Abbiamo partecipato all’inaugurazione della mostra “The Art of Rights” dell’artista Sabrina Rocca. L’invito perviene da Maria Irma Ciaramella, avvocato torinese, amante dell’arte moderna e promotrice della serata inaugurale. Già, perché il “vernissage” si svolge nello studio legale dell’avvocato e dei suoi partners al numero 64 di corso Vittorio Emanuele II in Torino. Un luogo insolito, inedito -ad una prima impressione – ma poi entrando nell’elegante studio lo stupore svanisce: l’ampio ingresso, il corridoio lunghissimo che forma una lettera a “elle”, le stanze ariose intervallate dalle ampie sale riunioni sono la magnifica cornice che accolgono e valorizzano tutte le opere pittoriche di Sabrina Rocca. E così tra una stretta di mano, un saluto e le presentazioni (sono intervenute oltre 400 persone) arriviamo nella “sala rossa” dove incontriamo Sabrina Rocca, il “clou” delle sue opere e il progetto “The Art of Rights” condiviso con Daniela Foresto e Max Judica Cordiglia. L’introduzione alla novità artistica della pittrice è raccontata tecnologicamente da un video che colpisce l’immaginazione: i protagonisti sono i bambini che semplicemente con entusiasmo e convinzione attraverso i numeri e i colori ti dicono che cosa significano per loro i diritti umani. Sulla parete della sala campeggia una grande didascalia che riassume il progetto. A quel punto potremmo essere in un salone di Thyssen Bornemisza di Madrid.

Chiediamo all’artista pittrice di raccontare la storia del progetto
Nel giugno del 2017 sento l’esigenza di rappresentare in un’unica opera il momento storico e sociale che stiamo vivendo, unendo fotografia, video e pittura; e mi decido a voler realizzare un “quadro multimediale” del nostro tempo che porti a riflettere sul concetto dei Diritti Umani. Il riferimento concettuale è la Bandiera della Pace, usata spesso con poca consapevolezza da parte di chi la sbandiera. Partendo dalla Bandiera l’obiettivo artistico è quello di alzare l’attenzione e favorire la conoscenza e la consapevolezza sul tema dei Diritti Umani.
Sabrina, non è un’opera tradizionale: almeno il concepimento è diverso, innovativo….
Si voglio che l’opera non sia solo qualcosa da ammirare e possedere; l’opera è il percorso stesso di condivisione e riflessione che nasce dal dibattito, dalle domande e dalla partecipazione attiva dei bambini. Nel luglio 2017 incontro Daniela Foresto (fotografa ritrattista) e Max Judica Cordiglia (regista e documentarista) che sposano l’idea e il progetto può partire. “The Arts of Rights” nasce dall’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1948, un documento davvero importante che tutti dovrebbero conoscere e che mai come oggi sono prevaricati: lo leggiamo tutti i giorni sui giornali internazionali e nazionali. Così ho deciso di utilizzare il mio lavoro e la mia sensibilità per supportare nel mio piccolo quelli che ritengo i valori fondamentali. Sapendo di poter contare sul supporto di Daniela e Max, ho iniziato a costruire e condividere l’ idea artistica e ad Ottobre una maestra di una scuola elementare ha accolto con entusiasmo il progetto. La Scuola Elementare è la Manzoni Nasi di Moncalieri.

E così inizia il primo passo…
Si… e a novembre comincia così un lavoro di preparazione da parte degli insegnanti con i bambini e contemporaneamente Daniela e Max si attivano per l’organizzazione della produzione video, fotografica ed artistica già prevista in calendario tra gennaio e marzo 2018. L’8 Dicembre scorso il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ricordato che il 2018 sarà l’anno del 70esimo anniversario dalla Costituzione della Carta dei Diritti Umani. Forse una coincidenza che conferma come l’arte possa essere davvero contemporanea? L’opera sarà costituita da sette quadri pittorici che rappresentano sette tra i diritti fondamentali dell’uomo.
Come si concluderà il progetto pilota?
Mi piace ricordare i diritti scelti dai bambini: “All human begins are born free, Equal in dignity and rights, In a spirit of brotherhood, Without distinction of any kind, Everyone has right of life”.
Ogni opera sarà il risultato dell’interpretazione pittorica che riuscirò a dare, su ciò che i bambini avranno dichiarato alle telecamere di Max, riguardo questi temi, e le loro espressioni immortalate dalle fotografie di Daniela.Questo è naturalmente l’inizio di un progetto che ci auguriamo di diffondere in altre scuole e possibilmente ovunque.
https://www.youtube.com/watch?v=0tiE9I-26K8
Sabrina Rocca, profilo di una artista torinese
Sabrina Rocca, nata a Torino, vive e lavora in Svizzera.
