che hanno contribuito a fondare e a consolidare la democrazia italiana. A cominciare dalla cultura cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale che in questi anni si è pericolosamente eclissata a vantaggio di un dubbio ed effimero nuovismo che ha manifestato tutti i suoi limiti politici e progettuali. Il che si impone anche per il tramonto, questo sì definitivo, dei cosiddetti “partiti plurali”, ovvero del Partito democratico e di Forza Italia. Ma la riscoperta delle identità – riformiste, democratiche, di governo e politiche – ha un senso se riescono a riconoscersi in un progetto complessivo. Un progetto di società e di governo, ben sapendo che l’onda lunga populista, demagogica e anti sistema non si esaurirà in breve tempo. In ultimo, ma non per ordine di importanza, la cultura delle alleanze e la riscoperta delle identità prevede anche il ritorno, almeno in linea teorica, dei “leader” politici salutando definitivamente la stagione dei “capi”. Almeno per un campo politico che contrasta la deriva autoritaria, oligarchica e di destra della nostra democrazia e delle nostre istituzioni democratiche. Perché quando un partito si identifica nel suo capo e il suo capo con una coalizione – che poi quella coalizione non esiste, come abbiamo visto e sperimentato con l’ultima gestione del Partito democratico – e’ persin ovvio che cresce e si consolida anche la mala pianta della fedeltà politica, del gregariato e della cortigianeria. Cioè l’assenza di una vera e propria classe dirigente. Vizi e degenerazioni che hanno costellato e accompagnato anche la politica democratica e di molti partiti che pur si rifanno alla prassi e ai valori costituzionali. Ecco perché, adesso, si deve voltare pagina. Definitivamente. Senza la ripresa di una vera ed autentica “cultura delle alleanze”, il rischio di una deriva autoritaria nel nostro paese e’ semplicemente dietro l’angolo. Tocca alla coscienza democratica e costituzionale di questo paese – trasversale senza che nessuno possa rivendicarne l’esclusiva – arginare questa deriva e creare, al contempo, una alternativa politica, culturale e programmatica seria e credibile.Come la Cina
Penso che in questi anni il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dello Sviluppo Economico abbia avuto come riferimento, per un motivo di provenienza geografica ,da eguagliare e superare , San Gennaro ed il suo miracolo che si ripete ogni anno, della liquefazione del sangue. Il passo successivo non poteva che essere eguagliare San Francesco, santo patrono della nostra Italia . San Francesco , nella speranza che in questi giorni difficili vegli su di noi, ha fatto dell’attenzione verso i poveri il centro della sua opera. . Questi pensieri li ho avuti chiari giovedì sera , 27 settembre, quando ho visto le immagini televisive dei ministri e del “nostro ” Vice Primo Ministro che si sbracciavano ,dal balcone di Palazzo Chigi, con scarso senso del ruolo istituzionale , più che per i pochi parlamentari e militanti cinque stelle presenti in piazza , per i giornali, le televisioni e soprattutto per i social media. Con una gioia tanto sguaiata quanto esagerata . Il motivo, avere approvato in Consiglio dei ministri il DEF ( documento economico finanziario ). Il provvedimento, che dovrà essere votato dal Parlamento , porta per i prossimi tre anni un aumento del 2,4% del deficit italiano. Provvedimento scellerato che porterà l’Europa a bocciare la manovra, con tutte l conseguenze, ed ha già determinato un primo aumento dello “spread ” ed un netto calo della borsa italiana. Si sono bruciati in un giorno solo ventiquattro miliardi di euro , cioè più della metà della manovra finanziaria di 40 miliardi di euro. Così un paese già indebitato decide di indebitarsi ulteriormente . Ho ascoltato incredulo il Vice Primo ministro
annunciare esaltato, non tanto e non solo il reddito di cittadinanza e la “flat tax” , ma che è stata abolita la povertà. L’esaltazione penso fosse dovuta al fatto di avere raggiunto e superato i due grandi santi italiani . Così mentre tutti i commentatori parlavano e parlano di sfida all’Europa , di un azzardo che può portare al disastro e che rende evidente l’intenzione , paventata all’inizio e poi messa da parte dalla Lega e dal M5S , di forzare per uscire dall’Europa., il famoso ” Piano B”, a me ha fatto ricordare due fatti distanti e diversi tra di loro ma allo stesso tempo molto simili. Il primo nazionale ed il secondo internazionale. Quello nostrano , successo diversi anni fa , quando per decreto si innalzarono i parametri dell’atrazina e così miracolosamente l’acqua continuò ed essere potabile. Il fatto internazionale riguarda invece quel grande paese che è la Cina dove, per legge, se la temperatura supera i 42 gradi centigradi i lavoratori ricevono un aumento della paga oraria. Il controllo della temperatura , però, è rigidamente in mano governative e quindi , tranne casi rarissimi, la temperatura rimane sempre sotto i quarantadue gradi centigradi. Così per volere del governo in Cina stanno ” freschi” ed in Italia non ci saranno più poveri. Il prossimo che mi chiede l’elemosina chiamo la polizia e chiedo che venga denunciato per azione antigovernativa
Quante Dc?
