In Via Torino 236-238, ha aperto i battenti il supermercato conveniente “Supeco” pensato per soddisfare le esigenze di famiglie e operatori Ho.Re.Ca.
Carrefour Italia ha aperto a Trofarello (To) un nuovo punto vendita soft discount del Gruppo in Italia. Il remodelling del precedente punto vendita Carrefour di viaTorino 236/238 vuole essere un punto di riferimento per i cittadini e per le aziende ho.re.ca (Hotellerie – Restaurant – Café) locali puntando su convenienza, qualità e grandi formati.
Il punto vendita Supeco di Trofarello si estende su una superficie di 1550 mq attraverso spazi pensati per ogni tipo di necessità. È infatti possibile percorrere una vera e propria “piazza” del Mercato, con un’ampia scelta di prodotti freschi selezionati e confezioni pensate per l’ho.re.ca. Tra i reparti presenti vi sono la gastronomia con antipasti pronti, la rosticceria e una panetteria con forno per la doratura. Arricchisce l’offerta, inoltre, un’ampia macelleria e affidata a un partner piemontese specializzato che ogni giorno propone una vasta selezione di piatti pronti per la cottura e un servizio di taglio con lavorazione a vista.
Presso il nuovo Supeco i clienti possono fruire di 6300 referenze divise in 4500 referenze di secco, liquidi e non food e 1800 referenze di fresco e ortofrutta. Tra i prodotti presenti, ben il 50% dell’assortimento del secco è composto da primi prezzi pensati per le esigenze di consumatori attenti. E’ presente, inoltre, un ampio parcheggio di 1800 mq.
Alberto Coldani, Direttore Cash&Carry e Supeco, ha commentato – “Abbiamo scelto Trofarello, una realtà importante per noi di Carrefour in una Regione chiave per lo sviluppo del Gruppo, per dare il via a una formula innovativa di offerta coerente con l’evoluzione del mercato e della domanda. Con “Supeco”, infatti abbiamo voluto dare una risposta concreta alle esigenze quotidiane dei nostri clienti in cerca di una convenienza sempre affidabile”.
Nei più recenti convegni si sprecano i dati nel comparto degli analisti ormai presenti in ogni categoria sindacale, da quella degli industriali a quella degli artigiani, senza tralasciare naturalmente quelle dei commercianti e dei dipendenti. Il problema vero ritengo stia nel metodo attraverso il quale questi dati vengono raccolti e interpretati, nella logica che nessuna ricerca può davvero esprimere una verità anche fotografica se non in funzione di un modello di interpretazione. L’analista, infatti, non può e, soprattutto, non deve raccogliere dei dati senza interrogarsi sulla modalità attraverso la quale sta facendo la conta; lo scopo della ricerca deve essere predominante rispetto al numero perché, diversamente, si può dire tutto e il contrario di tutto. Ritengo, quindi, che dichiarare pubblicamente che in Liguria a partire dal 2008 a oggi vi sia stato un decremento di 6.000 imprese, a oggi non dia un vero valore aggiunto alla riflessione perché, tralasciando il concetto di impresa troppe volte sovrapposto a quello di partita IVA, che non necessariamente riflette un vero tentativo di attività, quanto semmai di precariato subordinato nella esternalizzazione di una mansione, non rispecchia la problematica o, meglio, la dinamica attraverso la quale si è giunti a quello che può superficialmente essere definito quale impoverimento complessivo del territorio.
numero delle imprese da conteggiare? Una vera analisi per essere pregna di significato deve spiegare quale è il riferimento dello studio ma, soprattutto, lo scopo che deve essere costruito nei termini nei quali suggerisca una riflessione in modo da portare la classe politica che, per definizione, può adoperare quegli strumenti della “mano pubblica”, a rispondere coerentemente alla propria ragione d’esistere: la predisposizione di un contesto favorevole all’attività del privato e del libero scambio. Nessuna economia può svilupparsi ma, soprattutto, resistere nel tempo sorretta dal clientelismo pubblico, al contrario un mercato sano e forte necessità unicamente di quella minima, ma fondamentale, sensibilità dell’amministratore statale, che sappia cogliere l’imprescindibile e mai scontata presenza dell’imprenditore, cioè di colui che realmente e, soprattutto, lealmente sacrifica quel tanto o quel poco che possiede per avviare un progetto di investimento nella logica di medio periodo, attraverso la propria applicazione nel lavoro inteso come fatica e impegno quotidiano, nella confidenziale speranza di un miglioramento duraturo delle proprie condizioni di vita, per poter quindi esprimere e vedere realizzati socialmente i propri talenti.