Dopo aver conseguito la laurea in Architettura, ha deciso di seguire le orme di suo padre e dedicarsi all’arte. Attraverso la sua produzione artistica ha voluto unire la sua due grandi passioni: l’arte e l’architettura. Luccicanti e multicolor, le opere di Sabrina Rocca seducono chi le guarda per il loro appeal accattivante e patinato. Paragonarle alle immagini cui ci ha abituato la pubblicità oggi sarebbe però un grosso errore, perché attraverso la riproduzione pittorica l’artista riflette sulla società contemporanea penetrandola in profondità al fine di carpirne le dinamiche interne, dinamiche che ad una visione superficiale e frettolosa rischiano di sfuggire. C’è una citazione di Max Beckmann che la stessa artista predilige e suggerisce la chiave
di lettura del suo lavoro: “Se vuoi entrare in possesso dell’invisibile, penetra il più profondamente possibile nel visibile”. Il punto di vista di Sabrina, pur essendo attento e critico, al contempo non ignora il divertimento e la giocosità della vita metropolitana, catturando il fascino dei suoi colori, dei riflessi delle vetrine. La Rocca ha ereditato l’amore per il continente americano dal padre, che era un artista rinomato per le sue vedute di New York dall’alto. Lei è stata in grado di rielaborare questo background attraverso una prospettiva personale, svincolandosi dall’iniziale influenza della famiglia, aprendosi ad opere provocatorie impregnate di concettualità. Finestre, edifici e panorami incantevoli nei loro colori, segni rubati dalla principale strada, ci invitano a riflettere sul nostro modo di vivere,
suggerendoci, con apparente leggerezza, una visione ottimistica ed una filosofia positiva della vita. Nella serie Gioie dell’infanzia , però, i suoi occhi guardano gli oggetti e i feticci del tempo perso, quel tempo in cui ognuno di noi era felice per le piccole gioie della vita di tutti i giorni, quando era sufficiente la magia di una pistola ad acqua o di una bolla di sapone per attivare un sorriso entusiasta. Qui ci sono le dolci, deliziosi e frizzante, qui è la Gummy Bear che in un impeto di nostalgia, che tutti noi vogliono di più, alla ricerca di quella sensazione di disperazione, un pianto ‘età della fanciullezza’.
– Biografia di Maria Livia Brunelli-
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Maria Irma Ciaramella, bellezza, classe e garbo
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Maria Irma Ciaramella è una donna dinamica. Avvocato torinese con studio in Torino in corso Vittorio Emanuele II 64. Civilista: specializzata in diritto commerciale. All’attività professionale affianca numerosi interessi: dalla cultura all’arte contemporanea, alla passione per l’equitazione, agli impegni nelle attività sociali nel mondo associativo.
Ci spieghi il connubio arte e diritto?
Arte e diritto sono due mondi solo apparentemente distanti. In realtà c’è un filo rosso che li lega, a volte indissolubilmente, come nel caso di Sabrina Rocca. Ogni sua opera identifica un tema, ne è la rappresentazione grafica, veicola un messaggio sociale forte. Il progetto che Sabrina con Daniela Foresto e Max Judica Cordiglia ha voluto presentare in studio “the Art of Rights” ne è la riprova. Il punto di partenza di tutto il processo creativo di “ The art of rights” è condividere con i ragazzi delle scuole di ogni grado una riflessione sui diritti traendo spunto dalla Dichiarazione dei Diritti Umani, la Carta di Parigi sottoscritta 70 anni fa. Gli amici artisti che abbiamo ospitato hanno risposto ad una “call to action” del Segretario delle Nazioni
Unite, l’arte diventa uno strumento per contribuire a costruire consapevolezza e conoscenza dei diritti. Sabrina è una formidabile story teller anzi la definirei una story and right teller: con i suoi quadri racconta storie ed evoca i diritti: l’uguaglianza di genere, la libertà, l’esclusione sociale, la povertà, il diritto all’istruzione. Il binomio arte-diritto non è circoscritto all’opera di Sabrina Rocca, da ultimo mi sovviene il Calendario Lavazza 2018 “2030 What are you doing?” che attraverso 17 scatti del celebre fotografo Platoon identifica e valorizza il tema della crescita sostenibile e delle azioni per contrastare i cambiamenti climatici. Ma potrei andare avanti a lungo citando Shepard Fairey meglio noto come Obey, autore del manifesto elettorale di Obama “Hope”, e il cosidetto artista invisibile Cinese Liu Bolin, noto per le sue performance hiding in the city , in cui tocca temi universali non solo dei diritti umani ma anche del rapporto tra pensiero e potere politico. In un contesto come quello nel quale viviamo siamo sempre più influenzati dai social
media che ci invitano alla sintesi; la narrazione avviene sempre più attraverso le immagini che hanno un’efficacia comunicativa assai più diretta ed immediata delle parole: dunque l’immagine, sia essa una foto, un video, un dipinto, e’ in grado di rappresentare con potenza a volte inaspettata concetti complessi ed astratti come quelli giuridici. E’ una bella sfida per chi, come me, vive di parole, quella di tradurle in un’immagine: la più mirabile delle sintesi. Forse è per questo motivo che tra tutti i social media preferisco Instagram che mi porta ad un’esercizio intellettuale sempre gratificante e, poiché mi sembra che l’immagine, spesso scattata semplicemente con il cellulare, abbia come interlocutore il mondo intero mi induce a scrivere “caption”, didascalie in inglese, così l’esercizio è duplice!