di Giorgio Merlo
Dunque, per lunghi 50 anni abbiamo conosciuto la Democrazia Cristiana. Quella che è nata dopo la guerra di liberazione ed è finita nel 1994 con la nascita del Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli
Ormai ne conosciamo vita, morte e miracoli anche se da qualche tempo aleggia uno
strano sentimento in chi ha trascorso una intera una vita a ridicolizzare se non a disprezzare quel partito, la sua classe dirigente, le sue scelte politiche e lo stesso ruolo che ha svolto nel nostro paese per un cinquantennio. Ovvero, serpeggia una sorta di rimpianto, e non solo nostalgico, di
quel partito e del suo modo di declinare la politica nella società, nelle istituzioni e nella concreta
azione di governo. Oltre a rimpiangere molta di quella classe dirigente, per la sua levatura culturale e per la sua autorevolezza politica. Di qui la tentazione di paragonare la Dc con qualsiasi partito che si affaccia sulla scena politica italiana quando riscuote un grande consenso popolare. Così è capitato con Forza Italia a cominciare dal 1994 e sino a quando questo partito ha dominato la scena politica italiana. Quintali di articoli per spiegarci che l’elettorato democristiano – e forse qui un pizzico di verità c’era – era traslocato quasi integralmente nel partito del Cavaliere perché la politica che declinava nel nuovo contesto dopo la fine della prima repubblica era pressoché simile. Archiviato il paragone con Forza Italia, adesso qualche buontempone, ritenuto intelligente e anche acuto nonche’ addirittura considerato autorevole, paragona la Dc al partito di Grillo e Casaleggio. E questo sia per il consenso elettorale che riscuote e sia, soprattutto, per la sua capacità di contenere al suo interno tanto le componenti di destra quanto quelle di sinistra o semplicemente di centro. Ora, come sempre capita, ogniqualvolta un partito di un certo peso politico ed elettorale svolge un’azione di governo il paragone con la Democrazia Cristiana e’ sempre dietro l’angolo. E debbo dire che è un paragone del tutto fuori luogo nonché volgare perché le diversità tra la storia, l’esperienza, il progetto politico, il ruolo e la funzione della Dc sono sideralmente lontani rispetto ai partiti succitati. È appena sufficiente ricordare alcuni aspetti essenziali del profilo politico della Dc per rendersi conto della diversità profonda sia rispetto all’esperienza di Forza Italia ieri e dei 5 stelle oggi. O addirittura della Lega, come sostiene disinvoltamente qualche osservatore interessato. La Dc era un partito di “centro che guarda a sinistra”, per dirla con De Gasperi; la Dc era un partito profondamente democratico al suo interno, articolato per correnti che ha sempre respinto la sua identificazione con un “capo”; la Dc aveva una chiara collocazione europea ed internazionale in materia di politica estera senza sbandamenti riconducibili all’approssimazione e alla superficialità politica; la Dc contava una classe dirigente con una statura politica, culturale e di governo neanche lontanamente paragonabili alle esperienze successive; la Dc ha sempre avuto nella sua lunga storia, una “visione” della società frutto della sua cultura di riferimento cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale; la Dc, infine, era un partito di ispirazione cristiana che non poteva tollerare alleanze disinvolte ed approssimative, anche quando per ragioni di Stato o per emergenza democratica ha dovuto privilegiare accordi con partiti che esulavano dalla sua prospettiva politica e di governo. Insomma, come dicevo poc’anzi, e’ appena sufficiente anche solo una fugace rilettura della storia e della azione concreta della Democrazia Cristiana per arrivare alla conclusione che gli attuali attori politici non hanno nulla in comune con il profilo di quel partito, salvo per il consenso significativo che raccolgono tra gli elettori italiani. Nulla di più. E questa è anche la ragione politica decisiva per cercare, oggi, di ridare cittadinanza ad una formazione politica che, pur senza ripetere quella nobile e gloriosa esperienza – com’è ovvio e risaputo si tratta di una stagione storica irripetibile perché ormai storicizzata – cerchi tuttavia di recuperare quella cultura e quella ispirazione per declinarle nella società contemporanea. E questo dopo il definitivo tramonto dei cosiddetti “partiti plurali’, cioè del Pd e di Forza Italia dopo il voto spartiacque del 4 marzo scorso, e con l’esaurimento definitivo e poco glorioso dell’Udc. Una riproposizione e un rilancio di una cultura politica e di un progetto politico che confermino, appunto, la lontananza, se non l’alternativa, tra la Dc e altri soggetti politici. Che siano Forza Italia di ieri o i 5 stelle oggi poco importa. Si tratta sempre di esperimenti e di soggetti politici estranei, esterni e alternativi rispetto alla concreta esperienza politica, culturale, sociale e di governo della Democrazia Cristiana.
