CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 190

‘Sintassi del Segno Sospeso’, la mostra dedicata all’artista Maria Rosa Benso

Presso il teatro di Palazzo Saluzzo Paesana, in via Bligny 2, dal 9 maggio curata dal critico Angelo Mistrangelo

Verrà inaugurata il 9 maggio, alle 18, presso il teatro di Palazzo Saluzzo Paesana, in via Bligny 2 a Torino, la mostra intitolata “Sintassi del Segno Sospeso”, dedicata all’artista Maria Rosa Benso, con oltre trenta sue opere.

L’esposizione è curata dal giornalista e critico d’arte Angelo Mistrangelo che evidenzia: “Il segno diviene storia, ricerca, immagine sospesa in atmosfere immateriali, in un alternarsi di impressioni che scandiscono il fluire inesausto del dato cromatico all’insegna di una interiore, e interiorizzata, interpretazione delle sottili e vibranti emozioni. La pittura esprime la magia della luce che accende le strutture, in una sorta di trama che si trasforma in sensazioni, ricordi e segnali che presiedono alla formulazione e formazione delle composizioni. Le pagine di un meditato astrattismo rivelano, in estrema sintesi, la persistente volontà di Maria Rosa Benso di fissare le tracce di un percorso che appartiene a una misurata gestualità manifestata in La materia del vento e Strutture fluttuanti. Una misura che nella mostra, allestita nell’ex Teatro del settecentesco Palazzo Saluzzo Paesana, appare caratterizzata da una sequenza di tavole che, da una penetrante scrittura segnica, aapproda a un discorso legato agli assemblaggi risolti con la delicata resa formale de Il peso delle nuvole, in cui le nuvole sembrano affiorare dalle lievissime atmosfere dei versi dello scrittore tedesco Hermann Hesse. Lievi e liriche suggestioni di una linea che definisce paesaggi della memoria, ripercorre desertici silenzi e gli impercettibili tratti di una stagione dell’esistenza rivisitata e ridefinita”.

L’allestimento resterà visitabile fino al 30 maggio da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19 con ingresso libero.

Il gesto pittorico assume, quindi, il valore di una personale e, talora, inaspettata, visione d’insieme, dove si avverte il clima di un vitale colloquio con il tempo e la realtà, con le interiori intuizioni e la controllata interpretazione del “corpus” di opere astratto-informali che rappresentano, come suggerisce Adolfo Francesco Carozzi, una condizione, uno stato d’animo, un punto di convergenza, un atteggiamento.

Si coglie, di volta in volta, una vera e propria sintassi dei segni, una grammatica della raffigurazione e un segreto cifrario attraverso il quale “scoprire universi remoti, visceralità ancora inesplorate, mondi arcani”, come scrive Gillo Dorfles.
In questa dimensione, emerge con forza un linguaggio in continuo aggiornamento, che stabilisce connessioni e riferimenti con le esperienze contemporanee, tra disegno e materia, comunicazione e nuove tecnologie.
Una comunicazione che fa parte del cammino della Benso lungo gli itinerari di una poetica che, secondo l’artista Alun Davies, esprime la coinvolgente esperienza di “lavori che sussurrano”. Sottolinea la Benso: “Nelle opere proposte prende forma un pensiero e un linguaggio di segni universale, misterioso, ipnotico, afferrando, talvolta, suoni di una musica sospesa”.

Per informazioni telefonare al numero 338.8256399 o scrivere a deborabocchiardo@gmail.com

Maria Rosa Benso ha iniziato a dipingere giovanissima frequentando l’atelier di Margherita Carena, allieva di Felice Casorati,  e nel corso degli anni ha approfondito e trasformato la sua misurata e meditata ricerca pittorica grazie a percorsi di studi e professionali che, peraltro, l’hanno dapprima condotta in direzione diversa.

Dopo gli studi in Lingue e letterature straniere a Cà Foscari di Venezia e a Torino, dove si è laureata in Lingua e letteratura inglese, ha conseguito infatti la specializzazione in Letteratura Americana all’Università di Urbino e, sempre in ambito letterario, ha preso parte agli incontri e interventi sul teatro shakespeariano di Giorgio Melchiori, Sergio Perosa e Giorgio Strehler, mentre in ambito linguistico e semiotico ha seguito i seminari di Umberto Eco al Centro Internazionale di Studi Semiotici di Urbino.

Tale formazione l’ha condotta ad operare professionalmente per due decenni nel campo della linguistica applicata e, in particolare, nella progettazione e direzione di centri di formazione linguistica professionale d’avanguardia presso enti ed organizzazioni internazionali, ad intrattenere contatti con Centri di ricerca d’eccellenza quali Manchester Business School ed Edinburgh University (Gran Bretagna), Harvard University, Massachusetts Institute of Technology e Stanford University (Stati Uniti) e Beijing University, a Pechino, in occasione del “Fourth World Conference on Continuing Engineering Education” del 1989.

I numerosi viaggi e soggiorni in Paesi europei, Stati Uniti, Cina e Sud America le hanno permesso, nel contempo, di cogliere i diversi aspetti socio-culturali delle popolazioni e studiare i contenuti delle pagine creative, dall’Action Painting all’arte e scrittura araba e cinese, grazie inoltre allo studio di queste ultime due lingue.
In particolare, ha completato la propria formazione con corsi sulla “New York School” e sul collage e assemblage entrando, e lo è tuttora, in più stretto contatto con artisti e curatori del MoMA, Museum of Modern Art di New York.

Del 2010 è la mostra personale Enigma Variations, allestita presso la sede del Piemonte Artistico Culturale di Torino con il patrocinio della Regione Piemonte.

La mostra segna l’inizio di una stagione di rassegne che esprimono il clima di un’esperienza in cui “segno”, “materiali” e “pagine astratte” caratterizzano le mostre Spazi di confine presso la Fondazione Fulvio Croce, Palazzo Capris di Cigliè di Torino (2012), Haiku: la poetica del segno presso la Biblioteca Nazionale Universitaria, Torino (2018) con il patrocinio MiBACT, e Denominatore comune, quadripersonale con Nino Aimone, Piero Ruggeri e Giorgio Stella (2022) presso Palazzo Lomellini, Carmagnola (Torino).

Un percorso che annovera inoltre la Biennale d’Arte di Vallebona (2014), la collettiva al Teatro dei Dioscuri del Quirinale a Roma (2015), le rassegne internazionali Telephone (2015 e 2020) dell’art incubator  “Satellite Collective” di Seattle (USA), la collettiva slideshow presso la sede del MoMA a New York (2020) e, tra le mostre dell’APA, Associazione Piemontese Arte, Pittura e scultura a confronto (2017), Presenze (2018) e Dialogo con i Maestri (2020).
Del 2024 è la collettiva Liquid Sky presso il Galata – Museo del Mare di Genova.

Accanto alle esposizioni, si ricorda l’impegno con l’Associazione Orolontano dell’artista  Alfonso Filieri, Roma, che ha esposto suoi libri d’artista sul tema di The Waste Land di T. S. Eliot negli spazi della Fondazione Monti Aperti di Foggia, del Museo Giacomo Manzù di Ardea (Roma), ed inoltre  della Biblioteca Nazionale di Roma e della Biblioteca Gino Baratta di Mantova, presso le quali si trovano due sue opere.

Maria Rosa Benso fa parte di Post-Millenium New York School (PMNYS), associazione di artisti indipendenti collegati al MOMA e di “Piemonte Artistico Culturale” e “Ponte per l’Arte” a Torino. È stata inoltre iscritta al Circolo degli Artisti di Torino.

Saggi, recensioni, testimonianze scelte: A. Audoli, M. Bernardi, W. Beck, A. Cavallera, M. Centini, A. Davies, K. Lanfranco, G.G. Massara, E. Massone, A. Mistrangelo, M. Paglieri.

Mara Martellotta

Pinacoteca Agnelli, la pista 500 accoglie quattro nuove installazioni site-specific

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Pinacoteca Agnelli presenta la programmazione per la primavera ed estate del 2025. A partire da mercoledì 16 aprile, la pista 500 accoglie quattro nuove installazioni site-specific degli artisti e artiste Allora&Calzadilla, Rong Bao, Francesco Gennari e Silvia Rosi.

