ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 621

A Trofarello il nuovo “SupEco” Carrefour

In Via Torino 236-238, ha aperto i battenti il supermercato conveniente “Supeco” pensato per soddisfare le esigenze di famiglie e operatori Ho.Re.Ca.

 Carrefour Italia ha aperto a Trofarello (To) un nuovo punto vendita soft discount del Gruppo in Italia. Il remodelling del precedente punto vendita Carrefour di viaTorino 236/238 vuole essere un punto di riferimento per i cittadini e per le aziende ho.re.ca (Hotellerie – Restaurant – Café) locali puntando su convenienza, qualità e grandi formati.

 

Il punto vendita Supeco di Trofarello si estende su una superficie di 1550 mq attraverso spazi pensati per ogni tipo di necessità. È infatti possibile percorrere una vera e propria “piazza” del Mercato, con un’ampia scelta di prodotti freschi selezionati e confezioni pensate per l’ho.re.ca. Tra i reparti presenti vi sono la gastronomia con antipasti pronti, la rosticceria e una panetteria con forno per la doratura. Arricchisce l’offerta, inoltre, un’ampia macelleria e affidata a un partner piemontese specializzato che ogni giorno propone una vasta selezione di piatti pronti per la cottura e un servizio di taglio con lavorazione a vista.

 

Presso il nuovo Supeco i clienti possono fruire di 6300 referenze divise in 4500 referenze di secco, liquidi e non food e 1800 referenze di fresco e ortofrutta. Tra i prodotti presenti, ben il 50% dell’assortimento del secco è composto da primi prezzi pensati per le esigenze di consumatori attenti. E’ presente, inoltre, un ampio parcheggio di 1800 mq.

 

Alberto Coldani, Direttore Cash&Carry e Supeco, ha commentato – “Abbiamo scelto Trofarello, una realtà importante per noi di Carrefour in una Regione chiave per lo sviluppo del Gruppo, per dare il via a una formula innovativa di offerta coerente con l’evoluzione del mercato e della domanda. Con “Supeco”, infatti abbiamo voluto dare una risposta concreta alle esigenze quotidiane dei nostri clienti in cerca di una convenienza sempre affidabile”.

 

Nord-Ovest. La crisi non è solo piemontese

In Liguria 6.000 imprese in meno dal 2008 a oggi

 

 Nei più recenti convegni si sprecano i dati nel comparto degli analisti ormai presenti in ogni categoria sindacale, da quella degli industriali a quella degli artigiani, senza tralasciare naturalmente quelle dei commercianti e dei dipendenti. Il problema vero ritengo stia nel metodo attraverso il quale questi dati vengono raccolti e interpretati, nella logica che nessuna ricerca può davvero esprimere una verità anche fotografica se non in funzione di un modello di interpretazione. L’analista, infatti, non può e, soprattutto, non deve raccogliere dei dati senza interrogarsi sulla modalità attraverso la quale sta facendo la conta; lo scopo della ricerca deve essere predominante rispetto al numero perché, diversamente, si può dire tutto e il contrario di tutto. Ritengo, quindi, che dichiarare pubblicamente che in Liguria a partire dal 2008 a oggi vi sia stato un decremento di 6.000 imprese, a oggi non dia un vero valore aggiunto alla riflessione perché, tralasciando il concetto di impresa troppe volte sovrapposto a quello di partita IVA, che non necessariamente riflette un vero tentativo di attività, quanto semmai di precariato subordinato nella esternalizzazione di una mansione, non rispecchia la problematica o, meglio, la dinamica attraverso la quale si è giunti a quello che può superficialmente essere definito quale impoverimento complessivo del territorio.

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Ma soprattutto di quali aziende si parla? Raccogliere il cartone per la strada vuol dire essere imprenditore? Essere un magrebino imbianchino con partita IVA significa entrare, o meno, nel numero delle imprese da conteggiare? Una vera analisi per essere pregna di significato deve spiegare quale è il riferimento dello studio ma, soprattutto, lo scopo che deve essere costruito nei termini nei quali suggerisca una riflessione in modo da portare la classe politica che, per definizione, può adoperare quegli strumenti della “mano pubblica”, a rispondere coerentemente alla propria ragione d’esistere: la predisposizione di un contesto favorevole all’attività del privato e del libero scambio. Nessuna economia può svilupparsi ma, soprattutto, resistere nel tempo sorretta dal clientelismo pubblico, al contrario un mercato sano e forte necessità unicamente di quella minima, ma fondamentale, sensibilità dell’amministratore statale, che sappia cogliere l’imprescindibile e mai scontata presenza dell’imprenditore, cioè di colui che realmente e, soprattutto, lealmente sacrifica quel tanto o quel poco che possiede per avviare un progetto di investimento nella logica di medio periodo, attraverso la propria applicazione nel lavoro inteso come fatica e impegno quotidiano, nella confidenziale speranza di un miglioramento duraturo delle proprie condizioni di vita, per poter quindi esprimere e vedere realizzati socialmente i propri talenti.

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Ebbene, dal marzo 2008 ho avviato la mia attività imprenditoriale: non ho mai visto nessun soggetto istituzionale e politico di ogni schieramento dirmi, a oggi: “ragazzo hai del fegato, questo è il mio biglietto da visita, farò il possibile per aiutarti”. Non credo che il mio sia un caso isolato e inevitabilmente ognuno tragga le proprie conclusioni che anzi anticipo ad alta voce: “Ma noi giovani intraprendenti siamo ben visti e spronati all’investimento in un progetto in proprio?” Siamo circondati da troppe mezze figure, gelose della propria modesta poltroncina, magari raggiunta a sessant’anni, contornati volutamente da quarantenni senza preparazione, disposti a qualunque captatio benevolentiae in cambio di un piatto di minestra. Molti non sanno che, tra i molti laureati che emigrano all’estero, magari in qualche banca d’affari, (certamente non a servire gli spaghetti al pomodoro a Berlino) ci sono i figli di noti imprenditori locali con a libro paga anche una cinquantina di dipendenti e un fatturato di alcune decine di milioni di Euro, poiché sono i genitori stessi a spronarli a quella che viene teorizzata come “esperienza all’estero da curriculum”, ma che, in molti casi, diventa definitiva. Se ad emigrare quindi sono i giovani ricchi figuriamoci i poveri! Sarebbe dunque bello capire nell’analisi il motivo della chiusura di quelle 6.000 imprese, in quale filiera erano, più che limitarsi a citare il settore e soprattutto di fronte a quali problemi insormontabili si sono dovuti arrendere. Certamente il credito è la vera palla al piede dei giovani o di chi, in generale, gestisce una attività individuale; le banche usano metodologie assurde con i piccoli per impedire loro il finanziamento, da riservarsi, per ragioni politiche, a grandi operazioni di speculazione che vedono come registi o i partiti stessi o “chiamiamoli imprenditori” loro prestanome.