Alle elezioni regionali non è scontata la nostra partecipazione e non è scontata l’alleanza con il Centro-sinistra
Oggi, alle ore 15,30 una delegazione di rappresentanti del Pd piemontese sarà al fianco dei lavoratori dello stabilimento Caffè Hag di Andezeno e parteciperà al presidio davanti al sito produttivo. Martedì scorso il Gruppo olandase JDE ha, infatti, annunciato la chiusura, dal 1° gennaio 2019, della fabbrica, l’unica in Italia in cui si producono le miscele Hag e Splendid, aprendo la procedura di licenziamento per tutti i 57 dipendenti. La Regione Piemonte ha convocato per il 3 ottobre un tavolo alla presenza dei vertici aziendali e dei rappresentanti sindacali al fine di valutare ogni possibile intervento per scongiurare la chiusura dello stabilimento e tutelare i lavoratori.
“La vicenda dello stabilimento del caffè HAG desta inquietudine. Non si possono mandare a casa da un giorno all’altro oltre 50 lavoratori e scippare all’Italia contemporaneamente un suo marchio, senza peraltro motivazioni plausibili. Presenterò un’interrogazione urgente al Ministro del Lavoro perché il Governo intervenga a tutela dell’Italia davanti ad un sopruso immotivato di una multinazionale che ha sempre guardato fino a ieri al mercato nostrano. La vicenda e’ ancor più sconcertante se si considera che lo stabilimento e’ a pieno regime. Siamo di fronte ad una cattiveria di fronte al nostro territorio” commenta Augusta Montaruli parlamentare di Fratelli d’ Italia. “Questa vicenda conferma che non esiste alcuna strategia industriale di tutela del Made in Italy e dell’occupazione sul territorio. Il Piemonte continua a perdere le sue eccellenze ed il lavoro dei suoi cittadini perché con Chiamparino si ritrova un governatore preoccupato solo dei guai del centrosinistra” aggiunge il dirigente nazionale FDI Maurizio Marrone.