emigrano all’estero, magari in qualche banca d’affari, (certamente non a servire gli spaghetti al pomodoro a Berlino) ci sono i figli di noti imprenditori locali con a libro paga anche una cinquantina di dipendenti e un fatturato di alcune decine di milioni di Euro, poiché sono i genitori stessi a spronarli a quella che viene teorizzata come “esperienza all’estero da curriculum”, ma che, in molti casi, diventa definitiva. Se ad emigrare quindi sono i giovani ricchi figuriamoci i poveri! Sarebbe dunque bello capire nell’analisi il motivo della chiusura di quelle 6.000 imprese, in quale filiera erano, più che limitarsi a citare il settore e soprattutto di fronte a quali problemi insormontabili si sono dovuti arrendere. Certamente il credito è la vera palla al piede dei giovani o di chi, in generale, gestisce una attività individuale; le banche usano metodologie assurde con i piccoli per impedire loro il finanziamento, da riservarsi, per ragioni politiche, a grandi operazioni di speculazione che vedono come registi o i partiti stessi o “chiamiamoli imprenditori” loro prestanome.
prezzi proposti dagli immobiliaristi al metro quadro non sono nemmeno così vantaggiosi rispetto ad una vastissima scelta di sezioni di palazzi in pieno centro attualmente vuoti. La verità è che le aziende, a prescindere dal settore di appartenenza, e che esercitino realmente o meno un rischio di impresa, continueranno a chiudere. Fino a quando non si rimetterà al centro il Lavoratore con i suoi sogni e i suoi sacrifici, fino a quando le banche non ritorneranno a voler valutare la serietà intima dell’individuo, dell’Uomo Qualunque che si reca in banca, senza conoscenze, a chiedere quei 5.000 massimo 10.000 Euro mettendo a garanzia il proprio nome, la propria parola, sarà dura invertire la triste statistica dei 6.000 decessi, perché vanno chiamati così, in 9 anni.
Passa dalla collaborazione tra pubblico e privato il rilancio delle attività di Experimenta, lo storico marchio della Regione Piemonte che dal 1985 si occupa di mostre scientifiche interattive
cittadini di Venaria anche se la scelta appare la migliore possibile. Ne deriva però la constatazione che Torino non ha una zona sicura dove tenere un evento internazionale blindato. Amburgo insegna che neppure la polizia tedesca è riuscita ad evitare i vandalismi e le violenze. Pensiamoci bene perché a Genova fu un disastro. Venne messa a ferro e fuoco la città ,con l’”eroe” Giuliani che voleva ammazzare un carabiniere servendosi di un estintore.Hanno ragioni gli industriali a volere il G7 a Torino,ma il ministero dell’interno deve garantire le condizioni perché esso avvenga. Anche a Milano l’inagurazione dell’Expo corrispose ad un disastro in cui non venne adeguatamente contrastata la violenza e meno che mai il vandalismo.Di Alfano ministro degli Interni ,oltre agli sbarchi incontrollati e la firma di certi protocolli- capestro,andranno anche ricordati i fatti di Milano. Si vocifera di ripristinare a Torino una tassa sui cani,tornando indietro di decenni. Il chip e prima il tatuaggio obbligatorio (che comunque non avvengono a titolo gratuito)garantiscono l’identità del possessore e limitano i casi di randagismo,anche se il periodo vacanziero coincide con atti brutali di abbandono. Accanirsi fiscalmente anche sui cani-oltre che sui
cittadini – è errato,tantissime persone consolano la loro solitudine con un animale da compagnia che nella maggioranza dei casi è un cane. Non parlo pro domo mea perché io non ho più un cane e il suo ricordo straordinario e irripetibile mi impedisce di averne un altro. Se se è vero che i cani sporcano in strada,è altrettanto vero che i possessori sono obbligati dalle norme a girare con sacchetto e paletta.La maggioranza pulisce,una minoranza cialtrona no. E’ compito dei vigili che sempre meno sono sul territorio e sempre di più dietro una scrivania,multare chi viola le regole. Ci sono persone che stentano ad arrivare alla fine del mese e che hanno un cane che comporta già costi elevati per il cibo e le cure veterinarie. Si può dire che oggi nessuno dia da mangiare gli avanzi al proprio cane.C’è gente che si priva del cibo per sè per darlo al proprio animale. Infierire sui possessori di cani è ingiusto. 
