Domani, sabato 22 gennaio 2033, si svolgerà la cerimonia di apertura di Torino capitale europea della cultura. Dopo una lunga e dura selezione con le altre città candidate , Carcassonne ( Francia) Cascais (Portogallo) per la quale tifavano alcuni torinesi nostalgici dei Savoia, Baden-Baden ( Germania) Plovdiv (Bulgaria) e Balaton (Ungheria) , Torino si è aggiudicata la possibilità di essere la capitale europea della cultura. Finalmente dopo diciannove anni un’altra città italiana riesce nell’impresa . Dopo Matera , nel lontano 2019, Torino rilancia una città del nord Italia come sede di un grande evento . Si interrompe una lunga sequenza di eventi svolti e realizzati nel sud Italia , grazie all’appoggio del governo nazionale i cui vertici , come è noto, sono tutti di origine meridionale. Alla cerimonia sarà presente il Presidente della Repubblica Stefania Prestigiacomo con tutte le autorità cittadine e regionali . Si prevede una grande partecipazione popolare. Domani si saprà quanti vi avranno assistito con gli assistenti digitali, che amplificheranno così il numero dei collegamenti. Ci saranno anche quelli che hanno scelto di vederla dalla Luna sfruttando il servizio di ascensore lunare tanto che la base di partenza dello stesso ascensore, situato oltre l’atmosfera, ha avuto problemi a contenere quanti
transitavano. Negli ultimi giorni è aumentato anche il traffico automobilistico e ci sono stati alcuni incidenti di vecchi veicoli senza autista di prima generazione . Si misurerà anche quanti cambieranno il colore degli abiti indossati , in coincidenza con l’orario di inaugurazione, scegliendo il colore , rispolverato per l’occasione , azzurro Savoia. A Torino nella giornata di sabato sono previsti gli arrivi di molti treni a levitazione magnetica che in cinquanta minuti permettono di raggiungere Roma. Gli occhiali e gli orologi di ultima generazione aiuteranno a vedere in qualsiasi momento tutte le fasi della cerimonia. Non si sa ancora se saranno rispolverati i vecchi droni, oramai vintage, per i fuochi d’artificio virtuali. Una piccola nota polemica: nessuno si è ricordato di invitare chi , oramai quattordici anni fa, ebbe l’intuito di lanciare la proposta e cioè l’allora Consigliere comunale Stefano Lorusso. La giustificazione del comitato organizzatore , da verificare, è che lo stesso stia usando degli apparati oramai obsoleti che non hanno permesso di fargli arrivare l’invito.
Divorzio breve, come e quando conviene
Di Patrizia Polliotto, Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori
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Sono numerose le notizie di coloro, soprattutto uomini e padri, che hanno dovuto affrontare ingenti spese. Di contro, vi sono casi in cui si è optato per una mera separazione di fatto, proprio in ragione dei costi per procedere allo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale.
Il costo medio varia in base ad una molteplicità di fattori: da punto di vista delle spese legali vi sarà l’onorario dell’avvocato e le eventuali spese anche dell’avversario in caso di mancato accoglimento delle domande azionate nel giudizio; i costi vivi di giustizia (contributo unificato, bolli e quant’altro) sono invece gratuiti. Nel merito bisognerà comunque valutare a priori, l’eventuale mantenimento richiesto (moglie e figli, nonostante le più recenti novità giurisprudenziali sul tema, orientate sempre di più ad escludere l’assegno in favore del coniuge, indolentemente dall’accoglimento della domanda di addebito) ed in generale la complessità delle questioni anche in tema di diritto immobiliare da trattare. In costo complessivo oscillerà in ogni caso in base alla tipologia se consensuale (dove c’è l’accordo di entrambi i
coniugi), oppure giudiziale, con la relativa causa legale in tutte le sue fasi (di trattazione, istruttoria, decisionale) in entrambi i casi interverrà necessariamente il giudice, che si pronuncerà con sentenza. Più recentemente, grazie all’introduzione della Legge sul Divorzio breve del 26 maggio 2015, n.55 è possibile avviare procedura con tempistiche molto più celeri rispetto al rito ordinario. Se infatti prima erano necessari 3 anni dalla separazione per richiedere il divorzio, ora bastano 12 mesi (in caso di separazione giudiziale) e 6 mesi (se consensuale). Vi è poi la possibilità di divorziare anche con la comparizione davanti ad un sindaco tramite il c.d. “divorzio breve in comune”.
