ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 534

Salvini sulla Tav: "Costa più non farla che farla"

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Torna a scaldarsi il dibattito sulla Tav. Il vicepremier Salvini, senza se e senza ma, si dichiara a favore dell’opera: “sarò a Chiomonte dove le forze dell’ordine si trovano da mesi per difendere un cantiere spesso oggetto di violenze. La Tav va assolutamente fatta  anche perchè costa più non farla che farla”. E’ una rottura definitiva con M5S i cui esponenti politici continuano a sostenere che se  i costi saranno superiori ai benefici la Torino – Lione non si deve realizzare.

La Regione sul Moi: “Se è uno sgombero non c’entriamo”

Il presidente della Regione Sergio Chiamparino  replica alla sindaca: “Se quello del Moi diventa uno sgombero, è un problema di ordine pubblico e noi non c’entriamo, non ne abbiamo le competenze. Se invece resta un progetto condiviso, vedremo come accorciare i tempi”. Come è noto dopo la riunione a Roma tra prima cittadina e ministro Salvini si punta ad anticipare a fine anno la liberazione dell’ex Villaggio olimpico del Moi. La sindaca risponde a Chiamparino: “L’unica novità è il supporto economico del ministero, ma ‘obiettivo rimane quello di liberare le palazzine senza intervenire con la forza, con attenzione alle fasce deboli e vulnerabili, e in questo modo continueremo a procedere”.

 

(foto: il Torinese)

La Regione sul Moi: "Se è uno sgombero non c'entriamo"

Il presidente della Regione Sergio Chiamparino  replica alla sindaca: “Se quello del Moi diventa uno sgombero, è un problema di ordine pubblico e noi non c’entriamo, non ne abbiamo le competenze. Se invece resta un progetto condiviso, vedremo come accorciare i tempi”. Come è noto dopo la riunione a Roma tra prima cittadina e ministro Salvini si punta ad anticipare a fine anno la liberazione dell’ex Villaggio olimpico del Moi. La sindaca risponde a Chiamparino: “L’unica novità è il supporto economico del ministero, ma ‘obiettivo rimane quello di liberare le palazzine senza intervenire con la forza, con attenzione alle fasce deboli e vulnerabili, e in questo modo continueremo a procedere”.
 
(foto: il Torinese)