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Il miliardo di Euro di buco della CARIGE lo hanno creato quei 6.000 imprenditori? Io sincerante non ci credo, anzi accuso ad altra voce: quei mille milioni di Euro sono finiti nelle mani di dieci persone: le navi si sa sono pezzi di ferro in molti casi arrugginiti, i grattacieli se non convinci il Papa, si ignorano i metodi, a trasferirci gli uffici del Vaticano rimarranno vuoti per i prossimi vent’anni considerando che i prezzi proposti dagli immobiliaristi al metro quadro non sono nemmeno così vantaggiosi rispetto ad una vastissima scelta di sezioni di palazzi in pieno centro attualmente vuoti. La verità è che le aziende, a prescindere dal settore di appartenenza, e che esercitino realmente o meno un rischio di impresa, continueranno a chiudere. Fino a quando non si rimetterà al centro il Lavoratore con i suoi sogni e i suoi sacrifici, fino a quando le banche non ritorneranno a voler valutare la serietà intima dell’individuo, dell’Uomo Qualunque che si reca in banca, senza conoscenze, a chiedere quei 5.000 massimo 10.000 Euro mettendo a garanzia il proprio nome, la propria parola, sarà dura invertire la triste statistica dei 6.000 decessi, perché vanno chiamati così, in 9 anni.

La Regione rilancia Experimenta

Passa dalla collaborazione tra pubblico e privato il rilancio delle attività di Experimenta, lo storico marchio della Regione Piemonte che dal 1985 si occupa di mostre scientifiche interattive

A pochi giorni dall’apertura nel Museo dell’Automobile di Torino dell’esposizione “Muoversi con leggerezza”, curata proprio da Experimenta, l’Assessorato alla Cultura e al Turismo ha pubblicato un avviso per l’individuazione di operatori da invitare ad una procedura negoziata per realizzare una mostra all’anno nei prossimi tre anni secondo i canoni della divulgazione scientifica che hanno sempre caratterizzato le proposte.

Tra i requisiti richiesti figurano lo svolgimento degli eventi in Piemonte, la realizzazione di exhibit particolarmente innovativi e la definizione di attività rivolte alle scuole. Per rafforzare la collaborazione con il futuro partner, inoltre, la Regione contribuirà direttamente alla realizzazione di una parte degli allestimenti. Il co-finanziamento complessivo previsto della Regione, a scalare su tre anni, è di 200.000 euro (110.000 per il primo anno e 90.000 per il secondo), a fronte del quale è richiesto al partner privato un impegno economico minimo equivalente.

“Experimenta – sostiene l’assessora Antonella Parigi – rappresenta un importante patrimonio, sia per il nostro territorio sia nel campo della divulgazione scientifica, che intendiamo valorizzare grazie a una partnership con operatori privati. Il nostro obiettivo è il rilancio delle attività, che siano pratiche, emozionali, accessibili, come nella tradizione di Experimenta, per diffondere la cultura della scienza a partire dai più giovani”.

GG – www.regione.piemonte.it

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

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L’estate torinese – Il libro di Papa sul processo alle Brigate Rosse 76/78 – La sommossa di Torino del 1917 – Ricordi di 40 anni fa – Ghivarello delicato pittore della collina torinese

 

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L’estate torinese

Le notizie politiche torinesi questa settimana sono poche. Proseguono gli interrogatori dei magistrati per i fatti del 3 giugno con l’ascolto della Sindaca.Sembra che si tratterà di un’indagine lunga. Attendiamo con doverosa pazienza (ma non troppa) i risultati. I responsabili devono pagare e l’indignazione dei cittadini resta altissima. Sembra che , invertendo la rotta di 360 gradi,vogliano tenere il G7 di settembre a Venaria Reale,inizialmente considerata “zona rossa”.Non invidio i cittadini  di Venaria anche se la scelta appare la migliore possibile. Ne deriva però la constatazione che Torino non ha una zona sicura dove tenere un evento internazionale blindato.  Amburgo insegna che neppure la polizia tedesca è riuscita ad evitare i vandalismi  e le violenze. Pensiamoci bene perché a Genova fu un disastro. Venne messa a ferro e fuoco la  città ,con l’”eroe” Giuliani che voleva ammazzare un carabiniere servendosi di un estintore.Hanno ragioni gli industriali a volere il G7 a Torino,ma il ministero dell’interno deve garantire le condizioni perché esso avvenga. Anche a Milano l’inagurazione dell’Expo corrispose ad un disastro in cui non venne adeguatamente contrastata la violenza e meno che mai il vandalismo.Di Alfano ministro degli Interni ,oltre agli sbarchi incontrollati e la firma di certi protocolli- capestro,andranno anche ricordati i fatti di Milano. Si vocifera di ripristinare a Torino una tassa sui cani,tornando indietro di decenni. Il chip e prima il tatuaggio obbligatorio (che comunque non avvengono a titolo gratuito)garantiscono l’identità del possessore e limitano i casi di randagismo,anche se il periodo vacanziero coincide con atti brutali di abbandono. Accanirsi fiscalmente anche sui cani-oltre che sui cittadini – è errato,tantissime persone consolano la loro solitudine con un animale da compagnia che nella maggioranza dei casi è un cane. Non  parlo pro domo mea perché io non ho più un cane e il suo ricordo    straordinario  e irripetibile mi impedisce di  averne un altro. Se se è vero che i cani sporcano in strada,è altrettanto vero che i possessori sono obbligati dalle norme a girare con sacchetto e paletta.La maggioranza pulisce,una minoranza cialtrona no. E’ compito dei vigili che sempre meno sono sul territorio e sempre di più dietro una scrivania,multare chi viola le regole. Ci sono persone che stentano ad arrivare alla fine del mese e che hanno un cane che comporta già costi elevati per il cibo e le cure veterinarie. Si può dire che oggi nessuno dia da mangiare gli avanzi al proprio cane.C’è gente che si priva del cibo per sè per darlo al proprio animale. Infierire sui possessori di cani è ingiusto. Pensavo che i grillini fossero animalisti.Questa è un’occasione per essere coerenti.