“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Così recita l’articolo 1 della Legge 20 luglio 2000, n. 211 che ha istituito il “Giorno della Memoria”. Il 27 gennaio del 1945 cadeva di sabato e le truppe sovietiche, giunte nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco Auschwitz), a circa 60 km da Cracovia, abbatterono i cancelli del campo di sterminio, liberando circa 7.650 prigionieri. Ad Auschwitz, circa due settimane prima, i nazisti si erano precipitosamente ritirati, portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono lungo il percorso.
L’orrore dei campi della morte
In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi nel profondo est polacco, come quelli di Chełmno e di Bełżec, ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, come Treblinka e Sobibòr, erano vere e proprie fabbriche di morte dove i deportati venivano immediatamente uccisi nelle camere a gas. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente, per la prima volta, al mondo l’orrore del genocidio nazista. Solo ad Auschwitz, furono deportate più di un milione e trecentomila persone. Novecentomila furono uccise subito al loro arrivo e altre duecentomila morirono a causa di malattie, fame e stenti. I soldati sovietici si trovarono di fronte non solo i pochi sopravvissuti ridotti a pelle e ossa, ma, durante l’ispezione del campo, rinvennero le prime tracce dell’orrore consumato all’insaputa del mondo intero: tra i vari resti, quasi otto tonnellate di capelli umani. Lì, nel sud della Polonia, a partire dalla metà del 1940, funzionò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata “macchina” tedesca denominata “soluzione finale del problema ebraico”.
Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, composta da diversi campi come Birkenau e Monowitz, estesa per chilometri. C’erano camere a gas e forni crematori, ma anche baracche dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte. Gli ebrei arrivavano in treni merci e, fatti scendere sulla cosiddetta “Judenrampe” (la rampa dei giudei), subivano un’immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle “docce”, come i nazisti chiamavano le camere a gas.I morti nei campi di sterminio, ai quali vanno aggiunti anche le centinaia di migliaia di ebrei uccisi nelle città e nei villaggi di Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia, nei ghetti come quello di Varsavia e altri ancora, furono più di 7 milioni. Oltre che nei campi di sterminio più a est, gran parte delle vittime dei nazisti trovò la morte nei lager di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Flossemburg, Dora-Mittelbau, Neuengamme, Ravensbruck, Mauthausen, Buchenwald, Terezin.
Dei deportati italiani, almeno 8.600 furono gli ebrei e circa 30 mila i partigiani, gli antifascisti e i lavoratori (questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944). Ci furono, poi, centinaia di migliaia di soldati e ufficiali del disciolto esercito italiano che, dopo l’armistizio dell’8 settembre, lasciati senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, diventarono degli sbandati. Gli 810mila militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra vennero considerati disertori e, quindi, giustiziabili se resistenti (in molti casi, soldati e ufficiali vennero trucidati, come a Cefalonia). Deportati nei lager, furono classificati come internati militari (Imi), non riconoscendoli come prigionieri di guerra, per poterli “schiavizzare” senza controlli, ignorando la Convezione di Ginevra sui Prigionieri del 1929. Oltre 600 mila, nonostante le sofferenze e il trattamento disumano subito nei lager, pur sollecitati ad aderire alla Repubblica di Salò e al regine nazista, rimasero fedeli al giuramento alla Patria e scelsero di resistere, pronunciando un orgoglioso e dignitoso “No” al fascismo. I militari detenuti presso le carceri di Peschiera del Garda furono i primi deportati italiani e giunsero a Dachau il 22 settembre 1943. Poi conobbero la tragedia dei lager nazisti gli ebrei, gli antifascisti condannati al carcere o al confino, gli altri militari arrestati sui diversi fronti di guerra.