Si avvia in aprile inoltre un intenso programma pubblico, che prevede per il terzo anno SUL TETTO DEL SALONE, la speciale collaborazione con il Salone Internazionale del Libro di Torino;  una collaborazione con il MAUTO per giri di auto storiche sulla Pista 500; presentazioni di libri al Fiat Café 500 e al Bookshop Civita, a corollario di esposizioni di edizioni d’arte speciali; la collaborazione con Archivissima e Collezione Maramotti alla sua terza edizione; la seconda edizione del Cinema sulla Pista 500, il programma di proiezioni sul tetto del Lingotto.
Infine, dato il grande successo di pubblico, la mostra “Salvo. Arrivare in tempo” viene prorogata sino a domenica 31 agosto prossimo, presentando un calendario di nuove attività e visite guidate.

La Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca sull’iconica Pista di collaudo delle automobili FIAT, da mercoledì 16 aprile si arricchisce di nuove installazioni site-specific degli artisti Jennifer Allora (1974 Philadelphia, Usa)& Guillermo Calzavilla ( 1971, Havana, Cuba), Rong Bao ( 1997, Beijing, Cina), Francesco Gennari (1973, Fano) e Silvia Rosi ( 1992, Reggio Emilia).
I nuovi progetti prodotti specificamente per Pista 500 si aggiungono alle opere già presenti sul giardino sospeso sul tetto del Lingotto di Thomas Bayrle, Monica Bonvicini, Valie Export,  Sylvie Fleury, Dominique Gonzalez-Foerster, Marco Giordano, Louise Lawler, Finnegan Shannon e SUPERFLEX.
Le nuove opere proseguono e approfondiscono la missione votata all’inclusività della Pinacoteca Agnelli. Martedì 15 aprile alle ore 18.30 è previsto l’opening per le  nuove installazioni con dj-set di Almare e accesso diretto alla Pista 500 da Rampa Nord, Fronte Eataly.

Commissionata e prodotta da Pinacoteca Agnelli  nella rampa Sud della Pista 500, Allora & Calzavilla, duo artistico basato a San Juan in Porto Rico, presenta Graft (Phantom Tree), un’installazione composta da migliaia di fiori realizzati in plastica riciclata che rimandano a quelli del Roble Amarillo, un tipo di quercia autoctona dei Caraibi. Questi fiori, sospesi come se fossero su di un albero, sono spogliati del tronco, foglie e rami, sollevando dubbi sulla loro provenienza e sulle loro origini perdute. Nei Caraibi la biodiversità rimane, infatti, tra le più ricche a livello mondiale, nonostante l’impoverimento significativo iniziato durante il periodo coloniale che continua fino ad oggi.
Il titolo dell’installazione fa riferimento all’innesto, una tecnica utilizzata per unire piante di specie diverse, cosiccome gli alberi fantasma, alberi che non sono mai cresciuti o sono stati rimossi a causa della deforestazione aggressiva.
Il duo, attivo dal 1995, utilizza diversi linguaggi artistici , tra cui la performance, la scultura, il suono, il video, la fotografia e la pittura.

Rong Bao esplora il rapporto tra attrazione e straniamento attraverso sculture e installazioni che combinano immaginari post-umani con un’estetica pop. Per la Pista 500, l’artista presenta “Carnivorous Bloom”, una scultura interattiva che si anima attraverso petali gonfiabili, in continuo movimento vibrando e oscillando come un organismo pulsante.
L’installazione assume l’aspetto di una pianta carnivora dai colori rosa brillanti che ne amplificano il carattere seducente, evocando forme vegetali mutanti e creature aliene.
Con sottile ironia “Carnivorous Bloom” si inserisce nel dialogo tra l’architettura industriale e la dimensione naturale del giardino sospeso sul tetto del Lingotto. L’installazione appare come un’entità fluida, a metà tra creatura e macchina, tra il reale e il fantascientifico. Bao ci sfida a interrogarci sul significato stesso dell’interazione con l’opera, e su come questa esperienza possa sovvertire le nostre aspettative. Il lavoro dell’artista si basa sull’interazione con il pubblico, invitandolo a confrontarsi con forme ambigue e materiali traslucidi, che evocano un mondo al tempo stesso artificiale e organico. Giocando con la percezione del corpo e dello spazio, Bao crea opere che oscillano tra l’affascinante e il conturbante. Le sue installazioni si trasformano in ambienti immersivi che disorientano e al tempo stesso lasciano emergere nuove possibilità di interpretazione della materia e dell’identità.

Francesco Gennari. “Avevo anche sette stelle in tasca” 2025
L’autoritratto è al centro della pratica artistica di Francesco Gennari. Per la Pinacoteca Agnelli l’artista presenta “Avevo anche sette stelle in tasca”, una nuova opera che consiste in una copia in bronzo del suo cappotto. Dopo aver passeggiato lungo la Pista 500, Gennari immagina di giungere alla rampa Sud e di dimenticare sulla balaustra il suo loden, un indumento diventato un tratto distintivo dell’artista spesso ricorrente nelle sue opere. All’interno di una architettura geometrica e asciutta, il cappotto di Gennari si inserisce come un elemento spiazzante, una scultura sartoriale, ch3 porrà il calore umano sulla rampa.
Le stelle in tasca, a cui il titolo del lavoro si riferisce, indicano che il cappotto appartiene a qualcuno che sta progettando un universo, ovvero all’artista che plasma la materia secondo la sua sensibilità e visione. Un gesto semplice come quello di dimenticare un cappotto si trasforma in un autoritratto dell’artista,  dove il suo corpo viene suggerito per assenza.
Parte integrante della ricerca dell’artista sono anche i materiali, legno, bronzo, marmo, vetro di Murano, e elementi organici come sciroppo di menta, gin, scorze d’arancia.
Le opere di Gennari costituiscono un diario intimo che tratteggia un paesaggio metafisico, armonioso ed insieme ricco di contraddizioni.

Silvia Rosi, di cui è esposta l’opera “Omissions” del 2025, artista italo togolese, nelle sue opere esplora temi come l’identità diasporica, la memoria familiare comunitaria, la rappresentazione di soggettività razzializzate e le ramificazioni di processi coloniali ed europei. Per il Billboard sulla pista 500 l’artista presenta “Omissions”, un’immagine che si ispira al suo album di famiglia, con le fotografie scattate a Lomè negli anni Sessanta e Settanta, oltre a quelle dei suoi genitori scattate negli anni Ottanta. “Omissions” mescola gli studi di fotografia tipica dell’Africa occidentale, una tradizione che permetteva ai soggetti di scegliere come rappresentarsi e che oggi offre una preziosa contronarrazione dello sguardo occidentale con quelli delle immagini della diaspora africana, fondendo il dato autobiografico a narrazioni collettive e condivise. Nell’opera Rosi recupera questa ricca identità iconografica per riflettere sulle dinamiche di potere e sul concetto di riappropriazione identitaria. Nello specifico, le due donne rappresentate sul Billboard tengono in mano il tabellone del Ludo, in Italia conosciuto come “Non t’arrabbiare”, un gioco da tavolo nato in India nel VI secolo ed esportato in Gran Bretagna e nelle sue colonie. Vestite coordinate con colori che ricordano la plancia da gioco, le figure sono al contempo giocatrici e pedine, mentre il Ludo, ricordo d’infanzia di Rosi a Lomè, è oggetto d’affezione nelle comunità diasporiche che diventa simbolo delle connessioni storiche e culturali che legano Asia, Europa e Africa occidentale. Anche lo sfondo dell’immagine racconta di questi legami, il materiale con cui è stato realizzato è il wax, un tessuto arrivato dall’Indonesia attraverso le rotte commerciali coloniali olandesi e diventato nel tempo parte integrante dell’identità culturale dell’Africa occidentale.
Nel mercato di Assigamé, a Lomè, proprio questa scacchiera è identificata dalle venditrici come “Ludo”. Vi è una riflessione su ciò che viene tramandato e ricordato nella memoria collettiva e su ciò che viene liberamente omesso e dimenticato dalla storia.

