CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 150

Carola Vai presenta “Filomena Nitti e il Nobel negato”

MARTEDì 20 GENNAIO, ORE 18, CIRCOLO DEI LETTORI 

La giornalista e scrittrice Carola Vai, parlerà della scienziata Filomena Nitti al Circolo dei Lettori, Torino, con il magistrato Cristina Bianconi e il medico Ugo Marchisio. Modera il giornalista Edoardo Girola. Al centro dell’incontro: la presentazione del libro “Filomena Nitti e il Nobel negato” (Rubbettino editore).
Filomena Nitti, figlia dell’ex premier liberale Francesco Saverio Nitti, pur fondamentale collaboratrice del marito Daniel Bovet, Nobel per la medicina 1957, dal Premio rimase esclusa. Motivo? Il libro, scritto con il contributo della nipote della scienziata, Maria Luisa Nitti, narrandone la vita, tenta qualche risposta.

Una statua dedicata a Giulia di Barolo

Una straordinaria protagonista che promosse l’educazione per tutte le donne

L’auspicio e’ che sia solo l’inizio di una serie di riconoscimenti al femminile

Torino si prepara a rendere omaggio a una delle sue figure femminili più significative con un’iniziativa che ha un valore che va ben oltre la semplice celebrazione: la creazione di una statua dedicata a Giulia Colbert di Maulévrier, marchesa di Barolo. In una città in cui lo spazio pubblico è ancora occupato quasi esclusivamente da figure maschili, scegliere di ricordare una donna che ha inciso profondamente sulla storia sociale, educativa e civile di Torino significa compiere un atto culturale e politico insieme. Non si tratta solo di aggiungere un monumento, ma di riscrivere, almeno in parte, il racconto visibile della città.

Giulia di Barolo, nata in Francia nel 1785 e arrivata giovanissima a Torino dopo il matrimonio con Carlo Tancredi Falletti, fece della città la sua vera patria morale. Colta, europea, capace di guardare oltre i confini e le convenzioni del suo tempo, seppe trasformare il privilegio dell’aristocrazia in una responsabilità concreta. In un Piemonte attraversato da profonde trasformazioni sociali, Giulia non scelse la quiete dei salotti, ma l’impegno diretto. Non fu una semplice benefattrice: fu un’organizzatrice, una riformatrice, una donna che progettava, guidava e difendeva le sue iniziative con tenacia.

Le opere che portano il suo nome, scuole per ragazze povere, istituzioni per l’educazione e il recupero delle detenute, iniziative di assistenza e formazione, nascono da una visione che per l’epoca era radicale: la convinzione che la dignità delle persone non dipendesse dalla loro condizione sociale e che l’educazione fosse il primo strumento di emancipazione. In un tempo in cui le donne marginalizzate erano considerate perdute, Giulia di Barolo vide in loro delle possibilità. La sua idea di carità non era paternalistica, ma sociale: mirava a cambiare le condizioni che producono esclusione.

A rendere la sua figura ancora più moderna è il suo carattere. Giulia non fu una donna che chiedeva permesso. Trattava con ministri e autorità, discuteva con vescovi e funzionari, scriveva, insisteva, contrattava. In un mondo che voleva le donne discrete e silenziose, lei occupò lo spazio pubblico con autorevolezza. Difese le sue opere dagli attacchi e dalle diffidenze, consapevole che dietro ogni progetto sociale c’era una battaglia culturale da vincere.

Dedicare oggi una statua a Giulia di Barolo significa quindi molto più che celebrare una figura del passato. Significa interrogarsi su chi ha diritto di essere visibile nella città, su quali storie vengono raccontate attraverso le piazze, i monumenti, i luoghi simbolici. Le statue non sono solo memoria, ma modelli: indicano chi conta, chi ha lasciato un segno, chi è degno di essere ricordato.Torino è stata costruita anche dalle donne, educatrici, filantrope, intellettuali, lavoratrici, ma questo contributo raramente trova spazio nel paesaggio urbano. Restituire un volto a Giulia di Barolo significa cominciare a colmare questa assenza e offrire alle nuove generazioni l’immagine di una donna capace di incidere sulla realtà, di guidare il cambiamento, di unire visione e azione. La sua statua non sarebbe soltanto un monumento: sarebbe una dichiarazione civile, il segno che anche le donne hanno fatto la storia di Torino e continuano, ancora oggi, a interrogarci sul senso profondo della giustizia e della responsabilità collettiva. Speriamo sia la prima di una lunga serie di riconoscimenti alle donne importanti del nostro luogo del cuore: Torino, un museo dedicato a Rita Levi Montalcini, per esempio, e altre opere dedicate a straordinarie protagoniste di un luogo unico.

Di Maria La Barbera

“Domingo il favoloso” e la Torino fantastica di Giovanni Arpino

“In quanto narratore di storie, sento di appartenere a una razza in via di estinzione, poiché la civiltà delle immagini ci sommergerà e i lettori saranno sempre più capaci a leggere, ma sempre meno come numero”.