Avete già ospitato in passato altre mostre nel vostro studio?
L’arte è sempre stata parte della mia vita e quattro anni fa in occasione dell’inaugurazione dello studio, che condivido con mio fratello Gianluca Ciaramella, Roberto Roggero, Luca Macchioni,
Federica Ballario Cristiana Sardo e altri collaboratori dopo la ristrutturazione dei locali, abbiamo ospitato una mostra di fotografie da noi selezionate dagli archivi de “La Presse”. Si trattava foto che hanno segnato la storia recente come quella della Strage dei Soldati Italiani a Nassiriya che è negli occhi e nel cuore di tutti: il soldato in mimetica davanti alle macerie con la mano destra alla testa in un gesto che racchiude in sé l’orrore per la guerra. Non dimentichiamo che i nostri soldati erano in Iraq in operazione di peacekeeping, in ossequio di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lo vedi che poi tutto può essere letto con la lente del diritto? Sarà
deformazione professionale?
No, anzi è un punto di vista interessante perché ciascuno vede nell’opera d’arte ciò che sa…
Mi piace pensare, come ha fatto il Procuratore di Torino Armando Spataro che non a caso ha sintetizzato il suo pensiero in un’immagine di auguri natalizi, che la giustizia possa essere percepita come nella foto di Norman Rockwell “The problem we all live with”: una bambina di colore, Ruby Bridges, alla quale la Corte Suprema aveva riconosciuto il diritto di frequentare la primary school di New Orleans, che ne aveva rifiutato l’iscrizione a causa del colore della sua pelle, ponendo così fine all’apartheid in Louisiana. La bambina, con atteggiamento fiero, è ritratta mentre è scortata da quattro agenti del Marshals Service, davanti ad un muro sul quale si legge la scritta Nigger: rappresentando l’orgoglio ed il coraggio di chi si affida soltanto alla legge. L’orgoglio e, a volte, il coraggio per noi, avvocati e magistrati con ruoli diversi ma con unità di
intenti, di essere strumento per la realizzazione dei diritti. Per concludere anche noi avvocati – dice sorridendo – abbiamo risposto alla “call to action” del Segretario Generale Antonio Guterres: in fondo ospitare in studio mostre di artisti sensibili ai temi sociali come Sabrina Rocca contribuisce all’obiettivo di diffondere la conoscenza dei 17 obiettivi posti dall’ONU per la crescita sostenibile e alla divulgazione dei diritti umani.