Amarcord torinese di quando eravamo felici

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STORIE DI CITTA’  di Patrizio Tosetto
Mi sa che in questa nostra Torino tutto é cambiato, e non in meglio. Torino  è sempre stata terra di contrasto e di conflitti. Ma c’era ( generalmente ) anche la mediazione. Dopo gli scontri,  le soluzioni al perché dei conflitti.  Una natura diversa, nel raffronto tra l’industria e i diritti di chi lavorava
Principalmente tra industriali e lavoratori, tra operai e capi operai. E non contenti tra torinesi e meridionali.Non si affitta ai meridionali, ma molti torinesi vivevano ancora nelle case di ringhiera. Alloggi senza servizi. Per tutti erano in fondo. Io non ci sono nato né vissuto, ma si andava a trovare mia zia, emigrata da piccina dalla Sicilia, Linquagrossa in provincia di Catania. I genitori erano scappati dopo il terremoto, inizio secolo. Parlava il torinese perfettamente e rigorosamente ci proponeva  fichi d’India e  arance condite con olio extravergine. Via Cuneo / via Bra. Circa un chilometro Porta Palazzo, dove i pugliesi piano piano prendevano i posti ai mercati generali per lasciare poi il posto ai calabresi. Diciamolo così senza giri di parole, questi ultimi erano più organizzati dei pugliesi. Ma come non ricordare Giancarlo Giannini e Mariangela Melato in Mimì metallurgico ferito nell’onore e il suo arrivo in città, avvolto nella nebbia in corso Traiano. E Lei anarchica trotzkista vergine che gli regala un figlio . Scappato dalla Sicilia lasciando moglie figlia.  Lui comunista, e Turi Ferro che lo perseguitava, mafioso perfetto. Andavo al cinema anche per vedere la nostra città. Avevo 6 anni e mio padre non ha mai avuto la patente. Niente auto. Ci pensavano gli zii. Domenica gita a Castellamonte da parenti. Arrivavamo verso le 11, eccitazione alle stelle e alle 8 del mattino già fatta la colazione. Poi mi accovacciavo nel balcone per vederli arrivare.  Tante, tre ore. Per riempirle, mille giochi di fantasia. Il più gettonato era quello delle scommesse. Il tipo di auto che imboccava piazza Crispi . Conoscevamo solo le Fiat,  in particolare 500 e 1100. Dopo, Alfa Romeo ed altri modelli. Per la Lancia non era cosa. Roba da ricchi che stavano in centro. Scommettevo quale auto sarebbe comparsa all’orizzonte nell’ attesa quasi spasmodica della 1100 dello zio. Tanti operai, ma ancora poche auto in strada. Il raffronto con oggi non tiene. Ritmi precisi e soprattutto cadenzati con una precisione quasi esasperante. Ma almeno i nostri genitori non si preoccupavano. Quei pochi compiti e poi via. Fino alle 19,30, ora di cena. Quel po’ di televisione e via a nanna. Assolutamente distrutti con quel non so che di appagamento. Solo grazie alla pallacanestro ho capito che c’era altro oltre la Barriera. In verità qualcosa intuivo quando in tram attraversavamo la città fino in Piazza Sabotino ed oltre, in  via Di Nanni, tutte le feste comandate. Gli zii non avevano figli e la zia cucinava da Dio.  Cosi tra un tram e l altro ed una nebbia e l’ altro crescevamo. Non tutto era un perfetto sogno.  Inquinamento a gogò. Poi a volte venivamo sfrattati dai prati dove crescevano palazzoni.  Sicuramente eravamo molto più poveri di adesso e c’era sempre una piccola brezza di libertà. Libertà da certi bisogni e soprattutto  da certi condizionamenti.  La parola droga l’ ho conosciuta al liceo e l’unico eroinomane in quinta. Eravamo 876 iscritti al liceo Scientifico. Si favoleggiava della piazzetta dove i pochi sballati cercavano il fumo. Hippies suigeneris e anche allora fuori dal tempo, qualche spinello. Qualche eroinomane e la cocaina era cosa da ricchi. Ed anche qui le questioni di classe sociale erano dirimenti. Se soldi non avevi difficilmente prendevi il vizio. Al massimo dopo il cinema quella punta di Punt e mes allungato con acqua. Con la solita e finale domanda: eravamo felici? Affermativo, ma non sempre  e non tutti. Ora tutto mi sembra più difficile e più complicato. In giro per la città prostituzione e spaccio. Impressionante quando vieni abboccato da uno spacciatore. Persino gentile, e ti snocciola tutto il suo repertorio come in un supermercato della droga. E non capisci. E nel non capire ti rifiuti d’ accettare. I numeri sono impressionanti.  Aumenta chi ne fa uso, aumentano gli spacciatori e diminuiscono i prezzi. Dunque intere porzioni di città sono diventate aree di spaccio. Non bisogna avere rilevazioni particolari ma mi pare che il record negativo l’abbia ancora Barriera di Milano.  Con due corsi come Giuglio Cesare e Vercelli totalmente occupati dagli spacciatori  Decenni che se parla, ed è questo il primo limite nell’affrontare la questione.  Se ne parla e basta. Mi viene detto: se non sei direttamente coinvolto di cosa ti lamenti? Io non mi lamento, sono proprio ma proprio arrabbiato, che è diverso. Sono arrabbiato che i luoghi della mia infanzia ed adolescenza siano cosi maltrattati. Ne va della mia e vostra felicità. Il rammarico di ieri, quando eravamo felici.  Oggi lo siamo di meno. Molto di meno. 