LEU SUL CASO HAG
Un fulmine a ciel sereno per lavoratori e sindacati: mai prima d’ora si erano avuti segnali di crisi nella fabbrica di Andezeno dove, fino a una decina di anni fa, si producevano 5mila tonnellate di decaffeinato e le stime dell’azienda prevedevano addirittura un incremento. Invece ieri il Gruppo Jde ha annunciato l’apertura della procedura di licenziamento collettivo per tutti e 57 dipendenti dell’azienda e la cessazione delle attività dal primo gennaio 2019. “Ciò che appare assurdo – afferma il capogruppo di Liberi e Uguali in Regione, Marco Grimaldi – è che una multinazionale che dichiara «di considerare importante e unico il mercato del caffè italiano e di voler continuare ad attribuirgli un ruolo chiave all’interno dei propri futuri piani di crescita», licenzi 57 dipendenti e chiuda un impianto dall’oggi al domani. Mantenendo però fabbriche in funzione in Germania e in Svezia, Paesi in cui il costo del lavoro è più alto e le ore lavorative settimanali sono inferiori”. “Per quale motivo quindi il gruppo Jde chiude improvvisamente il sito produttivo di Andezeno, l’unico in Italia, e trasferisce la produzione nelle altre fabbriche europee?” è la domanda che si pongono i consiglieri di LeU in Regione, Silvana Accossato e Walter Ottria che aggiungono: “in vent’anni di produzione, non c’è stato mai il ricorso ad ammortizzatori sociali o cassa integrazione, e la flessione della domanda di caffè non giustifica per nulla una così pesante azione sul sito produttivo di Andezeno”. La pensano allo stesso modo i sindacati Uila e Flai che hanno proclamato lo stato di agitazione e due giornate do sciopero: “come le organizzazione sindacali – proseguono Grimaldi, Accossato e Ottria –, anche noi chiediamo che si apra una trattativa con l’azienda per mantenere il sito in Italia, ma riteniamo necessario che il Gruppo Jde ritiri immediatamente la procedura di licenziamento collettivo; con questa spada di Damocle sulla testa – aggiungono i consiglieri di Leu – , nessuna trattativa può partire serenamente.“Per questi motivi – conclude Marco Grimaldi – nei prossimi giorni incontreremo i 57 dipendenti della fabbrica di Andezeno e le sigle sindacali, in modo da sollecitare, dalla Regione, un intervento in questo senso”.Andrea Appiano (Pd): “Occorre investire nella domiciliarità, a partire dal ripristino degli assegni di cura”
Nel corso della seduta del Consiglio regionale di martedì 25 settembre è stato depositato un atto di indirizzo a prima firma Andrea Appiano (Pd), sottoscritto da tutti i Gruppi consiliari della maggioranza di centrosinistra con cui si impegna la Giunta regionale ad adottare il Manifesto per “Prendersi cura delle persone non autosufficienti” quale linea guida regionale in materia di organizzazione, governo ed erogazione dei servizi per la non autosufficienza. Il documento, già presentato agli Assessori regionali alla Sanità e alle Politiche Sociali nel corso di un convegno, tenutosi a Palazzo Lascaris il 21 settembre scorso, è il frutto della collaborazione di diverse realtà associative: le Acli di Torino e del Piemonte, La Bottega del Possibile, la Fondazione Promozione Sociale Onlus, il Forum Terzo Settore del Piemonte. “Il Manifesto è oggi l’elaborazione politica e culturale più avanzata in tema di non autosufficienza – dichiara Appiano – un documento che analizza, in modo estremamente chiaro, le lacune dell’attuale modello dei servizi e, contestualmente, elabora concrete proposte per garantire prese in carico più efficaci ed efficienti. La principale criticità con cui oggi abbiamo a che fare è la rigida distinzione tra i due ambiti – sanitario e assistenziale – a cui vengono ricondotte le prestazioni rivolte alla non autosufficienza e alla cronicità. Si tratta, da un lato, di un approccio che induce inevitabilmente a privilegiare soluzioni di cura, spesso inappropriate, di carattere istituzionale (attraverso, ad esempio, ricoveri in strutture residenziali), a scapito dell’investimento nella domiciliarità e alimentando liste d’attesa già sature; dall’altro, anche quando la soluzione domiciliare è possibile, tale approccio crea incertezza e oneri a carico dei cittadini: nel nostro
