DALLA LIGURIA
Una multa da 200 euro per chi rovista nei cassonetti. Succederà da oggi a Genova, nel caso che chi viene sorpreso a cercare nell’immondizia non lo faccia per cercare da mangiare. E’ stata approvata in municipio la delibera di giunta che modifica il regolamento di polizia urbana, che indica anche misure per contrastare i fenomeni di degrado nel centro storico.



“La RAI Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”. Erano le 11 di mattina del 3 gennaio 1954 quando, con voce cinguettante, Fulvia Colombo – la prima “signorina buonasera”- fece lo storico annuncio.
mitica “DS” quando in studio c’era Nicolò Carosio.
fu tale che la Rai, nel 1956, dovette spostarne la programmazione dal sabato al giovedì a seguito delle proteste dei gestori delle sale cinematografiche, che avevano visto assottigliarsi vistosamente i loro incassi proprio nella serata settimanale tradizionalmente più redditizia. Ma le cose non andarono per il verso giusto e il rimedio si rivelò, paradossalmente, peggiore del male, quando la serata del sabato, rimasta libera, fu occupata da Il Musichiere, a sua volta popolarissimo, condotto da
Mario Riva, tanto da costringere molti cinema a installare televisori in sala per non perdere la clientela.
canzone-sigla della trasmissione, “Domenica è sempre domenica” ) si palesò anche sul versante del “gentil sesso” e dei concorrenti famosi. A Lascia o raddoppia venne inventata la figura della valletta, dove spopolò Edy Campagnoli, mentre al Musichiere Mario Riva (che in realtà si chiamava Mariuccio Bonavolontà) era affiancato da due vallette, ribattezzate
leSimpatiche, nel cui ruolo si segnalarono, tra le altre, Carla Gravina e Marilù Tolo. La trasmissione condotta da Riva, che usava la formula “niente po’ po’ di meno che” per presentare gli ospiti di maggior prestigio, andò in onda per novanta puntate, dal 7 dicembre 1957 al 7 maggio 1960.
vantare una lunghissima carriera (morì l’8 settembre del 2009, a 85 anni), Mario Riva non ebbe la stessa fortuna. Nato a Roma il 26 gennaio 1913, il presentatore del primo quiz musicale televisivo della storia della TV scomparve prematuramente e tragicamente il 1 settembre del 1960, in seguito alle ferite riportate
dopo una caduta, mentre stava presentando il secondo Festival del Musichiere all’arena di Verona. Aveva 47 anni e il paese provò una grande emozione. Ai suoi funerali, svoltisi due giorni dopo la morte a Roma, nella chiesa del Sacro Cuore di Maria in piazza Euclide, parteciparono decine di migliaia di persone, a dimostrazione dell’affetto che il pubblico nutriva per lui. E di quanto fossero popolari i programmi della Tv che a quei tempi, dagli schermi a tubo catodico, arrivavano nelle case degli italiani.
DALLA SARDEGNA



Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano. Un azzardo che ha un senso, una logica, un fascino. Nico Orengo, ne “Il salto dell’acciuga”, racconta in prima persona, dialogando con gli amici, rammentando le sue peregrinazioni dal mare della sua Liguria di Ponente alla Val Maira, sulle tracce delle acciughe, fino al paesino di Moschiéres, dove immagina che i saraceni ( “lasciati alle spalle i venti di Ponente e di Levante, i profumi mescolati del Mistral, l’eco del mare..”) si nascosero per un lungo tempo in cui “furono senza nome, invisibili e nascosti”, “per poi diventare con il mestiere di acciugai paese e abitanti”. Una borgata, Moschiéres,nei pressi di Dronero, nel cuneese, dove usciva dai camini delle case un “ fumo che sapeva d’acciuga e aglio”. Storie antichissime, una specie d’affresco che va dal Medioevo ai giorni nostri dove tutto s’intreccia e prende forma . Nella pagine, come una presenza a volte incombente e a volte discreta, c’è Olga, contrabbandiera di sale, vittima di continua violenza da parte di un doganiere corrotto, “finché non perse la testa e una sera gli tagliò con un rasoio il belino “. Come non citare poi il ritratto che Orengo traccia del colonnello Matteo Vinzoni, che aveva “il compito di rilevare e definire confini” tra i possedimenti dei Savoia e le terre dei genovesi: “viaggiava a dorso di mulo, con una sacca piena di carte e matite colorate. Disegnava mappe, geografie, rilievi del terreno, ciuffi di mortella, rami di castagni, rocce e ciottoli“. E su tutto aleggia, con il suo profumo forte, l’argentea acciuga, “pesce di montagna” che si conservava nel tempo, sotto sale. Quanti agguati attendevano i carretti degli acciugai? Fin dove si spingevano i loro commerci? Quali riti accompagnavano la bagna caoda?
