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In scena al Teatro Regio di Torino il nuovo allestimento del capolavoro di Giacomo Puccini, “Tosca”, per la regia di Stefano Poda, con il direttore musicale Andrea Battistoni sul podio per l’ultima produzione della stagione
Al Teatro Regio, da venerdì 12 a domenica 21 giugno, sarà in scena Tosca, con la visione totale di Stefano Poda per il nuovo allestimento del capolavoro di Giacomo Puccini. Stefano Poda firmerà regia scene, luci, costumi e coreografia. Sul podio dell’Orchestra, del Coro e del Coro di Voci Bianche del Regio sarà il Direttore Andrea Battistoni. Protagonisti saranno tre solisti di fama internazionale: Chiara Isotton, Martin Muehle e Roberto Frontali. I cori saranno istruiti da Gea Geratti Ansini e da Claudio Fenoglio. Collaboratore alla regia sarà Paolo Giani Cei.
Dopo il recente successo de “La Juive”, che ha ottenuto il Premio Abbiati 2023, Stefano Poda ritorna il palcoscenico del Regio, sugellando un legame artistico profpmdomche ha dato vita a produzioni oniriche memorabili come il Thaïs del 2008, Leggenda del 2011, Fausto del 2015 e Turandot del 2018. In questa nuova coproduzione con l’Abay, Kazach, National Opera, il,regista firma uno spettacolare allestimento capace di meravigliare per la forza simbolica e l’inconfondibile estetica visionaria, compiendo un’opera radicale spogliando il capolavoro di Puccini dai clichè storici per restituirlo alla sua dimensione di dramma universale e rito collettivo.
Tosca viene concepita come una grande installazione contemporanea dedicata alla romanità; la scena è dominata da una materia imponente di marmo e simboli, arricchita da reperti trasformati in ologrammi, in un dialogo costante tra archeologia e contemporaneità.
“Il mondo visivo dello spettacolo si fonda su un forte dualismo storico e simbolico – dichiara il regista Stefano Poda – da un lato il Settecento, l’universo dell’Ancien Regime, con le sue gerarchie e il suo splendore ormai corroso, rappresentato da Scarpia, figura di potere decadente, di in mondo destinato a dissolversi. Dall’altro lato c’è l’Ottocento nascente, portatore di nuove idee politiche, modernità e cambiamento, incarnato simbolicamente da Cavaradossi”.
Floria Tosca compie la sua parabola di eroina tragica, e la sua vicenda privata viene stimolata da un meccanismo di potere che Puccini traduce in una partitura di spietata modernità. Si tratta dello scontro tra la brama del vecchio mondo e l’anelito di una modernità nascente, che si risolve in un finale dirompente.
“Per restituire Tosca alla sua vera universalità – spiega Stefano Poda -il regista dal palcoscenico deve imparare a disimparare, cosiccome lo spettatore non deve solo vedere, ma ascoltarsi e vedersi”.
Per il direttore musicale Andrea Battistoni, Tosca costituisce un vertice musicale italiano, capace di anticipare logiche narrative moderne attraverso una perfetta fusione tra musica, parola e ritmo teatrale.
“Si tratta di un’opera che sento visceralmente – dichiara Andrea Battistoni, sottolineando come la capacità di Puccini di reinventare il genere per il nuovo secolo provochi una tensione emotiva inesorabile”.
Chiara Isotton, che interpreta il personaggio di Tosca, è un soprano di autentica scuola italiana che padroneggia il ruolo con vocalità morbida e presenza scenica magnetica, fondendo temperamento e raffinata sensibilità. Martin Muehle, nel ruolo di Cavaradossi, è interprete di riferimento per il repertorio drammatico spinto. Presta la sua voce brunita a un pittore rivoluzionario di nobile intensità. Il vertice del ruolo baritonale è rappresentato da Roberto Frontali, nel ruolo di Scarpia, che domina la scena con autorevolezza, rendendo il personaggio impeccabile e dalla gelida eleganza . L’opera sarà presentata mercoledì 3 giugno, alle ore 18, presso il Piccolo Regio Puccini nel corso della conferenza-concerto condotta dalla giornalista Susanna Franchi, a cui interverranno il direttore musicale Andrea Battistoni e il regista Stefano Poda. In questa occasione, il Polo Culturale di Marengo, insieme all’Unione Giornalisti e Comunicatori Europei, consegnerà ai due artisti la medaglia di Marengo, che celebra la loro interpretazione del capolavoro pucciniano evidenziando il legame profondo tra la vittoria di Napoleone del 14 giugno 1800 e il libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa.