Franco Maria Botta
Belleville , storico quartiere nel XX° arrondissement parigino, uno dei più popolari della “Ville Lumière”, s’innalza come Montmartre su uno dei colli più alti della città, sviluppandosi tra case e piccole vie tra il parco delle Buttes- Chaumont e il grande “cimetière de l’Est”, il Père Lachaise
Piccola, minuta come un “passero” (venivano chiamati così i bambini che vivevano nelle strade del quartiere), passò l’infanzia accompagnando con la sua voce le esibizioni del padre contorsionista per poi diventare la celebre Édith Piaf, l’usignolo di Francia. In rue de Belleville una targa ricorda la casa dove “nacque il 19 dicembre 1915 nella più grande miseria Edit Piaf, la cui
voce, più tardi, sconvolgerà il mondo”. Ma la collina di Belleville è conosciuta anche come quella dei martiri della Comune, delle barricate e delle strade che conservano tracce e memorie di lotte e insurrezioni. Fu lì che si concluse l’ultima resistenza di quello che Karl Marx definì “il primo governo operaio della storia”, con i combattimenti tra le tombe del Père-Lachaise. Nata come forma estrema di reazione allo sfascio del Secondo Impero (la guerra franco-prussiana, dopo la sconfitta francese a Sédan, volgeva a favore di Bismarck) la Comune s’impose come un moto spontaneo di rivolta, cui fece seguito un concreto tentativo di dare allo slancio iniziale la forma di un governo popolare. Dal 18 marzo al 28 maggio del 1871, in settantadue giorni, la Comune mise in atto un programma d’impronta socialista con misure a beneficio dei lavoratori come l’abolizione del lavoro notturno e l’occupazione degli
alloggi sfitti, la separazione tra Stato e Chiesa, la socializzazione delle fabbriche abbandonate dagli imprenditori, il riconoscimento delle coppie di fatto, la creazione di una scuola pubblica, laica e gratuita. Tra gli obiettivi della Comune, c’era anche la riappropriazione della città, che le trasformazioni di Haussmann avevano iniziato a rendere estranea agli strati popolari. Misure radicali che però non entrarono quasi mai in vigore in quei tre mesi scarsi. Cosa sarebbe diventata la “Commune de Pàris”? Avrebbe mantenuto il suo profilo di democrazia partecipata dal basso o si sarebbe trasformata in dittatura? Difficile dirlo perché la storia non si fa con i se e con i ma. E’ certo che vi furono delle frizioni tra le varie componenti del governo rivoluzionario ma l’esperimento finì in tragedia con la violenta repressione da parte dell’esercito regolare, ordinata dall’assemblea nazionale riunita a Versailles.Dal 2 aprile in poi Parigi fu assediata e bombardata dalle truppe governative mandate da Adolphe Thiers , il primo presidente della Terza Repubblica
francese. I soldati di Versailles entrarono nella capitale il 21 maggio 1871: iniziava la “semaine sanglante”, la tristemente famosa “settimana di sangue“. Sei giorni dopo, sabato 27 maggio, il Peré Lachaise fu teatro di uno degli ultimi, feroci scontri , durante i quali precipitarono i sogni e le speranze della Comune di Parigi. Obbedendo agli ordini di Thiers, i reparti dei fucilieri di marina provenienti da Charonne e comandati dal generale Vinoy invasero i viali del grande
cimitero dell’Est dove si erano trincerati poche centinaia di federati decisi a battersi fino alla morte per difendere le proprie idee. Gli uomini della Comune si difesero tra le tombe, dietro ogni albero, al riparo di cripte e monumenti. Finite le munizioni, sotto una pioggia battente, i combattimenti proseguirono all’arma bianca fino a notte inoltrata. Gli scontri più violenti si consumarono tra il 48° e il 49° settore , soprattutto nell’area nord occidentale del cimitero, attorno al Rond-point des travailleurs Municipaux, dove sono sepolti Honoré de Balzac e Gerard de Nerval, Eugène Delacroix e lo storico Félix Féris, barone de Beaujour. Ancora oggi è possibile scorgere tracce dei proiettili su alcune tombe come quella di Charles Nodier, lo scrittore che fu precursore del Romanticismo.Le Monde Illustré, nell’occasione, scrisse: “L’orribile dramma ebbe
fine al cimitero, come nell’ultimo atto di Amleto, tra tombe scoperchiate, colonne rovesciate, urne profanate, statue e lastre divelte a formare l’ultima barricata. Lottarono passo dopo passo su un terreno disseminato di corone in onore di personaggi immortali, nella fossa comune, con le ossa fino alla caviglie, fin dentro le tombe di famiglia dove la baionetta trafiggeva i vivi infilzandoli assieme ai morti”. I 147 federati sopravissuti, furono immediatamente condannati a morte da una corte marziale straordinaria insediata sul posto, tra le tombe. Immediatamente fucilati, i loro corpi vennero gettati, assieme a circa ventimila altri passati per le armi e provenienti da tutta Belleville, in grandi fosse comuni scavate ai piedi del muro che porta il loro nome, nel 76° settore del Peré Lachaise . In realtà il muro sul quale campeggia la targa “Aux mort de la Commune 21-28 Mai 1871” fu ricostruito successivamente e con i resti del muro originario venne edificato un monumento,“Il muro delle Rivoluzioni”, a loro dedicato dallo scultore Paul Moreau-Vauthier. L’opera si trova all’esterno della cinta cimiteriale, in Square Samuel de Champlain 18, nell’avenue Gambetta. Con un po’ d’attenzione si potrà leggere una citazione di Victor Hugo: “Ce que nous