La Pista 500 è un progetto artistico che nasce nel 2022 come iniziativa di scultura pubblica della Pinacoteca Agnelli. È pensato per ampliare l’esperienza di un luogo simbolico della città per renderlo anche una destinazione culturale. Gli interventi sulla pista abbracciano diversi linguaggi della scultura: installazioni audio o ambientali, opere luminose o sonore, interventi video e di cinema espanso, sculture che sperimentano con materiali urbani immagini sul Billboard, progetti funzionali alla necessità di chi attraversa la pista o legate all’architettura industriale. Le opere, interattive e coinvolgenti, fanno riflettere sul significato di “spazio pubblico” oggi, e quali le storie e i monumenti con cui vogliamo abitare. Si confrontano con l’eredità della fabbrica per esplorare le implicazioni sociali e politiche della sua trasformazione. Entrano in dialogo con il giardino e con il paesaggio naturale urbano che circonda l’edificio, facendo emergere la tensione tra naturale e artificiale che lo caratterizza. La riflessione sull’inclusività degli spazi museali e sulla Pista 500 è stata una delle forze trainanti della Piancoteca Agnelli fino all’inizio del suo nuovo corso.

Mara Martellotta

Exposed Torino Foto Festival, mostre e artisti protagonisti alle OGR

Dal 16 aprile al 2 giugno prossimo, Exposed Torino Foto Festival annuncia le due mostre prodotte in occasione del Festival, in collaborazione con OGR Torino e Camera. Si tratta di “Almost Real. From Trace to Simulation”, curata da Samuele Piazza e Salvatore Vitale nel Binario 2 delle OGR, e di Olga Cafiero “Cultus Langarum” presso Camera, curata da Giangavino Pazzola. “Beneath the surface” è il tema della seconda edizione del Festival, organizzato dalla Fondazione per la Cultura di Torino sotto la guide dei direttori artistici Menno Liauw e Salvatore Vitale, e promosso da Città di Torino e Regione Piemonte, Camera di Comemrcio, Intesa Sanpaolo, Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, in sinergia con la Fondazione per l’arte moderna e contemporanea di CRT. Si tratta di 12 mostre, tra personali e collettive, con 16 artisti provenienti da 12 Paesi, Italia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Taiwan, Hong Kong, Bolivia, Repubblica Democratica del Congo , Zimbabwe, Sud Africa e Palestina. Sette sono le prestigiose sedi espositive, tra cui l’Accademia Albertina di Torino di Belle Arti, l’Archivio di Stato, Camera, Gallerie d’Italia, GAM, OGR Torino e Palazzo Carignano.

Il tema del Festival invita a esplorare realtà contenute sotto la superficie delle immagini, non solo quelle catturate dagli obiettivi degli artisti, ma anche quelle ritoccate attraverso tecnologie avanzate connesse tra loro. In questo solco si muove la mostra collettiva che inaugura il 16 aprile presso il Binario 2 delle OGR Torino, dal titolo “Almost Real. From Trace to Simulation”, curata da Samuele Piazza, senior curator delle OGR Torino, e Salvatore Vitale, uno dei direttori artistici del Festival, con protagonisti scatti e opere Lawrence Lek, Nora Al – Badri e Alan Butler. Dalla relazione tra videogiochi e fotografia, al ruolo della memoria nei musei, fino al confine tra IA e coscienza, la mostra mette in discussione il concetto stesso di verità e autenticità, immaginando anche le implicazioni future delle immagini “IA generated”. Alan Butler si muove tra virtuale e analogico con la serie “Virtual Botany Cyanotypes”. Prendendo spunto dal mondo dei videogiochi, trasforma le piante digitali in stampe fotografiche realizzate con la tecnica della cianotipia, un antico procedimento dell’Ottocento. Il risultato è un dialogo tra pixel e materia, il virtuale che tenta di farsi reale e il reale che si lascia contaminare dal digitale. Nora Al – Badri lavora sul confine tra archeologia e intelligenza artificiale con “The Post – Truth Museum” e “Babylonian Vision” addestra una IA su migliaia di immagini di manufatti mesopotamici, generando nuovi oggetti che non appartengono né al passato né al presente. Il suo lavoro solleva domande su chi ha il potere di conservare la memoria storica e su come la tecnologia possa riscrivere le narrazioni culturali e postcoloniali.

Lawrence Lek porta l’IA al centro della scena con “Empty Rider”, un film ambientato in un futuro distopico in cui un’auto a guida autonoma senziente viene processata per il tentato omicidio del suo creatore. Il video esplora il confine tra reale e coscienza artificiale, ponendo domande sul ruolo etico della tecnologia e su quanto le macchine possano essere responsabili delle proprie azioni.

La storia,  i personaggi e la cultura enologica delle Langhe sono raccontati attraverso l’uso di documenti e materiali di archivio.  Ruota intorno a  questi temi la mostra di Olga Cafiero dal titolo “Cultura Langarum”, che si apre il 16 aprile nella project Room di Camera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino. La mostra, sostenuta dall’azienda vinicola Garesio, raccoglie le serie fotografiche realizzate da Olga Cafiero, fotografa italo- Svizzera, vincitrice della prima edizione del Garesio Wine Prize for documentario Photography e fra gli artisti e le artiste  selezionate da Photo Elisée,  Musée cantonale pour la photografie di Losanna per l’edizione  2024 di Futures Photography, piattaforma internazionale  per talenti emergenti della fotografia  di cui Camera è partner insieme ad altre istituzioni europee.

La mostra, curata da Giangavino Pazzola, presenta cinque serie fotografiche che riflettono sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente, utilizzando diverse tecniche visive, tra cui la fotografia aerea, le scansioni digitali e i processi Off camera. Il lavoro di Cafiero offre una visione inedita delle Langhe raccontando il territorio e la cultura enologica attraverso la combinazione di diversi registri visivi e narrativi che mescolano l’approccio quasi scientifico ad una visione poetica ed evocativa. L’opera di Cafiero cattura così l’essenza di un territorio che vive tra tradizione e modernità, tra conservazione e innovazione.

L’Accademia di Belle Arti è anche il cuore pulsante di Exposed, e sarà sede non solo di mostre ma anche di talk con artisti e curatori, e di “Exposed Photo Match”, un nuovo tipo di portfolio che unisce la condivisione collettiva al networking. L’Accademia ospiterà la prima produzione del Festival con le opere di Valeria Cherchi, giovane artista indicata dal British Journal of Photography trabi 16 talenti emergenti a livello globale, e l’artista italiana togolese Silvia Rosi presente anche al Lingotto su Pista 500, vincitrice del C/O Berlin Talent Award 2024; Gregory Alpern, fotografo dell’agenzia Magnum e George Senga, proveniente dal Congo.

Mara Martellotta

Il parco riscoperto del Castello di Miradolo

Sabato 19 aprile, ore 11

L’inaugurazione con una speciale visita guidata del parco rinnovato progettato nell’Ottocento da Xavier Kurten

 

Nel 1824 Maria Elisabetta Ferrero della Marmora, incarica il celebre paesaggista ottocentesco Xavier Kurten di progettare la trasformazione del parco del Castello di Miradolo, da giardino all’italiana a parco romantico e paesaggistico, detto “parco all’inglese”.

Nel 2024, esattamente 200 anni dopo, si è completato il recupero, che ha avuto un obiettivo ambizioso: riprendere e restituire al parco la configurazione progettata da Kurten nel 1824. Grazie a un attento restauro, rispettoso del disegno originale, sono stati recuperati gli elementi storici e paesaggistici più significativi, garantendo così la conservazione della memoria storica del luogo e la continuità nel tempo del progetto del grande paesaggista. Questo intervento ha riportato alla luce il genius loci del giardino e ha ricreato un ambiente che rispetta il progetto originale, ma che al contempo è pronto ad accogliere i numerosi visitatori che ogni anno vengono a visitare il Castello di Miradolo e il suo Parco.