Ingresso libero
Info: www.teatroregio.torino.it – biglietteria@teatroregio.torino.it – info@teatroregio.torino.it – 011 8815241
Orari da lunedì a sabato ore 11-19 / domenica ore 10.30-15.30 e un’ora prima degli spettacoli.
Mara Martellotta
Al Colosseo, giovedì 28 maggio
Giovedì 28 maggio, alle 20,30, serata di musical, danza e teatro, il palcoscenico è quello del Colosseo, in scena 130 giovani artisti, un nuovo appuntamento del “Galà dei G.E.T.” ovvero dei Germana Erba’s Talents, una messa in scena, ormai ricorrente a mostrare simpatia e grande professionalità e definitiva bravura, che spazia dal grande repertorio del balletto classico alla prosa, da quadri che tra coreografie e canzoni riportano lo spettatore a quel magico mondo dei musical che ha accompagnato molti di noi per tutta la vita. Una vetrina per proporre ancora una volta il lavoro e i risultati dei tanti studenti del Liceo Germana Erba Coreutico e Teatrale, molti dei quali, come i tanti colleghi che li hanno preceduti, andranno domani a conquistare palcoscenici anche internazionali. Passi a due e balletti di insieme, virtuosismi classici come “Il ballo dei Cadetti” su musiche di Johann Strauss o creazioni contemporanee come “Somewhere in Between” condotto con estrema eleganza sulle musiche di Vivaldi.
Alla voce musical, si allineano titoli tra i più famosi e amati, da “Peter Pan” a “Mary Poppins” (ascolteremo “Cancaminì” e Step in time”), da “Aladdin” all’intramontabile “West Side Story” a “Greatest ShowMan”; mentre a saggiare il mondo della prosa, sono previsti, oltre i piacevoli ricordi shakespeariani, brani di “Una stanza tutta per sé” dalle pagine di Virginia Woolf, “Il gatto e il diavolo” di James Joyce e, nel cuore e nella mente di moltissimi dopo il capolavoro di Peter Weir interpretato dallo scomparso Robin Williams, “Capitano mio Capitano”, meditando sulle parole di Walt Whitman all’indomani dell’uccisione di Abraham Lincoln. La serata è firmata dai docenti, coreografi e registi, Niurka Naranjo De Saà, Gianni Mancini, Laura Boltri, Laura Fonte, Silvia Iannoli, Isabella Legato, Andrea Beltramo, Stefano Fiorillo, Elia Tedesco e dai vocal coach Simone Gullì e Gabriele Bolletta, Presidente della Fondazione Germana Erba, con il coordinamento di Girolamo Angione, direttore artistico del Liceo.
Durante il corso della serata, verrà consegnato il Premio Gian Mesturino 2026, un riconoscimento destinato ai protagonisti dello spettacolo in memoria di un uomo e di una straordinaria figura di autentico “teatrante” che ha – con la sua passione, con le idee, con le tante scommesse vinte, con quell’aiuto di Germana che non gli è mai venuto a mancare – dato vita al Liceo e alla formazione degli artisti di domani. Il premio è quest’anno assegnato a Giulio Base, attore e sceneggiatore e regista che ha attraversato teatro, cinema (tra gli ultimi titoli, “À la recherche” e “Il vangelo di Giuda”) e tv (“San Pietro” e una rivisitazione per il piccolo schermo della “Donna della domenica”), torinese di nascita, appena tornato dalla Croisette dove ha vissuto l’atmosfera del Festival e da dove ha con ogni probabilità ricavato ottimi titoli e idee per il “suo” prossimo Torino Film Festival di cui per il terzo anno sarà, in novembre, il direttore. Sottolinea Irene Mesturino, che continua a essere l’anima del lungo progetto portato avanti per anni dai genitori (come sarebbe necessario che nessuno dimenticasse il nonno, Giuseppe Erba): “Ricordo una frase che Giulio Base mi disse a qualche metro da mio padre Gian mentre stava visitando il Liceo insieme a lui: ‘Sai, Irene, quest’uomo illuminato e intelligente ha sostenuto sempre il progetto formativo di Germana con stima e amore, stando un passo indietro. Un uomo modernissimo’”. E anche noi lo ricordiamo così, fattivo e lungimirante: ma con quel passo indietro che ha pur continuato a immaginare, a proporre, a costruire sulla scena e fuori.
e.rb.