Più controlli sugli incendi dei rifiuti

Più controlli, autorizzazioni semplici e chiare allo smaltimento, regolarità degli stoccaggi: sono questi alcuni degli obiettivi da raggiungere secondo la relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva sul fenomeno legato agli incendi ai magazzini degli impianti rifiuti differenziati, approvata all’unanimità dal Consiglio regionale

I presidenti delle Commissioni quinta e legalità,  Silvana Accossato e Giorgio Bertola della Commissione speciale – formatasi per regolamento – hanno esposto all’Assemblea i risultati conseguiti attraverso l’approfondimento del fenomeno sia tramite incontri con i soggetti interessati, sia acquisendo documentazione. Si è così evidenziato che molti incendi di rifiuti sono di origine dolosa, mentre altri derivano da incuria o accumulo di materiali. Gli incendi vengono addirittura replicati anche durante il corso dell’indagine, con una distribuzione omogenea sul territorio piemontese, con picchi numerici nella provincia di Alessandria. È quindi necessario rendere adeguati ed omogenei i controlli e raggiungere una maggiore regolarità degli stoccaggi attraverso le autorizzazioni, che devono essere più semplici. In apertura Accossato ha dichiarato che “per consentire al Piemonte di passare davvero all’economia circolare è necessario che le filiere di riciclo dei materiali siano più efficienti. I lavori di indagine di questi mesi ci hanno consentito non solo di fare luce sul fenomeno preoccupante degli incendi, ma anche, grazie alle audizioni degli operatori del settore, di conoscere meglio le attività di selezione e recupero dei materiali di riciclo e le loro problematiche. Al netto di alcuni episodi dolosi, è emersa una situazione di difficoltà per la carenza di impianti per le frazioni non riciclabili, la mancanza di chiarezza normativa sul “fine vita” dei materiali, l’esigenza di maggior coordinamento dei controlli. Come sempre, regole certe e politiche di settore adeguate, sono l’antidoto migliore contro i rischi di iniziative malavitose e deviate”. Bertola ha spiegato che “il fenomeno degli incendi è particolarmente presente nel Nord Italia da 4-5 anni e desta allarme e preoccupazione anche a livello sanitario per le polveri pericolose. Questi incendi sono in parte dolosi, altri frutto di negligenza o colpa grave. È importante che i soggetti interessati si coordino tra di loro e che si facciano promotori di controlli omogenei mentre le risorse economiche impiegate risultano insufficienti. La Regione ha sottoscritto un protocollo di intesa con i Nuclei Operativi Ecologici dei carabinieri. Fondamentale il rilascio delle autorizzazioni, quest’ultime utilizzate in molti casi al limite della legalità e che necessitano di chiarezza, semplicità e precisione. Attenzione anche alle fidejussioni a garanzia degli impianti”.

L’assessore all’Ambiente Alberto Valmaggia si è soffermato sull’aggiornamento delle “tariffe collegate ai rifiuti speciali atte a favorire il sistema dell’economia circolare e a ostacolare il ricorso alla discarica da parte delle aziende”. Sono intervenuti anche i consiglieri Gianpaolo Andrissi e Federico Valetti (M5s), Marco Grimaldi (Leu), Angelo Luca Bona e Andrea Fluttero (Fi). Andrissi ha spiegato che la società del consumo non progetta strategicamente i materiali, affinché  abbiano un facile riutilizzo e riciclo. Grimaldi ha auspicato l’applicazione di regolamenti più chiari: in ogni caso l’approfondimento è stato necessario e giusto. Per Fluttero bisogna distinguere gli incendi causati da incuria da quelli dolosi: i primi possono essere prevenuti con i controlli, ma anche evitando gli accumuli, oggi causati da problemi di filiera e smaltimento mentre Bona trova insensata la decisione della Giunta del recente triplo aumento delle tariffe per il conferimento degli inerti. Secondo Valetti il problema degli incendi nei capannoni è la punta di un iceberg: oggi il 50% delle plastiche non è riciclabile e lo smaltimento diventa costoso, incentivando il fenomeno. Si conviene di sollecitare il Governo e l’Anci di rimodulare la convenzione con il Consorzio nazionale imballaggi rivedendo le compensazioni economiche tra Conai e Comuni/Consorzi e ad una migliore integrazione conoscitiva tra produttori e aziende di raccolta e smaltimento rifiuti. Sono stati coinvolti nell’inchiesta soggetti come il Consiglio e la Giunta regionale, ma anche i Noe, l’Arpa, la Città metropolitana di Torino e i Vigili del Fuoco.