Il 2025 si apre con le nuove audioguide, che accompagneranno il pubblico in una visita approfondita del parco storico, con traduzioni in inglese, francese e LIS, sviluppate in collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino, e la produzione e l’allestimento della nuova pannellistica informativa, progettata in un’ottica di accessibilità per tutti. Da sabato 19 aprile sarà disponibile per tutti il nuovo percorso di visita. Alle ore 11 è in programma per questa occasione una visita speciale guidata dalla proprietà durante la quale sarà possibile scoprire e apprezzare in prima persona tutti i miglioramenti e le trasformazioni apportate al sito, con particolare attenzione al ripristino del disegno originario del Kurten. Sarà un’opportunità unica per comprendere come il parco, anno dopo anno, abbia ritrovato la sua identità smarrita negli anni di abbandono; arricchito di nuove aree e spazi rinnovati; il parco è oggi ancora più accogliente e fruibile per tutti. A seguito della visita, sarà prenotabile “Erbe nel piatto”: un calice di bollicine accompagnato da un assaggio a tema, a cura di Antica Pasticceria Castino.

 

LA RICERCA ARCHIVISTICA

Il gruppo di ricerca “Parchi e Giardini” del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali Alimentari (DISAFA) dell’Università degli Studi di Torino, coordinato dal professore Marco Devecchi, ha condotto nel 2023 e 2024 una approfondita ricerca archivistica volta a riconoscere le permanenze storiche del parco del Castello di Miradolo. La ricerca storica, incaricata dalla Fondazione Cosso, si è concentrata prevalentemente sulla componente vegetale, sulla Serra neogotica e sul territorio circostante. La dottoressa Paola Gullino del DISAFA ha coordinato e condotto con la professoressa Federica Larcher ed il Dottore Enrico Pomatto l’attività di ricerca archivistica. Il gruppo di ricerca ha rinvenuto fonti descrittive, iconografiche e cartografiche in riferimento alla realizzazione del parco, alle modifiche e trasformazioni avvenute nel tempo, ai caratteri compositivi e paesaggistici. La copiosa documentazione, per lo più inedita è stata rinvenuta in diversi archivi, biblioteche e accademia principalmente piemontesi ed è riferibile al periodo storico compreso tra il XVII secolo e XX secolo.

Nel 1824 venne incaricato il paesaggista prussiano Xavier Kurten di disegnare e progettare il nuovo parco del Castello di Miradolo: il parco da giardino settecentesco, caratterizzato da parterre formali, diventa informale o “all’inglese”. Da questa data, fino al 1837, vennero sostenute “Spese straordinarie” per la realizzazione del “Nuovo Giardino di Miradolo”. Molte specie arboree impiantate da Xavier Kurten nella prima metà dell’Ottocento costituiscono ancora oggi la struttura del parco storico del Castello di Miradolo. Di inestimabile valore è la presenza di alberi secolari e monumentali. In particolare, sono cinque gli esemplari monumentali presenti e riconosciuti dalla Regione Piemonte. Il Ginkgo biloba L., esemplare secolare posto proprio di fronte all’ingresso del castello, il Taxus baccata L., il Taxodium distichum (L.) Rich., anche denominato cipresso calvo, il Liriodendron tulipifera L., l’albero dei tulipani ed il Carpinus betulus L. Questa ricerca ha permesso anche a livello accademico e scientifico di riconoscere gli elementi compositivi e le permanenze storiche ancora presenti oggigiorno e di definire le linee guida per la valorizzazione del parco storico del Castello di Miradolo.

 

LA STORIA DI UNA RINASCITA

La Fondazione Cosso entra all’interno delle mura del Castello di Miradolo per la prima volta nel 2007, dopo oltre 60 anni di gestione irrispettosa del sito e 10 anni di completo abbandono da parte dei proprietari succeduti a Sofia di Bricherasio. Il disegno paesaggistico del parco è stravolto. Le facciate del Castello sono alterate da ristrutturazioni frettolose. I tetti dell’edificio sono crollati, le sale interne hanno perso le volumetrie originali e le decorazioni murali sono in pericolo, i rustici sono diventati depositi.

Dopo 15 anni di cantieri realizzati con fondi propri e di azioni di valorizzazione e racconto del luogo, nel 2022, in occasione di due finanziamenti PNRR – NextGenerationEU relativi alla rigenerazione dei parchi e giardini storici e al sostegno ai settori culturali e creativi per l’innovazione e la transizione digitale, inizia per la Fondazione Cosso un’ulteriore fase lavoro sui restauri e sul completamento dei servizi di accoglienza dedicati ai visitatori.

Ottavo in graduatoria tra i migliori progetti italiani e primo in Piemonte, con il progetto “Il Parco del Castello di Miradolo. Storia di una rinascita”, la Fondazione ha oggi concluso una nuova tappa del restauro e rinnovamento del parco storico, consolidando così l’impegno per il recupero e la valorizzazione del sito. Il 2024 ha infatti visto compiersi numerose azioni di manutenzione ordinaria e straordinaria della componente vegetale e del disegno storico in un’ottica di salvaguardia della biodiversità e di potenziamento dell’attrattività turistica, di restauro delle componenti impiantistiche con finalità di tutela del bene e di contenimento dei consumi energetici, di ricerca storico-paesaggistica e di rinnovamento dei servizi per i visitatori secondo la logica dell’inclusività e diversificazione dell’utenza, realizzando strategie di consolidamento e potenziamento dei target di utenza, in un’ottica di accoglienza per tutti, tutto l’anno.

Il rispetto dell’identità del luogo e l’attenzione alla sostenibilità ambientale sono stati elementi cardine del progetto con cui la Fondazione Cosso ha coinvolto l’architetto Paolo Pejrone, uno dei più rinomati paesaggisti italiani, che dopo aver disegnato e progettato l’Orto, ha ridisegnato anche la Corte aulica del Castello e la zona antistante la Serra, con il rinfoltimento della collezione botanica, il ripristino delle antiche vaserie e la selezione di arbusti idonei ad attrarre gli insetti pronubi, preziosi per la loro attività di impollinatori.

Attento e rispettoso degli equilibri della flora e della fauna è anche il nuovo progetto di illuminazione del parco che esalta il carattere identitario del luogo con gli stessi principi tipici del giardino romantico, dove le due anime, quella naturalistica e quella storica, dialogano e si completano offrendo al visitatore un’immagine notturna intima ed accogliente. Come nel giardino paesaggistico, la mano dell’uomo c’è ma non si vede, così gli elementi di luce sono nascosti alla vista e la luce diventa solo effetto e veicolo per apprezzare la natura al calar del sole. In questo delicato rapporto con la natura, il progetto di illuminazione segue la stagionalità del sito attraverso scenari luminosi che adattano l’intensità al variare della vegetazione, offrendo sempre nuove e diverse suggestioni al variare delle stagioni.

Il cantiere è proseguito negli ultimi mesi anche sulle componenti architettoniche, impiantistiche e di sicurezza: si sono conclusi i cantieri relativi al relamping, al completamento dell’impianto di illuminazione e all’allestimento dell’area bike friendly, così come il cantiere edile relativo alla ex portineria che sarà utilizzata a fini didattici e il restauro dell’antica stalla nelle pertinenze rustiche.

INFO

Castello di Miradolo, via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo (TO)

Sabato 19 aprile, ore 11

Miradolo, il parco riscoperto

Visita offerta dalla proprietà, compresa nel biglietto di ingresso.

Erbe nel piatto

Un calice di bollicine accompagnato da un assaggio a tema. Costo: 10 euro a persona. Prenotazione obbligatoria.