Nell’immagine, Giulio Base tra Gian Mesturino e Irene Mesturino, con Elia Tedesco, durante una visita al Liceo Coreutico. “Foto archivio Torino Spettacoli”
Esiste una leggenda su Avigliana legata a un fatto realmente accaduto. Nel mese di dicembre del 1368 il giovane Filippo II d’Acaja fu condannato a morte per annegamento nel Lago Grande per tradimento e attentato alla vita del cugino, il Conte Verde Amedeo VI.
Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:
https://www.piemonteitalia.eu/it/curiosita/filippo-ii-d%E2%80%99acaja-e-la-leggenda-del-lago
Formati alla scuola di Giuseppe Levi, hanno cambiato la storia della medicina mondiale.
Torino custodisce un primato straordinario, ma quasi dimenticato. In pochi sanno infatti che ben tre Premi Nobel per la Medicina si formarono nelle aule dell’Università torinese sotto la guida dello stesso maestro: Salvador Edward Luria, Rita Levi-Montalcini e Renato Dulbecco. A unirli fu il grande istologo Giuseppe Levi, docente rigoroso e innovatore, che negli anni Trenta trasformò l’Istituto di Anatomia Patologica in uno dei centri scientifici più vivaci d’Europa.
Erano anni in cui nei laboratori torinesi si respirava modernità. Attorno ai microscopi di Levi si formò una generazione destinata a cambiare la storia della medicina mondiale. Poi arrivarono il fascismo, le leggi razziali, la guerra e molti di quei giovani scienziati furono costretti all’esilio, il loro talento finì per arricchire soprattutto gli Stati Uniti.
Salvador Luria, nato a Torino nel 1912 da famiglia ebraica sefardita, lasciò l’Italia per sfuggire alle persecuzioni razziali. Negli Stati Uniti divenne uno dei padri della biologia molecolare moderna. Il Nobel arrivò nel 1969 grazie agli studi sui batteriofagi e sui meccanismi genetici dei virus.
Diversa, ma altrettanto straordinaria, la vicenda di Rita Levi-Montalcini. Torinese, ebrea, costretta a lavorare in clandestinità durante il fascismo, allestì un piccolo laboratorio nella sua camera da letto continuando a studiare anche sotto i bombardamenti. Nel 1986 ricevette il Nobel per la scoperta del NGF, Nerve Growth Factor, destinata a rivoluzionare le neuroscienze. Con il tempo divenne una delle figure italiane più amate e conosciute nel mondo.
Renato Dulbecco, invece, arrivò a Torino da giovane studente e qui costruì la propria formazione scientifica. Dopo la guerra e la partecipazione alla Resistenza si trasferì negli Stati Uniti, dove sviluppò ricerche decisive sui virus tumorali; il Nobel gli venne assegnato nel 1975. Fu inoltre uno dei protagonisti del Progetto Genoma Umano.
Tre Nobel usciti dalla stessa scuola scientifica rappresentano un caso rarissimo nella storia accademica mondiale. Eppure Torino sembra non aver mai davvero valorizzato questo patrimonio. Certo, esistono targhe, ricordi, iniziative sporadiche, ma manca un luogo simbolico capace di raccontare ai cittadini e ai visitatori questa straordinaria stagione della scienza torinese. In una città che giustamente celebra il cinema con il Museo Nazionale del Cinema e l’automobile con il Museo Nazionale dell’Automobile, sorprende l’assenza di un museo dedicato alla ricerca scientifica contemporanea; non esiste, infatti, un centro permanente che raccolga documenti, fotografie, strumenti, lettere e testimonianze legate a Levi e ai suoi allievi, né esiste un itinerario urbano che racconti i luoghi della scienza torinese del Novecento.
Mentre molte città europee investono nella valorizzazione della conoscenza e dell’innovazione come elementi identitari, Torino avrebbe già una storia potente da raccontare: nn museo dedicato a Giuseppe Levi e ai suoi tre Nobel potrebbe diventare, infatti, non solo un omaggio alla memoria, ma anche un progetto culturale di grande richiamo.
Una città, soprattutto ricca e laboriosa come Torino, non vive soltanto dei suoi monumenti o delle sue piazze storiche, ma anche delle idee che ha saputo generare e nel Novecento, la prima Capitalia d’Italia, ha contribuito a cambiare il mondo anche attraverso la scienza.
