SOMMARIO: Il Giorno del Ricordo – Dario Antiseri – Antonino Zichichi – Lettere




LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com






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In questa fase critica del nostro tempo che, tra conflitti e preoccupazioni per il futuro, segna il punto di alto della crisi per la storia recente dell’umanità si è portati a riflettere sulle parole di uno dei più grandi narratori contemporanei italiani, Mario Rigoni Stern (1921-2008). Nel 2002, in un’intervista concessa a Giulio Milani, si ritrovò a considerare gli effetti benefici di una crisi economica “che prende sempre di mezzo la povera gente”, non nascondendosi come “piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un poco questo mondo, per metterlo sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare”. Non si può fare a meno di ripensare a questa frase oggi dove occorrerebbe ristabilire un patto d’azione tra le istituzioni – dal governo in giù – con i sindacati, i corpi intermedi della società, i ceti produttivi per rimettere la locomotiva italiana su quei binari che hanno, pur tra luci ed ombre, assicurato al Paese uno sviluppo, cercando di recuperare i ritardi atavici che pesano come una palla al piede. Quasi il ritorno, dunque, a stagioni dimenticate. E qui, il discorso vira decisamente su Mario Rigoni Stern. Un ritorno che è anche un azzardo, perché parte proprio da “Stagioni”, l’ultimo libro pubblicato in vita, in cui lo scrittore di Asiago raccontava che cosa significasse per lui lo scorrere del tempo scandito dai ritmi stagionali. Dell’inverno ricordava la legna secca che brucia nelle cucine, il freddo e la neve; dell’estate rammentava i salti sui mucchi di fieno e i nidi di calabroni mentre l’autunno era stagione di rientro delle greggi, di caccia ed escursioni tra i boschi.

In primavera partivano gli emigranti stagionali per la Prussia o la Boemia, ma era anche il momento del risveglio della natura e del ritorno dei rondoni, oltre che il periodo migliore per morire, come accadde al nonno di Mario, a sua madre e a lui stesso. Morire mentre rinasce la vita. Lo scrittore morì ottantaseienne il 16 giugno del 2008, dopo alcuni mesi di malattia, nel letto della sua casa di Asiago. Era un lunedì sera e per sua precisa disposizione la notizia della morte venne diffusa solo a funerali avvenuti, il giorno dopo, nella piccola chiesa del centro dell’altopiano dei Sette Comuni. C’erano la moglie Anna, i tre figli con i due nipoti e il fratello Aldo a salutarne il feretro. Poche persone, raccolte nella cappella come voleva il Sergente nella neve. Al mesto rintocco del Matìo, il campanone di Asiago, toccò l’ultimo saluto. Ora è sepolto nel cimitero a sud del paese, sotto una grande croce di marmo chiaro che lui stesso aveva voluto recuperare dalla tomba del nonno paterno Giovanni Antonio. Sulla tomba una piccola aiuola coltivata a fiori come piaceva a lui, per certi versi simile a quella della teologa e scrittrice Adriana Zarri a Crotte di Strambino, nella campagna canavesana. Ho un personale ricordo di una serata in cui parlammo di lui a Falmenta, in valle Cannobina, dialogando con uno dei suoi più grandi amici, il compositore e maestro Bepi De Marzi: quest’ultimo avanzò l’ipotesi che l’ultima dimora ad Asiago fosse un cenotafio, una tomba vuota, immaginando che le ceneri dello scrittore fossero state disperse nella steppa russa dove riposavano i suoi commilitoni dei reparti alpini che persero la vita nella tragica ritirata di Russia. Ovviamente si trattava solo un’ipotesi, per quanto suggestiva. Mario Rigoni Stern nel 1973 pubblicò una raccolta di racconti intitolata “Ritorno sul Don”. Scrisse, nell’occasione: “Ecco, sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiù, quello tra il Donetz e il Don, è diventato il posto più tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza. La finestra della mia stanza inquadra boschi e montagne, ma lontano, oltre le Alpi, le pianure, i grandi fiumi, vedo sempre quei villaggi e quelle pianure dove dormono nella loro pace i nostri compagni che non sono tornati a baita”. L’intera sua vita fu segnata dai ricordi di quella guerra, dal gelo della steppa nella sacca del Don, dal calore umano che trovò nelle isbe anche con i “nemici”. Ricordi che si mescolarono con l’amore per la sua terra, per le vicende dei montanari e la vita che si svolgeva seguendo i tempi dettati dall’orologio della natura. Nel 1938, a diciassette anni (“Sull’Altipiano, per noi ragazzi c’era un detto: o prete, o frate, o fuori con le vacche”) entrò alla Scuola Militare d’alpinismo di Aosta, quindi combatté come alpino nel battaglione Vestone in Francia, Grecia, Albania, Russia. