ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 620

Premiare le idee smart e green

Al via l’Agenda Strategica per il terzo bando di finanziamento

della programmazione europea POR FESR 2014-2020

 

Oltre 110 milioni di euro e 160 progetti presentati nei primi due bandi,

attualmente in fase di valutazione della Regione Piemonte

Presentate ufficialmente presso l’Environment Park di Torino, a oltre 200 imprenditori e ricercatori aderenti ai sette Poli di Innovazione piemontesi, le opportunità di sviluppo del terzo bando della Regione Piemonte, destinato al finanziamento di progetti ‘smart’ e ‘green’.

Come per i precedenti bandi, il percorso parte con la raccolta di idee progettuali delle aziende, finalizzata alla definizione delle sette Agende Strategiche (una per Polo), prosegue con l’accompagnamento da parte dei Poli verso la valutazione della Regione Piemonte e si conclude con l’accesso al finanziamento dei progetti selezionati. L’opportunità di una nuova linea di finanziamento interesserà progetti con obiettivi Smart, riferiti alla digitalizzazione dei prodotti e dei processi, eResource Efficiency, riferiti alla sostenibilità ambientale dei prodotti e dei processi e all’economia circolare. I Poli di Innovazione sono già attivi per raccogliere le idee progettuali delle imprese che confluiranno nella Agende Strategiche di Ricerca e che consentiranno alla Regione di definire puntualmente tematiche e dimensione del Bando.

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L’emanazione del bando prosegue la strada intrapresa dalla Regione Piemonte con i due già emessi (Linea A e Linea B) a fine 2015 e a inizio 2016, e attualmente in fase di valutazione, grazie ai fondi POR FESR 2014-2020. L’obiettivo è promuovere l’innovazione, il trasferimento tecnologico, la condivisione di conoscenze e competenze e l’avvicinamento tra imprese e attori pubblici e privati della ricerca. Il bando ha anche l’obiettivo di incentivare l’ampliamento del bacino di utenza dei Poli. Per il bando Linea A, incentrato sulla raccolta di idee progettuali nei sette ambiti di specializzazione dei Poli e riservato alle aziende aderenti ai Poli, sono stati presentati 113 progetti, di cui 42 interpolo, attraverso il coinvolgimento di 336 imprese. Sono stati proposti progetti per 39,6 milioni di euro per un investimento complessivo pari a 79,2 milioni di euro. Per il bando Linea B, focalizzato su idee progettuali di ricerca industriale e sviluppo sperimentale per le aziende ancora non aderenti ai Poli, sono stati presentati 53 progetti attraverso il coinvolgimento di 110 imprese, con la richiesta di 15,8 milioni di euro per un investimento complessivo di 32,7 milioni di euro.Riorganizzati nel 2015, con un passaggio da 12 a 7, i Poli di innovazione piemontesi formano una rete d’ eccellenza di imprese, centri di ricerca e istituzioni per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva del tessuto imprenditoriale del territorio. Attualmente coinvolgono quasi 1.200 aderenti, tra grandi imprese, PMI e Centri di Ricerca, e sono specializzati in diversi ambiti di competenza -Agrofood, chimica verde, biotecnologie, ICT, Tessile, meccatronica e cleantech.

 

I Poli di Innovazione piemontesi:

Clever, gestito dall’Environment Park di Torino e dal Consorzio Un.I.Ver. di Vercelli, è specializzato nelle Energy and Clean Technologies e coinvolge 265 realtà aderenti.

BioPmed, gestito dal Bioindustry Park di Colleretto Giacosa, si concentra sulla salute umana e le scienze della vita e coinvolge 71 realtà aderenti.

Agrifood, gestito dal M.I.A.C. di Cuneo, si concentra sulla ricerca e sviluppo in campo agroalimentare e coinvolge 111 realtà aderenti.