Caporetto,Torino fu protagonista di fatti di violenza e di sangue che rappresentarono un vero e proprio tentativo di eversione e di ribellione, assolutamente incompatibile con lo stato di guerra in cui l’Italia si trovava. Il 1917 è l’anno della Rivoluzione d’ottobre e del giudizio relativo alla guerra di Benedetto XV che la considerava <<un’inutile strage>>, espresso proprio nel mese di agosto. Delegati del Soviet di Pietrogrado vennero a Torino,inneggiando alla Russia rivoluzionaria e alla necessità di porre fine alla guerra. Lenin scrisse testualmente :<<A Torino si è giunti all’esplosione delle masse>>. La sommossa venne motivata all’inizio con la carenza di pane, durata in verità poche ore,anche se poi prese subito una piega decisamente sovversiva,se non rivoluzionaria. Già allora aleggiò nel movimento operaio torinese l’illusione nefasta di <<Fare come in Russia>>,un’idea che ,dopo la guerra, contribuì inconsapevolmente,anzi ciecamente, con le sommosse esagitate e sanguinarie, alla nascita e al successo del fascismo. Filippo Turati scrisse ad Anna Kuliscioff riflettendo sulla storia del movimento socialista:”Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo”.Turati e Matteotti avevano capito il pericolo insito nello spaventare la borghesia.Lo stesso Lenin parlerà di estremismo come malattia infantile del comunismo. Torino operaia e socialista,per dirla con il titolo di Paolo Spriano, era stata prevalentemente riformista,anche se la componente massimalista era ben viva e presente,rappresentata dal famoso Cichin Barberis operaio e oratore focoso che fu tra i capi della protesta torinese e nel 1919 divenne deputato. A dare l’idea della inaspettata vampata di protesta è il fatto che i maggiorenti del partito socialista non fossero a Torino, ma in ferie: Romita in Liguria,l’on. Morgari a Roma e l’on. Casalini in Valle d’Aosta. Invece si
incominciò quasi subito con le rotaie divelte,gli alberi abbattuti, i tram rovesciati, le botteghe degli armaioli prese d’assalto. I dimostranti ebbero 50 vittime e 200 feriti, le truppe e la polizia una decina di morti e 30 feriti. Durante la rivolta i manifestanti cantavano:<<Prendi il fucile e gettalo per terra/vogliam la pace,vogliam la pace,mai vogliam la guerra>>. Si trattava di antimilitaristi che ricorrevano alla violenza e di pacifisti che non consideravano affatto che l’Italia era impegnata in un conflitto nel quale tanti operai e contadini erano al fronte a combattere.L’idea di uscire dalla guerra era impraticabile e quella di sabotare era invece assolutamente nefasta.La Torino socialista e la Torino giolittiana erano state contro l’intervento in guerra ma,mentre Giolitti lealmente non esitò ad allinearsi con la scelta voluta dal re e ratificata dal Parlamento nel maggio 1915,i socialisti non seguirono l’esempio dei partiti socialisti europei che, altrettanto lealmente, si schierarono con i loro Paesi in guerra.I socialisti italiani e soprattutto quelli torinesi seguirono un’altra strada che portò nel vicolo cieco dell’agosto 1917. Ho letto che c’è un “bello spirito” torinese che lamenta che nessuna lapide ricordi i <<caduti del 1917>>. Se la lamentazione per l’assenza si traducesse in proposta,essa andrebbe subito denunciata con fermezza.Un revisionismo peudo-storico assurdo che porterebbe a negare la storia.Le scorribande nel passato senza avere gli strumenti per capirlo sono sempre all’ordine del giorno ed hanno sicuramente qualcuno pronto a sostenerle. Anche sotto un profilo politico si trattò di una sommossa velleitaria,per non dire del suo disvalore in termini patriottici.La Torino migliore era al fronte,non