Maria La Barbera

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Da Cannes sugli schermi “Amarga Navidad”
Sull’asticella dei lungometraggi firmati da Pedro Almodòvar – o semplicemente Almodòvar come si legge da tempo nei titoli di testa – “Amarga Navidad” è al numero venticinque, un percorso di anni del ragazzo della Mancia approdato nella capitale spagnola con la passione dei fumetti e del teatro d’avanguardia e del cinema, una ribellione nella testa, corrosivo e disturbante, il coperchio da risollevare del dopo Franco e da far esplodere. Iniziava trentenne e le “ragazze del mucchio” con Pepi, Luci e Bom facevano da apripista alla rivoluzione. Ce lo hanno fatto amare le storie, lo stile, l’elogio della diversità, la magnifica libertà nell’esprimersi, la commozione e lo sberleffo, quel tanto di autoironia disseminata, sempre più le tematiche, man mano che gli anni passavano e i cappelli gli s’imbiancavano. L’esplosione a Cannes con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, che avrebbe guardato agli Oscar, poi quell’infilata sequenza di capolavori a cavallo del millennio con “Tutto su mia madre” (1999) e “Parla con lei” (2002) – vogliamo definirli i film più “belli” dell’intera filmografia? -, con “La mala educaciòn” e “Volver” sino a “Dolor y gloria” e la “Stanza accanto” che gli fece meritare il Leone d’oro a Venezia due anni fa. Lo sguardo rivolto al cinema, alla stesura di una sceneggiatura e alla realizzazione di un film, agli amori e alla disperazione, alla figura della madre e al senso di colpa, all’abbandono delle persone care e alla morte, all’eterno dualismo di arte e vita, di realtà e finzione che da quella sera del maggio 1921, complice Pirandello e i suoi personaggi alla ricerca di un autore che li rappresenti vivi sulla scena, con tanto di realissimo sparo mortale e lo sgomento di ognuno, ci perseguita. È, per un autore, il mettersi al computer, ai battiti (anche del cuore) incessanti della tastiera per catturare la vita degli altri.
Ci porta qualcosa di nuovo “Amarga Navidad” (mentre da Cannes il regista ci ha fatto sapere che un’altra sceneggiatura è già pronta, con il suo titolo ben preciso)? Siamo nel 2004, crisi di panico e un gran mal di testa Elsa, una sera, regista di spot pubblicitari con due film all’attivo che pochi hanno visto ma che proprio per questo, forti della presenza di uno sparuto gruppo di fan, sono divenuti “di culto” – e cosa voglia dire “di culto” lei lo spiega in modo didascalico a una dottoressa che per il pronto ricovero l’ha messa sotto osservazione, dottoressa che non ha dimestichezza con il mondo del cinema ma vista la sua semplicità intellettuale semplicemente sbalorditiva si è tentati di pensare anche con altro che la riguardi più da vicino. Ricovero a cui l’ha condotta il suo prestante boy, Beau o Bonifacio, pompiere di professione ma pronto ad arrotondare nelle pause in un locale di stripper e a divertire le festeggiate e amiche del cuore che sono lì per gli addii al nubilato – e ci accorgeremo dopo come siano mutati quei locali con il passar degli anni, con il pubblico che ci va per osservare o per toccare con mano il punto finale dell’eros -, intercettato per una pubblicità di mutande, muto e con lo sguardo perso nel vuoto. Srotolandosi la storia -, in una sorta di horror vacui che dovrebbe già spaventare lo spettatore, in quell’affastellarsi di personaggi e di giravolte e di incastri, che il montaggio solletica sfrenato, in quegli script che guardano da lontanissimo a un punto di raccolta finale e preciso, che non fanno che confermarci come già in altre occasioni Almodòvar abbia più o meno peccato di quel barocchismo cinematografico tutto volute e ridondanze che forse era divertente e accettato negli anni dello sfrenato divertimento ma che in questo adottato rinchiudersi su se stesso andrebbe tenuto più sotto una campana di vetro o maneggiato con più attenzione – ci si fa la conoscenza di una di lei sorella, Patricia, che sottrae il figlio a un marito che con tutta probabilità la tradisce ma che altresì, a seguito di una telefonata zuccherina soltanto, riallaccia i rapporti, toccata e fuga di un personaggio – come altri, presi e abbandonati – che non ha il tempo di concretizzarsi; e di un’amica, Natalia, sbocciata nelle fasi finali, che cova il dolore della perdita di un figlio morto in un incidente, di cui avverte la responsabilità, con cui trascorrere le feste di Natale nel nero deserto di Lanzarote (mentre Beau si sente messo da parte, mentre avrebbe voglia di partire pure lui), gli stessi paesaggi già richiamati negli “Abbracci spezzati” del 2009. Fatti e persone che Elsa – “ho di nuovo voglia di scrivere”, ripete – intende far entrare in una sua nuova sceneggiatura: e si risente il ticchettìo dei tasti. Interminabile.