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Il libro di Papa sul processo alle Brigate Rosse 76/78
L’importante libro edito da Angeli, dello storico e giurista Emilio R.Papa su quel celebre ed importante processo che costò la vita all’avv. Fulvio Croce e che vide l’avv. Papa difensore d’ufficio dei brigatisti, minacciato di morte insieme ai suoi colleghi dalle BR, rivede la luce . E’ la testimonianza di un protagonista ,ma è anche la riflessione di uno storico.Difficilmente si può essere protagonisti e storici,specie in frangenti tanto drammatici come quelli  del biennio 1976/78 in cui vennero processati  i capi storici delle BR a Torino.Emilio R. Papa riesce pienamente nell’intento. I terroristi fecero di tutto per bloccare quel processo,l’essere riusciti a concluderlo è merito storico del presidente Guido Barbaro,dei giudici popolari (che accettarono dopo 134 precedenti defezioni),degli avvocati  non subirono le minacce lanciate contro di loro.  L’opera di Papa meriterebbe una adeguata recensione,ma il fatto di essere stato io allievo e assistente dell’autore,mi impedisce di scrivere di più con il distacco necessario.Io ad Emilio voglio troppo bene per essere algido,come dovrebbe essere, la mia recensione ; la dedica affettuosa che ha accompagnato il dono del libro nella sua nuova edizione  nell’Aula magna dell’Università di Torino ancora di più mi impedisce di scriverne. Mi  limito a segnalarne l’uscita proprio a 40 anni dalla barbara uccisione di Carlo Casalegno. Mi pare invece di dover citare la postilla che chiude il libro e che va oltre la vicenda raccontata nei minimi dettagli(il lettore trova infatti 22 documenti che supportano il racconto storico di Papa) perché riguarda l’oggi e il nostro futuro:<Una democrazia come la nostra,la quale tarda a spiegare le ali,dopo la lotta antifascista,dopo aver sprecato tante energie,dopo aver disatteso l’effettuazione di principi essenziali della democrazia ,deve saper guardare entro se stessa,e cambiare strada.Rinnovarsi. Anche …per non ritrovarsi “impreparata giuridicamente”,e non soltanto giuridicamente ,a giudicare le Brigate Rosse “.  Questo è il senso della storia, come diceva Omodeo, che che respira nei libri di Papa. Incautamente Firpo sosteneva che nella facoltà di Scienze Politiche di Torino convivevano storici e giuristi,considerando i secondi quasi degli abusivi. Come sbagliava Firpo nei suoi giudizi sempre troppo trancianti e poco sereni!

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La sommossa di Torino del 1917

Il circolo torinese “Edmondo de Amicis” ha promosso un incontro sull’agosto 1917,cent’anni fa, che rappresentò un momento tragico della storia italiana e torinese durante la Grande Guerra. Nel corso dell’estate di quell’anno maledetto per la storia italiana che culminò con la disfatta di Caporetto,Torino fu protagonista di fatti di violenza e di sangue che rappresentarono un vero e proprio tentativo di eversione e di ribellione, assolutamente incompatibile con lo stato di guerra in cui l’Italia si trovava. Il 1917 è l’anno della Rivoluzione d’ottobre e del giudizio relativo alla guerra di Benedetto XV che la considerava <<un’inutile strage>>, espresso proprio nel mese di agosto. Delegati del Soviet di Pietrogrado vennero a Torino,inneggiando alla Russia rivoluzionaria e alla necessità di porre fine alla guerra. Lenin scrisse testualmente :<<A Torino si è giunti all’esplosione delle masse>>. La sommossa venne motivata all’inizio con la carenza di pane, durata in verità poche ore,anche se poi prese subito una piega decisamente sovversiva,se non rivoluzionaria. Già allora aleggiò nel movimento operaio torinese l’illusione nefasta di <<Fare come in Russia>>,un’idea che ,dopo la guerra, contribuì inconsapevolmente,anzi ciecamente, con le sommosse esagitate e sanguinarie, alla nascita e al successo del fascismo. Filippo Turati scrisse ad Anna Kuliscioff riflettendo sulla storia del movimento socialista:”Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo”.Turati e Matteotti avevano capito il pericolo insito nello spaventare la borghesia.Lo stesso Lenin parlerà di estremismo come malattia infantile del comunismo. Torino operaia e socialista,per dirla con il titolo di Paolo Spriano, era stata prevalentemente riformista,anche se la componente massimalista era ben viva e presente,rappresentata dal famoso Cichin Barberis operaio e oratore focoso che fu tra i capi della protesta torinese e nel 1919 divenne deputato. A dare l’idea della inaspettata vampata di protesta è il fatto che i maggiorenti del partito socialista non fossero a Torino, ma in ferie: Romita in Liguria,l’on. Morgari a Roma e l’on. Casalini in Valle d’Aosta. Invece si incominciò quasi subito con le rotaie divelte,gli alberi abbattuti, i tram rovesciati, le botteghe degli armaioli prese d’assalto. I dimostranti ebbero 50 vittime e 200 feriti, le truppe e la polizia una decina di morti e 30 feriti. Durante la rivolta i manifestanti cantavano:<<Prendi il fucile e gettalo per terra/vogliam la pace,vogliam la pace,mai vogliam la guerra>>. Si trattava di antimilitaristi che ricorrevano alla violenza e di pacifisti che non consideravano affatto che l’Italia era impegnata in un conflitto nel quale tanti operai e contadini erano al fronte a combattere.L’idea di uscire dalla guerra era impraticabile e quella di sabotare era invece assolutamente nefasta.La Torino socialista e la Torino giolittiana erano state contro l’intervento in guerra ma,mentre Giolitti lealmente non esitò ad allinearsi con la scelta voluta dal re e ratificata dal Parlamento nel maggio 1915,i socialisti non seguirono l’esempio dei partiti socialisti europei che, altrettanto lealmente, si schierarono con i loro Paesi in guerra.I socialisti italiani e soprattutto quelli torinesi seguirono un’altra strada che portò nel vicolo cieco dell’agosto 1917. Ho letto che c’è un “bello spirito” torinese che lamenta che nessuna lapide ricordi i <<caduti del 1917>>. Se la lamentazione per l’assenza si traducesse in proposta,essa andrebbe subito denunciata con fermezza.Un revisionismo peudo-storico assurdo che porterebbe a negare la storia.Le scorribande nel passato senza avere gli strumenti per capirlo sono sempre all’ordine del giorno ed hanno sicuramente qualcuno pronto a sostenerle. Anche sotto un profilo politico si trattò di una sommossa velleitaria,per non dire del suo disvalore in termini patriottici.La Torino migliore era al fronte,non in piazza a far casino. A combattere e morire c’erano i Fratelli Garrone,zii di Galante Garrone,il cui epistolario rappresenta una pagina importante di patriottismo senza retorica. Partirono in tanti come volontari. Mio nonno con moglie e due figli era al fronte,due miei zii,a cui venne intitolata un via, caddero eroicamente.Da storico dovrei non tenerne conto,ma non riesco,come pure sarebbe necessario,a ignorarlo.Neppure Sandro Galante Garrone riusciva a farlo,anzi in cuor suo credo che fosse orgoglioso della sua famiglia.In fondo c’era il Risorgimento da completare con la IV Guerra di indipendenza che porterà a Trento,a Trieste e all’Istria i naturali confini dell’Italia.I “caduti del 1917” queste cose proprio non le consideravano.