demandons à l’avenir, ce que nous voulons de lui, c’est la justice ce n’est pas la vengeance“ (Ciò che noi domandiamo all’avvenire, ciò che vogliamo da lui è la giustizia, non la vendetta). Parole quanto mai giuste, perfettamente opposte allo spirito e all’intento di colui che all’epoca ordinò di soffocare nel sangue l’insurrezione popolare, agendo con uno spirito vendicativo senza scrupoli, violento e repressivo. Su Adolphe Thiers, soprannominato “le serpent à lunettes ” e “le croque-mort de la Nation “, il becchino della nazione, il giudizio più duro fu quello pronunciato dal sindaco di Montmartre, Georges Clemenceau. Giornalista e repubblicano, presidente del consiglio e deputato dell’Assemblée Nazionale, Clemenceau durante i giorni della Comune definì Thiers “il prototipo del borghese crudele ed ottuso che sguazza nel sangue senza battere ciglio“.Oltre 43 mila federati furono fatti prigionieri e condannati dai consigli di guerra a morte o ai lavori forzati nei bagni penali (soprattutto in Nuova Caledonia, territorio francese d’Oltremare nel sud del Pacifico). Alla Comune furono imputate circa 800 vittime mentre secondo le cifre ufficiali tra i ranghi dei federati furono uccise più di 30 mila persone. Le truppe di Versailles eseguirono
fucilazioni in serie, senza processi. A caldo, il giornale inglese “Evening standard” constatò: “Dubitiamo si possa mai stabilire la cifra esatta della carneficina che continua. Persino per gli autori di queste esecuzioni deve essere impossibile dire quanti cadaveri hanno accumulato”.Resta il fatto, tutt’altro che secondario, di un fatto importante che ha segnato in maniera profonda la storia e la memoria collettiva della Francia. Eugène Pottier, il poeta che nel giugno del 1871, nascosto in una soffitta di Parigi per sfuggire alla repressione che seguì alla sconfitta della Comune, compose il famoso inno “L’Internazionale”, scrisse : “L’hanno uccisa a colpi di fucile. A colpi di mitraglia. E avvolta con la sua bandiera nella terra argillosa. E l’accozzaglia di boia panciuti si credeva più forte. Tutto ciò non impedisce che la Comune non sia morta!”
interpretata dall’affascinante Mara Scagli. La rievocazione di un passato lontano riesce a turbare Claudio e l’incontro con la misteriosa donna si tramuta presto in un gioco di specchi che costringe il protagonista a fare i conti desideri, verità inconfessabili, sensi di colpa, ambiguità. In questo tempo cristallizzato il protagonista viene travolto da un’inquietudine che lo conduce senza via di scampo a viaggiare dentro di sé. Il testo affronta con eleganza il tema dell’identità, del suo disvelamento che può avvenire solo nell’incontro con l’altro. La regia e la selezione musicale finemente curate non potevano trovare mani più sapienti di quelle di Angelo Scarafiotti. Attore, regista e formatore teatrale
per Assemblea Teatro, Scarafiotti nella sua lunga esperienza professionale si è sempre contraddistinto per la sua ricerca e difesa delle particolarità, che siano individuali, politiche o sociali. Il suo stile è riconoscibile nel suo raffinato e sommesso grido di protesta contro ogni forma di omologazione. Commenta così l’allestimento: “Nella messa in scena ho lavorato molto sull’interazione tra i due personaggi, sulla loro psicologia così sfuggente e misteriosa e sulle loro dinamiche alterne, di incontro e di fuga, cercando di mostrare la loro diversità, prima nascosta e poi, nello svilupparsi della narrazione, sempre più evidente. Un gioco di emersioni consecutive che stupisce lo spettatore fino a rendere chiaro, quasi esplosivo, che, per quanti sforzi si possano fare, il passato torna sempre a presentare il suo conto, perché è possibile fuggire da tutto, tranne che da se stessi”. Intrigante e sensuale la protagonista femminile Mara Scagli che dal 2011, con il suo eccentrico alter ego artistico Carmilla Lux, si esibisce con successo in Italia e all’estero in un sofisticato duetto che mescola il varietà e il burlesque nel Cabaresque Show.Tenuto conto delle tematiche affrontate lo spettacolo ha ricevuto il patrocinio del Servizio LGBT della Città di Torino ed il supporto del Coordinamento Torino Pride GLBT.