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I campi di concentramento in Italia
Nell’Italia del Nord furono creati dei campi di transito dove gli arrestati (partigiani, antifascisti, ebrei) sostavano per un breve periodo, in attesa dei convogli che li avrebbero trasportati nei grandi lager del Reich e dei territori occupati. Uno era situato a Fossoli di Carpi, presso Modena. Fu smantellato nell’estate del 1944 e sostituito da un altro campo di transito situato più a nord, a Bolzano. Un altro si trovava a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo. Anche in Italia venne istituito un campo di sterminio: la Risiera di San Sabba, a Trieste, dal 20 ottobre 1943 fino al 29 aprile 1945.
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L’attualità e il bisogno della memoria
In questi giorni la senatrice a vita Liliana Segre, espulsa dalla scuola quando aveva otto anni per la sola colpa di essere ebrea. e sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz e Ravensbrück, parlando agli studenti ha sottolineato l’importanza della memoria ” in tempi in cui si dimentica facilmente quello che è successo“. E ha aggiunto: “Anch’io sono stata una clandestina nella terra di nessuno, io lo so cosa vuol dire essere respinti quando le frontiere sono chiuse. Quando si ergono muri. Io lo so cosa vuol dire quando si nega l’asilo. Io sono una che le ha provate queste cose. Sono stata una richiedente asilo. Mi disse l’ufficiale svizzero che non era vero che in Italia c’era la guerra e ci rimandò indietro“. Un invito esplicito a riflettere su ieri e oggi, su memoria e futuro.
Primo Levi: “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’ infezione serpeggia”
Quest’anno si celebra il centenario della nascita di Primo Levi. Fino dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz, l’autore di “Se questo è un uomo ” e “La tregua” avvertì l’esigenza di raccontare la sua esperienza in quel girone infernale e, subito dopo il ritorno, provò l’impulso di farne partecipi tutti, forse anche per liberarsi di un peso insopportabile da sostenere. Scrisse, in “Se questo è un uomo”: “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:considerate se questo è un uomo che lavora nel fango,che non conosce pace,che lotta per mezzo pane,che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna,senza capelli e senza nome,senza più forza di ricordare,vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno.Meditate che questo è stato:vi comando queste parole.Scolpitele nel vostro cuore stando in casa, andando per
via,coricandovi, alzandovi;ripetetele ai vostri figli“. Parole di rara potenza e umanità, che fanno riflettere, che obbligano a pensare. Con grande lucidità ci ha lasciato anche questo frammento di un ragionamento profondo, tremendamente attuale, incredibilmente inquietante. “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero é nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.
Manifattura europea
Si è tenuta nei giorni scorsi a Bruxelles, la presentazione ufficiale dei partecipanti e degli obiettivi dell’Innovation Community EIT Manufacturing, promossa dal European Institute of Innovation and Technology (EIT), di cui Comau è azienda partner
La conferenza stampa ha permesso di illustrare le linee guida e le attività di EIT Manufacturing, nata per promuovere lo sviluppo e rafforzare la competitività del sistema manifatturiero a livello europeo, attraverso la collaborazione di 50 aziende leader nel campo del manufacturing e della sua filiera, insieme a Università e Istituti di ricerca internazionali. Durante il Panel “Discussion on Added Value Manufacturing”, Ennio Chiatante, Head of Digital Transformation Projects di Comau, ha rappresentato gli Industry Partner della community, soffermandosi sull’importanza di un ecosistema dei player industriali, quale è EIT Manufacturing, per lo sviluppo del settore manifatturiero in Europa. «Con la partecipazione a EIT Manufacturing, Comau dimostra, a livello europeo e internazionale, il suo impegno nella realizzazione di nuovi e sfidanti progetti volti al rafforzamento del comparto manifatturiero – afferma Ennio Chiatante, Head of Digital Transformation Projects di Comau -. Per favorire la capacità di innovazione delle imprese, uno tra i principali obiettivi della Community EIT, Comau mette a disposizione del settore industriale tecnologie e sistemi avanzati, ma anche il know-how e le competenze maturati in oltre 40 anni di presenza sul mercato, attraversole attività di formazione e alta specializzazione proposte dalla sua Academy».