Bacini e invasi contro la crisi idrica

In diverse aree alpine e appenniniche del Paese, Uncem registra con favore la riapertura di analisi e concertazioni attorno al tema dello stoccaggio idrico, con l’efficientamento di invasi esistenti e anche la proposta di realizzare nuovi bacini idrici per uso plurimo: accumulo di acqua potabile, uso agricolo, produzione idroelettrica, disponibilità per antincendio, oltre che grande valore paesaggistico e turistico. “Penso a Serra degli Ulivi, nel Monregalese, Cuneo, diventata un esempio per la capacità di unire tutte le forze in gioco, a partire da Enti locali, Consorzi irrigui, banche del territorio, associazioni agricole e degli industriali – spiega Marco Bussone, Presidente Uncem – e poi penso a molti esempi di avvio di pianificazione coordinata con le Regioni lungo l’Appennino o nelle Alpi, come nelle Valli di Lanzo. Per troppi anni non abbiamo fatto programmazione sull’uso e sull’accumulo delle risorse idriche. Ci sono stati scontri forti tra interessi, non sempre ben regolati, ci sono stati contrasti sociali verso progetti non ben fatti e concertati. Ora siamo a un punto di svolta. E non abbiamo molto tempo. Progettare e realizzare un invaso, piccolo o grande, costa e ha tempi lunghi. La burocrazia fa di tutto per stoppare ogni iniziativa. Vale per tutte le infrastrutture. Per un’opera, da zero alla messa in funzione, ci vogliono come minimo dieci anni. Ma tutti, pianificatori, ambientalisti e meteorologi come l’amico Luca Mercalli, insistono sulla necessità di efficientare le reti e gli impianti esistenti, di ridefinire culturalmente l’approccio di Enti e collettività verso il bene idrico, ma anche di pensare a forme di accumulo e a bacini in quota per regolare i rilasci idrici. Tema complesso, ma non più rinviabile. Non abbiamo molto tempo”.  Uncem insiste sulla necessità di strategie e risorse economiche. “Penso all’importanza del piano invasi nazionale che nei mesi scorsi ha finanziato dei positivi interventi – sottolinea Bussone – Enti locali montani, Regioni, Ambi, Consorzi irrigui, associazioni agricole, Unioni industriali e datoriali devono unirsi su questo fronte per chiedere nuove risorse, anche europee. Progetti certi, vicini e nati dai territori, poca burocrazia, celerità e certezza nella pianificazione. Regolare i rilasci idrici è fondamentale sia per le aree montane che da sempre accumulano e stoccano il bene, per le zone a vocazione agricola, ma soprattutto per le zone urbane dove di consuma il bene in particolare per scopi industriali. Serve un nuovo patto tra distretti, riconoscendo in pieno il ruolo della montagna, che porti a governare meglio dei processi connessi a cambiamenti climatici e nuova sensibilità delle comunità”.  

Alitalia e quota 100

Si è scritto un mare di parole sulla manovra e ci sono state opinioni diametralmente opposte