Costi di ingresso Castello e Parco:

Intero 15 euro; ridotto over 65, gruppi e convenzioni 12 euro; ridotto 12-26 anni e universitari 10 euro; ridotto scuole secondarie di II grado di Pinerolo e Tessere PineCult 5 euro; gratuito 0-11 anni, Abbonamento Torino Musei, disabili ed accompagnatore

Agevolazioni

FamilyLab: 5 euro bambini + 10 euro accompagnatori, comprensivo di ingresso e attività didattica

Tessera 5 ingressi: 45 euro

Tessera 10 ingressi: 85 euro

Tessera 10 ingressi per residenti a San Secondo di Pinerolo: 70 euro

Passaporto culturale: ingresso gratuito per il bambino nel primo anno di vita e per due accompagnatori

Il biglietto di ingresso è comprensivo di:

Accesso al Parco, al Castello e alle mostre quando allestite; Supporti di visita; Audioguide; Visite guidate

Orari

Sabato, domenica e lunedì, dalle 10 alle 18.30. Ultimo ingresso alle ore 17.30

Informazioni

0121 502761 prenotazioni@fondazionecosso.it

www.fondazionecosso.com

Donatella Taverna. “Leggende sugli antichi cammini”

Continua il “viaggio” della scrittrice-archeologa torinese alla ricerca delle antiche radici pre-romane del nostro Piemonte

Poche righe “rubate” all’introduzione del libro:“Forse per l’immagine che si pensa – accucciati a un focolare, vestiti di pelle, irsuti – gli uomini della preistoria e della protostoria stanno fermi: è opinione diffusa, ma errata. Erano genti in cammino e di questi cammini – lenti, non di una sola generazione, ma spesso di qualche persona speciale in avanguardia – si vedono ancora tracce”. Tracce che, da anni, ricerca e studia, con passione infinita, Donatella Taverna, scrittrice, giornalista e nota critica d’arte, importanti (e mai, per un attimo, dimenticati) studi di “Archeologia” alle spalle, sotto la guida, nell’Ateneo torinese, di Giorgio Gullini e di Antonio Invernizzi, nonché figlia del celebre scultore – allievo e collaboratore del Bistolfi  – Giovanni Taverna. Il suo è un lento percorrere, fra storie leggende e suggestive ricerche sul campo, strade di un passato ancora in gran parte avvolto nel mistero, se non del tutto obliato, lungo le quali trovare risposte “sotterranee” a realtà che hanno ancora tanto, ma proprio tanto, da raccontare e da svelare a noi “uomini dell’oggi”. Focus incentrato, in particolare, e ancora una volta, sulle antiche radici del nostro Piemonte, è di fresca uscita in libreria, sempre per i tipi della gloriosa “Atene del Canavese” (editrice fondata nel 2010 da Giampaolo Verga a San Giorgio Canavese e così denominata per omaggiare quella che è stata terra natia di tanti celebri intellettuali e uomini di cultura), la sua ultima “fatica” letteraria dal titolo ben esplicito – come da introduzione – di “Leggende sugli antichi cammini”.

Sottolinea Donatella: “Il libro continua la serie dei miei scritti sulle tradizioni popolari piemontesi, riprendendo un discorso che viene da lontano”. E che ha già visto la pubblicazione di svariate opere incentrate sull’argomento. Quattro capitoli, un’ottantina di pagine intense e ricche di avvincenti “leggende – verità” legate fra loro da un unico rigoroso fil rouge“Che – spiega ancora l’autrice – é la trasformazione di un antico sapere atavico attraverso metafore successive, spesso tradotte in temi religiosi, che descrivono esperienze ancestrali remote nel tempo. Nelle narrazioni qualcosa di incontrollabile dall’uomo avrebbe modificato la terra in modi diversi (la pioggia di fuoco, il diluvio, la caduta di grandi meteoriti, il vulcanesimo). Sempre lo si è attribuito alla divinità, alla grande dea madre nera sumerica ‘Tiamat’ fino agli arcangeli, o alla punizione divina contro gli uomini. Questi ultimi, benché in tempi remotissimi e a più riprese, si sono messi in cammino spostandosi, a seconda delle necessità di sopravvivenza, verso Occidente, ed hanno portato con sé la narrazione di eventi terribili, di volta in volta modificata e trasfigurata, ma con un comune denominatore. Quello assunto da una di queste narrazioni in una veste semitica prima e cristiana poi è riflesso in San Michele. Nel suo culto il percorso è più chiaramente identificabile perché cristianizzato”.

E all’Arcangelo Michele, sempre raffigurato e rappresentato in forma di guerriero con la spada sguainata e ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana, il libro dedica una particolare attenzione (oltreché l’immagine di copertina in cui l’illustrazione della “Sacra”, pilastro del culto micaelico in Piemonte, viene intelligentemente “frantumata” nelle sue parti più emblematiche e significative dalla pittrice Luisa Porporato) anche perché “accosta esperienze lontane a mondi più vicini, dalla cristianizzazione alla forte presenza bizantina in Piemonte e ad una comunanza culturale della regione più con l’area borgognona e provenzale, che con la cultura del resto d’Italia”. Curiosa, “pazza” (dice Donatella”) “novità” del libro, due sue poesie “che fanno parte di una lunga serie scritta , prima in italiano (i miei primi versi sono stati pubblicati da Teresio Rovere quando avevo otto anni), poi in un ‘mistilinguismo’ che in quanto cresciuta in un contesto di cultura con versanti anche provenzali, trovavo anche interessante tecnicamente e infine in francese”… Au peril de la mer, toi, Saint Michel/garde les ames pieuses chancelantes … E, invece, non novità ma piacevole consuetudine, l’abbinamento delle parole, del racconto a varie illustrazioni a tema, opera di artisti amici: dal “Remember” di Sandro Cherchi, a “La Bella Addormentata” di Pippo Leocata (“immagine della montagna che sorgeva dietro una tenuta dei miei antenati in cui il nome di famiglia, una generazione sì e una no, era proprio ‘Michele’”), fino a “La nuotatrice” di Elisabetta Viarengo Miniottti e a “La Sacra” di Tino Aime.

Donatella mi mostra il suo ultimo libro e già, butta lì qualche idea sul prossimo. “Ora in pentola bolle … una ‘pietra nera’ (!?) che dimostrerà ancora di più come tutte le civiltà, dalla Mesopotamia in qua, abbiano una radice comune, trasformandosi in più aspetti anche antropomorfi … con l’editore abbiamo poi il sogno di un lavoro sull’amore per l’‘Ideale’ (come Dante per Beatrice) ma ancora una volta in una versione che parte, prima di Dante, dal Piemonte”. Suspense! Assolutamente vietato “spoilerare” in anticipo. Restiamo in fiduciosa attesa. Brava, Donatella!

Donatella Taverna“Leggende sugli antichi cammini”, “Atene del Canavese”

Per infowww.atenedelcanavese.it//donatellataverna

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “Leggende sugli antichi cammini”; Donatella Taverna; Illustrazioni: Tino Aime “La Sacra” e Pippo Leocata “La Bella Addormentata”

Lectio magistralis di Guido Catalano: “Leggeri come versi, senza bagagli inutili”


Per il concorso “A/R
 Andata e racconto”

 

Viaggiare con leggerezza”: ispirandosi al titolo della terza edizione di “A/R Andata e racconto. Appunti di viaggio”, concorso letterario organizzato dal Salone Internazionale del Libro di Torino e Gruppo FS, il giurato Guido Catalano, definito la “rockstar della poesia”, scrittore, poeta e performer, incontra il pubblico giovedì 17 aprile alle ore 18.30 alla Galleria Subalpina di Torino (presso il dehor Caffè Baratti e in collaborazione con Libreria Luxemburg).

Fedele al suo stile ironico e poetico, Guido Catalano proporrà la lectio magistralis “Leggeri come versi, senza bagagli inutili” per raccontare la sua idea di viaggio.

Il viaggio è un’arte, e viaggiare con leggerezza è un’esigenza dell’anima oltre che delle nostre articolazioni. 
In questa lectio magistralis, che di magistralis – vi avverto – avrà poco, esploreremo il concetto di viaggio attraverso la poesia, compagna di viaggio ideale, capace di trasformare ogni spostamento in un’esperienza interiore profonda. Attraverso i miei versi e quelli di altri poeti che mi stanno simpatici, rifletteremo su cosa significhi partire, perdersi, ritrovarsi e lasciar andare. 
 Alla fine dei conti credo che un buon viaggio sia come una buona poesia: meglio pochi versi ben scritti che un romanzo pieno di bagagli inutili”. Guido Catalano.