in piazza a far casino. A combattere e morire c’erano i Fratelli Garrone,zii di Galante Garrone,il cui epistolario rappresenta una pagina importante di patriottismo senza retorica. Partirono in tanti come volontari. Mio nonno con moglie e due figli era al fronte,due miei zii,a cui venne intitolata un via, caddero eroicamente.Da storico dovrei non tenerne conto,ma non riesco,come pure sarebbe necessario,a ignorarlo.Neppure Sandro Galante Garrone riusciva a farlo,anzi in cuor suo credo che fosse orgoglioso della sua famiglia.In fondo c’era il Risorgimento da completare con la IV Guerra di indipendenza che porterà a Trento,a Trieste e all’Istria i naturali confini dell’Italia.I “caduti del 1917” queste cose proprio non le consideravano.
e per i suoi studi storici. Al nunzio fu ricordato dalla principessa che proprio la resistenza di tanti militari al nazionalsocialismo, ricordava come talvolta fosse necessario disobbedire agli ordini ingiusti dei superiori, per rispettare i dettami della propria coscienza. La Segreteria di Stato giocò a questo punto l’ultimo colpo, rivolgendosi al re in esilio Umberto II. Il ministro Falcone Lucifero telefonò alla principessa per farle sapere che il Sovrano la pregava vivamente di rimandare la conferenza. «Mi stupisco come Sua Maestà si lasci intimidire dalla Segreteria di Stato, dopo tutto quello che il Vaticano ha fatto contro la monarchia», rispose lei con fermezza, ribadendo che la conferenza sarebbe stata puntualmente tenuta alla data fissata. Mons. Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI e nel 1988 venne scomunicato da Giovanni Paolo II per aver consacrato quattro vescovi. Quando morì, parteciparono ai funerali e benedissero la salma vescovi e cardinali, malgrado la scomunica .Nel 2017 la frattura dei lefebvriani con la Santa sede si può considerare superata per iniziativa di Papa Francesco, il più lontano sicuramente dal pensiero del vescovo francese che aveva rifiutato il Concilio Vaticano II.
parlava quasi esclusivamente il piemontese. Non ebbe una formazione accademica e, dodicenne, aveva frequentato lo studio di Carlo Biscarra al Caffè Nazionale di via Po. Entrò poi in contatto con i migliori artisti della Torino del tempo ( tra cui Tavernier). Il Delleani lo volle nel suo studio. Del Delleani il nostro apprezzò soprattutto i bozzetti dal vero. Seguì con attenzione Michele Scaglia e studiò le opere di Antonio Fontanesi. Da questo secondo, in particolare ,deriva il gusto per il monocromo. Il Ghivarello si distinse per un suo personalissimo “raschiare di spatola” di cui restano numerose testimonianze di un certo livello. Si dedicò soprattutto alla pittura di paesaggio e la tecnica prevalente fu quella a olio su cartone e solo raramente su tela e su tavola. Fu un delicato pittore della collina torinese,colta nelle sue primavere e nei suoi autunni. Ci sono anche sue opere che ritraggono alcuni angoli della valle di Lanzo e della Riviera ligure,con predilezione per Varigotti che era ancora un borgo di pescatori,prima che arrivassero gli arricchiti di Torino a costruirvi le loro ville sul mare.Ha scritto la storica dell’arte Claudia Ghiraldello:<<Paesaggi,sovente di piccole dimensioni,raccontano un contesto agreste,ove il dettaglio semplice evoca l’ancestrale battito del tempo.Una tavolozza dalle tonalità equilibrate,anche se va evidenziata la sua originale capacità di lavorare di spatola>>.Qualche critico ne ha scritto in passato,ma troppi critici sono stati molto avari con quello che poteva sembrare solo un “povero diavolo”.
mediatica non confrontabile con la sua vita condotta quasi da monaco del sapere.