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Ricordi di 40 anni fa
Ricorrono  quarant’anni dalla conferenza tenuta nel giugno 1977 da mons. Marcel François Lefebvre- il vescovo tradizionalista ribelle che ebbe anche seguito in Piemonte- a palazzo Pallavicini, a Roma, sul tema “La Chiesa dopo il Concilio“. La principessa Pallavicini era vedova del principe Guglielmo Pallavicini de Bernis, caduto in guerra. Paolo VI ritenne che sarebbe stato facile convincere la principessa a desistere dalla sua idea. Chiese udienza alla principessa mons. Andrea Lanza Cordero di Montezemolo, figlio del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo del  Fronte clandestino romano dopo l’8 settembre 1943, fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Ho conosciuto il Cardinale di Montezemolo che ho avuto anche modo di apprezzare per la sua sensibilità e  per i suoi studi storici. Al nunzio fu ricordato dalla principessa che proprio la resistenza di tanti militari al nazionalsocialismo,  ricordava come talvolta fosse necessario disobbedire agli ordini ingiusti dei superiori, per rispettare i dettami della propria coscienza. La Segreteria di Stato giocò a questo punto l’ultimo colpo, rivolgendosi al re  in esilio Umberto II. Il ministro Falcone Lucifero telefonò alla principessa per farle sapere che il Sovrano la pregava vivamente di rimandare la conferenza. «Mi stupisco come Sua Maestà si lasci intimidire dalla Segreteria di Stato, dopo tutto quello che il Vaticano ha fatto contro la monarchia», rispose lei con fermezza, ribadendo che la conferenza sarebbe stata puntualmente tenuta alla data fissata. Mons. Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI e nel 1988 venne scomunicato da Giovanni Paolo II per aver consacrato quattro vescovi. Quando morì, parteciparono ai funerali e benedissero la salma vescovi e cardinali, malgrado la scomunica .Nel 2017 la frattura dei lefebvriani con la Santa sede si può considerare superata per iniziativa di Papa Francesco, il più lontano sicuramente dal pensiero del vescovo francese che aveva rifiutato il Concilio Vaticano II.

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Ghivarello delicato pittore della collina torinese 

Nato nel 1882 e morto nel 1955 . Abitò a Torino,salvo qualche breve viaggio in Francia. E’ un pittore dimenticato che meriterebbe di essere riscoperto, anche se io lo lego ad uggiosi periodi domenicali trascorsi nella sua povera casa di Val San Martino,due stanze al pian terreno,dove c’era anche il suo studio pieno zeppo di quadri,quadretti e colori. Mio padre lo amava molto e cercò anche di aiutarlo.Purtroppo, mi  portava spesso con sé durante i suoi incontri con Ghivarello che si concludevano sempre con qualche acquisto. Per me era di una noia mortale.Mio padre regalò dei suoi quadri ad amici importanti,cercando di farlo conoscere,ma credo che i suoi tentativi non abbiano  avuto successo. Su Internet “Ghiva” ,come lo chiamavano gli amici,è appena citato. Su Internet imperano i signor nessuno,i pittori della domenica , che pagano per essere presenti sui cataloghi cartacei e virtuali. Ricordo che una volta venne disperato a casa nostra con un quadro:non aveva più soldi e la moglie, che gli sopravvisse di qualche anno,era gravemente ammalata.Da quanto ricordo, parlava quasi esclusivamente il piemontese. Non ebbe una formazione accademica e,  dodicenne, aveva frequentato lo studio di Carlo Biscarra al Caffè Nazionale di via Po. Entrò poi in contatto con i migliori artisti della Torino del tempo ( tra cui Tavernier). Il Delleani lo volle nel suo studio. Del Delleani il nostro apprezzò  soprattutto i bozzetti dal vero. Seguì con attenzione  Michele Scaglia e studiò le opere di  Antonio Fontanesi. Da questo secondo, in particolare ,deriva il gusto per il monocromo. Il Ghivarello  si distinse  per un suo  personalissimo  “raschiare di spatola” di cui restano numerose testimonianze di un certo livello. Si dedicò  soprattutto alla pittura di paesaggio e la tecnica prevalente  fu quella a  olio su cartone e solo raramente su tela e su tavola. Fu un delicato pittore della collina torinese,colta nelle sue primavere e nei suoi autunni. Ci sono anche  sue opere che ritraggono alcuni angoli della valle di Lanzo e della Riviera ligure,con predilezione per Varigotti che era ancora un borgo di pescatori,prima che arrivassero gli arricchiti di Torino a costruirvi le loro ville sul mare.Ha scritto la storica dell’arte Claudia Ghiraldello:<<Paesaggi,sovente di piccole dimensioni,raccontano un contesto agreste,ove il dettaglio semplice evoca l’ancestrale battito del tempo.Una tavolozza dalle tonalità equilibrate,anche se va evidenziata la sua originale capacità di lavorare di spatola>>.Qualche critico ne ha scritto in passato,ma troppi critici sono stati molto avari con quello che poteva sembrare solo un “povero diavolo”.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Caro Quaglieni,

 Ti seguo con interesse: mai banale, arguto, documentato… e quasi sempre in linea con le Tue analisi. Su Gustavo Buratti Zanchi, sono d’accordo con Te. Era uno spirito più che irrequieto, libertario. Nell’accezione nobile e soprattutto mai violenta del termine. Pativa l’ostracismo della “buona” Borghesia Biellese, con la quale, per le sue posizioni politiche, non si è mai pienamente identificato. Gusti, passioni, interessi diversi. E aggiungo: cultura diversa. Uomo dai molteplici impegni, come giustamente ricordi nel Tuo scritto, di fatto non è mai stato imprenditore: non era nelle sue corde. La famiglia cerco’ di trattenerlo   in tutti modi a Biella, favorendo la sua elezione in Consiglio Comunale. Non fu sufficiente perché i fatti travolsero l’azienda di famiglia.Il matrimonio lo allontanò ancora di più dal suo ambiente conservatore. Per me è stato un Maestro e mi aiutò a superare, attraverso interminabili conversazioni, un tratto della mia esperienza politica (che non ho mai ripudiato) avvicinandomi ai Partiti laici e liberali. Negli ultimi anni della sua vita abbracciò la Religione Valdese.

 Marziano  Magliola,  Biella 

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Non credo ci sia da aggiungere altro. Era un irregolare controcorrente , quindi anche lui dimenticato.

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Ho letto il Suo ritratto a tutto tondo di Mack Smith, forse il miglior articolo che abbia letto oggi sull’inglese. Ma chi fu quel Narciso Nada che lei cita alla fine ?
                                                                                                                                         Marina Sinopi