Nato per stimolare la scrittura attorno al tema del viaggio, che sin dall’antichità e dal mito di Ulisse, affascina l’essere umano, il concorso A/R Andata e racconto”, il cui bando per la presentazione dei racconti è scaduto il 21 marzo, ha dedicato la terza edizione al tema “Viaggiare con leggerezza: istruzioni per l’uso”. Il viaggio reale o desiderato, il viaggio nella storia o nel futuro, il viaggio della scoperta o della rinascita: sono tanti i percorsi che possono essere raccontati attraverso la lente della leggerezza, quella dell’anima o quella ambientale, quella relazionale o quella comunitaria.

tre migliori racconti saranno premiati sabato 17 maggio (ore 10.30, Sala indaco) al Salone Internazionale del Libro di Torino e verranno pubblicati in un’antologia cartacea (o ebook), insieme ai testi originali di scrittori e scrittrici che fanno parte della Giuria finale (Guido Catalano, Antonella Lattanzi, Lorenza Pieri, Matteo Nucci, Nadeesha Uyangoda e Simona Vinci). La casa editrice sarà selezionata da Ferrovie dello Stato Italiane.

Guido Catalano. “A 17 anni ho deciso che volevo diventare una rock star. Poi ho capito che non ce la facevo e ho ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi”. Così ama descriversi Guido Catalano, nato a Torino nel 1971, autore di numerose raccolte di poesia. Presenta i suoi libri attraverso reading e momenti di cabaret in club e locali italiani, spesso a fianco di artisti musicali. Ha pubblicato per Miraggi Edizioni Ti amo ma posso spiegarti e Piuttosto che morire m’ammazzo, e successivamente per Rizzoli e Feltrinelli. Tra le pubblicazioni: il romanzo D’Amore si muore ma io no (Rizzoli, 2016), Ogni volta che mi baci muore un nazista (Rizzoli, 2017), Fiabe per adulti consenzienti (Rizzoli, 2021), Amare male (Rizzoli, 2022), Smettere di fumare baciando (Rizzoli, 2023), Cosa fanno le femmine in bagno? (Feltrinelli, 2024). Cura una rubrica su Torino7 di La Stampa.

IL CONCORSO

(bando scaduto il 21 marzo)

Il titolo della terza edizione del concorso “A/R Andata e racconto. Appunti di viaggio”, organizzato dal Salone Internazionale del Libro di Torino e Gruppo FS, è Viaggiare con leggerezza: istruzioni per l’uso.

Al concorso, il cui bando è scaduto il 21 marzo, sono stati ammessi racconti inediti con una lunghezza compresa tra le 15.000 battute e le 20.000 battute (spazi inclusi). Una prima commissione tecnica, nominata dal Salone Internazionale del Libro di Torino, selezionerà una rosa di quindici racconti finalisti, le cui autrici e autori riceveranno una carta regalo di Trenitalia del valore di 100 euro. I quindici testi finalisti saranno sottoposti al giudizio della Giuria finale, composta da otto scrittrici e scrittori – Guido CatalanoAntonella LattanziLorenza PieriMatteo NucciNadeesha Uyangoda Simona Vinci – e da un rappresentante del Gruppo FS, che selezionerà i tre racconti vincitori.

tre migliori racconti saranno premiati a maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino, che si svolgerà dal 15 al 19 maggio 2025, e verranno pubblicati in una antologia cartacea (o ebook), insieme ai testi originali di scrittori e scrittrici che fanno parte della Giuria finale. La casa editrice sarà selezionata da Ferrovie dello Stato Italiane.

www.salonelibro.it e www.fsnews.it

“Non solo emozioni: ti racconto”. Il nuovo libro di Marisa Pratico’

Marisa Pratico’, Dermatologa e gia’ autrice di numerosi articoli ed un libro che illustra protocolli e casi clinici “PRPePRF in Tricologia” ricalca nuovamente la scena editoriale, ma questa volta si racconta attraverso  un romanzo che parla di fede, malattie e guarigione.


Una narrazione che e’ anche una testimonianza della tangibile presenza di Dio incontrata nel sorprendente cammino della vita; storie che si colorano di speranza e che trovano risposte sia nella terapia che nella fede.
“Non solo emozioni: ti racconto” edito da Officina Editoriale Oltrarno.

Clelia Ventimiglia

Torino Fringe Festival. La Vita è un Varietà

C’è stato un tempo in cui il teatro era sogno, trasformismo, eccesso. Nel cuore della Belle Époque, il varietà era il regno dell’immaginazione, un turbinio di luci e colori, di canzoni e battute fulminanti, di eleganza e irriverenza. La XIII edizione del Torino Fringe Festival 2025 ne raccoglie lo spirito trasformando la città in un palcoscenico diffuso dove il passato incontra il presente in un’esplosione di creatività: “La Vita è un Varietà” è un omaggio alla grande tradizione italiana del varietà e del teatro di rivista, dei cabaret, dei cafè chantant e degli anni del proibizionismo.

Dal 13 maggio all’1 giugno, più di 40 spettacoli, tra prosa, danza, musica e performance, più di 15 eventi speciali, 6 prime assolute, nazionali e anteprime, più di 170 repliche, rendono omaggio all’arte del varietà mescolandola con le nuove frontiere della drammaturgia contemporanea. Dai protagonisti della scena teatrale italiana indipendente alle compagnie emergenti under 35, il Torino Fringe Festival sarà un viaggio tra il teatro civile, la comicità tagliente della stand-up comedy, il teatro fisico, le drammaturgie originali e le sperimentazioni più audaci. Tra i nomi: Arturo Brachetti, il grande Maestro del trasformismo internazionale e Matthias MartelliDomiziano Pontone, autore di spettacoli sul cinema; Francesca Cola, l’artista che esplora i confini tra danza, performance e arti visive; Simone Sims Longo, l’artista sonoro che opera tra musica elettronica, sound design e installazioni. La Conventicola degli ULTRAMODERNI, il cabaret italiano per eccellenza; Alessandro Ciacci, Premio Alberto Sordi 2022, vincitore di LOL Talent Show 2 e nel cast di LOL5; Igor Sibaldi, lo scrittore, studioso di teologia e storia delle religioni; Giorgia Mazzucato, attrice, autrice e regista, miglior artista internazionale al San Diego Fringe Festival; Caroline Baglioni e Michelangelo BellaniWalter Leonardi, attore, giullare e comico, volto storico de Il Terzo Segreto di Satira. Lucia Raffaella Mariani, Premio Hystrio alla Vocazione Ugo Ronfani 2018; Mauro Piombo e Gilda Rinaldi Bertanza; lo scrittore Alessandro Ferraro; Flavio AlbaneseMassimiliano Loizzi; la compagnia Enchiridion che porta in scena testi inediti di autori stranieri mai rappresentati; Teatro Strappato, la compagnia nomade di attori-artigiani che disegna e crea le sorprendenti maschere; Garu e Isaac, il Duo Padella, artisti di strada, giocolieri, equilibristi, clown.

Palcoscenico del festival di teatro off e delle arti performative tra i più originali d’Italia, l’intero capoluogo piemontese, dai luoghi considerati più canonici a quelli off, anticonvenzionali e quasi sconosciuti, come The Heat Garden, impianto di accumulo e riserva calore del Gruppo Iren completamente immerso nel verde; Le Roi, tempio storico dello spettacolo torinese firmato da Carlo Mollino; il Polo del ‘900.

 

«Siamo felici di celebrare il 13° anniversario del Torino Fringe Festival con un’edizione che omaggia il mondo del Varietà, intitolata “La Vita è un Varietà” – spiega Cecilia Bozzolini, direttrice del Torino Fringe Festival -. Per tre settimane, Torino si anima di teatro e arti performative e la creatività prende forma nei luoghi più inattesi della città. Con questo tema, abbiamo voluto abbracciare la vitalità e la molteplicità dei linguaggi artistici per offrire una riflessione profonda sulla complessità del nostro presente. Il Varietà, con la sua capacità di mescolare leggerezza, ironia e visione, è il punto di partenza per attraversare il contemporaneo con occhi nuovi, valorizzando la contaminazione tra generi, formati e sensibilità. Ogni spettacolo è un tassello di un mosaico che racconta la vita, in tutta la sua varietà, tra contraddizioni, poesia ed eccentricità. In un’epoca di cambiamento profondo per il mondo dello spettacolo dal vivo, il Fringe ribadisce la sua natura inclusiva e aperta alla sperimentazione. È un festival che parla a tutte e tutti, che cerca di portare il teatro fuori dai teatri e la cultura dentro la quotidianità. Ringraziamo il pubblico, nuovo e affezionato, che ogni anno sceglie di attraversare con noi questo viaggio artistico, e le istituzioni che, da tredici anni, credono e investono in questa visione».