Così scriveva Giovanni Arpino nel 1982, riflettendo sul mondo che cambiava con grande rapidità. E, parlando dei personaggi dei suoi libri, aggiungeva: “Tutti i miei personaggi, se ci ripenso un attimo – giovani o vecchi, uomini e donne, operai contestatori e randagi – sono degli emarginati, che vengono a precipitare, pur essendo normali, in una situazione abnorme”. Arpino, nato a Pola nel 1927 da genitori piemontesi, durante la giovinezza  visse a Bra  per poi trasferirsi definitivamente a Torino, dove rimase fino alla sua morte prematura,  il 10 dicembre del 1987.Grande scrittore, “bracconiere di tipi e personaggi, cacciatore d’anime”, come si autodefiniva, si è distintoper lo stile asciutto e ironico e per la capacità di fissare storie di vita, esperienze e fotografie della realtà con straordinaria nettezza e precisione. Incredibilmente, nonostante i suoi sedici romanzi e i quasi duecento racconti, da anni sembra scomparso dal panorama culturale italiano. Tra i suoi libri c’è anche un bellissimo romanzo-favola, ispirato al genere del feuilleton, “Domingo il favoloso”, pubblicato da Einaudi nel 1975. Il racconto uscì , prima ancora di diventare un libro, in tredici puntate sulla Domenica del Corriere , tra il dicembre 1973 e il marzo 1974, illustrato dagli acquerelli originali di Italo Cremona, con il titolo “Correva l’anno felice”. Domingo, il protagonista, è una sorta di picaro, un po’ furfante, esperto in truffe e trucchi di vario genere, maestro nel poker e nel biliardo. Ha una “eterna fidanzata“, Angela, che lavora dietro un banco di torrone, e s’innamora di una zingarella affetta da un male incurabile, Arianna, che gli fa scoprire i sentieri del cuore. “Domingo il favoloso è il secondo volume della trilogia fantastica di Arpino, iniziata con “Randagio è l’eroe (1972) e conclusa con “Il primo quarto di luna (1976). Già l’incipit della storia promette ritmo e mistero: “Gli restava mezz’ora di tempo. In piedi alla finestra, indifferente alla frescura primaverile, Domingo guardava il corso livido, vuoto. Un vecchio ubriaco apparve all’improvviso tra le silenziose strutture delle giostre, di capanni e logori camioncini che ingombravano da alcuni giorni quell’angolo di città. Il vecchio faticava nel sospingere la sua ombra demente. Domingo lo seguì fin dove la sagoma rimase un attimo ferma nel tremolio luminoso che incorniciava la baracca del tirassegno. Lo vide sparire sotto le cupole buie degli ippocastani”. Un romanzo assolutamente originale, ambientato nella Torino degli anni settanta, descritta  con immagini forti. Una città notturna, con i suoi “corsi lividi”, il vento improvviso che induce “tutti i colombi di Torino a cercar scampo tra grondaie, abbaini e comignoli”, dove le ombre s’inseguono nel “cinereo budello dei portici”. La Torino di Domingo è sulfurea, diabolica. Una città dove si diceva che l’occulto fatturasse più della Fiat. E lui,  persona che disdegna qualunque attività regolare e non accetta di inserirsi nel contesto civile, s’inventa mille volte la vita. Fino al punto di svolta, quando incontra il mondo superstizioso degli zingari: da quel momento la sua vita cambia fino al punto che tutto ciò in cui credeva, ogni sua certezza, finisce in frantumi. Quella di “Domingo” è una grande storia, narrata da uno scrittore di gran classe che seppe esprimersi con garbo, forza e lucidità fino all’ultimo respiro. Sconfitto dalla lunga lotta contro un carcinoma, a soli sessant’anni,  Giovanni Arpino non sprecò nemmeno una lacrima perché rischiava “di annacquare l’inchiostro”.

 Marco Travaglini

Amedeo di Savoia Duca d’Aosta

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò  a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II  riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò  nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“  mesi fa, in realtà  cacciato, dall’ Ordine cavalleresco  Mauriziano perché avevo apprezzato  un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese”  che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento  chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’  Amba, difesa con eroismo,  della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero  Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.

Carletto e gli Impossibili: Dance, Rock, Pop e Funky al teatro Juvarra

Giovedì 22 gennaio, al teatro Juvarra, si terrà il concerto di Carletto e gli Impossibili, alle 21.30, che omaggeranno i più illustri artisti del rock e del pop con “La grande truffa del rock’n roll”. Si tratta di un concerto surreale e divertente per celebrare icone e leggende che hanno attraversato la storia della musica come meteore luminose. Carletto e gli Impossibili è una delle cover band più longeve ed eclettiche della musica italiana, i suoi show sono eventi unici in grado di ripercorrere con uno stile personalissimo il meglio della musica internazionale. Divertirsi e divertire sono le parole chiave dei loro concerti. Da oltre 25 anni si esibiscono in locali e animano feste private con uno show costellato di brani mixati e arrangiati in uno stile diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Vedere in azione Carletto e i suoi Impossibili è un’esperienza da non perdere: 100 brani condensati in un concerto di due ore in cui la Dance e il Rock, il Pop e il Funky si fondono per creare medley sempre coinvolgenti e ballabili.

