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Sandro Pertini e gli abiti rivoltati
Sono stato a Savona a parlare in anteprima di Sandro Pertini che il prossimo anno verrà ricordato a 35 anni dalla sua morte. Avevo davanti a me un pubblico che immaginavo, data l’età, di vecchi pertiniani. Mi sbagliavo perché un novantenne avvocato di Savona ha raccontato aspetti poco conosciuti di Sandro anche per ciò che riguarda la sua vita famigliare. Ebbe, ad esempio, un fratello fascista e non onorò con il matrimonio una ragazza che lo aiutò, rischiando la vita portandogli aiuti nell’ esilio francese di Nizza. Ho replicato che le questioni personali e famigliari non possono inficiare la sua figura di politico e di statista. Pertini ebbe un carattere difficile dovuto anche al carcere e al confino e non ebbe doti politiche particolari. Fu un militante più che un dirigente socialista, seppe evitare la maledizione del movimento socialista fatto di scissioni continue.

Come presidente della Camera e poi della Repubblica cercò di porsi come uomo delle istituzioni anche se la sua passione politica ebbe il sopravvento. Un signore del pubblico se ne è uscito con un giudizio infelice:<< Neppure le Brigate Rosse avrebbero toccato Pertini>>. Così dicendo si sono avvalorati discorsi su un Pertini non abbastanza fermo sul brigatismo, cosa non vera, anche se graziò un brigatista parente di Emanuele Macaluso che costò il posto al Segretario generale del Quirinale Maccanico che si prese la responsabilità della grazia. Maccanico ebbe quasi subito dopo la presidenza della Banca commerciale e poi poté iniziare la sua carriera politica. Come si può vedere, nella storia occorre sempre una certa dose di relatività. Un’altra signora del pubblico ha ricordato che suo padre regalò un abito rivoltato che era appartenuto al maresciallo Caviglia eroe della Grande Guerra – come usava nel dopoguerra quando scarseggiava tutto – a Pertini perché potesse presentarsi all’Assemblea Costituente con un abito adatto. Gli abiti rivoltati noi non li abbiamo conosciuti, quei politici con quegli abiti di recupero sono stati parte della migliore classe dirigente italiana. Anche gli operai comunisti – come imponeva loro Togliatti – vestivano il doppio petto blu per entrare in Parlamento, come atto di rispetto delle istituzioni.
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La querelle del Garante
Ho conosciuto Agostino Ghiglia tanti anni fa quando ambedue ricordavamo foibe ed esodo giuliano – dalmata nel quasi assoluto silenzio. Lo stimo come una persona seria e coerente. Farebbe assai meglio il ministro di tanti suoi colleghi di Fdi. Il tentativo di Ranucci di attaccarlo con futili motivazioni è privo di fondamento.

Su di lui non cambio il parere maturato negli anni. E’ un uomo di partito che ha dimostrato di saper diventare uomo delle istituzioni. Non si può vietargli di entrare nella sede del suo partito come vorrebbe Ranucci che non nasconde mai le sue origini e simpatie, anzi le manifesta nella Tv pubblica che lui usa come se fosse sua.
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I liberali
C’è un ministro sicuramente liberale ed è Paolo Zangrillo che conobbi di sfuggita quando il Treno del Ricordo del Milite Ignoto fece tappa a Torino. Non ho più avuto altre occasioni di incontro Ma l’idea di non sottoporre gli over 70 ai disagi e al malfunzionamento delle anagrafi, liberandoli dell’obbligo del rinnovo della carta d’identità, è un’idea giusta e a costo zero.

Anche le iniziative di rafforzare i compiti delle farmacie nel campo sanitario è un’idea giusta. E’ l’esatto contrario delle lenzuolate di Bersani che cercarono di mandare all’aria le farmacie, creando le parafarmacie che per altro non ebbero successo. La mia farmacia, la Solferino, è un prezioso presidio sanitario, di cui non potrei fare a meno.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Va in scena una nuova ed emozionante edizione de Lo Zoo di Vetro, portata in vita da Carlotta Micol De Palma, che firma sia la regia sia l’interpretazione della protagonista. Con sensibilità rara e una profondità che attraversa il testo di Tennessee Williams senza mai appesantirlo, De Palma costruisce un mondo fragile e luminoso, capace di parlare allo spettatore contemporaneo.