Come un rivelarsi – mal riuscito – di scatole cinesi, realtà che s’alterna a quella finzione, tutto questo spigoloso racconto altro non è che la faticosa sceneggiatura, il difficile iter creativo – nell’anno di grazia 2024 – di Raùl, immediatamente immaginabile alter ego del regista, che da cinque anni non s’avvicina all’arte che ha sempre inseguito, che coltiva con il suo compagno Santi (un’immagine che riflette Beau) una liaison che ha qualche ombra di stagno, con i silenzi e i servizi di quest’ultimo, che ha un culto per la segretaria Monica (“tu sei la mia miglior lettrice”), non soltanto chi ricorda gli appuntamenti o gli inviti strapagati o le retrospettive da presentare o i premi che continueranno a dargli lustro e successo, a farlo decretare come un maestro, ma anche la confidente: che ad un certo punto le confesserà il desiderio di licenziarsi, di staccarsi un poco da lui, per stare accanto alla sua compagna che accudisce al figlio colpito da un tumore. Uno specchio continuo, ridondante, infarcito di sguardi sin troppo espliciti. Sino a quando una summa di spiegazioni rancorose non metteranno di fronte Raùl e Monica, tra le luci di un parco che si stanno accendendo, accuse di lei sull’uso sfacciato che lui ha fatto di quella sua storia privata di unione e di dolore. Almodòvar parla e corre in propria difesa per bocca di Raùl e i titoli di testa scorreranno sulla nuova fatica di entrambi. E forse è anche lo spettatore a parlare al regista (o una parte del suo pubblico, chissà) quando Monica gli butta in faccia che lui i suoi film migliori li ha già fatti (“Dolor y gloria” non starebbe lì a dimostrarcelo?), che cancelli il personaggio di Natalia, che faccia magari un’opera assai più breve (“The Human Voice” e “Strange Way of Life” sono i recenti esempi il cui Almodòvar ci ha avvicinato) e la consegni a una piattaforma, pagano bene e Netflix non aspetta altro, “i tuoi fan vedrai che lo apprezzeranno come oggi apprezzano i film minori di Bergman e di Fellini”. Almodòvar mette in discussione il linguaggio del cinema, del suo cinema, rivendica la propria libertà autoriale, anche il blocco di scrittura che approderà magari ad altre prove, altresì convincenti e autorevoli, il continuare a perseguire (a perseguitare?) quegli stessi temi che già ci ha raccontato. Ma oggi vediamo in “Amarga Navidad” il prevalere del già detto – tanto della storia di Elsa pare girare a vuoto, persino il cameo di Rossy De Palma suona stonato -, l’insistenza nel voler affrontare ancora una volta quanto un tempo aveva il piacevole sapore della scoperta, della novità. Certo Almodòvar continua a contare, e a convincere, sulla sua sincerità, sulle sue musiche e sulle canzoni struggenti, sui colori fiammeggianti di cui inonda i suoi film, gli abbigliamenti delle attrici, scambiabili, tra il rosso e il verde, le ondate di giallo e di blu, le ambientazioni e gli esterni – la villa rifugio di Lanzarote è una vera favola -: ma tutto ci appare oggi sospeso e confuso, manca il colpo o i tanti colpi di genialità dell’”8 e mezzo” felliniano e noi, questa volta, come quegli artisti del circo del vecchio film di Alexander Kluge siamo “perplessi”.
Chatard è stato scelto da una giuria composta da Giovanna Garesio, fondatrice di Garesio Vini e Resort, Walter Guadagnini, direttore artistico di EXPOSED Torino Photo Festival, e François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.
Il premio offre al vincitore una residenza artistica nelle Langhe finalizzata alla realizzazione di un nuovo progetto fotografico.
Il fotografo documentarista e ricercatore visivo franco-tedesco Daniel Chatard, classe 1996, è il vincitore della seconda edizione del Garesio Wine Prize for Documentary Photography. Il riconoscimento, promosso dall’azienda vitivinicola Garesio Vini e Resort in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, rientra nel programma di EXPOSED Torino Photo Festival ed è dedicato ai progetti capaci di raccontare con uno sguardo originale e consapevole i temi del paesaggio, dell’ambiente e dell’ecologia.
