La Giordania non è solo Petra o Wadi Rum ma anche angoli e scorci di un posto, la capitale, che ci porta magicamente indietro nel tempo, dove le lancette dell’orologio sembrano scorrere con un altro ritmo

Viverci tre anni, immergersi nella cultura, respirare l’aria secca del deserto densa di profumi come quello del knafeh, il dolce tipico giordano, vibrare con il richiamo alla preghiera 5 volte al giorno o destreggiarsi in un traffico indisciplinato ma sorridente è stata una esperienza davvero unica. Ci ero stata in vacanza 4 anni prima, in tempi non sospetti, cioè quando non sapevo di doverci andare a vivere. Tutto era già apparso bello, accogliente e irripetibile come Petra, un luogo magico perso nell’altopiano desertico, vite d’altri tempi, colori incredibili sotto un cielo sempre azzurro. Jerash, un meraviglioso sito archeologico che divenne importante al tempo dei Romani, che con il Tempio di Zeus, l’Arco di Adriano, il Teatro magnifica un intero paese. E ancora i Castelli del deserto, Wadi Rum, il Mar Morto, Um Umquais, Aquaba, Monte Nebo e Madaba, luoghi magnifici intrisi di storia, cultura, arte, una natura invincibile ed originalità.

In Giordania però c’è altro, una vita da spendere ad un ritmo diverso, abitudini che ci catapultano almeno in un secolo fa, rituali pigri e rilassati che non appartengono certamente al nostro modo di vivere occidentale. Ad Amman, la capitale di questa isola nel deserto, si può fare questa esperienza vivendo luoghi fuori dai circuiti turistici, posti che hanno mantenuto una melodia comoda e imperturbabile. Una prova di questa esistenza scandita da un battito lento è tangibile nelle abitudini quotidiane come nei bar per esempio. Non si entra per un cappuccino e si scappa, non esiste il caffè al bancone, si ordina e si aspetta seduti, dieci, quindici, anche venti minuti, nessuno sembra avere fretta, si chiacchera, si lavora, ci si prende il proprio tempo e si onora la bevanda per noi
accuratamente preparata, inutile lamentarsi del ritardo perché avremo solo un sorriso come risposta.
Nel quartiere di Jabal Al Weibdeh, uno dei più antichi di Amman, sono numerosi i bar dove ci si può fermare, fermare davvero intendo. Rumi, per esempio, è un posto delizioso dove caffè, te, torte e persino il cappuccino sono davvero buoni. In questo quartiere, fuori dai giri organizzati, che vale la pena di vedere se si vuole conoscere la vera Giordania, ogni cosa è tipica: negozi di artigianato, residenze in stile arabo, come la villa rosa sul viale principale, gallerie d’arte, negozi di abbigliamento un po’ datati e una bellissima moschea. Mangiare al Beit Sitti, un ristorante locato in una vecchia dimora, è una esperienza sicuramente da fare, le pietanze infatti , arabe ovviamente, come il pane o i fagottini ripieni di riso, si impara a cucinarle e poi a mangiarle con calma, godendo della compagnia, soddisfatti per aver fatto una lezione di cucina locale. Un posto che non dimenticherete è Darat al Funun, una galleria d’arte, una terrazza, una biblioteca, la vista sulla Cittadella: la zona archeologica della città.