Violenza: necessità o volontà di scelta?
Nelle commemorazioni come questa, uniche, spesso ci chiediamo come sia stato possibile perpetrare tanto orrore, come sia possibile che l’animo umano sia in grado di fagocitare i propri simili attraverso una ferocia indicibile e faticosa da raccontare e ricordare. Si resta quasi senza fiato di fronte allo sterminio di esseri viventi, ma non si può restare senza memoria di ciò, senza ricordo. Perché è necessario, vitale, raccontare i violenti sbagli dell’umanità. E come mai accadono certi eventi? Da cosa nasce una così tale espressione di violenza? Cosa porta l’uomo a generare scelte atroci e sanguinarie? Impossibile
trovare giustificazioni a ciò, ma un Dovere tentare di capire le origini di tanto male. Perché diventiamo cattivi? Dal punto di vista bio-psico-sociale, per istinto di sopravvivenza, tendiamo innatamente a difenderci, ma anche ad attaccare, ad invadere. Esempio è l’era in cui viviamo dove, nonostante le risorse a disposizione e per quanto sia evoluta la tecnologia, potremmo vivere senza “lavorare” ed invece facciamo la guerra. E’ l’uomo biologicamente e fisiologicamente predisposto al predominio su una scala gerarchica. Non è una scusa né una giustificazione, è la storia che lo racconta e seppur la storia, solitamente è declamata solo da chi vince, è indiscutibile il fatto che l’atteggiamento dell’uomo viene a sfociare in comportamenti aggressivi da sempre. La violenza ne è la conseguenza primaria, questo sia nell’uomo sia nella donna. Una violenza che assume con disinvoltura i colori sia blu che rosa. Dal generale concetto di istinto di sopravvivenza al particolare individuo che uccide per gelosia o perché non accetta l’abbandono o ipotizza consciamente, mettendolo in pratica, l’alienazione e la cancellazione di un’altra persona diversa da lui per cultura, identità sociale o territoriale. Dunque scelta di coscienza? libertà di farlo?, licenza di uccidere?, costrizione per difesa o follia mentale? Ci sarebbero un’infinità di possibili combinazioni ed esempi da elencare che porterebbero l’uno a sconfessare l’altro. Dal punto di vista umano e psicologico dobbiamo affermare che nessuno merita di subire violenza. Partendo, ad esempio, dall’ormai noto e sempre da incriminare fenomeno del bullismo, passando per il motore primario di defezione dell’umanità, cioè la guerra, tramite la quale l’essere umano stabilisce gerarchicamente e arbitrariamente la divisione delle ricchezze dell’intero pianeta, seguendo appunto la logica di prepotenza condita da violenza assolutamente estrema, con la conseguente distruzione di massa al limite del pianificato. Infiltrandoci poi in tutti gli episodi più comuni e quotidiani di mobbing lavorativo e stalking privato, fino ad arrivare al cyber bullismo e alla violenza globale nel web. Siamo paradossalmente inventori di progresso e, allo stesso tempo, sanguisughe e carnefici delle nostre esigenze , debolezze e fragilità.