Per l’Assessorato alla Cultura della Città di Torino, questa edizione del Torino Fringe Festival lancia un prezioso messaggio di diversità e contaminazione artistica, coinvolgendo tutta la città con tanti luoghi in zone diverse, portando la cultura nella quotidianità, vicino alle persone e rendendo l’arte accessibile e viva per tutti. E questo è di particolare rilevanza, oltre al fatto che la manifestazione si espande e costruisce nuove reti come la collaborazione con Napoli Fringe Festival in occasione delle celebrazioni di Napoli 2500. Il Torino Fringe Festival dimostra, grazie alla collaborazione di enti, istituzioni e partner che hanno deciso di sostenere il progetto, che solo lavorando insieme si può offrire ai cittadini un’importante offerta culturale.

 

IL GRAND OPENING

Il sipario si alza martedì 13 maggio alle 20.30 con un evento speciale a Le Roi Music Hall: un omaggio al teatro di varietà come arte della trasformazione e dello stupore. La Conventicola degli ULTRAMODERNI, il cabaret italiano per eccellenza diventato un luogo cult della Città Eterna, per il Grand Opening del Torino Fringe Festival XIII, porta in scena ULTRAvarietà! Dal trapassato prossimo al futuro anteriore, l’intera kermesse romana con 14 artisti pronti a far rivivere i fasti del varietà tra numeri di burlesque, canzoni d’epoca, sketch comici e coreografie spettacolari. Una serata dal fascino retrò, realizzata in collaborazione con Salone OFF 2025 e Club Silencio, per un tuffo nel passato tra sciantose e maliarde, fini dicitori e macchiettisti, musicisti e ballerine, tra numeri di burlesque, canzoni d’altri tempi e sketch irresistibili.

Il senso del racconto ne “Il seggio del peccato” di Travaglini

 

Di solito, quando scelgo un libro di narrativa, scelgo un romanzo, sono più coinvolta dallo sviluppo della trama ed è più forte lo stimolo a procedere nella lettura, per vedere come va a finire. Ma devo ammettere che, se uno scrittore è bravo, e Marco Travaglini lo è, sa fare di ogni racconto un breve romanzo, strutturando la narrazione. Confesso che a me, che amo scrivere, risulterebbe difficile. Mi chiedo anche, considerando che ogni racconto si conclude con un finale definitivo, che cosa spinge il lettore a passare al secondo racconto, al terzo e così via fino al ventisettesimo, leggendo con curiosità e piacere le 135 pagine del libro. Nella lettura de Il seggio del peccato lo stimolo a procedere permane vivo soprattutto per la scrittura, la ricchezza del linguaggio, il periodare lineare in descrizioni partecipate di luoghi vissuti o anche solo indagati, in cui si ambientano vicende significative, con risvolti spesso comici. E’ una scrittura comunicativa che fa intuire e quasi avvertire la  fatica e gli  umori della terra lavorata, ma anche l’ aria di festa, l’intensità degli aromi di  una cucina antica, l’ombra del bosco, l’odore dell’acqua dei laghi e quello invitante della  frittura di pesce. L’atmosfera ruvida delle osterie, con l’immancabile bicchiere di vino, il gioco delle carte, e l’ansia delle donne, le prime operaie, attente alla spesa nel negozio del paese, dove si segnava sul libretto in attesa di aggiustare i conti con la paga. Era nero il quaderno di Amelia, incanutita precocemente, che “quel pane amaro con la fatica e il sudore come companatico se l’era guadagnato per intero, dal giorno in cui aveva compiuto undici anni, varcando il cancello dello stabilimento”. Lo aggiornava puntualmente con cifre e annotazioni relative agli acquisti, tanto che le operaie che dipendevano da lei, maestra nel cotonificio, pensavano fosse un romanzo che forse avrebbe condiviso con loro. Sono tante e diverse le persone di cui Marco scrive, ricordano un po’ la poliedrica umanità di Piero Chiara, sbirciata da un immaginario buco dal quale scruta quella gente attiva che lotta e tira avanti. Ma c’è, a mio avviso, un collante, quasi un filo invisibile, che accomuna personaggi diversi anche come estrazione sociale, e un po’ fuori dagli schemi ortodossi; nessuno tra loro può considerarsi un vinto nella zuffa della vita, al contrario, in un dopoguerra difficile, si danno da fare, sfruttando le capacità di cui sono dotati, il buon senso della gente comune e, se architettano qualche progetto più ardito che si rivela fallimentare, si giustificano con l’eloquente verità dei luoghi comuni, il pensiero filosofico di quel tempo. Prendiamo ad esempio il signor Anacleto che “abitava a Torino, in pieno centro storico…nel Palazzo Bertalazone di San Fermo, che a suo dire l’aveva affascinato dal primo istante…Quell’ aria di nobiltà un poco demodè era perfetta per un uomo di mezza età che vestiva con eleganza”.

Clara Cipollina

Era un modesto falsario, più che altro dedito alla contraffazione di documenti. Giustificava così la tentazione di esercitarsi in un’attività commerciale che risultò fallimentare: “la truffa è necessaria al buon mercante quanto la lucidatura al vasellame di scarsa qualità” e ancora “un uomo non diventa ricco senza truffare; un cavallo non diventa grasso senza rubare il fieno agli altri”. Persino il maresciallo che compare ne Il seggio del peccato, vista la sua posizione critica fece finta di non sentire e di non vedere, sposando la filosofia del vivi e lascia vivere, “che in un piccolo paese toglieva di dosso un sacco di problemi”. A quest’umanità sognare era permesso, senza volare troppo in alto. Si può coltivare anche nella vecchiaia la passione del ballo ed accettare di essere applauditi come Fred e Ginger di periferia, con l’impaccio dell’età, basta sostituire, tacchi e decolté con delle Superga impreziosite da lustrini, del resto “che cos’è la bellezza se non una delicata espressione del meglio che possa inquadrare uno sguardo, della leggera ebbrezza che regala un gesto di così rara raffinatezza come può esserlo un volteggio, un casquè. Un passo doppio perfettamente eseguito..”. E c’è chi un sogno lo realizza, senza che l’abbia coltivato, come Quinto Paravia che, scelto a fare la comparsa nel film La banca di Monate, scopre Piero Chiara e se ne innamora. Lui, cameriere di sala in un albergo di Orta, dopo un provvisorio e movimentato ingresso nel mondo dello spettacolo, si convinse di aver recitato come un vero attore, grazie al gridare di un suo amico, ignaro di trovarsi in un set cinematografico, allestito un po’alla chetichella nella piazza di Omegna.Vide Quinto con la pistola in mano e costernato lo richiamò a gran voce “Quinto ti se diventà matt, molla l’arma cristianit…se rivan i carabinieri i te sbatan in galera”. In tanti altri racconti la comicità nasce dall’ambiguità di una situazione , o di una frase, o più semplicemente dal doppio significato di una parola, e il riso nel lettore scaturisce spontaneo, perché l’autore è bravo nel sorprenderlo, cambiando lo stile della narrazione. Anche in racconti che iniziano con la descrizione di fatti storici importanti e ben documentati, come quello che ha per titolo Il sigaro del signor Brusa, la conclusione può essere imprevedibilmente costituita da un episodio comico che induce chi legge a domandarsi se quel cognome era il segno di un destino. Quando, però, la macrostoria impatta drasticamente con la vita di piccoli paesi di montagna, un po’ isolati, chi vi abita vive anni difficili. Come Alvaro, contadino povero del Canavese che sfugge al piombo austriaco, viene ferito ma riesce a tornare alla sua terra, alternando rare tradotte a marce estenuanti, e vi trova rovine e miseria, i suoi sono morti, la cascina è in pessime condizioni, il terreno sta andando in malora”. Prima di allora quella terra intorno a Pavone era generosa, ora sembrava “impestata da una maledizione che l’ha resa micragnosa e dura come pietra con quelle zolle che resistevano alla zappa come quelle teste chiodate di crucchi dalle Dolomiti al Carso”. In questo racconto Travaglini sceglie parole con un assonanza spigolosa, un anteprima che prepara il lettore a comprendere una realtà dolorosa. Alvaro, evitando scoramento e disperazione, dissoda, semina e raccoglie un sacco di patate, cerca di venderlo a Bairo ma è accolto da un gruppo di tirapietre. Il campanilismo era diventato rivalità. Quelli di Foglizzo, i mangia rane, non andavano d’accordo con gli “zingari” di San Giusto Canavese e i dondola gambe, i fannulloni di Rivarolo, erano ostili ai gavasson di Ozegna mentre i più rispettati erano gli strasa papè perché un loro avo aveva coraggiosamente strappato una carta notarile in faccia ad un notaio avido e disonesto che ingannava i contadini analfabeti e incapaci a far di conto. Alvaro inviso ai più, fu accolto a sassate come un forestiero da quelli che ridevano come pazzi e gridavano “A l’è bianc come  la coa del merlo”, felici d’averlo impaurito e costretto alla fuga.