Un altro luogo dove passeggiare in piena atmosfera folcloristica è Jabal Amman e precisamente Rainbow Street, una deliziosa strada decorata da ville vecchio stile, negozi di artigianato e antichità, uno splendido negozio di prodotti di bellezza, Trinitae. Il venerdì, da maggio a luglio, c’è un delizioso mercatino dove si possono trovare oggetti nuovi e antichi, vestiario, artigianato, cibo e soprattutto colori e vitalità. La visita in questa zona non può dirsi completa se non ci si ferma al Books@cafe un bar con libreria e una terrazza che si affaccia su una delle valli della città, un posto adorabile e accogliente. Un altro ristorante degno di nota è il Wild Jordan Cafe che all’interno ospita una boutique che vende oggetti ricavati da materiali naturali e un punto dedicato ai viaggiatori con proposte di percorsi cittadini e naturalistici. Ovviamente non si può non citare il centro vecchio, Wasat al Balad o Downtown, un souk a cielo aperto, vie fittissime di negozi, spezie, mercato della frutta, oreficerie, abiti locali, profumi, sapori mediorientali. Il caos, il traffico e il disordine saltano subito all’occhio ma ci si abitua, si entra nella vera Amman, ci si addentra in Giordania, quella reale, con tutte le sue particolarità, il suo carattere forte e tenace, ma anche gentile e possibilista. Un ultimo consiglio è ammirare la città di notte, con le sue 14 colline (Jabal) illuminata da migliaia di luci bianche intervallate da quelle verdi dei minareti, Amman ci offre un paesaggio magico da Mille e una Notte, una vista unica, ipnotica e piena di fascino.
Maria La Barbera





DAL VENETO
“Provate a immaginare cosa voglia dire veder arrivare amici come quelli di cui si parla in questo libro, amici che ti aiutano a guarire, che t’istruiscono su come proteggerti. Se anche con questo progetto avessimo salvato una sola vita, il suo scopo sarebbe stato già soddisfacente. Invece parliamo di centinaia e centinaia di donne curate e salvate, oltre a quelle che, grazie a un sistema integrato di osservazione, cura e trattamento, saranno salvate in futuro”.
che dà il nome alla nazione, l’ attraversa per intero. Lì era stato avviato un piano sanitario, partendo da una piccola località – Breza – per estenderlo a tutto il territorio del cantone, che prevedeva un programma di screening dei tumori femminili al collo dell’utero e l’istituzione di un Polo Oncologico presso l’ospedale del capoluogo, grazie all’aiuto e alle competenze della Regione Piemonte e della Rete Oncologica che ha sede alle Molinette, in corso Bramante a Torino. Un progetto importante perché a Zenica (circa centoquindicimila abitanti) e nel suo cantone (oltre settecento mila) non esistevano nessuna indagine epidemiologica, nessun intervento preventivo per i tumori, nessuna struttura ospedaliera che potesse offrire una cura di contrasto alle neoplasie in regime di day hospital. Per curarsi ( chi poteva economicamente permetterselo, ovviamente) occorreva andare a Sarajevo o a Zagabria, in Croazia. Così, con un lungo e paziente lavoro, nel maggio del 2008, è stato inaugurato il Polo oncologico dell’ospedale cantonale di Zenica, come logica continuazione dell’esperienza pilota di screening oncologico avviata anni prima nel Comune di Breza e nel Cantone. Un progetto che ha permesso la totale ristrutturazione di un ala dell’edificio della casa di cura per ospitare il reparto di oncologia e lo svolgimento delle attività di formazione in Serbia, a Belgrado, e in Italia, aTorino, per i medici e per gli infermieri. Oggi l’ospedale cantonale di Zenica, grazie a questo
lavoro, alle verifiche ed alla progettazione di percorsi diagnostico-terapeutici svoltisi in questi anni, può disporre di un servizio di oncologia provvisto di posti letto di ricovero ordinario, di day hospital e di spazi dedicati all’attività ambulatoriale. E siccome da cosa nasce cosa, è stata avviata la nuova anatomia patologica, rinnovata nei locali e nelle attrezzature, ed è entrata in funzione la radioterapia. Un’importante e insperata opportunità di avere una possibilità di cura contro i tumori per i cittadini di una delle città più inquinate e a rischio sociale dell’intero Paese. Anni di cooperazione decentrata vengono narrati in un racconto che dimostra come nascono, prendono avvio, si evolvono e giungono a felice compimento i buoni progetti di cooperazione internazionale. Un esempio positivo di contrasto al problema di fondo, all’eredità “nera” della guerra nei Balcani che ha prodotto un “buco nell’anima”: il disagio e le depressioni, i suicidi, il diabete e il “male oscuro” del cancro, originato dalla pessima alimentazione, dall’uranio impoverito dei proiettili che anche in Bosnia sono stati sparati. Un pessimo lascito che pesa come un macigno.
abusi da parte dei datori di lavoro hanno spinto diversi domestici a suicidarsi. Il Ministro del Lavoro ha affermato che non verranno più inviati lavoratori filippini in Kuwait in attesa delle indagini sulle cause di morte dei cittadini che risiedevano nel Paese del Golfo da tre anni. Il presidente filippino ha dichiarato che le Filippine hanno “perso quattro donne” in Kuwait, riferendosi alle aiutanti
domestiche suicidatesi in seguito a maltrattamenti. Duterte ha affermato di essere a conoscenza di molti casi di abusi sessuali contro donne filippine e ha voluto sollevare la questione con il governo del Kuwait che, sorpreso dalle decisioni del presidente filippino, ha fatto sapere che tutti i lavoratori stranieri sono protetti da leggi che li proteggono dagli abusi. Oltre 2,3 milioni di filippini sono registrati come lavoratori all’estero e inviano a casa ogni mese più di 1,6 miliardi di euro. Come avviene in molti Paesi arabi, per controllare i lavoratori stranieri che operano
soprattutto nell’edilizia e come domestici, viene usato il sistema “kafala”, sistema di sponsorizzazione. Questa pratica, severamente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani, prevede che tutti i lavoratori abbiano uno sponsor interno che generalmente è il datore di lavoro che ha il potere di ritirare il passaporto ai dipendenti in qualunque momento e obbligarli a lavorare anche 20 ore al giorno ma si parla anche di violenze sessuali e maltrattamenti. Il Kuwait è da molti anni la meta preferita di numerosi migranti economici provenienti dal mondo arabo e dall’Asia ma nei kuwaitiani cresce