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Narciso Nada(1925 -2004) fu ordinario prima di Storia degli Antichi Stati Italiani e poi di Storia del Risorgimento nell’Università di Torino e in precedenza nell’Università di Genova. E’ lecito che lei si domandi chi fosse perché la sua opera non è stata valorizzata a sufficienza. Sbagliò a dar credito a certe associazioni. Non proveniva dalla carriera accademica, ma era un bibliotecario/archivista che seppe scrivere pubblicazioni originali che gli consentirono di conseguire la libera docenza, poi di insegnare all’Università. Un percorso oggi impossibile. Una storia, fino ad un certo punto, parallela a quella di Alessandro Luzio,lo storico che documentò come la massoneria fosse di fatto assente nel processo risorgimentale, anche di matrice repubblicana. Nada era un ricercatore instancabile. C’è chi l’ha  considerato solo un erudito. Basterebbe il  suo giudizio su Cavour che ho citato nell’articolo, per dimostrare che era uno storico vero. Fu oscurato dalla presenza di altri che ebbero visibilità mediatica non confrontabile con la sua vita condotta quasi da monaco del sapere. Era marito di  Anna Maria Patrone che insegnava a Magistero Storia Medievale e che mancò prematuramente. Questa separazione segnò profondamente la sua vita che fu caratterizzata da periodi di tormentata solitudine e di dolore profondo. Di lui ricordo un richiamo importante negli anni in cui la storia veniva confusa con l’ideologia semplificante:” Stia al documento, ricerchi il documento! Questa è storia!”. Un mio amico ironizzò su questa frase considerandola un segno di un’erudizione incapace di cogliere il valore della storia, mentre invece quel monito aveva un alto valore, era una voce coraggiosa nel deserto del post’68. Fui suo allievo, ricordo i suoi corsi sempre accuratamente preparati, ma ricordo soprattutto gli anni di collaborazione proficua ed anche di amicizia. In fondo in quella Università assediata dalla demagogia era un marziano che si richiamava a Mazzini, ma soprattutto al rigore storico.

pfq

 

“Con la pensione vivo meglio all’estero”

Una volta raggiunta l’agognata pensione l’obiettivo è fare la valigia e trasferirsi all’estero. La  prospettiva di assegni sempre più bassi, fa sì che quasi due torinesi su tre, il 60%, siano disposti a trasferirsi all’estero per poter mantenere un tenore di vita simile a quello attuale e trovare un ambiente e servizi più adatti alla terza età. I dati giungono dall’Osservatorio welfare di Reale Mutua. Un abitante di Torino su due teme che la propria pensione non sarà sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato una volta fuori dal mondo del lavoro, e un altro 30% prevede molta incertezza all’orizzonte.  Non poter sostenere le spese mediche di cui si potrebbe aver bisogno andando in avanti con gli anni è uno dei timori principali  (44%) appore la paura di cadere in povertà assoluta (30%). Preoccupati in molti anche per  il rischio di dover gravare economicamente sulla famiglia  per le necessità quotidiane (29%) e non riuscire a dare sostegno economico a figli e nipoti (25%).

 

(foto: il Torinese)

Con il dissidente Franzoni scompare un profeta del nostro tempo

di Pier Franco Quaglieni

E’ morto all’età di 88 anni Giovanni Franzoni , la figura più significativa del “dissenso cattolico”, molto più importante, ad esempio, di don Milani di cui ricorre, celebratissimo, il cinquantenario della morte che ha portato papa Francesco a Barbiana, dove Milani esercitava il suo ministero e conduceva la sua scuola

Anche Torino è città che avuto i suoi dissidenti con la creazione di comunità di Base come quella del Vandalino che ancora oggi ha un suo giornale “Il foglio”; Pinerolo è ancora oggi caratterizzata dalla figura,  in certo modo carismatica, di Franco Barbero ex prete sposato che continua a celebrare matrimoni tra omosessuali. Si dovrebbe anche parlare di molti “preti operai” che a forza di sentirsi operai, in alcuni casi, dimenticarono di essere soprattutto preti. La personalità per anni emergente a Torino è stata quella del cardinale Michele Pellegrino, più familiarmente, come lui desiderava, padre Pellegrino: non giunse mai a farsi chiamare padre Michele perché i tempi forse non erano ancora maturi. Era stato un insigne cattedratico dell’Università di Torino, scelto come nuovo vescovo di Torino da Paolo VI ,che aveva un debole per gli intellettuali. Il cardinale Pellegrino protesse le comunità di base e ,come risaputo, intrattenne un dialogo con il futuro sindaco comunista di Torino all’insegna di una costante apertura della Chiesa a sinistra. Ci furono momenti -per fortuna abbastanza brevi -in cui non si capiva più quale fosse la differenza tra Chiesa ufficiale e dissidenti.
Tutto era nato nel clima del ’68,quello che Bersani auspica che torni(sul tema è il caso di tornarvi),del rifiuto di ogni principio di autorità, di una lettura senza guida delle scritture a cui venivano attribuiti significati lontani da quelli tradizionali tramandati dalla gerarchia. Significati che non è inappropriato definire sovversivi ,quasi Gesù fosse stato un profeta dell’anticapitalismo. Uno dei pochi preti coraggiosi fu don Alberto Prunas Tola, che, pur aperto al dialogo con i dissidenti, seppe affermare il necessario primato del Papa come guida ,specie in momenti tanto burrascosi per la navicella di Pietro.

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Nel rapporto con il cardinale torinese che gli fu molto amico, è collocabile anche l’abate dei benedettini di San Paolo fuori le mura a Roma, dom Franzoni (dom, abbreviativo di dominus) titolo spettante agli abati che, nel caso di San Paolo, non erano sottoposti ai vescovi, ma direttamente al Papa. Il cardinale non ufficialmente, ma privatamente, sostenne Franzoni e gli fu vicino anche dopo la sospensione a divinis e la sua riduzione allo stato laicale. Franzoni fu in prima fila nella battaglia per il divorzio ,dopo essersi correttamente dimesso da abate. L’ho conosciuto nel 1974 durante la battaglia per il referendum a sostegno del divorzio. Ebbe il coraggio di affermare chiaro e netto che il matrimonio indissolubile era un sacramento che non poteva essere imposto ai non credenti o ai diversamente credenti attraverso una legge dello Stato. Fu la punta di diamante dei Cattolici per il no che ebbero in Ettore Passerin d ‘Entrèves uno dei più illustri sostenitori. Il divorzio vinse anche per merito di questi cattolici laici. Erano cattolici laici, ma certo molto lontani dal liberalismo che, anzi, vedevano come il fumo negli occhi. In poche battute con lui fu subito chiaro il suo pensiero. A Torino ,stranamente, è stato dimenticato. Ricordo una cena frugale con lui e Pannella. Parlammo di tutto ,di laicità , laicismo, liberalismo, comunismo. Incredibilmente parlammo persino di un intellettuale, Giovanni Papini, convertito tardivamente al cattolicesimo. Era un uomo aperto agli altri, tollerante, pur intransigente nelle sue scelte che gli causarono la riduzione allo stato laicale. Franzoni che fondò anche lui una comunità di base ,rimase coerente con le sue idee, preferendo il silenzio mediatico. Non si lasciò più sfruttare dalla propaganda. Una scelta che gli fa molto onore. Passò decine d’anni di sofferenza e di isolamento.Ma non rinunciò mai a sentirsi figlio della Chiesa, anche perché non venne scomunicato. Era molto stimato come teologo da Paolo VI e parteciperò come abate di San Paolo alle due ultime sedute del Concilio Vaticano II.