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre, rientrò a casa a piedi, dopo due anni di lager in Lituania, Slesia e Stiria il 5 maggio del 1945. Da quel momento non lasciò più il suo Altopiano dove viveva nella casa che si era costruito da solo, insieme alla moglie e ai figli. Ad Asiago lavorò al catasto comunale, mantenendo l’impiego fino al 1970, quando decide di dedicarsi completamente al lavoro di scrittore. Fu Elio Vittorini, nel 1953, a fargli pubblicare per I Gettoni di Einaudi il suo primo romanzo “Il sergente nella neve”. Poco meno di dieci anni dopo, nel 1962 pubblicò il secondo, “Il bosco degli urogalli”, sempre per Einaudi. Tanti altri seguirono fino a “Stagioni”, l’ultimo romanzo uscito nel 2006, due anni prima della scomparsa. Mario più volte affrontò l’argomento della morte, sottolineando come questa non gli incutesse paura. “La vita si sa che deve finire, ma io non vivo questa consapevolezza con angoscia” raccontò in una intervista per il suo 85esimo compleanno. “Semmai può spaventare la sofferenza fisica, perché a volte il dolore umilia, non lascia all’uomo nemmeno la possibilità di pensare. Ma è un’età, la mia, che va affrontata avendo la coscienza del limite”. D’altronde la morte si era sempre intrecciata alle vicende della sua vita, se non altro per la coincidenza che l’aveva visto venire al mondo (e quindi festeggiare il proprio compleanno) il primo novembre del 1921, giorno dei morti. Per contrasto, nei suoi libri e nei racconti, la vita e le fatiche che l’accompagnano emergevano con grande forza, accompagnando i lettori tra sentieri di montagna e vicende consumatesi su quei confini tra Italia e mitteleuropa. Forse è anche per questo che il tempo che scorre non affievolisce la voce che esce dalle pagine che ci ha lasciato. Una voce potente che si può udire leggendo la raccolta di ventisette interviste fra le tante concesse dallo scrittore di Asiago nell’arco di tempo compreso fra il 1963 ( quando vinse il Bancarellino con “Il sergente nella neve”) e il 2007, l’anno prima della scomparsa. Le pubblicò Einaudi col titolo ”Il coraggio di dire no”, a cura di Giuseppe Mendicino. I testi sono suddivisi in quattro parti: “La vita”, “I libri”, “Le guerre”, “La natura, le montagne, la caccia”, riassumendo così la biografia e l’orizzonte etico-culturale di Mario. Rigoni Stern non si è mai considerato un vero e proprio romanziere ma semmai un narratore, un testimone, un “cancelliere della memoria”, come lo definì acutamente Corrado Stajano. Nella sua vita frequentò, durante i primi anni della sua vita militare e poi nel dopoguerra, diverse località della Valle d’Aosta e del Piemonte: dall’Aosta della caserma “Testa Fochi” all’alta Val Formazza del “corso sciatori” del gennaio del 1939, descritta nel suo “L’ultima partita a carte”; da Champorcher e Cogne, la Val Veny e la Val Soana, il Piccolo San Bernardo. E poi la Torino dell’Einaudi, nella storica sede al n.2 di via Biancamano. Nove anni dopo “Il sergente nella neve”, nel 1962 pubblicò il secondo romanzo, “Il bosco degli urogalli”, sempre per la casa editrice dello struzzo. E tanti altri seguirono fino a “Stagioni”, l’ultimo romanzo uscito nel 2006, due anni prima della sua morte. I testi raccolti ne “Il coraggio di dire no” iniziano con un monologo dello stesso scrittore che racconta il suo grande “rifiuto”, dopo essere stato fatto prigioniero dai nazisti e internato in un lager in Masuria, vicino alla Lituania. Scrive, Rigoni Stern: “Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salò, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto «Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere!», abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito… Abbiamo resistito… Avevamo imparato a dire no sui campi della guerra. È molto più difficile dire no che sì”. Una narrazione chiara, asciutta, antiretorica. Trasmette per intero il suo codice etico dove trovano spazio il senso di giustizia, il coraggio, l’amore per la natura, la generosità verso gli altri, l’indipendenza di giudizio, la passione civile. In un colloquio del 2004 per “La Regione Ticino”, Rigoni Stern mise in luce il suo lato ironico, raccontando di una specie di scherzo che faceva con Giulio Einaudi andando in giro per le librerie e rivoltando verso l’interno i dorsi dei libri che non gradivano. In questa come in tutte le sue opere, Mario Rigoni Stern riflette l’immagine di una persona saggia, severa con se stesso prima ancora che con gli altri ma capace anche di grande ironia. E di una forza che, per nostra fortuna, attraverso i libri non ha mai smesso di parlarci e farci compagnia.