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Violenza sessuale, psicologica, fisica, virtuale e mentale, annientamento della dignità di un altro essere vivente, umiliazione per il solo fatto di esistere: rappresentano tutto ciò che l’uomo riesce ad immaginare ed a mettere in pratica, poiché atteggiamenti che sfociano nella sopraffazione dell’altro sorgono là dove il vuoto, ciò che è mancato, è stato riempito da rabbia, che altro non è che lo specchio della nostra tristezza. Quindi la tristezza fa diventare violenti? cattivi? Anche, ma non basta. Quando un omicidio viene generato e prolungato diventando strage, da una singola vita a più di sei milioni, dobbiamo parlare di collasso mentale ed emotivo, generato da sì stati emotivi incontrollati, nati da mancanze subite o che riteniamo tali, ma accompagnati da solitudine
culturale, mancanza di educazione e sostegno civile, aridità emotive, sommate nel tempo, e completa inadeguatezza intima verso se stessi e verso gli altri. I “Mostri” i serial – killer, hanno tutti un’origine, ma non nascono tali. Non si nasce pluriomicidi. Nella pancia della mamma nessuno viene addestrato alla strage. Nascono da qualcosa e da qualcuno dopo, quando vengono al mondo ed entrano in contatto con altre coscienze già formate. Ed è una catena difficile da spezzare. Sembra quasi che la possibilità di diventare persone “pericolose” dipenda dal luogo in cui nasci e da chi si occupa di te. In parte è così, il resto poi ce lo mette a disposizione l’inclinazione genetica di cui siamo fatti. La prima regola, matrice della vita nel sistema natura, è la sopravvivenza. Se veniamo a contatto con pensieri che ci mostrano come qualcuno o qualcosa possa opporsi alla nostra qualità o quantità di vita inizieremo a pensare che quello è il nostro male, quello è il nostro nemico e lo tratteremo in quanto tale, generando dentro di noi una coscienza atta a concepire pensieri di ribellione verso ciò che è stato raccontato come pericolo alla nostra sopravvivenza. Nazismo, razzismo, serialità omicida, possiamo chiamarli come vogliamo, anche cambiargli di nome, restano comunque atti di violenza pura che sorgono laddove non c’è racconto di umanità. E sono stati tanti, e lo sono tutt’ora, i luoghi nel mondo in cui non sono contemplati la parola umanità e rispetto di essa e della vita che comporta. Tanti luoghi, tante Nazioni, tanti paesi e tante famiglie in cui non esiste e non viene raccontato, ne’ preso come valore, il rispetto dell’altro come “vita”. Per arrivare ai giorni di commemorazione di atroci passati storici si passa dai piccoli gesti di violenza individuale, familiare, domestica, sociale di quello che è stato o è il vivere quotidiano. Inizia tutto con lo scaricare le proprie angosce e frustrazioni, facendo male all’altro, proiettandole sull’altro perché non in grado di elaborarle interiormente. Il corpo umano è una macchina che va allenata a vivere, niente è già memorizzato, se non l’istinto di sopravvivenza, che vede nella relazione con l’altro il proseguo della specie tramite accoppiamento, ma vede anche la violenza come elemento per salvarsi. Dunque bisogna allenarsi allo stesso modo sia nel volersi bene sia a gestire le proprie capacità di espressione rabbiosa, senza darle per scontate con la famosa frase “sono un tipo tranquillo” oppure “era una persona perbene”.
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Esistono le persone, esistiamo noi e la nostra capacità individuale di fare scelte accanto ad altre persone uguali o diverse da noi, non cambia, la vita è vita sempre, quindi impossibile giustificare l’atto violento, la forzatura verso l’altro, perché non ci sono scusanti all’atrocità e all’infliggere sofferenza fisica ed emotiva per scaricare le nostre angosce. Sia uomini che donne sono in grado, se provano, ad infliggere sofferenza all’altro, dipende sempre dalle scelte che si fanno. Si può sbagliare anche soffrendo o per troppa sofferenza passata o presente, ma si deve imparare da ciò,trarre qualcosa di utile per il nostro animo, altrimenti la strada è già definita. Guerra per guerra, vendetta per vendetta, morte per morte, cosa resterà? Per sopravvivenza e consumo finì lentamente l’essere umano. Dobbiamo prendere coscienza e consapevolezza del nostro intimo e