Quello che non è ancora stato detto è che quota “100” non vale per Alitalia così come che, all’art. 25 della Manovra del Decreto previdenza, appena approvato dal Governo, la tassa d’imbarco sale da 3 euro a 5 euro per rimpinguare il fondo volo del trasporto aereo (FSTA).Lo scopo è quello di permettere a piloti e assistenti di volo che già possono andare in pensione sette anni prima delle altre categorie di avere una cospicua integrazione delle indennità di disoccupazione e la cassa integrazione d’oro dei naviganti (CIG) fino alla maturazione del diritto a pensione. Il fondo, costituito nel 2004, con l’obiettivo di essere transitorio, 15 anni continua ad esistere e anzi viene rimpolpato con l’incremento della tassa di imbarco. Tutto questo per finanziare gli ammortizzatori sociali del settore aereo, tra cui anche Stando all’Osservatorio nazionale sulle liberalizzazioni nei trasporti (Onlit) è una tassa iniqua, perché nessun altro settore può godere di tali agevolazioni e ammortizzatori sociali. A fronte di una crescita registrata dal 2004 al 2018 con un incremento passeggeri che sono passati da 126 milioni a 176milioni dell’anno appena trascorso, l’aumento della tassa di imbarco per concedere nuovi privilegi e confermare i vecchi è scandaloso. La crisi Alitalia è nota è passa dall’inefficienza del settore e degli alti costi gestionali anche dovuta alla proliferazione di inutili scali aeroportuali che ne riducono la competitività e massa critica. Un sistema clientelare, consociativo e corporativo che si sperava fosse finita, ma non è così e incremento della tassa di imbarco ne è la riprova, ma 450 milioni di incassi per il fondo non risolleverà il problema perché il “buco nero” Alitalia sarà sempre più profondo.

Tommaso Lo Russo

 

Metro Bengasi, i lavoratori senza stipendio protestano

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I lavoratori del cantiere della metropolitana di piazza Bengasi, che riguarda i due chilometri di metro dal Lingotto alla piazza, hanno protestato davanti al cancello chiuso del cantiere. La manifestazione è stata organizzata dai sindacati Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil a fronte del mancato  pagamento degli stipendi e  per chiedere maggiori certezze sull’occupazione. Dopo il fallimento di diverse aziende impegnate nel cantiere, il  15 gennaio ai lavoratori, in tutto una quindicina, non sono stati pagati gli stipendi .  I lavori erano  iniziati nel 2012 ma non sono stati completati. L’apertura  era prevista per l’estate del 2020.

 

(foto archivio – il Torinese)

Un campo di patate

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È uno di quei modi di dire, insieme a maggioranza  bulgara,  tra i più popolari in Italia. Per i più giovani vale la pena di ricordare che, per quanto riguarda l’espressione “maggioranza bulgara” ci si riferisce a quando la Bulgaria era una repubblica popolare nell’orbita sovietica e le votazioni dei mitici e famosi comitati centrali dei partiti al potere nei paesi dell’est Europa avvenivano sempre all’unanimità. In quella parte d’Europa il mondo è cambiato, non sempre in meglio, ma il detto è rimasto . In verità anche per quanto riguarda il modo di dire :  è come un campo di patate , bisogna fare qualche precisazione. Il detto vale se ci si riferisce a dopo che i buoni  tuberi o se vogliamo chiamarli con il nome scientifico ” solanum tuberosum ” sono stati raccolti . Prima , se si guarda un campo coltivato di patate , è uno spettacolo di ordine e di rigogliosità bello a vedere e dove la natura ed il lavoro dell’uomo danno uno spettacolo straordinario. Ma tornando al nostrano modo di dire esso mi è ritornato in mente , con qualche imprecazione , nella giornata di venerdì mentre in parte a piedi ed in parte , come sempre , guidavo    la Vespa attraversavo  il centro di Torino. Una tristezza ed un pericolo. Le vie delle zone auliche della capitale sabauda ridotte come e peggio del famoso “campo di patate”. Piazza Castello, Piazza Carignano, Via Cesare Battisti e zone adiacenti disseminate di cubetti di porfido divelti e ampie macchie di catrame a deturpare la pavimentazione di quello che una volta si poteva definire il salotto di Torino.