Marco Travaglini
Tivù tivù
“Raiteche “Archive Alive!”, la rassegna della Mediateca Rai “Dino Villani” di Torino che apre al pubblico le porte del suo prezioso archivio compie 10 anni. Un decennio di memoria collettiva grazie ai numerosi incontri con la visione di programmi, documentari, inchieste e sceneggiati che hanno segnato un’epoca e fatto la storia della televisione italiana. Dopo il primo appuntamento del 2026 nel mese di gennaio, dedicato ad un gigante del teatro, il regista Luca Ronconi, martedì 16 febbraio, al Tv8 del Centro di Produzione Rai di Torino verrà proposto, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano, giuliano e dalmata, il tv movie di Gianluca Mazzella “La bambina con la valigia”.

Tutto inizia da una fotografia in bianco e nero del luglio 1946 che ritrae una bambina con in mano una valigia con la scritta “Esule giuliana n. 30001”: si chiama Egea Haffner e la sua storia comincia quando il padre scompare, probabilmente inghiottito dalle foibe. La Haffner, autrice del libro autobiografico dal quale è tratto il film, sarà ospite dell’evento e porterà la sua testimonianza diretta.
Dialogheranno con lei, Alessandro Cuk, critico cinematografico e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico del cinema Sergio Toffetti e Sinéad Thornhill, l’attrice che impersona Egea da ragazza nella produzione di Rai Fiction.
Igino Macagno
Doverosa retrospettiva dedicata all’indimenticato Ettore Fico nelle Sale del “suo” “MEF – Museo Ettore Fico” di via Cigna, a Torino
Fino a domenica 15 marzo
Finalmente! Attraverso un “corpus” di opere fondamentali appartenenti alla sua lunga carriera professionale, si torna a regalare alla Città una nuova mostra tesa a far debita memoria di una delle figure più rilevanti del Novecento artistico piemontese e torinese, troppo spesso e in maniera decisamente ingiustificabile trascurata dal “cerchio ufficiale” (Musei e Gallerie) della “Comunità artistica” subalpina. Tant’è che, ancora una volta, la suggestiva attuale retrospettiva dedicata al grande biellese Ettore Fico (nativo di Piatto Biellese, 1917 e scomparso a Torino nel 2004) porta la firma del “MEF”, il “Museo” fortemente voluto nel 2014, per lasciare alla città un segno indelebile dell’opera dell’artista – così come la “Fondazione” sempre a lui dedicata nel 2007 – dalla moglie Ines Sacco Fico, scomparsa nel 2017.
“Paradisi ritrovati”, é il titolo della mostra, a cura di Andrea Busto, direttore del “MEF”. Che sottolinea: “I ‘Paradisi ritrovati’ di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale ‘manifesto programmatico’ dell’artista”. “Manifesto” cui Fico rimase fedele, vita natura durante, fatte salve alcune tentazioni giovanili che, negli anni del dopoguerra, gli fecero strizzare l’occhio a certa ricerca stilistica americana misuratamente rivolta all’“informale” (infatuazione di poco conto!). Non “roba” sua. Infatuazione irrilevante, che non lo staccò mai dai temi più cari della sua singolare e inconfondibile pittura, trasmessagli nei suoi principi basilari dalla frequentazione per diversi anni dello studio di Luigi Serralunga: la natura, i giardini, le composizioni floreali, ma anche ritratti (memorabili quelli eseguiti durante il servizio militare e la prigionia in Nord Africa, dal 1943 al 1946), i suoi interni e l’amato cane “Moretto”, protagonista di varie opere realizzate fra gli Anni ’60 e ’80. Artista di grandi capacità tecniche e indubbia libertà espressiva, Fico amava tutto quanto poteva venirgli e ispirarlo dal colore, da tratti cromatici lasciati liberi di scorrazzare per la tela intrecciandosi fra rossi accesi, blu, verdi e gialli in giochi di estremo rigore tonale, pur nella loro fascinosa e lirica e visionaria concezione segnica. Dalle potenzialità del colore, per Fico, parte tutto. Colore come giostra inebriante