biologico ardore, prima ancora di prendere responsabilità del nostro agito. Pesa sicuramente, peserà di più piuttosto che proiettare tutto con ingiustizie esterne che, seppur possano vestirsi di verità, non faranno mai parte di un atteggiamento sano ma anzi, lasciate come motore principale di ciò che sta per accadere per mezzo delle nostre mani, non salverà mai e non fermerà mai un braccio teso, armato, un’intimidazione psicologica, un abuso sessuale, un ricatto morale, uno sterminio di massa. Educazione, rispetto, studio, sana accettazione culturale, civiltà, regole, confini sani quei valori che dovremmo provare a ricostruire dove mancano e a salvaguardare dove esistono poiché l’unica certezza, se la pena non è certa, è che violenza senza controllo porta alla fine di una storia. La nostra storia. Possiamo riferire che l’altro non lo fa, che non ci rispetta e quindi perché farlo noi per primi. Possiamo raccontarci che, se non teniamo la guardia alta, saremo violentati da chiunque. Sì, possiamo farlo ma non migliorerà le cose, anzi. È necessario riscoprire uno stato di coscienza sano, funzionale alla vita che chiede aiuto piuttosto che farsi giustizia da solo. Serve una cultura del sostegno, della possibilità di aprirsi e raccontare a qualcuno il nostro disagio. Serve una cultura di umana sostenibilità reciproca, in cui chiedere aiuto diventi un atto di volontà coraggiosa e non un mero gesto di omertà o paura emotiva. Serve la cultura dell’accoglienza e dell’amore del diverso come arricchimento e non come limite. Serve rispettare la vita come indice primario di cultura del vivere. Servono “sguardi diversi”, con cui guardarsi nel mondo, e non è detto che non possiamo trovarli.
Davide Berardi
*Dott. Davide Berardi,
Psicologo – Psicoterapeuta,
Psicologo, Psicoterapeuta ad Indirizzo Relazionale Sistemico, Docente Corsi di Accompagnamento al parto, Psicologo della riabilitazione e del sostegno nella terapia individuale e familiare, Terapeuta del coraggio emotivo.
Mail: davide_berardi_78@yahoo.it
L'export piemontese torna a crescere
La lieve flessione del secondo trimestre 2018 è terminata e le esportazioni dei distretti piemontesi nel terzo trimestre dell’anno riprendono la crescita, con un aumento di 108 milioni di euro (+4,9%), raggiungendo la quota di 2 miliardi e 311 milioni di euro, molto vicina al picco storico raggiunto nel quarto trimestre 2017. Sei distretti piemontesi su undici hanno
registrato esportazioni in positivo. Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo, commenta i dati del Monitor dei Distretti del Piemonte curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo : “
L’export piemontese torna a crescere
La lieve flessione del secondo trimestre 2018 è terminata e le esportazioni dei distretti piemontesi nel terzo trimestre dell’anno riprendono la crescita, con un aumento di 108 milioni di euro (+4,9%), raggiungendo la quota di 2 miliardi e 311 milioni di euro, molto vicina al picco storico raggiunto nel quarto trimestre 2017. Sei distretti piemontesi su undici hanno
registrato esportazioni in positivo. Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo, commenta i dati del Monitor dei Distretti del Piemonte curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo : “
La sofferenza psichica è un vissuto esistenziale e un elemento critico della natura umana. Fa parte dello svolgimento della vita affrontare momenti di sofferenza, chi più chi meno, siamo tutti vulnerabili emotivamente ed in una condizione di esperienza normale essa dovrebbe costituire un elemento reversibile,
legato a determinati avvenimenti dell’esistenza ed alla possibilità di recuperare uno stato di benessere funzionale. La capacità di guaribilità è connessa, però, alla dimensione e alla durata della situazione che può averla innescata. Esistono eventi come incidenti invalidanti o malattie gravi, che lasciano un residuo di sofferenza difficilmente cancellabile. E’ storia quotidiana di tutti i giorni quella di persone gravemente sofferenti psichicamente completamente alla mercé del destino, in balia dell’esterno senza nessun tipo di contenimento o aiuto. Sia in passato che oggi, per mancanza dei mezzi di sostentamento, la sofferenza psichica si trova a vagare all’interno della nostra società come una scheggia impazzita, senza confini sani né aiuti funzionali, per mancanza di risorse economiche, di spazi adeguati e di una cultura dell’empatia e dell’accudimento, ormai andata scemando negli anni, a tal punto da render difficile la distinzione e la convivenza fra condizioni esistenziali comuni e patologie psichiatriche, non perché quest’ultime vadano ghettizzate, bensì il contrario: manca una rete di assorbimento medico, sociale e psicologico, concreta, forte e che funzioni ,affinché gli individui affetti da patologie mentali invalidanti possano sentirsi accuditi e sostenuti. Sono svariate le tipologie di problematiche esistenziali che possano provocare sofferenza, con differenze molto marcate nella natura, durata e conseguenze nelle persone. Tutti siamo potenzialmente a rischio e, proprio per questo, dovrebbero esserci contesti sani a cui potersi rivolgere.