Lo spettacolo, che è liberamente ispirato al romanzo di Vargas Llosa, “Appuntamento a Londra”, sembra un invito a scavare dentro la propria identità, dove spesso in quello che abbiamo ignorato sembra annidarsi la sostanza stessa della nostra vita. Oggi il teatro ha ancora questo potere di suggestionare, di instillare qualche dubbio, di offrire domande?
quello che possiamo diventare.
L’inaugurazione del Museo Matisse, avvenuta nel 1963, riflette il profondo attaccamento che il pittore aveva per Nizza, dove soggiornò quasi ininterrottamente dal 1916 e dove morì nel 1954, poco dopo aver donato alla città un cospicuo numero di opere


di un quadro appartenente al periodo di infatuazione per l’astratto che probabilmente segnò il momento meno tribolato e tribolante della pittrice torinese insieme a un bizzarro e improbabile “Drago da passeggio”, uno fra i tanti e insoliti “animali da compagnia” (oggetti cartacei acquistati – si racconta – ai Grandi Magazzini e abilmente decorati con tecniche varie) che il grande Carlo Mollino, architetto, designer fotografo e tante altre “cose” (Torino 1905 – 1973), era solito regalare agli amici più cari per fargli scoprire “il valore del tempo libero”. “Il drago da passeggio, originario dell’India, è il noto drago del Panjab – scriveva ironicamente Mollino nel libretto di istruzioni- di piccola taglia, di singolare intelligenza e vago aspetto. Il mantello, sempre di prestigiosa decorazione, si adatta all’istante con il paesaggio interiore di ciascun proprietario”. E, fra i fortunati a riceverne in dono un esemplare (quello acquistato, per l’appunto, dal MiBACT e presente in mostra) ci fu anche Carol Rama, unita a Mollino da una solida amicizia e dalla non comune eccentricità di un carattere che portò entrambi a seguire percorsi di vita e artistici assolutamente non convenzionali e difficilmente rapportabili ai dettami etici e stilistici dell’epoca. Al “Drago” di Carol, Carlo diede il
titolo di “Drago da passeggio n. 70. Notte in laguna”; glielo regalò la notte di Capodanno del ’64 e Carol lo conservò nella sua casa-studio in via Napione a Torino, accanto a una gigantrofia in cui la pittrice compare insieme a Edoardo Sanguineti, altro grande intellettuale amico. Bizzarro cadeau che alla “Sabauda” si confronta con “Pittura 718”, un olio astratto di grande equilibrio geometrico e assonanza di toni cromatici, realizzato da Carol Rama nel 1954, quando la pittrice ebbe a far parte, ma solo per un breve periodo, del MAC – Movimento di Arte Concreta, fondato nel 1948 a Milano da Gillo Dorfles e che a Torino trovò adepti notevoli anche in Albino Galvano, Adriano Parisot e Filippo Scroppo, solo per citarne alcuni. Allo stesso periodo – periodo in cui, a detta di Albino Galvano, “la forma in Carol Rama sfugge al formalismo pur nell’ascesa del ‘lavorar
formando’ anziché ‘figurando’” – appartengono altre quattro opere astratte datate primi anni ’50, cui si affiancano due lavori della serie “Senza titolo (Seduzioni)” del 1983, in cui l’artista ritorna ad un immaginario “figurativo”, popolato di misteriose seducenti figure femminili poste a convivere con non meno misteriche e invasive presenze animali. Vent’anni dopo, Carol riceverà il “Leone d’Oro” alla carriera alla Biennale di Venezia del 2003. Una lunga affascinante carriera, di cui troviamo traccia nelle magnifiche fotografie (anch’esse in mostra) scattate da Bepi Ghiotti fra il 2012 e il 2014 nella casa-studio di via Napione, quell’“opera d’arte totale dalle pareti nere”, che presto dovrebbe diventare Museo (c’è già il vincolo della Soprintendenza) e dove Carol si spense a 97 anni d’età.