di emozioni, come geniale scrittura narrante le voci trasmesse dagli occhi al cuore, in pagine intense di gusto post-impressionistico in cui, a tratti, non si possono eludere importanti richiami alle “geometrie cézanniane” o al “fare puntinistico” di un Seurat. Su questi sentieri, Fico ha saputo e voluto muoversi con caparbia ed eticamente corretta puntualità lungo tutta la sua lunga carriera professionale. Pur negli anni del dopoguerra, allorché la scena artistica torinese sembrava assolutamente monopolizzarsi tra il “realismo” di Felice Casorati e l’“astrattismo” di Luigi Spazzapan. Spirito indipendente, anche quando, Anni ’60 – ’70, le campiture cromatiche si piegarono, in certo senso, a narrazioni più distese, al cui interno gli oggetti tornarono ad appropriarsi di contorni più netti e segnicamente decifrabili. Il tutto risolto “in proprio”. In piena, inattaccabile indipendenza rispetto alle “grandi scuole” del passato o di quel “presente” che, da tutti o da tanti osannato, gli stava al fianco, ma che, in cuor suo, non sentiva capace di regalargli nuove vie di espressiva intensità. Quelle, pur anche insidiose ma mai abbandonate, fatte di tenace, faticosa ricerca sul colore, “bene prezioso”, il solo in grado di scavare nella concretezza del paesaggio, nei grappoli profumati di un glicine (simbolo di amicizia e di amore eterno), negli alberi o in un giardino fiorito – temi, in assoluto, legati alla maturità dell’artista – per farne emergere esaltanti sensazioni e profonde verità capaci di aprire squarci di sereno splendore nelle ombre inquiete del quotidiano.
Dice bene, in proposito, Andrea Busto: “Nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, Ettore Fico ha sempre dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di ‘astrazione irrisolta’, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e restituendone in definitiva un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori. Attraverso opere indubbiamente fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso”.
Gianni Milani
“Ettore Fico. Paradisi ritrovati”
“MEF – Museo Ettore Fico”, via Cigna 114, Torino; tel. 011/852510 o www.museofico.it . Fino al 15 marzo
Orari: dal merc. alla dom. 11/19; lun. e mart. chiuso
Nelle foto: Ettore Fico “Estate”, olio su tela, 1998; “Glicine n.2”, olio su tela, 1995; “Vite vergine”, olio su tela, 2000
Sabato 21 febbraio, dalle 19.15, Club Silencio e Museo Nazionale del Cinema accoglieranno i visitatori alla Mole Antonelliana con una straordinaria apertura serale in occasione della mostra “Pazza Idea”: le icone pop di Angelo Frontoni, il sound di Luke Barral, l’ascensore panoramico con un’esclusiva vista notturna sulla città, cinema, drink e molto altro. Il Museo Nazionale del Cinema, uno dei più visitati in Italia, apre le porte agli anni Settanta e Ottanta in occasione della mostra “Pazza Idea”, esposizione che racconta due decenni attraverso lo sguardo di Angelo Frontoni, il fotografo che ha ritratto grandi protagonisti del cinema, della moda e della televisione, quali Ornella Vanoni, Brigitte Bardot, le gemelle Kessler e Raffaella Carrà.
La Mole si svela in una veste inedita per un viaggio nella storia del cinema, dalle origini ai giorni nostri, un percorso immersivo tra scenografie, proiezioni, effetti speciali e reperti iconici. Da non perdere anche “Manifesti d’artista”, la mostra temporanea con importanti locandine cinematografiche realizzate da illustri creativi.
L’ascensore panoramico conduce al tempietto della Mole Antonelliana: 85 metri d’altezza offrono una prospettiva insolita su Torino, eccezionalmente visibile nella sua affascinante atmosfera notturna. Luke Barral animerà l’atmosfera con un set musicale ispirato agli anni Settanta, mentre il lounge bar offrirà una selezione di drink, birre e vino per completare l’esperienza.