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Lui pensava che il Concilio avrebbe dovuto modificare radicalmente la Chiesa nei suoi rapporti con il Terzo Mondo e con il potere economico. Il Concilio certamente fu per la Chiesa una svolta importante, ma questa svolta non poteva avvenire nei tempi e nei modi voluti da Franzoni. Era tempo di preti guerriglieri che nel Sud America avevano imbracciato il mitra,seguendo l’esempio di Che Guevara. Nel 1975 si espresse a favore del Pci di Berlinguer e poi ancora a favore dell’aborto ,sia pure con qualche riserva,limitandosi a dire che se l’aborto veniva praticato, andava anche regolamentato per legge. Sul tema dell’aborto io avevo una diversa sensibilità , nutrivo dei dubbi che espresse anche Norberto Bobbio. Per i laici torinesi e non solo, Bobbio era un’autorità e i suoi dubbi furono anche quelli miei e di alcuni miei amici. Non mi sentii di impegnarmi come per il divorzio, pur rivendicando la laicità dello Stato come valore e metodo liberale. L’idea che non fu solo di Franzoni ma di tanti cattolici ed anche preti, di trovare nel marxismo la soluzione dei problemi si rivelò assai poco lungimirante. Franzoni non poteva non vedere cosa fosse il comunismo reale, non poteva non capire che l’invasione di Praga nel 1969 da parte dei carri armati sovietici aveva svelato anche ai ciechi la verità .Soprattutto non poteva non vedere che il problema della miseria il comunismo sovietico e neppure quello cinese erano riusciti a risolverlo in modo accettabile. I diritti umani venivano confiscati ai sudditi dell’impero sovietico che era anche un impero guerrafondaio ed imperialista. Sul dissidente Sakharov, almeno da quello che mi risulta, non scrisse parole di solidarietà. Egli ha avuto la possibilità di constatare la morte del comunismo e di sopravvivergli molti anni. Non ho più avuto rapporti con lui, ma credo che qualche dubbio gli sia venuto.

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L’editore liberale Rubbettino (e in questo davvero significativo) pubblicò due libri suoi molto interessanti che bisogna leggere per capire il travaglio interiore sincero dell’ex abate che continuò la vita austera del monaco, anche dopo i provvedimenti della Chiesa nei suoi confronti che lo fecero molto soffrire. L’editore liberale ,ripresentando i suoi libri dopo la sua morte, parla di “una delle voci profetiche più audaci e forti del cristianesimo contemporaneo”. Secondo la sua comunità di base che è ancora funzionante, si trattava di “un maestro, un padre, un cristiano coraggioso, un annunciatore intenso ed appassionato del Regno di Dio, un profeta del nostro tempo”. I due libri “Autobiografia di un cattolico marginale” e “Diavolo e misericordia” meritano di essere letti. Resta un dubbio: come mai un uomo di quell’intelligenza e di quella cultura non abbia visto i limiti disumanizzanti del comunismo,la violenza che governava i paesi dell’Est, l’incapacità di far migliorare economicamente i sudditi dell’impero russo. Solo il comunismo cinese, con l’adozione di un capitalismo selvaggio, paradossalmente ha migliorato la situazione, pur imponendo ritmi di lavoro massacranti. Sono domande da porre, pur nel totale rispetto di un uomo che è stato coraggioso e coerente sostenitore delle sue idee e che quindi merita il massimo rispetto, forse persino una certa ammirazione.

Caso G7, se a Venaria i 5stelle locali scimmiottano quelli di Torino

STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Zio Chiampa salva per l’ennesima volta la sua amica Sindachessa”. Non c’e’ altra alternativa : si faccia il G7 a Venaria. D’accordo, meglio qualcosa che niente. Soprattutto sembra che lo spettro di Milano si allontani. Che poi il Chiampa nazionale faccia sicuramente il suo dovere sponsorizzando Venaria c(he, forse non si e’ capito, ma  e’ nella nostra regione e appartiene persino alla nostra provincia di Torino) non vi è dubbio.  Magnifica la reggia sabauda, meravigliosa “copia” di Versailles, di cui fu invero modello ispiratore, quando la nostra città  era capitale europea e i Savoia a corte parlavano francese. Torino caput mundi.
E senza togliere nulla a Venaria ed ai suoi cittadini continuiamo nel voler dire che Venaria è di Torino e non Torino di Venaria. Siamo campanilisti, legati alla storia che ci ricorda che nel cuore della città si e’ insediato il parlamento subalpino, il primo parlamento Italiano e Cavour mangiava una squisita  finanziera al ristorante Del Cambio. E poco più in la’ Carpano inventava  il Punt e Mes. Chissà  se gli amministratori grillini torinesi conoscono la storia o forse la devono ancora imparare. E  allora il vertice si faccia a Venaria, con una sola  preoccupazione: l’amministrazione comunale della città della reggia ha voce in capitolo? Speriamo di no! Sono pentastellati e non è per essere prevenuti,  ma come i grillini torinesi hanno scimmiottato i romani non vorremmo che quelli di Venaria scimmiottassero quelli di Torino. 
 

Chiamparino scrive a Telt su Chiomonte

Il presidente Chiamparino ha inviato nel pomeriggio di oggi una lettera al presidente di TELT Hubert du Mesnil e all’architetto Mario Virano, direttore generale di TELT.
Nella lettera il presidente Chiamparino esprime la sua sincera preoccupazione per le possibili ripercussioni occupazionali che deriverebbero da una mancanza di continuità dei lavori al cantiere di Chiomonte. Tale situazione, scrive Chiamparino, potrebbe attivare le già annunciate mobilitazioni da parte delle organizzazioni sindacali e potrebbe fornire argomentazioni ai detrattori dell’opera sulle mancate ricadute per lo sviluppo locale, creando inoltre criticità su un’area classificata “sito strategico nazionale” e che vede oggi il presidio continuo e costante delle forze dell’ordine.
Per questo motivo il presidente Chiamparino chiede l’istituzione di un apposito Tavolo per individuare quanto prima le più opportune soluzioni che consentano di intervenire su una situazione che rischia di avere effetti estremamente negativi e di compromettere i notevoli passi avanti realizzati nella pacificazione della valle e nell’isolamento delle frange più estreme del movimento NO TAV.

Legambiente, Carovana delle Alpi 2017

Sostenibilità ambientale, agricoltura sociale e di qualità e turismo dolce 

 tra le chiavi del successo delle pratiche virtuose dell’arco Alpino premiate con le bandiere verdi di Legambiente

Tre bandiere verdi ed una nera per il Piemonte, due bandiere verdi e due nere in Valle d’Aosta.
Tante le iniziative estive in calendario.