CGreen, gestito da PST S.p.a., Consorzio Proplast e Consorzio IBIS, tra l’alessandrino e il novarese, è specializzato nella Green Chemistry and Advanced materials e coinvolge 181 realtà aderenti.

Polo ICT, gestito da Fondazione Torino Wireless, è specializzato nell’ ICT – Information Communication Technologies, e coinvolge 242 realtà aderenti.

Mesap, gestito da Centro Servizi Industrie srl di Torino, è specializzato in ambito Smart Products and Manufacturing e coinvolge 241 realtà aderenti.

Pointex, gestito da Città Studi Spa di Biella, è specializzato nel settore tessile e coinvolge 85 realtà aderenti.

Pelizzetti, il “rettore scienziato” che onorò gli studi e l’università

Di Pier Franco Quaglieni

E ‘ mancato all’età di 73 anni il professor Ezio Pelizzetti, per nove anni Rettore Magnifico dell’ Università di Torino. Era laureato in chimica e in scienze politiche, una scelta lungimirante per chi avrebbe insegnato  Analisi degli Inquinanti   e sarebbe stato ai vertici dell’ateneo .Tra il 2000 e il 2004 era  stato vice di un altro grande rettore dell’ateneo torinese, Rinaldo Bertolino   di cui divenne successore per due mandati ,  tra il 2004 e il 2013.  Avrei tanti ricordi personali che mi tornano alla mente. Fu moltissime volte presente e partecipe ad iniziative culturali che ho promosso  in quella vecchia aula magna di via Po che resta il cuore della memoria storica dell’Universita ‘ torinese .Intervenne con un discorso per il centenario della nascita di Mario Soldati e per i 40 anni del centro “Pannunzio” in modo non formale, ma partecipato.  

Nel 2004, centenario della nascita a Racconigi, di Umberto II concesse l’Aula Magna per un convegno sull’ultimo Re d’Italia con Gianni Oliva e il generale Oreste  Bovio. Obietto ‘ solo sul nome di un personaggio poco qualificato che pure si era occupato  di recente di storia sabauda. Mi disse che l’Aula Magna non si addiceva ai dilettanti e ai propagandisti  capaci soltanto di  estemporanee scorribande pseudo -storiche. Io  non gli diedi ascolto e sbagliai . Fu l’unica nota stonata di un bellissimo convegno storico. Un mio ricordo  del Rettore  e amico Giorgio  Cavallo  uscì con un  titolo improprio : l’ultimo Magnifico .Visto l’articolo, telefonai subito ad Ezio, scusandomi con lui. In effetti davvero magnifico era stato  il suo mandato di Rettore, limpido, coerente ,volto unicamente a traghettare l’Universita ‘ italiana verso una identità anche scientifica  che recuperasse il terreno perduto con la  contestazione distruttiva  dell’eterno ’68 italiano. Fu contro la riforma Gelmini che chi scrive ritenne, sbagliando, di sostenere nella sua fase iniziale. Gelmini commise l’errore di Renzi perché una riforma va condivisa (o imposta con l’autorevolezza),anche se il principio della condivisione  e’ difficile da applicare perché gli interessi che ruotano attorno alla nostra università, sono tra di loro  contrastanti .A i ministri italiani manco ‘ la capacità di Giovanni Gentile che nel suo rapporto con Croce, per circa 20  anni e più ,studio ‘ e mise a punto l’unica grande  riforma dopo quella voluta da Casati. Intervenendo al convegno promosso da chi scrive nel 2004 su Giovanni Gentile, Pelizzetti si ritaglio’ l’occasione  per fare il punto sui riformatori immaginari . Come non lo convincerà  Gelmini, allora vedeva  gli abissi ideologici di Luigi Berlinguer che con  “il tre più due ” (un linguaggio  da supermercato) fece si ‘ che chiunque diventasse dottore. Un vero e proprio scandalo che si desse la laurea breve con il titolo di dottore a infermieri, massaggiatori, odontotecnici, igienisti dentali. Queste cose Ezio me le disse parecchie volte. Così come vide l’assurdo proliferare delle sedi distaccate dell’ateneo, prova evidente della sua liceizzazìone. Sedi a Ivrea o a Pinerolo erano  degli sprechi assurdi che dequalificavano l’istituzione universitaria . Il Rettore Pelizzetti non poté fare  molto ,ma fu importante  che lui prendesse posizioni ,anche perdendo consensi. Fu un’ inversione di tendenza. La politica universitaria degli ultimi 50 anni  di storia italiana fu quasi sempre sbagliata e fini’ per ledere il principio dell’autonomia  universitaria difesa strenuamente da Pelizzetti e da Bertolino. Insieme vollero accogliere la mia proposta di intitolare l’ante Aula Magna al Rettore Mario Allara ,malgrado l’opposizione isterica di alcune  vecchie cariatidi del marxismo militante. Sarebbe tuttavia errato parlare solo del Rettore, perché Ezio fu uno scienziato a tutto tondo. Ma qui mi fermo perché l’ignoranza nei confronti delle sue discipline e’ grande come il cordoglio sincero per la perdita di un amico che ha onorato gli studi e il nostro Ateneo.