Info: sabato 21 febbraio-ore 19.15 -00.00 – ultimo accesso alle ore 23 – ultimo accesso alla visita ore 22.45
Mara Martellotta

Sugli schermi “Hamnet” pronto alla consegna degli Oscar
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Si inizia all’interno di una foresta, un clima incantato, avvolto di magia, il suo fogliame verdissimo e copioso, con Agnes rannicchiata, come in un abbraccio, dentro la radice di un albero, si termina con Will che, al fondo della scena del Globe, accarezza – un abbraccio riconquistato, caldo, liscio su quella superficie – il fondale a rappresentare un altro bosco. Tra queste immagini di natura, Chloé Zhao – nascita a Pechino, figlia di un dirigente d’acciaieria e d’una infermiera, studi tra Los Angeles e New York, con Nomadland Oscar 2021 come miglior film e miglior regista, tralasciando il Leone d’oro a Venezia e i Golden Globe e i Bafta, giunta oggi al suo quinto lungometraggio – adatta il romanzo di Maggie O’Farrell (con lei a centellinare la sceneggiatura che se la dovrà vedere con il primo nemico Paul Thomas Anderson di Una battaglia dopo l’altra) e tra verità storica e avventura letteraria (quella stessa che fece in tempi neppur troppo lontani nascere l’autore in terra italiana o affidò ad altri la bellezza e l’autorevolezza dei suoi scritti, non ultimi il nobile de Vere o Bacone) guarda alla nascita di quell’”Amleto” che il Bardo rappresentò attorno all’anno 1600.
Un po’ di magia (o blanda stregoneria) che mette le radici nella figura materna, da parte di Agnes (storicamente Anne Hathawey, ma i nomi nella scrittura dell’epoca vanno e vengono, come sarà in seguito per la somiglianza Hamnet/Hamlet), le giornate errabonde e i succhi di erbe medicamentose, prima la ritrosia verso il giovane Will, il figlio del guantaio, il maestro di latino, un ragazzo con tanto intelletto ma senza un minimo di senso, gli rinfacciano in famiglia, e l’innamoramento e la passione a scorgere quanto di sentimento stia nel cuore di quel giovane – molto molto “in love”, se vogliamo riandare con la memoria ad un altro film che tracciava un piccolo spazio nella vita dello scrittore antico, quella volta parlavamo di Giulietta e di Romeo -, il matrimonio ostacolato ma affrettato per la nascita della figlia Susannah, quella piccola comunità di Avon che sta stretta a Will capace di sognare la Londra dove abita la corte, dove si scrive, dove i teatri e le compagnie vivono. Una famiglia fatta di una felicità che però dura poco: Will è assente, è assente quando nasce la primogenita, sarà assente tredici anni dopo quando venne colpita dalla peste che serpeggiava dalla capitale, per guarirne ma per vedere morire il gemello Hamnet, undici anni. Anche di fronte a quella morte Will era assente, fugge e rifugge, a Londra scrive e mette in scena, respira un’aria che gli è più consona, cercata, inseguita: il suo nome completo, William Shakespeare, lo sentiremo soltanto verso la conclusione della vicenda. Agnes, tuttavia, non gli perdona quell’assenza, le sofferenze di quel bambino a cui non ha assistito: soltanto quando sentirà dell’aspettativa che c’è attorno a un nuovo lavoro di Will, partirà per Londra e davanti a quel proscenio ritroverà quegli stessi gesti che li hanno fatti innamorare, nel fantasma del vecchio re, a cui il marito dà cuore e disperazione, intravede la tragedia che in maniera del tutto diversa dalla sua l’ha colpito, in quell’antro oscuro che s’apre nel fondale ricorda quello giovanile della foresta, luogo di passaggio tra la vita e la morte.
Anche la porta che segna il tramite tra il resto della casa e la stanza dove è disteso il corpo del piccolo Hamnet ha le sembianze di un passaggio tra il mondo dei vivi e quello di una sorta di al di là, questo come ogni immagine di interni o di mondo naturale che occupi il film di Zhao con la splendida fotografia di Lukasz Zal (Ida di Pawlikowski e La zona di interesse di Jonathan Glazer), fatta di ampiezze cromatiche e di candele poggiate sul tavolo al quale un febbricitante Will sta lavorando. Stati d’animo, rabbia e perdono, erotismo, natura e famiglia, il rapporto coniugale e la visione di un mondo patriarcale, fatto altresì di egoismi e angherie, il dolore vissuto dai due protagonisti sotto una ben diversa forma, Agnes tra urla strazianti (scene che nella loro grandezza s’accompagnano di diritto a quelle dei due parti, eccezionali di verità), Will rifugiandosi nel lavoro (la rabbia senza confini con cui spunta il suo mezzo di scrittura) e nella fuga: mai mélo ma uno stralcio di vita visto in tutta la sua drammaticità autentica, laddove Zhao forse non riesce a raggiungere il racconto eccelso di Nomadland ma dove pure, in qualità di grande regista, intreccia azioni e sguardi con estrema sicurezza e partecipazione.