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Per non parlare del tratto che da Via Giolitti porta a Piazza San Carlo e poi fiancheggiando la bella chiesa di Santa Cristina porta ad accedere alla Piazza CLN dove la pavimentazione era uno spettacolo , quasi un biliardo,  e che ora è una tristezza a guardarlo. E così girando per via Pietro Micca, Cernaia , Garibaldi, Po e tutte , dove più e dove meno, le altre. Non si salvano nemmeno le vie laterali , dove i cubetti di porfido, come tante piccoli satelliti viaggiano per conto loro sballottati dalle auto e dalle persone in un carambola brutta a vedersi ed in qualche caso pericolosa per i pedoni più distratti e per incauti ciclisti e motociclisti . Ogni tanto dopo giorni ed in alcuni casi settimane, nei casi più evidenti, a sistemare momentaneamente e a deturpare esteticamente arriva uno sconnesso manto di catrame che anticipa di mesi ed in qualche caso , purtroppo in via definitiva , la risistemazione originale . Incuriosito mi sono informato da alcuni amministratori di altri comuni che, con dovizia di informazioni, mi hanno spiegato che in questo modo , oltre a fare tardi e male, si spende di più . Prima per la sistemazione provvisoria e poi per quella definitiva che avviene su di un’area più ampia rispetto all’intervenire  subito ed in maniera definitiva appena uno o due cubetti di porfido oppure una losa  o una pietra si smuovono. Insomma si opera tardi e male e si spende di più. Così , tra una buca ed  un cubetto di porfido da evitare ed concerto delle pietre che sotto le ruote della Vespa si muovono , si circola per le vie del centro di Torino al tempo di ” Chiarabella” .

Dalla Regione 800mila euro contro la violenza di genere

La Regione finanzia l’apertura di quattro nuovi centri antiviolenza e 10 sportelli per le donne in difficoltà. Per consentire questo, l’ente ha assegnato 200mila euro (risorse statali e regionali), parte dei quasi 800mila euro stanziati per finanziare, nel suo complesso, la lotta contro la violenza di genere. Oltre all’apertura di nuove strutture, la Regione ha infatti continuato a sostenere l’attività dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio. I sedici Centri Antiviolenza hanno ricevuto un finanziamento di 260mila euro.  I trentasei sportelli informativi hanno percepito 50mila euro, le nove Case Rifugio (in tutto 76 posti letto) 251mila euro. Per ogni Centro Antiviolenza sono anche previsti dei posti per accogliere le donne che si allontanano da casa e hanno bisogno di un luogo dove essere ospitate in emergenza. “Ciò che è più importante è che in un anno i nostri centri antiviolenza passeranno da sedici a venti. – spiega l’assessora ai Diritti Civili, Monica Cerutti – In questo modo, rafforziamo le strutture a supporto delle donne che vogliono rifarsi una vita e sfuggire a compagni o mariti violenti, dando loro la possibilità di avere un tetto sopra la testa e di poter ricominciare. Così facendo, tuteliamo allo stesso tempo i figli di queste donne, che possono essere ospitati insieme alle madri”. I nuovi centri sorgeranno nel Comune di Vercelli, in quello di Santhià (il progetto è del Consorzio Socio Assistenziale Cisas), in quello di Settimo Torinese (progetto dell’Associazione Uscire dal Silenzio), in quello di Borgomanero (progetto dell’Associazione Mamre Onlus). I nuovi dieci sportelli saranno aperti in diverse località, da Moncalieri a Ceva, per citarne alcuni. Solo a Torino saranno inaugurati quattro nuovi sportelli, due ad opera del Comune e due da parte dei Centri antiviolenza Emma Onlus. In modo particolare, l’apertura delle strutture di Vercelli e di Santhià andrà a coprire una carenza: il territorio provinciale era finora sfornito di centri di questo tipo. “In questi anni è stata creata una vera rete a tutela delle vittime di violenza, e questo sistema è sempre più conosciuto dalle donne piemontesi che ogni anno, in numero sempre maggiore, vi fanno riferimento. – conclude Cerutti – Giovedì prossimo faremo il punto della nostra programmazione riunendo il coordinamento regionale dei Centri Antiviolenza”.