(Foto: Michele D’Ottavio – UniTo)

Seconda fase per Settimo Cielo

Settimo Cielo Retail Park, il parco commerciale inaugurato nel 2011 alle porte di Torino, entra ufficialmente nella seconda fase di sviluppo, che prevede l’ampliamento del complesso con l’aggiunta di 26.000 mq ai 43.000 mq esistenti

La Proprietà immobiliare e la società Promotrice dell’ampliamento sono rispettivamente Settimo Sviluppo spa e Promocentro Italia srl, mentre la progettazione a cura di Building Engineering e la costruzione affidata  a Building spa trasformeranno “Settimo Cielo” in uno dei retail park più grandi d’Italia.  La commercializzazione della nuova area è stata affidata a Cushman & Wakefield, top player, che è anche responsabile della gestione dell’attuale parco commerciale. L’ampliamento darà spazio a nuovi posti di lavoro e nuovi brand saranno accolti all’interno del parco commerciale. Il cantiere aprirà a settembre e l’inaugurazione dell’ampliamento è prevista tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, quando il parco raggiungerà la dimensione complessiva di 69.000 mq.

PIAZZA CARLO FELICE, IL LACERO TRICOLORE SIMBOLO DI FALLIMENTO

AVVISTAMENTI di effevi

Vedo con incredulità esposto in bella vista, ai giardini Sambuy davanti alla stazione di Porta Nuova, quello che una volta era un tricolore italiano. Era, perché il bianco non c’è più, e il resto è tutto sbrindellato: quella che era una bandiera oggi è uno straccio neanche buono per i pavimenti.

 

Lo stendardo crivellato da colpi e schegge, nell’iconografia occidentale, è una presenza fissa nei quadri di battaglie. All’occhio dei contemporanei era un segnale immediato dell’esito finale: o una eroica vittoria di stretta misura contro un nemico preponderante, o una gloriosa sconfitta; si veda il manifesto del film “Giarabub” del 1942, cui prese parte Alberto Sordi, un film di regime per raccontare l’eroica resistenza di due compagnie di guardia di frontiera, nel deserto libico, che tennero testa agli Inglesi pesantemente armati con corazzati e appoggio aereo.

Il lacero tricolore di Giarabub voleva simboleggiare la resistenza italica alla perfida Albione – poco dopo venne la lapide a El Alamein: “Mancó la fortuna, non il valore”. Lo straccio bicromatico che accoglie i turisti a Porta Nuova è il simbolo di una intera guerra persa dall’Italia, quella della dignità e del senso civico.