Accanto alla sua interpretazione intensa, spiccano le scenografie di Giorgio Cecconi, che trasformano lo spazio scenico in un vero “giardino di vetro”: un ambiente sospeso, poetico, dove materiali, luci e trasparenze dialogano con le emozioni dei personaggi. Cecconi firma un lavoro raffinato, perfetto complemento della regia di De Palma, con cui forma una sinergia artistica di grande eleganza.
Questo Zoo di Vetro è uno spettacolo che colpisce per atmosfera, cura e autenticità. Un appuntamento teatrale da non lasciarsi sfuggire.
Enzo Grassano
Vi sono temi, nella vita di ognuno di noi, che ciclicamente tornano, aprono e chiudono il senso di ogni esperienza attraverso personaggi, suoni e simboli che chiedono a gran voce di essere indagati ancora una volta.
Scrissi non molto tempo fa, a proposito del “Dracula” di Bram Stoker, della sua appartenenza a una schiera di personaggi letterari che, dopo Achille, hanno saputo diventare catalizzatori di eventi, sentimenti e passioni forti a tal punto da dare vita a tutto ciò che li circonda, e che senza la loro presenza non avrebbero avuto senso di esistere. Solo i “mostri” possono fare questo: “mostri” in quanto portatori di prodigi, ammantati e colpiti da un alito divino che ferisce, inquieta e terrorizza proprio a causa di quel mostruoso centro d’energia universale che rappresentano.

In un teatro Astra trasformato quasi per intero nel castello di Dracula, il regista Andrea De Rosa e il drammaturgo Fabrizio Sinisi ci consegnano uno spettacolo intenso, un Dracula, interpretato magistralmente dalla bravissima Federica Rosellini, ferocemente innamorato, inquieto e che inquieta, dannato solo per quella mostruosa volontà di non poter fare a meno di amare. In quella sottile striscia di terra che separa la vita dalla non morte, e il teatro da ciò che viene percepita come realtà, la Rosellini porta in scena la poetica di un personaggio oltre ogni aiuto o gesto umano, un Dracula che ha disimparato a essere uomo, a esistere in quei particolari limiti e oscurità che appartengono più alla vita che alla morte. Vive nel paradosso della dannata luccicanza, schiavo del suo essere amore e ormai in ritardo per amare senza dover morire. Tema universale, quest’ultimo, poiché rappresenta molte volte la nostra maniera di non essere sincroni a ciò che stiamo vivendo, e di trovarci a capire lo spartito divino quando l’orchestra ha ormai smesso di suonare. L’affascinante voce di Federica Rosellini si riflette in Dracula sotto una forma di avvertimento all’umanità, un monito che per più di un momento sembra gettare luce sull’ingiustizia, sul sentimento più nobile trasformato in una condanna. La riflessione che ne consegue, basata sul “mostro” in scena, o più semplicemente sulla mostruosità che viene proposta, è che ciò che è brutto, di per sé, non causa mai dolore; solo ciò che è terribile causa sofferenza, ed essa è priva di valori estetici. Dracula è un personaggio unico nella letteratura del mondo, il solo a tornare in grazia di Dio attraverso la dannazione, riabilitando in modo quasi messianico un crimine amoroso che nasce dal dolore.
Va inoltre evidenziata la bravura degli altri attori in scena, a cominciare da Chiara Ferrara, che sanguina di vita, erotismo e visioni nella sua straordinaria interpretazione di Mina, amore di Dracula, e ancora Michelangelo Dalisi, Marco Divsic e Michele Eburnea. Geniali i lavori al suono, di G.U.P. Alcaro, e alle luci, di Pasquale Mari.
“Dracula è la storia di un uomo che non riesce a morire, e di un pubblico che accetta di guardare negli occhi questo suo desiderio mostruoso – spiega Andrea De Rosa nelle note di regia – cosiccome il Conte Dracula non è solo un personaggio letterario, ma un vero e proprio archetipo della nostra modernità, e anche il suo castello è diventato un luogo che appartiene al mito. La dimora del Vampiro è un teatro di apparizioni ed epifanie, un luogo onirico dove le leggi dello spazio-tempo vengono sovvertite. Il castello di Dracula è il luogo di uno sprofondamento, di un deragliamento del pensiero e del sogno. Per questo motivo abbiamo trasformato in modo radicale la normale struttura del teatro Astra, facendone uno spazio evocativo e misterioso, livido e asettico, un grande altare spettrale dove si svolge un rito antico e, contemporaneamente, moderno”.