Martedì 13 marzo 2018, alle ore 18.00, presso la Sala Conferenze del Museo Egizio – via Accademia delle Scienze 6 – l’autore del libro “A come Archeologia”, il Professor Andrea Augenti, dialoga con il Direttore Christian Greco
Omero? A queste domande tenta di rispondere l’opera di Andrea Augenti, professore di Archeologia medievale all’Università di Bologna, che nel corso degli anni ha condotto numerose campagne di scavo e ricerche archeologiche e ha pubblicato, tra i moltissimi altri, “Città e porti dall’antichità al Medioevo” e “Archeologia dell’Italia Medievale”.
principe ereditario Francesco Gonzaga, che voleva emulare, in campo teatrale e musicale, ciò che i Medici stavano realizzando a Firenze, affidando il progetto all’Accademia degli Invaghiti, della quale faceva parte anche il conte Alessandro Striggio, che stese il testo poetico. Nel testo del libretto stampato per la prima rappresentazione, il finale risulta diverso da quello che oggi conosciamo: i lamenti di Orfeo vengono interrotti dall’irruzione delle Baccanti, che intonano un coro dionisiaco e puniscono il protagonista con la morte, a causa delle sue affermazioni misogine. 
internazionale dagli anni ’50 a oggi. Curata dallo stesso Horvat, la rassegna testimonia appieno l’enorme ricchezza e la varietà di un percorso artistico segnato, da quasi settant’anni, dalla curiosità per mondi ed esperienze totalmente diverse fra loro. Da fotoreporter attento al puntuale racconto di realtà sconosciute e lontane dalla nostra, a fotografo di moda fra i più gettonati e assolutamente sui generis in quel singolare immergere le sue modelle nei fatti quotidiani, rubandole ad asettici studi e a rutilanti passerelle per farne figure comuni nel via vai di gente comune fra piazze strade e civiche metropolitane, Horvat (che da tempo vive in Francia) ha sempre guardato con grande interesse e ansia di confronto e conoscenza anche agli stimoli della pittura e della scultura, fotografando uomini e donne e animali e paesaggi carichi di “interiori esplorazioni”e colte assonanze estetiche , non meno che – sotto l’aspetto tecnico – alla sperimentazione di quei “nuovi” mezzi e virtuosismi digitali (è stato fra i primi a usare Photoshop e qualche anno fa ha studiato un’applicazione per iPad chiamata Horvatland) che ancor oggi danno al suo linguaggio i caratteri di un’attualità decisamente al passo coi tempi. Il suo è un geniale pungente ragionare da caparbio giovanotto novantenne (lo sarà in aprile) che di mestiere fa da sempre il fotografo e da sempre cerca di imbrigliare a suo uso e consumo quello strumento fotografico in cui “c’è davvero –scrive convinto – qualcosa di faustiano o mefistofelico, soprattutto nell’illusione di arrestare il movimento continuo che ci trascina”. E poi precisa: “Ho un’età in cui si guarda al proprio passato per cercarne un senso”. In totale serenità e con le idee ben chiare. “Più che i soggetti in se’ – puntualizza – mi interessano le relazioni fra le cose. Così, se dovessi fotografare le piramidi, aspetterei il passaggio di un cammello, di un turista, di una jeep o qualcos’altro. Immortalare le piramidi in se’ e per se’ non mi importa nulla”. Del resto “la fotografia è – per lui – l’arte di non premere il bottone”. Almeno fino a quando non si è di fronte alla possibilità (che ti cade addosso inaspettatamente come un fulmine) di compiere in un battito di secondi il “miracolo”, di fermare con uno scatto “un fatto unico, accaduto una volta sola e che non accadrà mai più”. E’ il caso delle trentuno foto della ricchissima collezione personale di Horvat, realizzate da grandi maestri e amici-colleghi che egli stesso ha voluto portare in mostra e che rappresentano in modo iconico la Storia della fotografia come il celebre scatto di Jeff
Widener che, nel 1989 a Pechino, ritrae il giovane studente di fronte ai carri armati di piazza Tienanmen. Accanto, altre a firma di Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Mario Giacomelli, Helmut Newton e Sebastiao Salgado, solo per fare qualche nome. Maestri autentici che a tratti hanno anche segnato la carriera di Horvat e determinato in certo modo quella sua “versatilità” che non sempre è stato un vantaggio per lui: “Alcuni hanno messo in dubbio – sottolinea – la sincerità del mio impegno, altri hanno trovato che le mie foto erano poco ‘riconoscibili’, come se fossero state fatte da autori diversi. Questo mi ha spinto a ripercorrere la mia opera per cercarvi un denominatore comune. Ne ho trovati quindici e li ho chiamati ‘chiavi’“. E quindici sono appunto le sezioni-chiave in cui si articola la mostra torinese. Si va (fra le più suggestive) da Luce – con scatti in debito di magica suggestione da Cartier-Bresson, non meno che da Caravaggio e Rembrandt – a Condizione umana (al centro le “persone che soffrono” anche se “non mi piace l’idea che la mia arte si nutra del suo dolore”), da Tempo sospeso a Voyeur. Via via in un sorprendente eclettico percorso artistico, che in Vere somiglianze ci presenta grandi e bellissimi ritratti femminili di corposa e “plastica” sensualità, fino alle Foto fesse e agli Autoritratti (ma “trovarsi di fronte a se’ stessi, quando non si è Montaigne, può diventare noioso”). E, all’uscita, c’è perfino uno spazio per farsi un selfie a ricordo della mostra. Il massimo per un grande giovanotto di appena novant’anni. Ancora da compiere.