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Da un punto di vista storico, il 13 maggio 1978 il Parlamento italiano, approvando la “legge Basaglia”, ha abolito i manicomi, luoghi in cui venivano rinchiuse contro la loro volontà le persone con disturbi mentali. Tale presa di coscienza è derivata dalla consapevolezza che questi ospedali psichiatrici erano “parcheggi detentivi e di isolamento” dell’individuo colpevole di non essere socialmente gradevole o adeguato. Questo atto è stato molto importante perché ha permesso di ridare risalto al problema della salute mentale portandola fuori dall’ottica del “male da tenere lontano” e restituendo dignità alle persone sofferenti. Ed è proprio quell’idea di accudimento verso chi ha bisogno che andrebbe ripresa oggi, per discutere di nuove riforme nei metodi usati. Oggi dovrebbe essere evitata la contenzione meccanica, cioè la pratica di legare i pazienti ai letti o l’affrancamento, cercando, invece, di incentivare con risorse economiche e sociali maggiori attività ricreative all’interno delle strutture sanitarie, restituendo una sensazione di cittadinanza alle persone con problemi di salute mentale ed eliminando il pericoloso rischio dell’isolamento. Un altro obiettivo potrebbe essere quello di sostenere un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) il più funzionale possibile a preservare le particolarità sociali della persona. E’ necessario, quindi, di fronte a situazioni di “deterioramento psichico”, utilizzare interventi terapeutici tempestivi e misure sanitarie idonee al caso in questione nel rispetto della dignità, dei diritti civili e politici della Costituzione Italiana. Sarebbe anche opportuno provare ad implementare il personale e le risorse a disposizione dei relativi presidi operativi, quali centri di salute mentale (CSM), centri diurni (CD) , strutture residenziali per chi ha bisogno di assistenza per lunghi periodi (RSA) e servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), cioè i reparti in cui avvengono ricoveri volontari e obbligatori 24 ore al giorno. Tutto ciò senza tralasciare il contatto con le famiglie dei pazienti, perché un mutamento psichico non incide soltanto sul singolo individuo, bensì su tutto il sistema famiglia che gravita intorno a lui e di cui egli fa parte.
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E’ indispensabile fornire più vicinanza ai nuclei familiari: individuo e famiglia non vanno lasciati soli per nessun motivo. Infatti nel campo della salute mentale è ancora ben presente l’effetto del pregiudizio, che va dalla paura alla vergogna ed alla colpa a cui sono sottoposti sia il paziente sia il suo nucleo di appartenenza. In tutto ciò i mezzi di comunicazione fanno la loro parte poiché, purtroppo, per necessità di audience sono sempre alla ricerca esasperata di sensazionalismo e spettacolarizzazione di una condizione di difficoltà. E qui inizia la complessità del confronto con qualcosa di difficile da spiegare poiché il disagio mentale, quando arriva, travolge tutto e tutti con gli effetti più diversi da caso a caso e con il peso maggiore che ricade sulla famiglia, la quale non può sempre essere in grado di reggerlo per tante ragioni: gravità del disturbo, età avanzata, mancanza di risorse economiche e sociali, conflitti interni, senso di disperazione. Infatti, a differenza di altre malattie meno invasive, quella mentale non concede tregua, non consente una vita familiare degna di questo nome, poiché è essenzialmente un elemento corrosivo del magma emotivo ed affettivo del nucleo d’origine. Bisogna, quindi, assolutamente aiutare le famiglie attraverso un’informazione chiara e disponibile relativa agli aspetti della terapia e con un accesso ai servizi pubblici più snello e più presente in termini di risorse umane ed economiche. Bisogna necessariamente investire sul concetto di salute mentale.