Lo spettacolo, consigliatissimo, sarà in scena al TPE Teatro Astra di Torino fino al 30 novembre prossimo.
Gian Giacomo Della Porta
Andrà in scena martedì 18 novembre, alle ore 19.30, al teatro Carignano, “Re Lear” di William Shakespeare, interpretato da Gabriele Lavia, tradotto da Angelo Dalla Giacoma e Luigi Lunari. Protagonista dello spettacolo lo stesso Lavia che, a cinquant’anni dalla sua interpretazione di Edgar nello spettacolo diretto da Giorgio Strehler nel 1972, torna a confrontarsi con l’opera del bardo inglese per dare voce e corpo al tormentato Re Lear.
Con lui, in scena, Giovanni Arezzo, Giuseppe Benvegna, Eleonora Bernazza, Beatrice Ceccherini, Federica Di Martino, Ian Gualdani, Andrea Nicolini, Giuseppe Pestillo, Alessandro Pizzuto, Gianluca Scaccia, Silvia Siravo, Lorenzo Tomazzoni. Le scene sono di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti, le luci di Giuseppe Filipponio, le musiche di Antonio Di Pofi e il suono di Ruccardo Benaffi.
Composto all’inizio del Seicento, “Re Lear” affonda le sue radici nella leggenda del Re di Bretagna, ambientata prima della dominazione romana. Una storia antica, tramandata da cronache, poemi e sermoni che Shakespeare ha trasformato in capolavoro immortale, popolandolo di personaggi di intensa drammaticità. Lavia definisce “Re Lear” “una storia di perdite, della ragione, del regno, della fraternità”.
“Non resta che vivere in una tempesta – scrive Lavia nelle sue note di regia – ma la tempesta di Lear è quella della sua mente, la tempesta della mente dell’umanità, che ha abbandonato il suo Essere, e ora vive il suo Non-Essere nella tempesta della mente, che lo travolge, e tutti ne sono travolti, tranne colui che più degli altri ha sofferto e può Essere-Re della sofferenza come percorso di conoscenza. ‘Essere o Non Essere’ sono certamente le parole più importanti di tutto il teatro occidentale e, come si sa, le dice Amleto, che afferma: ‘Questa è la domanda’, come se la vita di ogni uomo, non solo di Amleto, che ogni uomo lo sappia o no, non fosse altro che porsi questa domanda. Re Lear nega questa domanda e decide il suo Non Essere, quello di non essere più Re. Dare via il proprio Essere, il proprio regno, è come dare via la propria ombra. Nel momento in cui Re Lear non è più Re, ma solo Lear, che cos’è Lear senza essere più Re? Non è che un uomo, uno come tanti, che non contano nulla. ‘Sono io Lear?” si domanderà disperato. Travolto dalla tempesta di non essere Lear, l’attraverserà fino alla fine, fino all’ultimo dolore, quando l’uomo Lear, portando in braccio la figlia Cordelia morta, urlerà agli spettatori: ‘Siete uomini o pietre? Avessi io le vostre gole e i vostri occhi, urlerei e piangerei fino a mandare in frantumi la volta del cielo’. In questo finale, colpo di genio, Shakespeare/Lear invoca le grida e il pianto di tutti gli spettatori, quasi un coro ideale per l’ultima scena del suo capolavoro. Le grida e il pianto dentro il silenzio degli spettatori, un silenzio che è un urlo di pianto. Forse il finale di Re Lear ci fa comprendere meglio il finale di Amleto, il resto è silenzio”.
Mercoledì 19 novembre, alle ore 16.30, a ingresso libero, Gabriele Lavia e gli attori della compagnia dialogheranno con Leonardo Mancini su “Re Lear” di William Shakespeare.
Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino
Orari: dal martedì al sabato ore 19.30 / domenica ore 16
Info e biglietti: 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it
Mara Martellotta
Sono terminate a Torino le riprese del film Sotto a chi tocca diretto da Giorgio Pasotti (che torna alla regia dopo Abbi Fede), adattamento cinematografico della commedia teatrale “Il metodo Grönholm” di Jordi Galceran. Sei candidati partecipano, chiusi in una stanza, a un colloquio di gruppo per una prestigiosa multinazionale. Scopriranno che il metodo di selezione sarà piuttosto insolito, in cui la regola principale è mors tua vita mea.
Oltre lo stesso Giorgio Pasotti nel cast anche Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio, Claudia Tosoni e Linda Messerklinger. Sotto a chi tocca è prodotto da Wonder Film e Wonder Project, in coproduzione con Cinefonie, Lime film, Officina della Comunicazione, Stefano Francioni Produzioni, in collaborazione con Rai Cinema e realizzato con il contributo del PR FESR Piemonte 2021-2027 – bando “Piemonte Film TV Fund”, unitamente al supporto di Film Commission Torino Piemonte.
In una Torino contemporanea e impersonale, sei candidati si presentano per un colloquio di lavoro in una prestigiosa e misteriosa multinazionale. I protagonisti sono Fernando, Carlo, Daniela, Enrico, Giulio e Franca, ognuno con competenze, ambizioni e personalità diverse. Appena riuniti in una stanza d’albergo di lusso, i selezionatori scompaiono, lasciando i candidati soli con una serie di istruzioni inquietanti. Viene spiegato loro che il colloquio seguirà il “Metodo Grönholm”, un processo selettivo spietato e surreale. La regola fondamentale è semplice e crudele: chiunque decida di abbandonare la stanza verrà automaticamente eliminato.
Un comico che ha fatto ridere l’Italia intera e uno scienziato che ha cambiato il nostro modo di guardare le piante si incontrano sul palco per raccontare la meraviglia del mondo vegetale: il 20 e 21 novembre alle 20.30 al Teatro Colosseo arrivano Giovanni Storti e Stefano Mancuso con “Lunga vita agli alberi”, uno spettacolo diretto da Arturo Brachetti che unisce teatro, scienza, comicità e poesia in un viaggio sorprendente alla scoperta dell’intelligenza verde.
Un incontro inedito e affascinante tra due protagonisti che, pur provenendo da mondi lontani, condividono la stessa urgenza: raccontare il nostro legame profondo con la natura e la responsabilità che abbiamo verso di essa. Sul palco, Giovanni Storti, storico membro del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, porta la sua curiosità e la sua ironia più autentica. Da anni impegnato nel progetto “Giova Loves Nature”, l’attore ha affiancato all’arte comica una nuova missione: quella di narratore appassionato della vita naturale, ambasciatore del rispetto per l’ambiente e dei valori di sostenibilità e con il suo profilo instagram ha superato il milione di follower. Accanto a lui, Stefano Mancuso, scienziato tra i più influenti, fondatore della neurobiologia vegetale e autore di saggi di successo tradotti in oltre venti lingue (Verde brillante, La Nazione delle Piante, La pianta del mondo). Mancuso, con la chiarezza e la passione che lo contraddistinguono, accompagna il pubblico dentro una nuova visione del mondo vegetale: un universo intelligente, cooperativo e vitale, da cui l’uomo può imparare molto.
“Lunga vita agli alberi” è un racconto in tre tappe (radici, fusto e chioma) che, attraverso parole, immagini e suggestioni, rivela come le piante sono organismi complessi e straordinariamente organizzati, capaci di comunicare, adattarsi e generare vita. Brachetti firma una regia visionaria che trasforma la divulgazione scientifica in esperienza teatrale, mescolando comicità e riflessione, stupore e consapevolezza. Il risultato è uno spettacolo di grande intensità emotiva e visiva, in cui arte e scienza si incontrano per parlare dell’unico tema che ci riguarda tutti: la sopravvivenza del pianeta e la necessità di riscoprire il nostro ruolo nella rete della vita.