La guerra aveva incattivito la gente che doveva lottare per sopravvivere, e Alvaro a testa bassa continuò la sua lotta con quella terra “che lo strizzava come un cencio , rubandogli fino all’ultima stilla di sudore”. Un giorno, senza che minimamente lo prevedesse , nel suo cammino, si insinua, quello che gli studiosi di biografie definiscono tecnicamente un modificatore esistenziale. Per Alvaro, più semplicemente, si chiama Giovannino Bedini, anch’egli contadino, proprietario di un po’ di terra. Lo incontra al mercato di Ivrea, capisce che potrebbero aiutarsi e concretizza la sua intuizione organizzando quello che oggi chiamano briefing o incontro d’azienda, al tavolo di un’osteria davanti ad un mezzino di vino. Fu la vigna a far scattare l’idea e da questo punto la narrazione procede più leggera, la terra è percepita un po’ meno amara. I lavori impegnano i due in tutte le stagioni. Potature, innesti, taglio di tralci, e aratura tra i filari, e poi l’uva, la vendemmia, e la cantina, il mosto fermenta, il vino dell’anno prima si imbottiglia, l’entusiasmo di Giovannino, i dubbi taciuti di Alvaro. L’uva diventa vino, con tanto di etichetta dove la scritta in blu recita Rosso generoso, che non sarà molto apprezzato dagli intenditori, ma è un vinello fresco e giovane, e il “prezzo è da osteria”. Il racconto, iniziato in bianco e nero, si colora in quest’ultima parte con il sodalizio tra i due che continua, permettendo loro di mettere insieme il pranzo con la cena e persino di risparmiare qualche soldo da mettere in cascina. Per  quei tempi si può considerare un lieto fine. E’ solo un esempio di scrittura perché sono tante le idee, i ricordi, le suggestioni sollecitate dalla lettura di questi racconti che non si finirebbe mai di scriverne e che vedrei molto bene in un’antologia scolastica. Un altro protagonista del libro è il territorio, mappato dall’autore con la meticolosa attenzione del giornalista, attento al dove, al quando, al chi e al perché. In queste pagine c’è il senso del viaggio o meglio l’itineranza di chi scrive, così che leggendolo a me è sembrato di viaggiare con l’autore nel Piemonte, regione dove vivo ma che non ho calpestato, abitando in quella alle spalle della Liguria. Viaggio in quel Regno di Sardegna, sul cui confine aveva operato per tanti anni a dirimere controversie, sempre ostacolato a sua volta dagli ingegneri savoiardi, il cartografo Matteo Vinzoni, oggetto della mia tesi di laurea e di altri studi, stipendiato della Serenissima. Il territorio, quindi, indagato anche in questi racconti nel suo essere paesaggio, dove la morfologia è determinata dalla gente che lo abita e della quale forgia il carattere. Tutto in un rapporto di interdipendenza tra uomo e ambiente. Quelle din Marco Travaglini nel suo Il seggio del peccato sono vicende ambientate in grandi agglomerati urbani come Torino, Milano o Genova, meta di una gita turistica, così come la Valle d’Aosta, la Luino di Piero Chiara e le terre dell’autore ( oggi torinese d’adozione) tra i laghi Maggiore e d’Orta o la val Formazza. E poi una miriade di microcosmi, quei paesi contadini che coltivano la tradizione come nel caso, per citarne uno, di Casalborgone con la sagra del pisello e un’incredibile gara di trattori, o la cucina della festa del coregone ad Azeglio, o il Canavese di sua moglie Barbara. In definitiva è un libro che merita di essere letto perché riserverà sorprese piacevoli oltre alla ricchezza di spunti, curiosità, ricostruzioni di antiche tradizioni e motti popolari. Infine, come giustamente scrive l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino nella sua introduzione, “c’è una vena ironica che attraversa tutti i racconti, leggerezza e profondità al medesimo tempo, la scrittura è scorrevole e la lettura molto piacevole. In fondo, cosa si può chiedere di più ad un racconto?”.

Clara Cipollina, scrittrice

 

Una cappella tra templari e cavalieri di Gerusalemme

Per vederla bisogna varcare i cancelli del cimitero. Si trova al centro del camposanto di Buttigliera d’Asti, a pochi chilometri da Castelnuovo don Bosco e da Riva di Chieri, è ricca di storia e di fascino.
Ci sono entrati crociati, cavalieri di Gerusalemme e forse templari. È la cappella romanica di San Martino, è lì da quasi mille anni. Dedicata a San Martino, vescovo di Tours, è la più antica chiesa del territorio e risale probabilmente all’epoca carolingia(774-887) quando i Franchi dominavano nell’Italia del nord. Nella prima metà del 1100 i conti di Biandrate, che di Crociate in Terra Santa ne hanno fatte tante, almeno le prime quattro, donarono la cappella di San Martino all’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il futuro Ordine di Malta, nato nell’XI secolo per assistere pellegrini e viandanti diretti oltremare, ai luoghi santi nel Levante crociato. Nelle vicinanze della chiesa fu aperto un “hospitale”, un piccolo ricovero che metteva a disposizione posti letto, forniva cibo e curava i poveri e i malati che passavano da quelle parti, tra Villanova e Buttigliera. Un tempo chiesa dell’Ordine Gerosolimitano e ora cappella del cimitero, conserva elementi romanici dei secoli XII e XIII con affreschi sull’abside del Quattrocento. La chiesa si fa risalire al X secolo ma in realtà sarebbe molto più antica. Nel 2013 durante alcuni restauri fu trovato il coperchio di un antico sarcofago con un’iscrizione risalente al V-VI secolo, nell’epoca in cui era molto diffuso il culto del vescovo di Tours nella Gallia e nel nord d’Italia. La cappella di San Martino restò proprietà della commenda. Alla fine del Settecento, con la soppressione dell’Ordine di San Giovanni, passò al Comune di Buttigliera che ricostruì la facciata e restaurò l’altare e gli affreschi dell’abside. Sulle pareti esterne della chiesa si vedono antiche scritte e graffiti lasciati dai fedeli e dai pellegrini nel corso dei secoli, oltre a molte iscrizioni in latino e in italiano risalenti ai secoli XVI-XIX che si riferiscono ad abitanti deceduti in paese. Il luogo conserva un mistero legato alla presenza dei Cavalieri del Tempio. I possedimenti templari in Piemonte erano molto numerosi e tra questi figuravano chiese, domus, terreni, tenute agricole, allevamenti e altro. Le fonti storiche sulle proprietà dei Templari nella nostra regione fanno riferimento anche a un presunto insediamento templare a Buttigliera d’Asti. Secondo la studiosa Bianca Capone, sulla commenda di Buttigliera non ci sono fonti certe: “la carta più antica risale al 1543 in cui viene citata la commenda con dedica a San Martino, nome più templare che gerosolimitano, e i beni della commenda erano cospicui come si rileva da numerosi inventari”.                             Filippo Re