ordinamento, infatti, solo le prestazioni di carattere sanitario hanno natura universalistica e ottengono piena copertura attraverso la fiscalità generale, mentre le prestazioni assistenziali, quali sono per lo più quelle erogate oggi in regime di domiciliarità, non hanno carattere universale e necessitano di compartecipazione alla spesa da parte delle famiglie e/o dei comuni attraverso gli enti gestori delle funzioni socio assistenziali”. Proprio in ragione di questa rigidità, da ormai diversi anni, in Piemonte sono stati sospesi i cosiddetti assegni di cura, misura adottata in via sperimentale, e con notevole successo, in alcune Asl sul finire dello scorso decennio, attraverso la quale veniva riconosciuto alle famiglie un contributo economico per l’assistenza domiciliare dei congiunti non autosufficienti. Le motivazioni alla base della loro sospensione, richiesta, peraltro, dal piano di rientro dal debito sanitario che, per un lungo periodo di tempo, ha vincolato l’amministrazione regionale piemontese, insistevano proprio sulla non pertinenza sanitaria dell’assistenza domiciliare, che pertanto non poteva essere erogata con i fondi del Servizio Sanitario Regionale.“È evidente come il modello attuale sia fonte di scarsa efficienza e di disagi per numerosi cittadini – prosegue Appiano – A fronte di questa tendenza, lo sforzo compiuto dal nuovo Manifesto è quello di ribaltare il paradigma vigente, mettendo al centro dell’organizzazione dei servizi non la distinzione tra ambito sanitario e assistenziale, ma i reali bisogni di salute delle persone. La presa in carico della non autosufficienza, in questo quadro, non può che configurarsi come integrazione di prestazioni di natura diversa e deve poter essere adattabile alle esigenze dei singoli pazienti. Non un modello unico per tutti, quindi, ma un approccio che sa tenere conto delle specificità delle diverse situazioni e contesti di vita”. Quello proposto dal Manifesto è un concetto più ampio e avanzato di cura capace di comprendere non solo le azioni terapeutiche tradizionalmente considerate di pertinenza sanitaria, ma anche l’assistenza prestata, ad esempio, da badanti e familiari al fine di migliorare la qualità di vita del paziente. Da qui la sollecitazione, rivolta ai decisori politici, di assicurare l’impegno anche del Servizio Sanitario nel finanziare diverse possibili forme di assistenza domiciliare, superando le rigidità attuali e dando risposta alle difficoltà di numerose famiglie che, oggi, non dispongono delle risorse per far fronte ai bisogni dei loro congiunti non autosufficienti.
“Questo cambio di paradigma, che deve potersi concretizzare, tra l’altro, nel ripristino degli assegni di cura, è la condizione essenziale per un investimento concreto nella domiciliarità – conclude Appiano – e comporterebbe vantaggi per numerosi pazienti che non verrebbero allontanati dal loro ambiente domestico, mentre nel medio-lungo periodo garantirebbe l’abbattimento delle liste d’attesa per i ricoveri in struttura e, dal punto di vista dei conti pubblici, l’efficientamento della spesa dovuto ai costi decisamente contenuti delle soluzioni domiciliari rispetto a quelle
In aula un ordine del giorno, a prima firma Grimaldi (LeU), sulla vicenda dell’operaio Franco Minutiello è stato sottoscritto da rappresentanti di tutti i gruppi consiliari: Liberi e Uguali, Partito Democratico, Moderati, Scelta Civica, Chiamparino per il Piemonte, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Scelta di Rete civica per Chiamparino, Movimento Nazionale, Movimento Libero Indipendente. È la prima volta che tutti i gruppi sottoscrivono un testo.Franco Minutiello è stato licenziato dalla Teknoservice di Piossasco nel marzo 2017. È stato mandato via per “giustificato motivo”, perché ammalato di Parkinson: l’azienda sosteneva di non avere per lui una nuova mansione adeguata all’handicap subentrato.Il 9 luglio scorso il giudice ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ordinato all’azienda di reintegrare Minutiello e di restituirgli gli stipendi arretrati, ma quella sentenza è rimasta lettera morta: l’operaio non ha riavuto né il posto di lavoro, né i soldiIn base alla sentenza, Teknoservice è tenuta a “modificare l’organizzazione per assicurare il diritto al lavoro dei dipendenti portatori di handicap” e
il provvedimento è immediatamente esecutivo. Eppure, nulla è avvenuto.“L’azienda non rispetta la sentenza, non chiama il lavoratore, non gli paga uno stipendio dal febbraio 2017 e sui giornali i dirigenti hanno il coraggio di dire che sono preoccupati per questo precedente: doversi fare carico di un uomo che per loro è solo uno scarto” – dichiara Grimaldi. – “Non vogliono che si parli di responsabilità sociale dell’impresa, il lavoro per loro è merce. Noi non la pensiamo così, vogliamo che la sentenza del Tribunale del Lavoro di Ivrea venga rispettata”.“Vogliamo giustizia e vogliamo vedere il signor Minutiello entrare nel posto di lavoro che gli spetta. Vogliamo che gli vengano pagati gli stipendi e che l’azienda la smetta di giocare sulla pelle di un lavoratore che ha avuto l’unica colpa di ammalarsi. Oggi possiamo dire, senza aspettare l’esito della votazione del documento, che il Consiglio Regionale del Piemonte e tutti i gruppi consiliari richiedono all’azienda di rispettare la sentenza del Tribunale del lavoro di Ivrea. La Regione Piemonte vuole vedere Franco Minutiello nel suo luogo di lavoro”.