 

Legambiente: “Le Alpi risentono sempre di più degli effetti dei cambiamenti climatici. Urgente definire una politica nazionale che valorizzi le aree montane e coinvolga le comunità locali, replicando quegli esempi virtuosi già avviati sul territorio”

 

La sfida della sostenibilità ambientale e la lotta ai cambiamenti climatici passa anche per le Alpi. Patrimonio di inestimabile valore per i paesaggi e luoghi unici, oggi l’arco alpino italiano è anche la culla di tante esperienze virtuose, moderne e rispettose dell’ambiente, in grado di dar impulso ad una nuova economia e incentivare un turismo dolce, responsabile e rispettoso della natura. Buone pratiche montane che Legambiente racconta e premia con le tradizionali bandiere verdi di Carovana delle Alpi, la campagna che ogni anno monitora lo stato di salute dell’arco alpino analizzando le buone e cattive pratiche realizzate sul territorio da amministrazioni, imprese, associazioni e cittadini. Quest’anno sono ben 9 le bandiere verdi assegnate dall’associazione ambientalista su tutto l’arco alpino e che riguardano soprattutto diversi esempi virtuosi nell’ambito del turismo sostenibile, un bel segnale che arriva nell’anno internazionale del Turismo Sostenibile indetto dall’Onu. Il Piemonte ha ricevuto 3 bandiere verdi mentre 2 bandiere verdi sono state riconosciute a realtà valdostane.
Su tutto l’arco alpino sono in aumento le buone pratiche, ma non per questo gli atti di pirateria si placano. Se nel passato si osservava una maggior esplosione di progetti del tutto inusitati per follia e per dimensioni (nuovi villaggi turistici, grandi alberghi, ipermegafunivie in cima alle montagne), ora a fianco di un mondo che si va sempre più affermando in termini di sostenibilità, si reitera con caparbietà, sebbene su dimensioni più ridotte e meno creative, l’idea di una montagna che sta tra il luna park e il supermercato. Un luogo dove tutto può essere acquistato e consumato con leggerezza, nel caos più totale. Negli ultimi 150 anni le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi, più del doppio della media globale dell’intero pianeta. Il recente Rapporto 2017 dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) dedica un capitolo intero alle Alpi per avvisarci di come gli impatti del cambiamento climatico saranno particolarmente rilevanti in questa regione. Principalmente si evidenziano una forte diminuzione di estensione e volume dei ghiacciai, uno spostamento verso l’alto di specie animali e vegetali, un alto rischio di estinzioni di specie, un aumento del rischio di parassiti forestali, un aumento del rischio di frane e valanghe, variazioni del potenziale idroelettrico e riduzione del turismo sciistico. I Protocolli della Convenzione delle Alpi, in particolare il Protocollo turismo (ratificato non solo dall’Unione Europea, ma da tutti gli Stati alpini, Italia compresa)vengono per lo più ignorati dai titolari delle bandiere nere e non solo da questi. La Convenzione stessa è vissuta da quasi tutte le istituzioni come un costrutto astratto e lontano dalla realtà. Si dimentica che essa rappresenta un impegno per gli Stati e un appello agli abitanti dell’arco alpino ad agire congiuntamente per garantire un futuro degno di essere vissuto. Un buon motivo quest’ultimo affinché gli organi preposti (Governo e Parlamento) s’impegnino concretamente e in tempi brevi con normative adeguate (una per tutte quella sui voli a motore a fini ludici in montagna) per rendere più cogenti gli indirizzi, al fine di ottenere ovunque nelle Alpi una corretta applicazione della Convenzione stessa.

 

“Anche quest’anno con Carovana delle Alpi torniamo a premiare quelle realtà che già oggi promuovono uno sviluppo sostenibile della montagna, creando vivibilità per i residenti, promuovendo turismo di qualità e salvaguardando e valorizzando il territorio – dichiara Fabio Dovana, presidente Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta –. Di pari passo però non mancano i casi di malagestione della montagna, di un’idea distorta di sviluppo, che depreda le risorse ambientali e mortifica l’ambiente e il turismo sostenibile e di qualità. Per poter toccare con mano la realtà montana Legambiente ha in programma per i prossimi mesi un fitto calendario di iniziative organizzate dai circoli territoriali, un modo per tutti i cittadini interessati per conoscere e condividere insieme una visione di montagna capace di futuro” 

 

Bandiere Verdi. Come ogni anno, tra le bandiere verdi si osservano buone pratiche di conservazione delle risorse naturali, dall’acqua alle culture locali, fino alla salute degli abitanti, all’agricoltura sociale e all’agricoltura al femminile. Quest’anno, tra gli esempi più virtuosi del Piemonte si è distinta l’Associazione Dislivelli, che è riuscita, con il progetto “Sweet Mountains”, a portare alla luce la ricca presenza di luoghi sostenibili ed accoglienti sulle Alpi occidentali (oltre duecento), dimostrando che sono le regioni più turisticamente “dimenticate”, ma con un ambiente più integro, a mostrare i maggiori potenziali di sviluppo sull’arco alpino. Bandiera Verde quest’anno anche per l’Unione Montana Valle Maira (CN), per il coraggio e la lungimiranza nel definire il perimetro di sviluppo della Valle Maira, esprimendo con una buona delibera la propria contrarietà alla pratica di qualsiasi tipologia di accesso e di fruizione motorizzata a scopo ludico del proprio territorio. Ad aggiudicarsi la bandiera “green” di quest’anno c’è anche il Comizio Agrario di Mondovì (CN), che vanta un vero primato, ovvero quello di essere l’unico Comizio rimasto in Italia degli oltre trecento costituiti nella seconda metà del XIX secolo, con una attività mai interrotta, nonostante le avversità storiche, e che quest’anno festeggia i 150 anni di attività (1867 – 2017).  Bandiere verdi anche per la Valle D’Aosta, che vede in testa l’Associazione di Promozione sociale Forrest Gump e la Fondazione Sistema Ollignan Onlus, per la loro capacità di coniugare l’esigenza di occupazione reale delle persone disabili alla pratica dell’agricoltura di montagna, esente dall’uso di pesticidi fino alla coltivazione biodinamica, costruendo forti sinergie con il territorio in un’ottica di agricoltura sociale.
Bandiere Nere. Di tenore opposto sono le bandiere nere, a testimoniare appunto pratiche obsolete e poco lungimiranti che ancora una volta offendono il territorio senza offrire nuove e razionali prospettive di sviluppo (dal consumo di suolo, all’idroelettrico insostenibile, all’uso di mezzi motorizzati in aree sensibili, fino alle inutili e distruttive strutture sciistiche). A ricevere la bandiera nera quest’anno è il Comune di Rassa (VC), piccolo gioiello valsesiano di appena una settantina di residenti, a 920 metri sul livello del mare – finora fortunosamente risparmiato dalla cementificazione e dallo sviluppo selvaggio – per la sua proposta di realizzazione di un impianto idroelettrico ambientalmente insostenibile. Per la Valle d’Aosta, la bandiera nera spetta a Monterosa S.p.A., per il progetto di realizzazione di una pista da sci di discesa nel Vallone di Indren (Gressoney), spacciandola quale miglioramento di un percorso fuoripista, aggirando le normative e perseguendo progetti di fortissimo impatto sul territorio e sull’ambiente.

Infine, bandiera nera anche per l’Amministrazione Comunale di La Thuile, per il progetto di abbattimento di tutti gli edifici del villaggio minatori, detto anche villaggio “Padre Kolbe”, in località Pera Carà, unica testimonianza di campo di prigionia fascista in Valle d’Aosta (Campo P.G. N. 101, Porta Littoria) e punto di interesse per un percorso di turismo minerario.