La statura della regista, al di là di qualche impercettibile dubbio, si rende nuovamente completa nell’ultima parte, nella rappresentazione d’Amleto, nel popolo che invade in teatro, nell’uccisione di re Claudio, nel fantasma paterno e nell’attore Will che incrocia gli occhi della sposa che nel superamento del dolore sente nuovamente e completamente sua, nell’”essere o non essere”, nella tragedia in cui prende posto interpretativamente Noah Jupe (di accenti sinceri), ora infelice principe su quel palcoscenico in luogo del fratellino Jacobi (naturalmente bravissimo), sino a quel momento Hamnet (la continuità anche nella foggia degli abiti). Poi ogni cosa si conclude e il resto, come sappiamo, è silenzio. La parola, il teatro che cura, che ripone le pene e in qualche modo le ammorbidisce e le cancella, il teatro che come quelle porte si fa tramite tra questo mondo, con i propri lati oscuri e l’altro, vero o immaginato, stregonisticamente creduto, costruito sulla riappacificazione.
È un film sulla ricerca di un’ispirazione, ma non soltanto, è fatto di fisicità catturata ed emozioni raffinate Hamnet – Nel nome del figlio, e quei tratti i due interpreti li esprimono tutti, in un carico di perfetto contatto. Eccellente Paul Mescal, che cuce addosso al suo Will quel che di storico sappiamo e quanto le ricerche e le leggende ci lasciano intuire; certo non può farcela di fronte alla prova superba – ha già vinto un Globe, ma se non sarà lei a stringere tra le mani lo zio Oscar, chi mai potrebbe essere quest’anno? – di Jessie Buckley, un’interpretazione “da incubo”, esatta e accorata, una sfumatura incessante, un battito di cuore accalorato e sincero, come erano quelli delle ali del falco quando le volava sul braccio, in piena libertà ambedue, là nel verde della foresta.
Ritorna a Cuneo per la sua V edizione, che unisce tradizione e innovazione
Da venerdì 20 febbraio, ore 20,30
Cuneo
Prodotto da “Maestro Società Cooperativa” e organizzato da “Noau Officina Culturale”, ritorna a Cuneo “Modulazioni”, l’atteso “Festival di Musica Antica”, sapientemente giocata e proposta fra suoni che arrivano dalla più nobile tradizione e guizzi innovativi che caratterizzano note e percorsi musicali di altrettanto piena godibilità. Alla sua V edizione, la “Rassegna” prende, quest’anno, il titolo significativo e coinvolgente di “Resounding – Risonante” e, per quanti vogliono da subito conoscerne tutti i dettagli, verrà presentata giovedì 19 gennaio febbraio, ore 18, presso il “Museo Diocesano” di Cuneo, in Contrada Mondovì, 15.
Già si può comunque anticipare che l’edizione 2026 si svilupperà su tre fine settimana nel corso dell’anno e che l’inizio ufficiale è fissato per venerdì 20 febbraio (ore 20,30), presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” (via Santa Maria, 10), con “Oltre il visibile – Il respiro dello spazio”, un’autentica esperienza sensoriale dedicata alla polifonia vocale di compositori, fra i più importanti di epoca rinascimentale, quali gli inglesi Thomas Tallis, Orlando Gibbons, William Byrd e il gallese (membro di spicco della “Scuola Madrigalistica”) Thomas Tomkins.
In quest’ambito, felice ancora una volta la scelta di “Modulazioni” nel promuovere, come da giusta abitudine, la “creatività giovanile”, affidando la direzione al giovane svizzero Cyrille Nanchen, al suo debutto in Italia, ed integrando nel programma il progetto di “Laurea in composizione e sound design” di Simone Giordano. Partecipa l’ensemble vocale “Modulazioni Lab” composto da Naoka Ohbayashi e Francesca Cassinari (soprani), Annalisa Mazzoni, Giulia Beatini e Paola Cialdella (alti), Roberto Rilievi e Alessandro Baudino (tenori), Rafael Galaz, Jonas Yahure ed Enrico Correggia (bassi).
La serata d’esordio rientra nel programma di eventi collaterali della mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello a Bernini. Storia di una collezione”, ospitata sempre presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” e promossa da “Fondazione CRC” e “Intesa Sanpaolo”.
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su “Eventbrite”.
Il fine settimana inaugurale prosegue sabato 21 febbraio, alle 18, presso il “Circolo ‘L Caprissi” (piazza Boves, 3) a Cuneo con il delicato recital di Elisa La Marca, talentuosa ed ormai affermata liutista milanese, che presenta il suo primo lavoro discografico da solista, “The Queenes Maskes”, interamente consacrato alla “musica inglese” di corte.