Per quanto sembri incredibile oggi, per molto tempo l’esposizione della bandiera nazionale è stata malvista da una parte di opinione pubblica. Ci sono volute due leggi, nel 1998 e nel 2006, per obbligare a fare ciò che in tutto il mondo è considerato naturale e positivo. Ma per finire ad esporre un tricolore ridotto a uno straccio, imbarazzante simbolo di fallimento culturale e civile, forse è meglio abrogare le leggi e aspettare i Mondiali per vedere sventolare come si deve la bandiera italiana.

Turismo:”Torino tornerà la città grigia Anni ’50?”

La fiducia delle imprese torinesi del turismo e del settore alberghiero è, per la prima volta, in calo: -8% circa rispetto all’economia generale rispetto al primo trimestre dell’anno, -7,4% sul volume dei ricavi, -6,7% occupazione e fattori finanziari. Il credito alle imprese da parte delle banche sta leggermente migliorando. La fotografia del secondo trimestre 2017 è dell’Ascom Confcommercio Torino. “Si tratta di un campanello d’allarme, siamo molto preoccupati. I dati confermano il disagio della città, manca un progetto, una visione per il futuro. Torino rischia di tornare la città grigia degli anni ’50”, dice all’Ansa  Maria Luisa Coppa, presidente dell’associazione dei commercianti, che aggiunge: “siamo pronti a un confronto nel territorio con tutti i soggetti che credono nel turismo come una fonte importante di sviluppo, di crescita e di innovazione della città”.

Occupazione e contratti lavorativi

Quotidianamente, da alcuni anni a questa parte, per l’esattezza a partire dall’insediamento del Governo Letta, veniamo mensilmente, per non dire quotidianamente, bombardati dai mass media dai dati sull’occupazione complessiva e giovanile; in quel periodo per chi non lo ricordasse nacque il famigerato tormentone noto a qualunque politico tesserato PD dal titolo “vediamo una luce in fondo al tunnel” che, molto probabilmente, passerà tristemente ai posteri come la sintesi di un quasi decennio italiano di pesante crisi economica, gestita nel peggiore dei modi da un sistema di potere lontanamente inquadrabile nella forma della rappresentatività. Ebbene di questi progressi annunciati a botta di incrementi di zero virgola in zero in virgola se ne sono visti ben pochi, anzi si è registrato il più alto flusso di emigrazione della nostra contemporaneità a partire dal secondo dopoguerra e, se 500.000 italiani in età di lavoro sono andati all’estero in cerca di miglior fortuna, che dire dei 375.000 pensionati che si sono trasferiti a vivere ovunque nel globo, selezionando con cura villette e appartamentini in paradisi esotici a basso costo? La soluzione di questa catastrofe degna di menzione biblica come sempre non si è incardinata su una sana quanto mai necessaria riforma della macchina istituzionale nel suo complesso, sterminando quelle sacche di clientelismo malsano così presenti trasversalmente da Nord a Sud e in ogni istituzione, bensì nello studio alchemico di nuove forme di contratti di lavoro subordinato o meglio non continuativo.