Questa la motivazione del premio:
“La giuria assegna il Garesio Wine Prize for Documentary Photography a Daniel Chatard per la capacità di interpretare con sensibilità il tema del paesaggio e delle sue trasformazioni, raccontando attraverso immagini autentiche, potenti ed evocative le dinamiche economiche, sociali e politiche che lo caratterizzano. Pur essendo molto giovane, il suo percorso artistico evidenzia una notevole maturità espressiva, confermata dalle collaborazioni con importanti realtà internazionali della fotografia, da Der Spiegel al Washington Post, fino a esperienze artistiche come il Chobi Mela Festival in Bangladesh, la Prototriennale di Amburgo e Aperture Gallery di New York. Ogni fotografia dimostra attenzione al contesto, cura del dettaglio, equilibrio compositivo e una visione personale capace di costruire una narrazione immediatamente riconoscibile. La sua ricerca si distingue inoltre per originalità, coerenza tematica, attenzione alle piccole comunità locali e forte intensità emotiva, elementi che ne fanno una delle voci più interessanti della fotografia contemporanea. Con questo premio si vuole valorizzare non solo il talento già espresso, ma anche le future potenzialità creative e umane di un autore destinato a sviluppare ulteriori esperienze di rilievo”.
La premiazione si terrà martedì 2 giugno alle ore 18.30 presso CAMERA Torino e rappresenterà anche l’occasione per approfondire il lavoro e la ricerca visiva di Chatard, nell’ambito della chiusura della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival, dedicata ai protagonisti emergenti della fotografia contemporanea.
Mara Martellotta
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sabato 30 maggio ore 17 BOOSTA WORKSHOP SUBSONICI Cieli su Torino 1996 – 2026 Cinque workshop gratuiti a Le Gru con Max, Vicio, Ninja, Boosta e Samuel per festeggiare i 30 anni di carriera ——————— domenica 31 maggio dalle ore 16 alle 18 CARLOTTA BERTIN direttamente dalla cucina di Masterchef Partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria |
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Nel prossimo fine settimana Le Gru conferma la propria vocazione a essere un luogo che unisce commercio, tempo libero e contenuti culturali, portando sullo stesso palcoscenico due linguaggi capaci di parlare a pubblici diversi ma complementari: la musica e il cibo. Sabato 30 maggio l’area esterna coperta al primo piano diventa spazio di confronto sulla musica con il quarto appuntamento dei Workshop Subsonici dedicato a Boosta, mentre domenica 31 maggio la stessa cornice ospita lo showcooking di Carlotta Bertin, talento piemontese noto al grande pubblico grazie a MasterChef Italia. Sabato 30 maggio, alle ore 17, prosegue a Le Gru il ciclo dei Workshop Subsonici “Cieli su Torino 1996–2026”, ideato da Max, Vicio, Ninja, Boosta e Samuel per festeggiare i trent’anni di carriera della band. Dopo aver affrontato, nei precedenti appuntamenti, i suoni della natura e dei paesaggi urbani con Max Casacci, il silenzio tra le note con Vicio e la matematica del ritmo con Ninja, il quarto incontro porta nel mall di Grugliasco Davide “Boosta” Dileo, tastierista, autore e cofondatore dei Subsonica. Il workshop, dal titolo “A cosa serve suonare le canzoni”, ruota attorno a una domanda solo in apparenza semplice e vuole esplorare il ruolo della musica come strumento per allenare empatia, attenzione e capacità relazionali, soprattutto nelle nuove generazioni. Nel corso dell’incontro Boosta alterna ascolti, riflessioni e momenti di interazione con il pubblico intorno ai brani che hanno contribuito a costruire l’immaginario collettivo degli ultimi trent’anni. La canzone diventa così un dispositivo concreto per osservare come l’educazione all’ascolto possa aiutare bambini, ragazzi e adulti a dare forma al proprio sguardo sul mondo, in un contesto quotidiano come quello di un centro commerciale completamente ripensato in chiave di accoglienza e qualità degli spazi. A introdurre ogni appuntamento è il musicteller Federico Sacchi, che contestualizza le esperienze proposte all’interno del più ampio progetto “Cieli su Torino 96–26”, già protagonista in città con installazioni e iniziative dedicate alla storia della band. Il calendario dei Workshop Subsonici a Le Gru prevede un ultimo incontro il 7 giugno con Samuel, voce del gruppo, che proporrà una vera e propria mixing class: una dimostrazione tecnica di post-produzione live dedicata alla costruzione di un tappeto sonoro dinamico e coerente, capace di isolare l’ascoltatore dal caos circostante. Tutti i workshop sono gratuiti con prenotazione obbligatoria e si svolgono alle ore 17; le iscrizioni sono aperte presso il Box Info di Le Gru oppure scrivendo all’indirizzo dedicato, mentre calendario completo e aggiornamenti sono disponibili sul sito legru.it. Il progetto è sostenuto dal mall di Grugliasco nell’ambito delle celebrazioni per i trent’anni dei Subsonica e rientra nel più ampio programma di appuntamenti del centro dedicati a musica, cultura e intrattenimento. |