sale valica le montagne per diventare cibo di terra, appunto. E qui ci s’interroga su di un’antica questione: come mai la “bagna caoda”, il piatto principe del Piemonte, regione senza alcun sbocco sul mare, è a base di pesce? In un’indagine semiseria, che mescola notizie storiche, racconti privati, storie di paese, ricordi e chiacchiere, Orengo percorre la via del sale tra Liguria e Piemonte, dimostrando come il mondo dei pescatori si intrecciasse con quello dei contadini e cercando così di rispondere a questa domanda. Dopo aver letto “Il salto dell’acciuga”, onorando la scrittura dell’indimenticabile Nico Orengo, non ci si può esimere dal provare la bagna caoda, soprattutto ora che iniziano, con le brume d’autunno, i primi freddi. La bagna caoda è un piatto semplice, con pochi ingredienti: acciughe, olio e aglio, nient’altro se non una lunga e lentissima cottura e una noce di burro alla fine. Intingendovi verdure crude o lesse, dai cardi di Nizza Monferrato ai peperoni di Carmagnola, si renderà il giusto onore all’acciuga che i liguri chiamano “pan du mar”, il pane del mare, mentre per i piemontesi erano il “pane di montagna”, perché scendeva dai monti dell’Appennino ligure o delle Alpi marittime.

attraverso convegni, mostre, viaggi, presentazione di libri, canti e balli popolari di gruppi folcloristici. Anche loro sono pronti a rispondere a queste insinuazioni con fatti e documenti storici inconfutabili. Da Tirana è già arrivata una prima chiara risposta: il 2018 è stato proclamato dal governo albanese “Anno nazionale di Skanderbeg” per commemorare i 550 anni dalla sua morte, avvenuta nel gennaio 1468, all’età di 63 anni. Gli studiosi fanno osservare che, a partire dall’epistola di Papa Callisto III che lo definì “Athleta Christi e defensor fidei”, è impossibile mettere in dubbio i documenti storici
finora pervenuti. Ma chi fu questo personaggio e perchè è considerato un eroe albanese? Figlio del principe Giovanni, Giorgio Castriota, a soli nove anni, fu ceduto in ostaggio al sultano ottomano Murad II, padre di Maometto II il Conquistatore, e ricevette un’educazione islamica. Fu convertito all’islam e a 18 anni era in grado di cavalcare come un giannizzero, fino a diventare un comandante di cavalleria. Combatté per il sultano, represse rivolte e occupò nuovi territori, tanto da guadagnarsi il titolo di “Skander Beg” (Alessandro Magno), un imponente soprannome che lo accompagnò per tutta la vita. Si battè al fianco dei turchi ma nel 1443 avvenne la svolta: fuggì in patria, nella sua Albania, mentre partecipava a una spedizione turca in Ungheria, già in parte occupata dagli Ottomani, durante la quale si rese conto delle terribili condizioni di sudditanza e di povertà in cui vivevano gli ungheresi. Tornò dalla parte dei cristiani, ripudiò l’islam e abbracciò il cristianesimo. Cominciò a riconquistare città e villaggi invasi dai turchi diventando in breve tempo un eroe dell’indipendenza e il difensore
C
organizzare l’espatrio dei tre. Senza tante chiacchiere si pensò di mandarli in Cecoslovacchia, via Svizzera e Austria. Il tempo strettamente necessario a preparare i documenti, ovviamente falsi, e predisporre i passaggi che avrebbero consentito a Osvaldo, Cecco e Nando di oltrepassare la “cortina di ferro”, e i tre si trovarono a Praga. L’impatto con il socialismo reale fu tutt’altro che semplice.
Cecoslovacchia perché inseguito da una condanna per fatti avvenuti nel corso della guerra partigiana. “Radio Oggi in Italia” era praticamente unica nel suo genere a parte un solo precedente, molto più limitato, con un’emittente in lingua francese che visse soltanto un anno e mezzo , tra l’estate del ’54 e il dicembre del ’55. Anch’essa diffusa da Praga, faceva esplicito riferimento al PCF. Il primo ministro francese Pierre Mendès-France ne pretese la chiusura e la ottenne in cambio di accordi commerciali con la Cecoslovacchia.
seguiva con grande attenzione ed entusiasmo le notizie provenienti dall’isola caraibica di Cuba dove Fidel Castro e “Che” Guevara stavano costruendo, giorno dopo giorno, la rivoluzione sotto il naso degli americani.
scuro e pieno di impurità che viene raccolto in vasche, dove – al caldo – l’acqua evapora e il succo si trasforma in sciroppo o melassa, che viene gradualmente raffinato. A quel punto i cristalli di zucchero si formano da soli, allo stesso modo dei cristalli di sale in una pozza d’acqua marina che si asciuga sole. Tra quelle canne, Osvaldo si sentiva perso, come un elfo in una foresta di giganti. Lui a cuba voleva dare una mano a “tirar su il socialismo e far capire ai cubani l’importanza di sentirsi compagni” ma non pensava che questo equivalesse a farsi venire i calli spessi e duri sulle mani e tagliuzzarsi dappertutto in un campo “de caña de azúcar”. Così fece richiesta di tornare a Praga, insistendo a tal punto che il suo desiderio venne esaudito. E dopo qualche mese nella capitale cecoslovacca, tra la birra da imbottigliare e i programmi della radio, ormai prescritto il reato per il quale era stato condannato in contumacia, lasciò il modesto alloggio a Malá Strana e rientrò in Italia. Un viaggio lungo e complicato lo riportò sulle rive del lago dov’era nato, negli anni a venire, oltre a pronunciare in ogni occasione la sua frase rituale (“compagni, la situazione è grave”), a chi l’interrogava sulla scelta di andare e poi tornare in fretta da Cuba, rispondeva con una certa gravità: “Ho avuto un insanabile dissenso politico con il compagno Fidel e, insieme, abbiamo concordato che era meglio lasciar stare e non insistere nel manifestare le nostre contrarietà”.
