DALLA REGIONE
“Apprendiamo che il patto degli opossum è andato a buon fine. Mesi di “penultimatum”, sgambetti in Aula e minacce di appoggi esterni hanno partorito il “rimpastino”. La patologica ricerca di visibilità della ultra-destra in Regione è stata placata dando la delega del welfare al Fratello d’Italia, Marrone. Non si capisce quale dazio debbano ancora pagare le politiche sociali dopo la crisi economica, la pandemia e l’impalpabile gestione Caucino. Dalla padella alla brace.
Poteva andare peggio, certo. Marrone alla cultura avrebbe fatto cadere tutti i volumi dalle librerie e gettato nel panico i palchi piemontesi dopo due anni di chiusura” – è il commento di Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Uguali Verdi in Regione.
La mia era ovviamente una provocazione, ma servì a portare i nostri discorsi su un terreno molto concreto. Mi resi conto che Martino era un vero liberale ,certamente non solo perché figlio di un grande liberale e ministro degli Esteri a cui si deve l’inizio della nascita dell’ Europa, quel Gaetano Martino oggi quasi del tutto dimenticato di cui mi parlava l’amico Vittorio Badini Confalonieri, che voglio accomunare nello stile proprio dei gentiluomini liberali ,così distanti dai politicanti d’oggi. Antonio Martino volle tentare di arrivare alla segreteria del PLI nel 1988 come leader di una minoranza che non era alla sua altezza e andò a cozzare contro l’egemonia zanoniana che aveva portato il partito a sinistra ed era riuscita a ricondurre il microscopico partito al Governo. La linea di Martino era per un liberalismo più coerente e meno legato al potere. Nella crisi indegna che segnò la chiusura non certo gloriosa del Partito di Cavour, di Giolitti e di Soleri, Martino ebbe modo di trovare accoglienza e rispetto in Forza Italia a cui diede idee liberali e soprattutto, insieme a Giuliano Urbani, una credibilità politica che le mancava totalmente. Ma va detto che il ruolo da lui esercitato nella fase costituente non venne rispettato nei decenni successivi. Fu apprezzato ministro degli Esteri e della Difesa nei governi Berlusconi, tra i pochi ministri di alto livello intellettuale e politico. Se scorriamo i nomi dei ministri berlusconiani il suo è stato l’unico nome di autentico prestigio seguito solo da Franco Frattini che fu anche lui agli Esteri. Forza Italia fece di lui molto presto un blasone nobiliare per coprire il partito di Dell’Utri, di Verdini, di Bondi, togliendo spazio politico a Martino che, non avendo particolari ambizioni politiche, fu un disciplinato deputato fino al 2018 ,quando decise di non ricandidarsi. Posso dire che non era amareggiato per una sostanziale emarginazione personale,ma perché le sue idee liberali erano andate totalmente disperse. Martino aveva la stoffa del leader e ogni volta che parlava riusciva a dire cose non banali,frutto di una cultura di altissimo livello. Lo ascoltai un’ ultima volta quando parlò del suo incontro con Putin di cui dette una descrizione disincantata ed obiettiva. Martino era molto professore ed assai poco fazioso: la lucidità della cultura prevaleva su tutto. Aveva delle riserve sull’unificazione europea e sull’euro così come si stavano delineando e molte delle sue osservazioni avevano un fondamento di verità. Forse nessuno gli diede seriamente ascolto e questo la dice lunga sul declassamento della politica d’oggi. Fu il ministro che abolì il servizio militare obbligatorio,già deciso in precedenza. Io credo che un uomo come lui lo abbia fatto perché costretto dalle scelte compiute .Una volta gli dissi le mie riserve sul fatto che senza un po’ di disciplina militare avremmo avuto una generazione di rammolliti .Sorrise, non commentò, ma capii che anche lui condivideva la fondatezza di quel dubbio. Oggi la cultura liberale italiana ha perso l’unico vero punto di riferimento su cui poteva contare. Spero che gli amici della sua Messina, raccolti attorno al senatore Enzo Palumbo, possano colmare il vuoto con la loro nascente “ Democrazia liberale “,unica speranza che ci sia rimasta per una rinascita liberale autentica.