Domenica 22 febbraio, alle 17, presso il “Rondò dei Talenti” (via Gallo, 1), spazio invece a “Suite biberon – Antico bestiario danzante”, primo appuntamento di “Modulazioni Kids”, cartellone di quattro concerti/spettacolo dedicati a famiglie con bambini da 0 a 6 anni, a cura di “InCantabimbi”.
“Il Festival 2026 di ‘Modulazioni’ – affermano i direttori artistici ed ideatori della Rassegna, Alessandro Baudino e Paola Cialdella – invita il pubblico a un nuovo disegno. ‘Resounding’ è il tema che attraversa l’anno: tre fine settimana – a febbraio, giugno e settembre – ne scandiscono il battito, aprendo percorsi musicali dedicati in prevalenza al repertorio inglese, fra sentieri inesplorati e riscoperte. In questo dialogo fra passato e presente, l’innovazione e lo sguardo attento alla contemporaneità si fondono con una restituzione essenziale dell’esperienza concertistica, riaffermando l’identità del Festival: un luogo vivo, in cui la musica abita gli spazi, li attraversa e si offre all’ascolto nella sua forma più pura e luminosa”.
Il programma di “Modulazioni” proseguirà nel corso dell’anno con altri appuntamenti, in programma da giovedì 18 a sabato 20 giugno e il 13, 17, 18 e 19 settembre. Prima si terranno tre nuovi appuntamenti con “Modulazioni Kids”: al primo incontro di domenica 22 febbraio, seguiranno altri spettacoli in agenda domenica 22 marzo (“Vértigo biberon”), domenica 12 aprile (“Resounding biberon”) e domenica 10 maggio (“Petit biberon”) sempre al “Rondò dei Talenti” di Cuneo, ore 17.
Per info sul programma nel dettaglio: www.modulazioni.net/modulazioni-kids
Nelle foto: Logo “Modulazioni –Resounding”; Cyrille Nanchen e Elisa La Marca
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Dopo il successo della serata inaugurale con Giuseppe Lavazza, nella serata di giovedì 12 febbraio, in un teatro Juvarra sold out, si è svolto “Voci fuori dal coro”, il secondo dei sette appuntamenti che compongono la rassegna “EnjoyBook”, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini.
Il talk è stato moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano e ha avuto come protagonista principale il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, classe 1990, artista talentuosa che ha saputo portare sul palco la freschezza dei suoi 35 anni in armonia con una dialettica da veterana, supportata da una carriera che le sta procurando grande consenso e notorietà anche all’estero, e che non le ha fatto mancare la possibilità di misurare il proprio carattere di fronte a momenti di accese polemiche, innescate dalla recente nomina a direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, una decisione che ha suscitato contestazioni da parte di professori e direttori d’orchestra, oltre che dai lavoratori della Fenice.
La dimensione sociale in cui vive la donna oggi, la necessità di seguire con coraggio un sogno e il valore dei ricordi sono stati i temi dominanti di “Voci fuori dal coro”, che ha visto in scena, insieme a Beatrice Venezi, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, capace di un’ironia tagliente, acuta, che dedica da sempre gran parte del suo lavoro alla protezione e alla crescita del mondo femminile, e il poliedrico artista e produttore musicale Cesare Rascel, figlio dell’amatissimo attore Renato e dell’attrice Giuditta Saltarini, che ha portato all’Enjoybook il racconto dei suoi prossimi progetti, tra i quali una produzione per il prossimo Festival di Sanremo, e un momento di ricordo umano e artistico molto toccante legato ai suoi genitori.
“Tengo a essere definita ‘direttore’ e non ‘direttrice’ – ha esordito Beatrice Venezi – poiché tutto parte dal ruolo, quello di Maestro, il titolo accademico riconosciuto per il direttore d’orchestra, l’unico. Essendo di mentalità anglosassone, credo sia più importante concentrarsi esclusivamente sul ruolo che si ricopre, indipendentemente dal genere”.