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Chi non ricorda il mago legislatore o forse meglio apostrofarlo, visti i pessimi risultati, stregone nel tirare fuori dal cilindro i famigerati voucher? Definito come buono di prestazione occasionale, superato i CO.CO.CO., il suo uso e soprattutto il suo abuso non ha da parte degli operatori di mercaro risolto la lotta alle retribuzioni in nero, ma, ancor peggio non ha sanato la grave forma di sfruttamento sociale incardinato nella precarietà, a maggior ragione se giovanile. Oggetto di proteste sociali, ancor a più alta voce da parte di chi, una volta eliminato a furor di popolo in quanto strumento iniquo, si è ritrovato senza una formula retributiva per quei collaboratori, specialmente nelle piccole attività, ne ricordo una in particolare, di vendita al dettaglio di pizzi e corsetteria da donna, in cui si presta qualche ora di servizio quotidiano, pur però non rientrando nel tempo parziale. Chissà cosa studieranno i nostri santoni consulenti del Ministero del Lavoro, quale nuova formula (qualcuno direbbe satiricamente di retribuzione derivata o ancora peggio subordinata), per ricordare le mostruose recenti esplosioni delle bolle speculative finanziarie; una cosa è certa: nessuno, sottolineo nessuno, sta mettendo al centro del discorso il Lavoro e il Lavoratore nel senso più alto del termine. Per superare ogni dubbio partiamo dall’origine o meglio dalla A, B, C: il Lavoro viene inteso quale necessità di prestazione d’opera e, nel momento in cui diviene stabile, quale mansione da parte di una figura professionale. Dunque, se il ruolo del Lavoratore all’interno del sistema produttivo diviene imprescindibile all’organizzazione aziendale nel suo scopo di promuovere un bene tangibile o un servizio, è secondo la natura delle cose che tale operatore goda di un contratto a tempo indeterminato. Questa deve essere la regola numero 1, il resto sono solo alchimie distorsive per precarizzare la mansione e, in tal senso, lucrare oltre il sano principio economico della giusta retribuzione e soprattutto della dovuta contribuzione.

 

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Se è vero come è vero che l’Italia ha, tra i molti mali dai quali è afflitta, anche quello dell’aliquota contributiva più alta a livello europeo, non è un bene studiare surroghe di modalità contrattuali in molti casi a favore delle multinazionali così ben ramificate sul territorio operanti nel settore della grande distribuzione: è mai possibile che il commesso di fiducia si sia estinto? Eppure il numero degli addetti nei grandi magazzini o ipermercati è sempre stabile… Ma il problema ancora più grande sta nel fatto che la precarizzazione genera crisi sociale, nel senso che se il giovane, nel pieno del proprio sviluppo sociale inteso anche quale fabbisogno primario di una casa, una macchina,… non può pianificare un progetto di vita, considerato che se non assunto a tempo indeterminato da due anni non troverà nessuna banca disponibile a effettuargli credito al consumo, figuriamoci un mutuo. Alziamo il livello del discorso per cortesia! Ragioniamo da persone mature e intellettualmente oneste, estirpiamo quella tanto atroce mentalità italica di aggirare gli ostacoli, di inventarsi scappatoie bizzarre, per non dire truffaldine, dalle gambe corte: mettiamo al centro il Lavoro, il bene supremo del Lavoro e certamente non esisteranno più razze e religioni o ideologie varie su questi temi: diamo una speranza non solo a questi Giovani ma al Paese stesso! Finiamola di vivere alla giornata e di tirare a campare, nella pubblica amministrazione sopravvivono delle baronie che, nel privato, sono state eliminate da anni, in quanto non più economicamente sostenibili; lo Stato fa l’esatto contrario: più i costi, spesso ingiustificati e ingiustificabili socialmente, sono alti e più si inaspriscono le tasse con effetti perversi sul gettito, vogliamo scomodare i danni provocati dal superbollo al mercato delle auto? Risultato nessuna auto di lusso e nessun superbollo pagato..

Lo Stato cerchi per una volta di essere forte con i forti, la sua funzione, infatti, dovrebbe essere quella di tutelare i deboli dai forti e non il contrario…

 

Carlo Carpi

 

 

Il Pulmino Verde per i tutori di minori stranieri

Questo martedì, 25 luglio, alle ore 21 in Via Millio 20, il Pulmino Verde organizzerà una serata di presentazione del bando per diventare tutori volontari di minori stranieri non accompagnati.
Come ospiti interverranno:
– La Dott.ssa Rita Turino, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza.
– La Dott.ssa Daniela Simone, della Direzione Regionale Coesione sociale / Politiche per le famiglie, giovani e migranti, pari opportunità e diritti.

https://www.facebook.com/events/112382649410986/?fref=ts

 

Rinnovare per essere competitivi

 “Non sempre cambiare equivale a migliorare,

ma per migliorare bisogna cambiare.”