riproposta in questo 2018 con un nuovo spettacolo non privo di agganci con la magica Torino e con il territorio piemontese. Annunciata dallo slogan “#sfidalapaura”, la trama di “La Bambola Maledetta” esordisce con due domande: “Da dove arriva quella bambola? E quale viaggio l’avrà portata nella notte dei tempi proprio nel piccolo borgo di Coatbridge?” Interrogativi che aprono la strada ad un enigma tutto da risolvere da parte del pubblico in sala che vivrà sulla propria pelle il confine assai labile fra la bambola come strumento di gioco e come trappola della dimensione introspettiva e psicologica dell’infanzia personale di ognuno di noi. E da un Piemonte misterioso che fa da grande culla a storie inedite, la scena “vola” oltre Manica, per atterrare nell’atmosfera lugubre di un villaggio scozzese dove, negli anni Quaranta il ritorno del protagonista, il restauratore Eric, alla vecchia casa di famiglia e dell’infanzia, non è che l’inizio di un crescendo di coinvolgimento per il pubblico in sala. Gli spettatori avranno a teatro un benvenuto fatto di effetti speciali tipici del mondo cinematografico e rivolti al gradimento di una platea di ogni età. Eric inizia a compiere un cambiamento sempre più inspiegabile dinanzi la moglie Isabel e la figlia Eveline.
sarto del villaggio. Il tutto sotto gli occhi costanti di quella bambola e di suoni e voci che generano un’inquietudine insostenibile. Un passato angosciante si impadronisce nuovamente della casa, forse per chiudere i conti ancora in sospeso. In attesa del debutto le aspettative crescono, alimentate da tanti fattori peculiari fra i quali il mix di talento creativo del giovane ed eclettico cast di “Chi è di scena” che vede i componenti operare nella scrittura teatrale, nella danza, nei costumi. Uno spettacolo di sola paura? Non esattamente: la paura va a braccetto con quell’inafferrabile sfera psicologica che caratterizza l’essere umano e che da allo spettacolo un valore riflessivo e quasi di indagine degli stati più reconditi della mente umana. Al comando della regia e nei panni di attore Gioacchino Inzirillo, artista multiforme con esperienze in recitazione e musical anche televisive (Rai5 e La7, fra le altre), supportato da un interprete di fama quale Michele Renzullo, cofondatore della Compagnia della Rancia e volto noto sulle scene teatrali nazionali, e dagli attori Francesca Melis, Chiara Gusmini, Gabriele de Mattheis , Mariasole Fornarelli e Noemi Garbo, molti dei quali già impegnati in “La Dama in nero”. I costumi (studio di Gabriele de Mattheis) sono messi a punto dall’Old House Company, le scenografie sono a cura del gruppo di professionisti chiamato “COB” ovvero lo street artist Matteo Capobianco, il scenotecnico Alessio Onida e il designer Cosimo Bertone mentre le luci, i sorprendenti effetti live e l’audio sono curati da Roberto Chiartano. Infine vi sono musiche inedite, composte da Nicola Barbera che ha studiato effetti sonori davvero “da brivido” per far vivere al pubblico le forti emozioni dello spettacolo. A precedere l’atto unico, nato per impedire di perdere anche solo un minimo secondo di puro coinvolgimento, è in fase di studio un “pre-show” per fare entrare gli spettatori nel “mood” di “La Bambola Maledetta”, facendo conoscere la storia realmente avvenuta fra Torino e il Monferrato, che fa da premessa allo spettacolo. Prima assoluta a Torino, al Teatro Cardinal Massaia di via Sospello dove la paura potrà essere sfidata dal pubblico del debutto nazionale previsto nelle serate di venerdì 16 e sabato 17 marzo 2018.