Avrebbe confessato di avere ucciso la figlia, il padre di Sana Cheema,
Guernica, piccola città dei Paesi Baschi, nella provincia di Biscaglia, nel nord est della Spagna, ha un triste primato. È stata una delle prime città, se non proprio la prima in assoluto, ad aver subito un bombardamento aereo a tappeto.
di esplosivi. Un quarto d’ora più tardi tre Junker continuarono l’opera di demolizione e il bombardamento si intensificò ed ebbe termine solo alle 19,45, con l’approssimarsi dell’oscurità. L’intera cittadina, con settemila abitanti e oltre tremila profughi, fu ridotta sistematicamente a pezzi. Per un raggio di otto chilometri, tutt’intorno, gli incursori adottarono la tecnica di colpire fattorie isolate. Nella notte esse ardevano come candele accese sulle colline”. Quando la notizia di questo crimine contro l’umanità si diffuse tra l’opinione pubblica, Pablo Picasso era impegnato alla
realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi del 1937. Decise così di realizzare un dipinto di notevoli dimensioni (di quasi 3,5 metri per 8) che denunciasse l’atrocità del bombardamento su Guernica. Nel grande quadro non c’è traccia di colore, accentuandone la carica drammatica. Al centro un cavallo nitrisce di terrore, tra una donna piange un bambino morto e altre figure che si trascinano o che ardono tra le fiamme che divorano le case. A sinistra, campeggia la figura di un toro, simbolo della Spagna e della forza di un popolo, offeso dalla viltà di chi ha voluto far cadere dal cielo una tempesta di bombe senza che la città inerme potesse opporre resistenza. Quest’opera monumentale di Picasso divenne presto il simbolo della denuncia contro la guerra e gli orrori che questa provoca.E quando la tela si trovava ancora nello studio dell’artista a Parigi, un ufficiale tedesco chiese con arroganza e superbia: ” Avete fatto voi quest’orrore, maestro?”. Con onestà Picasso rispose: ”No, è opera vostra”.