Come diversi altri paesi della Valcerrina, Mombello Monferrato è un comune ricco di frazioni e borgate che nei secoli scorsi ebbero anche una loro vita propria rispetto a quello che è il capoluogo
Ilengo, piccolo borgo arroccato sulla collina, è dominato dalla chiesa di Sant’Anna e completato da insediamenti sparsi. Avvolto da una vegetazione prevalentemente a bosco offre la visuale ad un panorama in direzione di borgata Luvara e la collina del sito scomparso di Monte Sion. L’attuale costruzione della chiesa di Sant’Anna risale al 1745. Fu parrocchia sino al 1986. Al suo interno, l’altare laterale di sinistra, dedicato alla Madonna del Rosario, sarebbe proveniente dall’ex convento di Monte Sion, e presenta un paliotto monolitico datato 1677. La tela soprastante rappresenta la Madonna con San Domenico e Santa Caterina e così come la tela con le figure di Sant’Antonio e San Bartolomeo sono attribuite a Guglielmo Caccia. Non si conosce, invece, la data di costruzione della chiesetta di borgo anch’essa dedicata a Sant’Anna. Si presume sia stata eretta nel XVI secolo.
Il già citato complesso di Monte Sion sorse nella prima metà del XVI secolo sull’omonimo colle per iniziativa di padre Bonaventura Quarelli, francescano minore, di ritorno da un pellegrinaggio dalla Terra Santa. La notizia più antica del convento risale al 1561, la chiesa venne consacrata nel 1619. Convento e chiesa vennero soppressi dalla legislazione napoleonica nel 1802e l’acquirente, un francese, che l’acquistò all’asta fece abbattere il tutto, vendendo i mattoni che servirono per edificare un palazzo nella vicina Solonghello. Oggi rimangono i resti di una facciata settecentesca in mattoni, affiancata da edifici rustici.
Zenevreto, piccolo borgo, prende il nome dal bosco di ginepri che lo ricopriva. Nel nucleo abitativo si colloca la chiesa di San Grato, di cui si conoscono interventi abitativi che risalgono al 1870. Si desume che la parte più antica sia quella absidale aderenti alla quale alcuni locali sembrano sottolineare la presenza di un cappellano. Accorpato al corpo della chiesa si trova, sul fianco sinistro, il campanile.
A Morsingo il borgo è raccolto attorno alla chiesa che offre il fronte della piazza che appare come una terrazza. La chiesa è quella di San Michele Arcangelo, edificio in origine intitolato a San Bernardino da Siena. Nel 1586 essendo l’oratorio di San Bernardino in restauro vi fu trasferita la funzione parrocchiale, poi soppressa nel 1986. La chiesa ebbe l’attuale intitolazione agli inizi del Settecento. Sul fianco sinistro si erge il campanile. L’interno è ricco di arredi liturgici. Nei pressi del borgo più altro si trova il piccolo sacello di San Luigi, tempio settecentesco.
Casalino, adagiato sul pendio di un’altura su sede del quartier generale della X Divisione partigtiana “Garibaldi” durante la guerra civile. Nella frazione si trova la chiesa dedicata allo Spirito Santo, posta nella parte più elevata dell’abitato. Dalle notizie assunte la prima volta che venne nominata su nel 1611. Nel 1723 venne costruita l’attuale chiesa, poi consacrata nel 1725. Al suo interno una lapide ricorda che nel 1970 l’allora vescovo di Casale Monferrato, monsignor Giuseppe Angrisani, consacrava il nuovo altare ed il nuovo presbiterio. Nel 2010 il ripristino degli intonaci ha donato all’opera gli originari valori. Nel Palazzo Tetina dell’Aglio, che si presume risalga al XVIII secolo, il Conte di Cavour amava soggiornare. A Gaminella, nella parte più pianeggiante del Comune, il 10 ottobre 1976, è stato eretto il monumento ai Caduti partigiani della Valcerrina, con progetto dell’architetto Attilio Castelli ed intervento artistico dello scultore Luigi Bagna.