Teatro Colosseo: via Madama Cristina 71, Torino
Poltronissima € 38,00 / Poltrona € 33,00 / Galleria A € 30,00 / Galleria B € 26,00 / Ridotto under 16 € 29,00
Mara Martellotta
CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60
Nella storia della musica rock non di rado ci si imbatte in termini ingannevoli, che ci portano a costruire mentalmente categorie, pregiudizi, convinzioni errate, classificazioni forzate ed ingiustificate. La lista di questi termini sarebbe lunga, ma tra essi spicca senz’altro la definizione “sottoetichetta”, di fronte alla quale anche inconsapevolmente ci poniamo come prevenuti, immaginando qualità minore, artisti di cabotaggio discutibile, budget approssimativi. Niente di più sbagliato, tantopiù se ci troviamo a che fare con “sottoetichette di lusso”, che semplicemente sono una ramificazione “di nicchia” o “di settore” di etichette gigantesche e monumentali. Parliamo qui della “sottoetichetta” “Date Records”, sottoposta di Columbia Records, nella sua riedizione dal 1966 sotto la guida di Tom Noonan, nata per gestire l’acquisto di master e la produzione indipendente, cioè musica al di fuori della registrazione e produzione “interna” della Columbia Records. Sciolta nel 1970, vide numerosi “reissues” successivi ad opera della stessa Columbia Records e di Epic Records. Attualmente l’intero catalogo “Date Records” è nella proprietà di Sony Music Entertainment, gestito dalla controllata Legacy Recordings.
Data la vasta gamma di generi coperti, qui di seguito verranno elencati esclusivamente i 45 giri di garage rock e psychedelic rock degli anni 1966-1970:
– THE DISTANT COUSINS “No More You / Gently Goodbye” (2-1501) [1966];
– LONDON & THE BRIDGES “It Just Ain’t Right / Leave Her Alone” (2-1502) [1966];
– CLEFS OF LAVENDER HILL “Stop – Get A Ticket / First Tell Me Why” (2-1510) [1966];
– THE DISTANT COUSINS “She Ain’t Lovin’ You / Here Today, Gone Tomorrow” (2-1514) [1966];
– LONDON & THE BRIDGES “Tell It To The Preacher / City I Was Born In” (2-1517) [1966];
– THE LEGEND[S] “Raining In My Heart / How Can I Find Her” (2-1521) [1966];
– CANNIBAL & THE HEADHUNTERS “Land Of A Thousand Dances / Love Bird” (2-1525) [1966];
– CLEFS OF LAVENDER HILL “So I’ll Try / One More Time” (2-1530) [1966];
– CLEFS OF LAVENDER HILL “It Won’t Be Long / Play With Fire” (2-1533) [1966];
– THE CHAIN REACTION “The Sun / When I Needed You” (2-1538) [1966];
– THE DISTANT COUSINS “Stop Runnin’ Round, Baby / (Will You) Take This Woman” (2-1542) [1966];
– THE BLUEBEARDS “Come On-A My House / I’m Home” (2-1547) [1967];
– TRAVIS / COVENTRY & CLEFS OF LAVENDER HILL “Gimme One Good Reason / Oh, Say My Love” (2-1567) [1967];
– PLANT LIFE “Flower Girl / Say It Over Again” (2-1572) [1967];
– NEW HUDSON EXIT “Come With Me / Waiting For Her” (2-1576) [1967];
– DICK WAGNER & THE FROSTS “Bad Girl / A Rainy Day” (2-1577) [1967];
– THE WILL-O-BEES “It’s Not Easy / Looking Glass” (2-1583) [1967];
– THE MUSIC BACHS “Dig Yourself / Dream Machine” (2-1584) [1967];
– DICK WAGNER & THE FROSTS “Sunshine / Little Girl” (2-1596) [1968];
– THE SCARECROW “Kisses Sweeter Than Wine / Hold Back The Sun” (2-1602) [1968];
– THE ZOMBIES “Butchers Tale (Western Front 1914) / This Will Be Our Year” (2-1612) [1968];
– THE YOUNG IDEAS “Melody / Barney Buss” (2-1614) [1968];
– THE ZOMBIES “Time Of The Season / Friends Of Mine” (2-1628) [1968];
– FREE FERRY “Mary, What Have You Become / Friend” (2-1658) [1968];
– THE ZOMBIES “Imagine The Swan / Conversation Of Floral Street” (2-1644) [1969].