Iniziative. Tante e variegate le iniziative e gli eventi per questa XVII edizione della Carovana della Alpi: il 22 Agosto, a Courmayeur, è in programma l’iniziativaGuardiamo in faccia il cambiamento climatico! I nostri ghiacciai ce ne parlano, trekking degli ex-presidenti di CIPRA Internazionale e passeggiata sulla balconata della Val Vény, di fronte ai ghiacciai in triste ritirata; il 27 Agosto, a Gressoney-la-Trinité, verrà organizzato un trekking alla conca del Gabiet, per scoprire da vicino i danni che potrebbe provocare la progettata pista di discesa dalla sovrastante Punta Indren. Il 1 settembre, a Barge, nella biblioteca comunale, Legambiente presenterà il “Dossier idroelettrico”, mentre il 3 Settembre, a La Thuile, è previsto un trekking alla scoperta del percorso delle vecchie miniere e degli edifici del campo di internamento fascista “Porta Littoria”, unico campo di lavoro della Valle d’Aosta, i cui edifici rischiano di essere distrutti per far posto ad una zona artigianale; il 10 Settembre, a Doues, è previsto l’incontro con l’associazione “Forrest Gump”, che promuove una felice sinergia tra agricoltura sostenibile e disabilità: seguirà la visita ai campi coltivati ed al laboratorio, realizzato in una struttura messa a disposizione dall’amministrazione comunale, e si concluderà la giornata con una breve passeggiata su percorso accessibile a persone con disabilità ed un festoso pic nic finale. Durante la giornata del 17 Settembre, presso il Castello Rocca de’ Baldi, sarà consegnata la bandiera verde al Comizio Agrario di Mondovì, all’interno di un convegno sull’agricoltura sostenibile. Infine, il 30 Settembre ed il 1 Ottobre, a Monte Rosa Rando,nel contesto dell’iniziativa I colori dell’autunno, sarà organizzato un trekking di due giorni lungo i sentieri del Monte Rosa Rando, percorso di media quota che risale la val d’Ayas (iniziativa realizzata in collaborazione con il Consorzio Operatori Turistici della Val d’Ayas, Bandiera Verde 2016).

Info su: http://bit.ly/2vk0UeU

 

Il sorriso di Berlinguer

Le immagini, per lo più in bianco e nero, ci rimandano il suo viso scavato, il corpo minuto. Una velata malinconia nello sguardo , il timbro di una voce antica. Quella stessa voce che proponeva – con lucidità –  una visione del mondo nuova; la necessità di portarsi dietro tutti in scelte più avanzate, di cambiamento, dove impegnare i destini di un popolo che si diceva comunista, ma di un tipo del tutto originale, italiano e democratico, innervato nella Costituzione repubblicana. Quell’uomo che sembrava così  fragile, si chiamava Enrico Berlinguer. Gentile, riluttante, pacato, colto. Uomo di unità, affezionato alle speranze dei giovani, schivo e apparentemente inadatto alla leadership al punto che -come qualcuno disse –  stava male prima di ogni incontro televisivo.

Un uomo, secondo  Alfredo Reichlin ( morto quest’anno, con il quale ebbi l’onore di lavorare quand’era direttore de L’Unità, giornale glorioso che ora non c’è più)  che per conformazione fisica e psicologica “poteva fare il bibliotecario”, ma che si dimostrò un eccezionale e insostituibile “capo di un popolo”. Trentatre anni fa, l’11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer moriva. Gli fu fatale l’ultimo comizio tenuto qualche giorno prima a Padova in vista dell’appuntamento elettorale. La folla che lo salutò in occasione dei funerali per le strade del centro di Roma fu la testimonianza più evidente dell’amore che il popolo italiano provava per questo uomo gracile e forte allo stesso tempo, partito dalla Sardegna non per fare la “carriera politica” ma per “impegnarsi” nella politica. Tra quei drammatici fotogrammi che accompagnano i suoi ultimi istanti in piazza della Frutta , ce n’è uno, quasi impercettibile a un osservatore poco attento: quello del suo ultimo sorriso alla folla, dopo aver pronunciato le sue ultime parole “..lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini”. Sta tutto in quel sorriso la bellezza di Berlinguer. La bellezza di chi ha scelto di occuparsi in maniera disinteressata degli altri; di avere uno scopo nella vita che va oltre se stessi. In quel sorriso è racchiuso un manifesto politico, troppo in fretta archiviato dopo la sua morte e troppo strumentalmente ritirato fuori per esigenze di propaganda. Il sorriso di un uomo che  è ancora tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa.  Un uomo, fatto passare per un conservatore e che, all’opposto, sapeva leggere con visionaria lucidità il cambiamento in corso, cercando di proporre una via d’uscita democratica, non populista.

 Berlinguer riuscì ad affrontare un tema ostico e da molti  mal digerito  come l’austerità che non aveva nulla a che vedere con le ricette neoliberiste e monetarie ma con l’idea di affrontare il tema dei consumi  e della produzione all’interno di una società più giusta, sobria, solidale, democratica, attraverso una migliore distribuzione dei redditi e una condivisa responsabilità tra le classi che esistevano (e esistono..) ancora. Un discorso che affascinò il cattolicesimo progressista e che confermò quella diversità dei comunisti italiani che si fondava non certo sulla purezza ideologica, ma sull’appartenenza a una comunità e a un’idea  della politica basata su una visione morale ( e non moralista), intesa  come servizio, studio, avanzamento e lotta democratica. Si dirà che il mondo è cambiato, è più veloce, ha altre esigenze, e che sono stati commessi tanti errori lungo il cammino. Nulla può essere più vero. Gi stessi che sostengono questo, tante volte, argomentano di come il nostro paese sia cambiato in peggio, per la crisi e per lo spazio esiguo che hanno le giovani generazioni, per l’assenza di futuro. Forse è cambiato in peggio anche perché, invece di contrastare alcune derive,  le abbiamo assecondate; perché si è stati troppo indulgenti nello sposare parole d’ordine, modi di essere, ideologie che non appartengono a una parte che si propone di essere la parte dei più deboli; perché così tanto impegnati a ricercare il futuro si è pensato, più volte in questi anni, di trovarlo gettando via le lezioni del passato. Ecco perché, senza nostalgie ma con il senso dell’attualità, riemerge potente l’insegnamento di Berlinguer. Perché non basta un tweet per “riempire la propria vita”, ma occorre riscoprire il pensiero lungo, quello che invita a guardare al mondo con realismo e creatività, innovazione e obiettivi proiettati nel futuro. Quel “pensiero lungo”, che non è ideologia arrugginita né fuga dalla realtà, manca molto alla politica di oggi. E Berlinguer questo “pensiero lungo” lo cercava nelle suggestioni che arrivavano dall’ambientalismo, dal pacifismo, dai movimenti delle donne. Con il sorriso di chi diceva “.. Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Parole dette con un sorriso, dolce e determinato. Parole di Enrico Berlinguer.

Marco Travaglini