Davide Berardi
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Stat, dopo un secolo la storia continua
DAL PIEMONTE Di acqua sotto i ponti del Po a Casale Monferrato ne è passata davvero tanta in cento anni, da quando i fratelli Pia aprirono la loro officina in corso Valentino
Oggi, quella che era un tempo, appunto, la Fratelli Pia e che nel 1942 assunse la denominazione di Stat, acronimo di Società Trasporti Automobilistici Ticino, con la quale si fuse, è diventata ad un secolo di distanza da quel lontano 1919, un rete di imprese di tutto rispetto nel settore del trasporto persone, sia turistico che locale, con numeri di tutto rispetto. E per festeggiare il traguardo raggiunto sabato 26 gennaio, la società, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Casale Monferrato, ha organizzato un evento davvero particolare, suddiviso in due momenti. Il primo avrà luogo, a partire dalle ore 17.30 al Teatro Municipale di Casale, e sarà un momento di spettacolo e di divertimento, ‘Storie di Stat’, ovvero una performance teatrale e musicale tra spazio e tempo di Gabriele Stillitano e Maurizio Primo Carandini, la ‘Beggar’s Farma band’. È prevista anche la presenza di un nome di primo piano, e storico, del mondo della musica italiana, il batterista, cantaurore, bandleader e, soprattutto, percussionista napoletano, Tullio De Piscopo. Madrina della serata sarà un altro volto noto del teleschermo a livello nazionale, ovvero Benedetta Parodi, tra l’altro alessandrina di origine. Il secondo momento si terrà, invece, a partire dalle ore 20, all’interno di uno dei simboli di Casale, il Castello Paleologo, con il titolo significativo di ‘… la storia continua…’ per festeggiare insieme il secolo di vita. Una sorta di anticipazione ideale c’era stata dieci anni orsono, nel 2009, quando Stat volle celebrare i suoi novanta anni di vita per ringraziare tutti coloro che avevano contribuito con il loro lavoro a portarlo alle attuali dimensioni e per evidenziare il legame con la città di Casale Monferrato in quanto, anche se la realtà
aziendale è cresciuta ed ha una presenza diffusa in Piemonte e Liguria, oltre che linee in tutta Italia e nel mondo, tuttavia la sede è sempre nella città di Sant’Evasio, in via Pier Enrico Motta nella zona industriale. La rete alla testa del quale c’è, come amministratore delegato Paolo Pia, da sempre impegnato in azienda e profondo conoscitore del mondo del trasporto, vede l’impiego di 180 persone, una flotta di oltre 100 bus, una officina meccanica centrale, cinque depositi, un tour operator, sei agenzie viaggi e coinvolge le società Stat Turismo, Stac, Volpi Licurgo, Stat Viaggi (agenzia e tour operator), Geotravels e Goldtravel. In occasione della assemblea dell’Anav-Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori, svoltasi a Roma nel giugno scorso, il gruppo ha ricevuto il premio Anav Smart Move, nella categoria ‘autolinee a lungo raggio’ per la capacità innovative e tecnologica dell’azienda nell’informazione ai passeggeri capitalizzata con l’introduzione dei QRcde alla paline delle fermate delle proprie linee bus.
Massimo Iaretti
(FOTO FURLAN)
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Torna a scaldarsi il dibattito sulla Tav. Il vicepremier Salvini, senza se e senza ma, si dichiara a favore dell’opera: “sarò a Chiomonte dove le forze dell’ordine si trovano da mesi per difendere un cantiere spesso oggetto di violenze. La Tav va assolutamente fatta anche perchè costa più non farla che farla”. E’ una rottura definitiva con M5S i cui esponenti politici continuano a sostenere che se i costi saranno superiori ai benefici la Torino – Lione non si deve realizzare.