Winston Churchill

 

 

Rinnovamento: un termine molto usato e talvolta confuso con l’innovazione. Ma cosa vuol dire allora rinnovare?

Sui principali dizionari troviamo:

Diventare più moderno e aggiornato – Sabatini Coletti

Il processo volto al riacquistare forza, vigore ed efficienza, mutando uno stato di cose, introducendo norme, metodi e sistemi nuovi – Treccani

Rendere nuovo, specialmente per migliorare o aggiornare – Hoepli

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Tre possibili definizioni che mettono in risalto le vere parole chiave: Aggiornamento, Efficienza e Miglioramento.

In una realtà caratterizzata da forte competitività e cambiamenti repentini, il sapersi rinnovare costituisce un importante, se non il principale, fattore competitivo per l’ottenimento del successo (talvolta lo è anche nella vita privata!!!). NO WAY OUT dicono gli americani, non ci sono vie d’uscita .

Chi non rinnova non compete e verrebbe da chiedersi perché sceglie di non farlo. In molti casi la risposta è : “La nostra azienda non ne ha bisogno”. Qualcuno arriva a dire: “Ho sempre fatto così, già i miei predecessori facevano così e la nostra azienda è sempre andata bene”, solo in rari casi (per fortuna) “Siamo leader incontrastati nel nostro settore, non abbiamo competitor alla nostra altezza”. Nei migliori dei casi invece, la risposta è: “Dovremmo fare molti cambiamenti, ma le risorse attuali e la crisi non ce lo permettono” Presunzione? Scarsa lungimiranza? Miopia aziendale? Paura di sbagliare? Probabilmente un insieme di tanti fattori, ma sono molti gli esempi nei quali gli errori di valutazione (o di sopravvalutazione dei propri punti di forza) hanno creato veri e propri “disastri” economici.

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Pensiamo, ad esempio, alla finlandese NOKIA che, essendo diventata leader (realmente) indiscussa nel mondo della telefonia mobile, grazie al design dei suoi prodotti ed alla semplicità delle proprie interfacce, si è vista completamente estromettere dal mondo degli smartphone, sino a scomparire dal mercato per trasformarsi in microsoft mobile dopo l’acquisizione da parte del colosso di Redmond. Altro esempio è quello di Kodak che, dopo oltre cento anni di storia vissuta da leader mondiale nel mondo della fotografia, è stata messa in amministrazione controllata nel 2012 perché aveva sottovaluto (qualcuno arriva a dire “ non aveva previsto”) la fotografia digitale. Sapersi rinnovare è un obbligo perché il mercato cambia quotidianamente e non seguire i cambiamenti del mercato significa restarne fuori. Ma cosa si deve fare per rinnovare? Quali sono le cose sulle quali focalizzare la nostra attenzione ? Quando si capisce che è arrivato il momento di cambiare? Purtroppo non esiste una regola precisa o una mail che ci avvisa, ma i segnali arrivano tutti i giorni e bisogna saperli decodificare. Un cliente che si lamenta della nostra qualità, dei tempi di consegna che abbiamo o dei prezzi che noi applichiamo ci sta comunicando un’inadeguatezza che va affrontata, misurata e risolta se corrisponde ad una reale area di miglioramento. Talvolta anche i valori che hanno mosso le nostre scelte vanno rivisitati per mantenersi aggiornati ai mutamenti del mercato. Si racconta che svariati anni fa, in un momento critico di IBM, il management del momento, incaricato di gestire la situazione, prese il primo punto del decalogo, aziendale , che più o meno recitava: “le aziende devono sentirsi onorate di essere clienti IBM” , e lo stracciò davanti a tutta la struttura aziendale.

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Non possiamo permetterci di ignorare l’evoluzione della domanda perché come potremmo davvero ritenere Customer Oriented se il nostro modello di business è rimasto lo stesso di 10 anni fa?