“Il ruolo di direttore d’orchestra, storicamente, ha avuto un’impronta prettamente maschile. Ora le cose stanno cambiando, questo divario numerico sta cominciando a ‘chiudere la propria forbice’ aprendosi a una direzione d’orchestra anche femminile. Credo sia una questione prettamente culturale e geografica: tutto ciò che riguarda la parità di genere è molto più faticosa da conquistare nei Paesi latini che non in quelli anglosassoni o asiatici. Per quanto mi riguarda, cerco anche di non definirmi ‘giovane direttore’, nonostante i miei 35 anni, per non cadere in un facile stigma che non rappresenta l’esperienza più che decennale del mio lavoro. Io non arrivo da una famiglia di musicisti, mi sono costruita questo percorso con le mie forze, la mia resilienza e il coraggio nel gestire i momenti più delicati. L’amore per la musica è nato naturalmente, mi sono diplomata in pianoforte nel 2010 con Norberto Capelli, all’Istituto Superiore di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena, ho approfondito gli studi con Piero Bellugi a Firenze e in seguito con Gianluigi Gelmetti presso l’Accademia Chigiana di Siena, successivamente ho studiato Composizione con Gaetano Giani Luporini e, nel 2015, ho conseguito il diploma in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sotto la guida di Vittorio Parisi. Da quel momento è cominciata una carriera ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, che mi ha portata a esibirmi anche in Argentina, quando al Teatro Colòn di Buenos Aires, di cui sono diventata Direttore Principale Ospite, ho diretto la Turandot nell’ambito della rassegna Divina Italia, e poi in Canada, in Francia, nel Regno Unito, in Corea del Sud, a Macao, dove ho diretto la Shenzhen Symphony Orchestra nel Galaxi Opera Gala con Placido Domingo”.
“La bacchetta del direttore d’orchestra – conclude Beatrice Venezi – ha una simbologia anche magica, non a caso i maghi usano le bacchette. Nel nostro caso il prodigio si verifica quando l’energia del gesto viene trasmessa dalla bacchetta a tutta l’orchestra. La stessa musica, suonata dalla medesima orchestra ma interpretata da direttori differenti, verrà percepita sicuramente in maniera diversa. Vorrei che la mia storia e la passione con cui porto avanti il mio lavoro possano essere d’esempio ai giovani per continuare a credere nei loro sogni”.
“Penso che Beatrice Venezi sia un orgoglio italiano – ha sottolineato Annamaria Bernardini De Pace – un’eccellenza che, paradossalmente, solo in Italia può succedere di voler affossare. Lei rappresenta il presente e il futuro della grande tradizione musicale italiana. Nel mio lavoro da avvocato ho sempre cercato di infondere alle donne quel senso di protezione e coraggio che sono fondamentali per costruirsi un’immagine piena e una vita indipendente. Sono davvero troppe le donne che, ancora oggi, sopportano umiliazioni e violenze per paura di non poter acquisire un’indipendenza, e non si rendono conto di mettere in atto comportamenti che si alimentano in maniera transgenerazionale, appesantendo la catena un anello dopo l’altro. Sono storie che sento tutti i giorni, storie comuni di vita familiare a cui cerco in prima persona di dare una svolta, lavorando sulla consapevolezza”.
L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha concluso il suo intervento ricordando i tanti anni d’amicizia con Ornella Vanoni, il profondo senso d’umanità che la caratterizzava e il reciproco sostegno in diverse fasi della vita.
“Provo un grande amore verso il mondo femminile – ha raccontato Cesare Rascel – mi sono sempre trovato in armonia con le donne e, per qualche ragione, sarà perché sono stato cresciuto prevalentemente da mia mamma, Giuditta Santarini, umanamente e professionalmente ne sono sempre stato circondato, e l’ho sempre percepita come una grande fortuna. Inoltre ho una figlia di 12 anni e posso affermare con certezza quanti grandi valori e, se mi permettete, quante ‘marce in più’ dimostrano le donne fin dalla giovane età. Il rapporto con mio padre è stato particolare: intanto c’erano tra noi 61 anni di differenza, aspetto che ci ha limitato nel vivere alcune delle esperienze comuni tra padre e figlio, ma ho costruito insieme a lui, nel tempo, un bel rapporto umano, sincero, che lo ha portato anche a fidarsi molto delle mie opinioni rispetto al suo lavoro di attore”
Cesare Rascel, che vive oggi tra l’America e l’Italia, parteciperà al Festival di Sanremo 2026 come produttore.
“A più di sessant’anni dalla vittoria di mio padre, in coppia con Tony Dallara, con la canzone ‘Romantica’ – conclude Cesare Rascel – un Rascel torna a Sanremo: in questo caso a supporto del mio socio Beppe Stanco e di quei fantastici artisti che sono Blind, El Ma & Soniko, in gara con il brano ‘Nei miei DM’ nella categoria delle Nuove Proposte della 76esima edizione del Festival”.
A Beatrice Venezi è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook 2026.
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Giovedì 19 febbraio, al teatro Juvarra, Tommaso Cerno sarà ospite dell’EnjoyBook per un incontro dal titolo “Controcorrente per scelta”, insieme a Vladimir Luxuria.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.
https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione
Gian Giacomo Della Porta