Infine, Pozzengo, luogo dal toponimo chiaramente longobardo, fu molto abitato nell’antichità. Nel secolo XVII faceva parte del Ducato di Mantova e di Monferrato con il nome di Peongo, Poi divenne Possengo viste le numerose sorgenti d’acqua. Nella parte più alta del paese sorge la chiesa di San Bononio, Una chiesa di Santa Maria di Palcengo o Plocengo venne già censita nel 1299 negli estimi della Diocesi di Vercelli, ma lla costruzione dell’attuale edificio viene fatta risalire all’inizio del 1700. Venne consacrata nel 1724 dal vescovo di Casale, monsignor Pietro Secondo Radicati e l’anno successivo dedicata alla Vergine Maria ed a San Bononio, intitolazione che prevalse. Presenta un’imponente prospetto frontale, con un bel pportale ligneo e pregevoli interni con un organo di scuola napoletana, datato 1791, di piccole dimensioni e recente restauro.
Poco distante dall’abitato di Pozzengo sorge poi il piccolo santuario dedicato a San Gottardo. Il primo impianto risale a prima del 1600 e nel tempo si è modificato, sino all’intervento del 1930 – 1931 che ha dato all’opera la sua veste attuale. Al suo interno sono custoditi numerosi ex voto che attestano la devosione della popolazione per il Santo, e non soltanto della Valcerrina. Sempre sul territorio di Pozzengo si trovano altre 3 chiese: San Rocco, San Bernardo da Mentone e della Beata Vergine del Carmine.
MASSIMO IARETTI



allora al civico 32 di via Marenco – giornale per il quale Primo Levi aveva scritto a partire dal 1959 e, in forma più continua dal 1968, saggi racconti ed elzeviri della Terza Pagina. “Mio nonno – racconta Ginevra Elkann, presidente della Pinacoteca Agnelli – decise di collocare i quadri di Rivers in una grande sala al piano terreno della sede del giornale che venne comunemente chiamata da allora ‘Sala Primo Levi’. Non era aperta al pubblico, ma era usata solo per le riunioni più importanti e per accogliere i visitatori e gli ospiti illustri”. In via Marenco le tele restarono fino al 2002, allorché furono trasferite negli uffici della Pinacoteca progettata da Renzo Piano sul tetto del Lingotto e inaugurata proprio nel settembre di quell’anno. Ma quando e come avvenne l’interesse di Larry Rivers (nato nel Bronx da genitori russi ebrei e il cui vero nome era Yitzhok Loiza Grossberg) per Primo Levi? A metà degli anni Ottanta, Rivers aveva da poco iniziato a fare i conti con le sue origini ebraiche, fino ad allora trascurate, e con le vicende della Shoah. Nell’ ’84 realizza “La storia della Matzah” (Storia del popolo ebraico) oggi alla “Yale University” e nell’ ’86 la copertina “Erasing the Past” per il Magazine del “New York Times”. La ricerca sull’Olocausto lo porta alla lettura di molti autori e molte opere legate al tema. E proprio su questa strada incontra Levi e il suo “Se questo è un uomo”,
suggeritogli dall’amico Furio Colombo, in quegli anni presidente di Fiat USA, che gli regala una copia del libro. Rivers ne è profondamente turbato e decide di leggere tutte le opere dello scrittore, le cui diverse identità (chimico, deportato come partigiano e identificato come ebreo, sopravvissuto allo sterminio e diventato poi narratore delle disumane infamie del lager ma non solo) lo appassionano a tal punto da indurlo a “teatralizzare” i suoi romanzi più celebri nei tre “Ritratti” ancora oggi di proprietà della famiglia Agnelli: dipinti singolarissimi e di forte suggestione in cui la figura, graficamente perfetta, di Primo Levi si sovrappone e si fonde con altre immagini-icone della Shoah, in un costante dialogo e intreccio fra la storia personale dello scrittore e le tante storie di chi, come lui, ebbe a vivere la terribile esperienza della deportazione e dell’odio razziale. “Per esprimere al meglio – si è scritto – la sua visione della Memoria e della Morte l’artista utilizza la tecnica della cancellazione, con figure non pienamente presenti sulla scena. Una perfetta metafora per la difficoltà di trasmettere la memoria dello sterminio da parte dei sopravvissuti: le immagini del passato non si possono dimenticare, eppure, allo stesso tempo, è impossibile riuscire a comunicare fino in fondo la tragedia a chi non l’ha vissuta”. E i frammenti di vita che restano, dopo il lager, e che diventano inferno di memorie che ti bruciano dentro. Giorno dopo giorno. Impietosamente. Come, forse, fu per Primo Levi.



