Una volta raggiunta l’agognata pensione l’obiettivo è fare la valigia e trasferirsi all’estero.
due teme che la propria pensione non sarà sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato una volta fuori dal mondo del lavoro, e un altro 30% prevede molta incertezza all’orizzonte. Non poter sostenere le spese mediche di cui si potrebbe aver bisogno andando in avanti con gli anni è uno dei timori principali (44%) appore la paura di cadere in povertà assoluta (30%). Preoccupati in molti anche per il rischio di dover gravare economicamente sulla famiglia per le necessità quotidiane (29%) e non riuscire a dare sostegno economico a figli e nipoti (25%).
STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
amministratori grillini torinesi conoscono la storia o forse la devono ancora imparare. E allora il vertice si faccia a Venaria, con una sola preoccupazione: l’amministrazione comunale della città della reggia ha voce in capitolo? Speriamo di no! Sono pentastellati e non è per essere prevenuti, ma come i grillini torinesi hanno scimmiottato i romani non vorremmo che quelli di Venaria scimmiottassero quelli di Torino.
Il presidente Chiamparino ha inviato nel pomeriggio di oggi una lettera al presidente di TELT Hubert du Mesnil e all’architetto Mario Virano, direttore generale di TELT.
Le immagini, per lo più in bianco e nero, ci rimandano il suo viso scavato, il corpo minuto. Una velata malinconia nello sguardo , il timbro di una voce antica. Quella stessa voce che proponeva – con lucidità – una visione del mondo nuova; la necessità di portarsi dietro tutti in scelte più avanzate,
dell’amore che il popolo italiano provava per questo uomo gracile e forte allo stesso tempo, partito dalla Sardegna non per fare la “carriera politica” ma per “impegnarsi” nella politica. Tra quei drammatici fotogrammi che accompagnano i suoi ultimi istanti in piazza della Frutta , ce n’è uno, quasi impercettibile a un osservatore poco attento: quello del suo ultimo sorriso alla folla, dopo aver pronunciato le sue ultime parole “..lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini”. Sta tutto in quel sorriso la bellezza di Berlinguer. La bellezza di chi ha scelto di occuparsi in maniera disinteressata degli altri; di avere uno scopo nella vita che va oltre se stessi. In quel sorriso è racchiuso un manifesto politico, troppo in fretta archiviato dopo la sua morte e troppo strumentalmente ritirato fuori per esigenze di propaganda. Il sorriso di un uomo che è ancora tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa. Un uomo, fatto passare per un conservatore e che, all’opposto, sapeva leggere con visionaria lucidità il cambiamento in corso, cercando di proporre una via d’uscita democratica, non populista. 
alcune derive, le abbiamo assecondate; perché si è stati troppo indulgenti nello sposare parole d’ordine, modi di essere, ideologie che non appartengono a una parte che si propone di essere la parte dei più deboli; perché così tanto impegnati a ricercare il futuro si è pensato, più volte in questi anni, di trovarlo gettando via le lezioni del passato. Ecco perché, senza nostalgie ma con il senso dell’attualità, riemerge potente l’insegnamento di Berlinguer. Perché non basta un tweet per “riempire la propria vita”, ma occorre riscoprire il pensiero lungo, quello che invita a guardare al mondo con realismo e creatività, innovazione e obiettivi proiettati nel futuro. Quel “pensiero lungo”, che non è ideologia arrugginita né fuga dalla realtà, manca molto alla politica di oggi. E Berlinguer questo “pensiero lungo” lo cercava nelle suggestioni che arrivavano dall’ambientalismo, dal pacifismo, dai movimenti delle donne. Con il sorriso di chi diceva “.. Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Parole dette con un sorriso, dolce e determinato. Parole di Enrico Berlinguer.