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Domenica 31 maggio, dalle 16 alle 18, l’area eventi esterna coperta ospita invece Carlotta Bertin, originaria di Candelo nel Biellese e conosciuta per la sua partecipazione a MasterChef Italia, per uno showcooking gratuito su prenotazione. L’incontro è pensato per avvicinare il pubblico al suo modo di intendere la cucina, in una dimensione ravvicinata che permette di seguirne lo stile, la tecnica e il modo di raccontare una ricetta, lontano dalle dinamiche televisive e più vicino all’esperienza diretta. Per i visitatori piemontesi l’appuntamento rappresenta anche l’occasione di incontrare dal vivo un talento del territorio, che ha saputo costruire una cucina personale, riconoscibile e radicata nella propria sensibilità. Lo showcooking proposto da Carlotta è una lavorazione a freddo, senza cottura, sviluppata attraverso diverse tecniche spiegate passo dopo passo mentre la preparazione procede. Il pubblico potrà osservare i dettagli di ogni fase, ascoltare il racconto della ricetta e cogliere quegli accorgimenti che spesso restano fuori dallo schermo, vivendo un’esperienza che unisce contenuto, curiosità e partecipazione. Al termine, è previsto un momento dedicato a foto e saluti, per favorire l’incontro diretto con la chef e consolidare quel clima di vicinanza che Le Gru coltiva anche attraverso i propri eventi. |
Domenica 24 maggio l’Associazione Dimore Storiche Italiane ETS, che riunisce i proprietari di immobili storici di tutto il Paese, ha organizzato la XVI edizione della sua Giornata Nazionale, evento che ha permesso al pubblico di visitare gratuitamente oltre 450 luoghi esclusivi come castelli, ville, giardini storici, palazzi nobiliari, conventi e residenze d’epoca, 36 dei quali in Piemonte. Questi immobili, situati in gran parte nelle campagne o in provincia, rappresentano il più grande museo diffuso d’Italia. Renderli visitabili gratuitamente in occasione di questa giornata permette di dimostrare al grande pubblico il ruolo insostituibile svolto dai proprietari privati nella tutela, conservazione e valorizzazione di una parte fondamentale del patrimonio storico e artistico italiano.
Per il 2026 è stato scelto come tema “Custodi di futuro: un patrimonio vivo per un valore condiviso” per richiamare la responsabilità condivisa della tutela e della conservazione del patrimonio storico-architettonico privato.
Il Torinese.it era presente a Robella (AT) dove ha aperto le porte il castello e come ormai da molti anni a questa parte anche Casale Armanda, già luogo Fai 2021, che con il suo percorso etnografico monferrino apre i suoi spazi per far conoscere al meglio la storia di questi luoghi. L’apertura del casale è stata organizzata dalla famiglia Calvo con il patrocinio del Comune e dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv.
Robella fece parte della Contea dei Radicati, nobile famiglia il cui capostipite fu Manfredo, Conte di Milano nell’869. Il casato, diviso in diversi rami riuniti in una consortile, dal X secolo fino al 1586 regnò su uno Stato praticamente autonomo che aveva come capitale Cocconato e comprendeva 47 feudi, tra i quali Aramengo, Marmorito, Passerano, San Sebastiano da Po e Robella. I Radicati riconoscevano come autorità superiore soltanto quella dell’Imperatore dei Romani e basavano la loro economia sui diritti di passaggio. Ogni anno un ramo diverso si alternava al governo di questa Nazione da Cocconato.
Nel 1586 si sottomisero ai Savoia, pur mantenendo ampi poteri feudali e dal 1589 al 1598 batterono moneta al Castello di Passerano. Nel 1734 i diversi rami si divisero i possedimenti, ponendo così fine alla consortile. Alcuni di essi si sono estinti nel lignaggio maschile, mentre altri sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, tra questi i Radicati di Brozolo.
A Robella il casato fece edificare ben due magnifiche dimore: il castello, tra il XII e il XIII secolo e Casale Armanda nel 1593.
Il maniero nel 1830 venne portato in dote da Rosa Lucia Radicati a Carlo Emanuele Gabriele Nicolis di Robilant, scudiero di Re Carlo Alberto. La loro bisnipote Maria sposò il Conte Alberto Cotta, nonno dell’attuale Conte di Robella.