Gian Marchisio
Mercoledì 19 novembre, alle ore 20.30, il teatro Colosseo di Torino accoglie nella sua prestigiosa stagione un nuovo appuntamento del galà del G.E.T., ovvero dei Germana Erba’s Talents, per una serata di musical, danza e teatro. Si tratta di un evento pensato come una vetrina sulle arti performative del futuro con protagonisti 130 giovani danzatori, cantanti, attori impegnati in una messa in scena articolata che propone un susseguirsi di quadri spaziando dal grande repertorio del balletto classico fini alla prosa, dai quadri colorifici e canori tratti da celebri musical della danza contemporaneo. Una kermesse che è uno sguardo sulla fucina artistica torinese che esporta talenti in tutto il mondo, come è successo per molti componenti del G.E.T., che dal capoluogo piemontese hanno spiccato il volo andando alla conquista dei palcoscenici internazionali. I veri protagonisti saranno i 130 talenti che, con la loro bravura galvanizzeranno tutta la sala con passi a due e momenti insieme di incantevole danza classica, costellato di virtuosismi con musiche di Johann Strauss, creazioni coreografiche contemporanee, come l’elegante “Somewhere in between” su musiche di Vivaldi. Le pagine dedicate al musical consacrano alcuni dei titoli più amati, quali “Fame”, “High School Musical”, “Mary Poppins”, “Alladin” e “West Side Story”. Tra i momenti di prosa vi sono il racconto di prosa pirandelliano “Il treno ha fischiato” e “Molto Rumore per nulla” di Shakespeare, o l’esilarante monologo comico “Quando diventi un G.E.T.”. Sul piano dei meravigliosi cori plenari, la chiusura della serata è affidata allo stellare Counting Star. Lo spettacolo è firmato da docenti, coreografi e registi Niurka De Saa, Gianni Mancini, Laura Boltri, Laura Fonte, Silvia Iannoli, Isabella Legato, Luciano Caratto, Andrea Beltramo, Stefano Fiorillo, Elia Tedesco e dai vocale coach Simone Gulli e Gabriele Bolletta, Presidente della Fondazione Germana Erba, con coordinamento di Girolamo Angione, direttore artistico del liceo Germana Erba. Nel corso della serata verrà conferito il premio Gian Mesturino ad Antonio Aguila Carralero, danzatore cubano di grande fascino formatosi all’Escuela Profesional de Arte, e alla compagnia Fernando Alonso a Cuba, e perfezionatosi presso la Fondazione Teatro Nuovo, entrando giovanissimo nella compagnia e vivendo una carriera artistica di primo piano, vincitore del concorso di Rieti, del premio Vignale Danza, del premio Positano che sempre ha caratterizzato, per una sua sorprendente versatilità, che lo ha portato a frequentare diversi generi coreutici con una grande padronanza tecnica ed eleganza. È stato primo ballerino al Maître de Ballet, lavorando per l’Ensemble, la Compagnia del Teatro Massimo di Palermo, Campo Amor di Oviedo, l’Ente Luglio Musicale Trapanese.
Mara Martellotta
Lunedì 17 novembre il palco dello Hiroshima Mon Amour (Via Bossoli 83) accoglierà una delle artiste più sorprendenti della nuova scena musicale sudamericana: Mariana Ferreira “Mari” Froes, cantante e chitarrista diventata in poco tempo un fenomeno globale. Le porte del locale si apriranno alle 20.00, mentre il concerto inizierà alle 21.00. Ingresso: 25 euro. A soli vent’anni, la giovane musicista brasiliana ha conquistato un pubblico internazionale grazie al singolo “Vantimora”, esploso su TikTok e ormai oltre quota 60 milioni di streaming. La sua cifra artistica mescola la tradizione della MPB — dal samba al baião, dalla bossa nova al jazz — con influenze rock ed elettroniche, dando vita a un linguaggio sonoro moderno, intimo e profondamente radicato nella cultura brasiliana. Un tratto distintivo amplificato dal timbro vocale personale e immediatamente riconoscibile.Il successo digitale di Mari Froes è altrettanto impressionante: oltre 1,3 milioni di follower su Instagram, 7 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, più di 2 milioni di fan su TikTok e quasi 900.000 iscritti al suo canale YouTube.
Dopo aver conquistato il continente americano, l’artista arriva ora per la prima volta in Italia per una serie di quattro date molto attese: Torino il 17 novembre — proprio sul palco dell’Hiroshima Mon Amour — seguita da Milano (18 novembre), Roma (20 novembre) e Bologna (21 novembre).
Valeria Rombolà