Il giovane cercava lavoro ed era disposto a fare il portiere di notte. Il suo nome era Joseph, Vissarionovich Djugashvili. Per gli amici, Koba. Quel georgiano dallo sguardo glaciale era Josif Stalin
giacca, grigia come il logoro soprabito; gli unici segni di eleganza erano la vistosa sciarpa rossa di seta ed un ampio cappello di feltro nero. Un amico italiano lo aveva accompagnato in via Leopardi, dopo un viaggio lungo e scomodo a bordo di una nave carica di grano proveniente da Odessa. Il giovane russo cercava lavoro ed era disposto a fare il portiere di notte. Il suo nome era Joseph, Vissarionovich Djugashvili. Per gli amici, Koba. Solo alcuni anni più tardi tutto il mondo lo conobbe con un altro nome. La storia dice che il giovane, sulla trentina, fosse già ricercato per estorsione e rapina in Georgia. Il portiere di giorno al “Roma e Pace”, Paolo Pallotta, non era molto convinto di assumere quel giovane dall’aspetto dimesso, la barba rada e i baffi neri. E forse non si sbagliava. Koba era un ragazzo troppo timido e poco intraprendente. Rimase poche settimane, prima di essere congedato e riprendere il suo viaggio in direzione Venezia, dove svolse la mansione – seppure per un breve periodo – di campanaro al convento di San Lazzaro degli Armeni, sull’omonimo isolotto della laguna. Un’esperienza fugace, durata poco perchè suonava le campane con decisione e forti rintocchi,
secondo il rito ortodosso, e questo non andava a genio agli abati mechitaristi.Una storia intrigante di cui si trova traccia anche nelle tavole di Corto Maltese, il personaggio dei fumetti creato dal Hugo Pratt. Ne “La casa dorata di Samarcanda”, lungo la mitica Via della Seta, il marinaio Corto – figlio di una prostituta di Gibilterra e di un marinaio della Cornovaglia – impegnato nella ricerca del tesoro di Alessandro il Grande, caduto in mano ai bolscevichi della città dalle cupole blu, si salva da un’esecuzione grazie ad una telefonata con quel “portiere di notte”, rammentandogli i tempi di Ancona. Corto, scavando nei ricordi di quel 1907, gli disse,tra l’altro: “evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte”. Chi era il giovane russo con cui s’incontrò nel vecchio porto della città marchigiana? Il mistero si svela subito: quel georgiano dallo sguardo glaciale si chiamava Josif
Stalin. Il punto di congiunzione tra la storia e l’immaginazione lo offre un volume di Raffaele Salinari, “Stalin in Italia ovvero Bepi del giasso” ( che, tradotto, suona come “Giuseppe dal freddo”)– pubblicato a Bologna qualche anno fa, ma rimasto tagliato fuori dai circuiti di distribuzione nazionali e forse per questo poco conosciuto. Medico e docente universitario, Salinari ha voluto ricostruire un pezzo di storia italiana (e russa) della quale si è sempre saputo ben poco. Secondo le informazioni che Salinari ha raccolto, Stalin si sarebbe imbarcato in seguito ad una rapina ad un portavalori zarista. Per finanziare l’ala bolscevica del partito socialdemocratico operaio russo, Josif/Koba si dedicò agli assalti alle diligenze malgrado la pratica fosse stata disapprovata dalla dirigenza interna. Così Stalin, in fuga, passò da Ancona per raggiungere la Svizzera dove Lenin era in esilio e si mantenne come poteva. Del suo arrivo nel capoluogo marchigiano resterebbero due testimonianze: un articolo del Candido di Giovannino Guareschi del 1957 e una lapide commemorativa nell’albergo (il “Roma e Pace”,appunto) chiuso
ormai da qualche anno, i cui arredi sono stati acquistati da un anonimo collezionista, lapide inclusa. Nelle stanze ormai vuote di quel vecchio albergo hanno soggiornato altri personaggi importanti per la storia del nostro Paese: Luchino Visconti, membri di Casa Savoia e addirittura una coppia di amanti da gossip, come Benito Mussolini e l’ucraina Angelica Balabanoff. Dietro alle serrande abbassate e alle imposte chiuse pare proprio che il “Roma e Pace” conservi storie e misteri che aleggiando sulle sponde del Mediterraneo orientale. Che siano vere o presunte poco importa, perché in tempi dove tutto è a portata di smartphone, leggende e suggestioni ci restituiscono il piacere dell’immaginazione. E poi, diciamolo, il pericolo è passato e nessuno trema più davanti al minaccioso motto “adda venì Baffone”.