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Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomopronunciava  Eraclito

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E’ quindi il caso di dire: “Rinnovare per restare vivi. Rinnovare per essere competitivi”. Affermazioni forti che ribadiscono che il cambiamento è necessario anche quando la nostra azienda sta conseguendo eccellenti risultati, Visione di breve periodo contro visione di lungo periodo, proprio per non avere sorprese. Ma cosa dobbiamo fare per attuare il cambiamento? Crediamo che, prima di attuarlo, dovremmo favorirlo perché il rinnovamento è, a nostro avviso, una mentalità prima ancora che un modello operativo.

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La vera abilità riteniamo stia nella sensibilità di capire:

quando è il momento giusto

con chi avviare il cambiamento

quali risorse si devono utilizzare

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Di certo, la risposta alla prima domanda è: sempre, proprio perché essendo una mentalità ogni momento è quello buono. Per stabilire con chi avviarlo è necessario partire dal presupposto che il rinnovamento non può essere imposto, ma va condiviso passo dopo passo dimostrando a tutti i componenti dell’azienda che modificare un certo tipo di comportamento, adottare una certa iniziativa o fare quel tipo di scelta comporterà vantaggi diretti e/o indiretti a tutti. Le esperienze raccolte in questi anni ci hanno portato a prendere coscienza del fatto che ogni partecipante al cambiamento porterà arricchimento, pertanto 1+1 non è uguale a 2, ma può essere uguale a infinito se le persone sono motivate. Difficilmente un rinnovamento che “cade sulla testa” motiva le persone perché ognuno di noi, in quello che fa, ha identificato la propria confort zone, pertanto accetta il cambiamento solo dopo averlo valutato e quindi coinvolgimento e condivisione sono le modalità che portano alla crescita. Talvolta è la necessità che richiede il cambiamento e, quando succede, va sfruttata per rivedere tutto il processo delle attività, se necessario. E’ un po’ come la vecchia teoria del trasloco: ad ogni spostamento cambio qualcosa. Una innovazione tecnologica, una necessità produttiva, la riduzione del personale o l’improvvisa necessità di aumentare la produzione sono situazioni sulle quali fermarsi a verificare tutto l’insieme. Qualcuno a questo punto potrebbe dire che coinvolgere, condividere, confrontarsi, valutare e decidere sono attività time consuming rispetto al modello:” da domani si fa così” ma, ne siamo certi, questo modello operativo farà risparmiare tempo e danaro da altre parti, oltre a far si’ che il rinnovamento sia reale e continuativo. In conclusione diremmo che il vero segnale di allarme lo abbiamo proprio quando ci sembra di essere arrivati alla perfezione, perché è lì che inizia la parabola del cambiamento e, si sa, se cambiamo quando le cose vanno male, è la necessità a comandare e non la ragione.

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Antonio DE CAROLIS

Presidente CDVM – Club Dirigenti Vendite e Marketing

presso Unione Industriali di Torino

www.cdvm.it

Envi Park ed Enea per l’innovazione

A Roma è stato firmato il protocollo d’intesa tra l’ Environment Park di Torino ed Enea (l’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile),  finalizzato alla realizzazione di progetti e iniziative congiunte nel campo della ricerca, dell’innovazione, dell’assistenza tecnica e della formazione in settori di comune interesse, con particolare riferimento ai temi dell’energia, dell’ambiente e dell’efficienza energetica. L’accordo avrà durata triennale e apre la strada a molteplici attività. A livello operativo, i primi progetti di collaborazione riguardano l’efficienza

 

energetica e, nello specifico, la partecipazione congiunta a bandi e programmi di ricerca regionali e nazionali, formazione e assistenza tecnica per la diffusione di buone pratiche nella riqualificazione energetica degli edifici, la predisposizione di progetti integrati da presentare congiuntamente a potenziali soggetti finanziatori. Quella siglata con ENEA è un’intesa strategica dalle enormi potenzialità. Consente di unire le nostre forze a quelle di una importantissima realtà italiana che persegue i medesimi obiettivi di eco-innovazione e di efficienza energetica”, ha affermato Mauro Chianale, Presidente di Environment Park. “Creare una rete di partner di alto livello e ad elevato grado di integrazione è, d’altronde, uno dei punti fermi su cui si fonda l’attività di Environment Park, nell’ottica di dare nuovo impulso alla ricerca e di offrire soluzioni sempre più sostenibili in ogni settore”.