Casale Armanda venne invece fatto edificare nel 1593 da un ramo secondario dei Radicati, per la produzione del vino.
Nel 1878, alla morte di Irene Radicati, il casale venne ereditato dal pronipote Giuseppe Musso Cambiano. Egli si spense nel 1909 lasciando orfana la piccola Camilla, della quale se ne prese cura il Sindaco di Robella. La nobildonna sposò Giacomo Martini, fratello del Prof. Enrico, l’inventore del pronto soccorso. La coppia ebbe un figlio, Giovanni, che morì a soli 32 anni nel 1942 in Africa Orientale Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1974 Camilla cedette Casale Armanda a Guido Calvo. L’aristocratica era madrina di battesimo di Armanda Graglia, alla quale è dedicato l’edificio, la cui famiglia vi visse in regime di mezzadria per almeno tre generazioni. Armanda sposò Giuseppe Rolfo, il cui padre Giacinto, viticoltore di antica generazione, nel 1908 fu invitato a Londra, dove, in occasione dei Giochi della IV Olimpiade, venne organizzata un’esposizione internazionale. Egli presentò il suo prodotto d’eccellenza: il vino “chiaret”, frutto di una miscellanea di uve autoctone del Monferrato ora scomparse. Il prezioso nettare ricevette il diploma di benemerenza e la medaglia d’oro con l’effige di Re Edoardo VII. L’anno successivo Casa Savoia premiò Giacinto con il “Brevetto Reale” consegnato dalla Regina Madre Margherita nella Palazzina di Caccia di Stupinigi. Da quel momento la famiglia Rolfo ebbe la facoltà di esporre l’arme della regina madre su tutte le etichette di vino. Giuseppe e Armanda ebbero una figlia, Silvana, che sposò Guido Calvo, dal quale ebbe due figli: Pierangelo e Paolo, attuali proprietari del casale.
Il complesso ospita oggi l’ecomuseo contadino, un’esposizione permanente che occupa 23 locali e comprende camera da letto, biblioteca, salone, cucina, e cantine. Il visitatore ha la possibilità di ammirare mobilio e vestiti d’epoca, nonché tutti gli utensili necessari per la coltivazione della vite, la raccolta dell’uva e la distillazione del vino, immergendosi nell’atmosfera di una casa di inizio Novecento.
Domenica 24 maggio a Casale Armanda il numeroso pubblico, guidato da Pierangelo Calvo e dallo scrivente, ha iniziato la sua visita nella parte settecentesca dell’edificio, precisamente nella sala dove sono esposte le copie originali del Brevetto Reale e del diploma dell’Esposizione Internazionale di Londra, nonché preziosi documenti della famiglia Bergoglio, originaria proprio di Robella e poi trasferitasi nel 1763 a Schierano e nei primi anni dell’Ottocento a Portacomaro.
La visita è proseguita nella contigua Sala fotografica, nella Bibliotechina, un tempo la camera da letto del robellese Enrico Martini, l’inventore del pronto soccorso e nel Grande Salone.
I visitatori sono quindi scesi al pianterreno, dove si trovano le storiche cucine e l’ecomuseo contadino ed hanno terminato il percorso nell’antica cantina di fermentazione, ubicata nella parte ottocentesca e mai terminata del casale. Questo spazio ospitava le seguenti mostre fotografiche: “Nebbia agli irti colli” di Franco Merlo e “Metamorfosi botaniche” di Pietro Medico. Il liutaio volpianese Giuseppe Martina, classe 1934 e considerato il più anziano liutaio d’Italia ha esposto alcuni preziosi strumenti musicali a corda.
Alle ore 17,30 nel giardino è stato presentato il libro “SAVOIA. L’albero genealogico e i protagonisti della dinastia” di Andrea Carnino e Pierangelo Calvo, edito da Susalibri di Angelo Panassi. Gli autori hanno dialogato con la Dott. Liliana Ravagnolo, una tra i primi italiani a conseguire la certificazione da parte della NASA per l’addestramento degli astronauti, che fu l’istruttrice spaziale di Samanta Cristoforetti, Paolo Nespoli e Luca Parmitano.
La giornata è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:
“I Nobili della Collina torinese” in abiti ottocenteschi.
Tra i numerosi presenti: Claudio Gavosto, Sindaco di Robella; Fulvio Mazzocchi, Sindaco di Barolo (CN); Giovanni Panichelli, Sindaco di Volpiano (TO) e Massimo Alfano, pittore ufficiale della Marina Militare Italiana e storico navale.
ANDREA CARNINO