 

Massimo Iaretti

Immigrazione: terzo centro di prima accoglienza?

Mentre il governo è alle prese (in giro) con l’Europa, sul tema migranti si dibatte anche in Consiglio regionale.  “Finalmente si parla di integrazione e ben venga il coinvolgimento delle Regioni, cosa che finora non era avvenuta”. L’assessora regionale all’Immigrazione Monica Cerutti,  ha risposto con queste parole alla richiesta di comunicazione sul Piano nazionale per l’integrazione formulata dal capogruppo FdI, Maurizio Marrone.

Foto di Paolo Siccardi

L’assessora ha continuato dicendo che,  “il piano del ministero è ancora in fase di discussione. Ieri avrebbe dovuto esserci una riunione che però è stata rinviata. C’è già stato un lavoro comune che ha portato ad alcune modifiche, ma il piano è ancora aperto a modifiche. È prevista una norma finanziaria con un apposito fondo e dal piano generale dovranno poi dipendere dei piani specifici, vedremo se per questo ci saranno ulteriori risorse”.

Marrone ha evidenziato perplessità rispetto alla comunicazione in quanto l’Esecutivo piemontese, a suo parere, non difende la sostenibilità del proprio territorio già al limite, tant’è che in sede di confronto con il Governo centrale invece di essere alleata e sulle stesse posizioni delle principali Regioni del nord – Lombardia, Veneto e Liguria – contrarie al piano governativo, si ritrova alleata e isolata insieme con la Regione Sicilia.

La capogruppo della Lega nord, Gianna Gancia, nel suo intervento ha manifestato il timore che di fronte all’atteggiamento, a suo dire irresponsabile della Regione Piemonte e del Governo, si possa correre il rischio che i cittadini piemontesi si facciano giustizia da sé: una questione non umanitaria, nonostante la tradizione cristiana dei nostri territori, ma di profonda incapacità dei livelli di governo regionale e statale.

Il capogruppo del Movimento nazionale per la sovranità del gruppo Misto, Gian Luca Vignale, ha  lamentato l’impossibilità di proseguire un’attività di intervento in mare unica in una logica di accoglienza indiscriminata, come ormai rilevato persino da sindaci Pd, mentre a sostegno dell’Esecutivo regionale è intervenuto Marco Grimaldi, contestando la tesi dell’invasione, a suo parere cara alla retorica del centrodestra, citando i dati sul saldo demografico italiano e mettendo in guardia contro il pericolo di atteggiamenti di stampo razzista.

Ma Monica Cerutti questo pomeriggio è stata  anche in visita al Centro polifunzionale “Fenoglio” di Settimo Torinese, il centro di prima accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, gestito dalla Croce Rossa Italiana.

«Le difficoltà nella gestione dell’accoglienza sono sotto gli occhi di tutti, ma credo sia importante dare spazio anche alle esperienze positive. L’obiettivo della Regione Piemonte è quello di ampliare la rete dell’accoglienza, ma senza imporla, di concerto con l’ANCI e le prefetture. È fondamentale accompagnare le amministrazioni locali nella costruzione di progettualità condivise. Il nostro sistema regionale prevede un secondo centro di prima accoglienza a Castello di Annone, in provincia di Asti, entrato in funzione da qualche settimana. Verificheremo nei prossimi mesi le necessità e la possibile localizzazione di un terzo centro di prima accoglienza sul territorio piemontese» – ha detto  Cerutti.