La band è composta da musicisti di esperienza che vantano prestigiose collaborazioni con artisti italiani e non, quali Caparezza, Jovanotti, Giuliano Palma, Mike Patton dei Faith no more. I tre cantanti e quattro strumentisti propongono un concerto di grande qualità tecnica e interpretativa. Le scenografie e i costumi a tema, ogni volta diversi, sorprendono il pubblico e regalano uno spettacolo completo da ascoltare e da vedere. Bee Gees e Queen, David Bowie e Bruno Mars, Michele Jackson e Madonna, i brani indimenticabili anni ’70 e ’80 e i successi più recenti, il tutto condito con ironia, finalizzata a divertire e divertirsi

Carletto e gli Impossibili: Carlo Alberto Rubietti – chitarre/Roberta Bacciolo, Gianni Agnolon, Alberto Giraudi tra gli Impossibili / Carlo Bagini – tastiera e voce – Ciccio Cubal – basso e voce – Vittorio Ciaccia alla batteria

Giovedì 22 gennaio ore 21.30 – teatro Juvarra, via Juvarra 13, Torino

Info: teatrojuvarra.it – mailticket.it

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino. La PFM e Viden Spassov

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLASETTIMANA

Lunedì. Al teatro Alfieri la Premiata Forneria Marconi rende omaggio a Fabrizio De Andrè.

Mercoledì. Al Lambic suonano gli Ashville. Al Charlie Bird si esibisce il contrabbassista Viden Spassov. Al Blah Blah concerto per ricordare Gigi Rostagno con la Blues Gang di Dario Lombardo, Omini, Mao e Marco Ciari.

Giovedì. Al Cafè Neruda suona il quartetto di Luca Biggio. Al Vinile si esibiscono i Soulful Dress.

Allo Ziggy sono di scena i NI.

Venerdì. Al Magazzino sul Po si esibisce CAL! + Still Charles + ITTO. Al Folk Club è di scena Heloisa Lourenco, Jacopo  Jacopetti, Marco Ponchiroli, Alvise Seggi ed  Enzo Zirilli. Al Circolo Sud suonano gli Shook Roots. Al Circolino si esibisce Johnny Lapio & Arcote Project.

Sabato. Allo Spazio 211 è di scena Amalfitano. Al Circolo Sud si esibisce Niccolò Piccinini.

Pier Luigi Fuggetta

Un ponte per due: un’amara “gara di sfiga” notturna

Antonello Costa e Paolo Caiazzo

 

Un ponte per due racconta una condivisione di disgrazie 

In piena notte, sul Tower Bridge di Londra, un uomo in frac scavalca il parapetto per buttarsi nelle gelide acque del Tamigi. È quasi sul punto di lanciarsi quando un passante lo ferma e tenta di dissuaderlo. Entrambi sono emigranti italiani e l’aspirante suicida decide di sospendere l’atto per raccontare la sua disperazione. Antonello, di origini siciliane, da 10 anni ha aperto una rosticceria specializzata in arancini, ma il vizio del gioco lo ha indebitato a tal punto da essere minacciato dagli strozzini londinesi. Non vedendo una via di uscita decide di sacrificare la sua vita per salvare la famiglia. Paolo invece, napoletano di nascita, si è trasferito qualche anno prima nella capitale inglese aprendo una succursale di una storica pizzeria di famiglia. Anche lui ha problemi economici, sentimentali e di famiglia ed esponendoli al connazionale si rende conto che, forse, ha più motivazioni dell’altro e decide così di scavalcare il parapetto. La situazione si ribalta ma Antonello non riesce a far desistere l’altro fino a quando l’arrivo di due poliziotti di ronda intimorisce Paolo che rientra nei margini di sicurezza. Una volta allontanati i poliziotti decidono di tuffarsi insieme, ma con calma. Vale la pena di cogliere l’occasione e di continuare quella piacevole ed “ultima” chiacchierata. Si confessano così in maniera sincera e profonda e, per esorcizzare le proprie disgrazie, le raccontano come una esilarante gara di sfiga.

Il rintocco del Big Ben segna il passare del tempo e l’appetito richiede la chiamata ad un rider, anche e solo per il capriccio di voler morire a stomaco pieno! Ad interrompere puntualmente i vari tentativi di suicidio ci saranno irruzioni di una serie di personaggi, stranamente somiglianti tra loro.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Mercoledì 14 gennaio 2026, ore 21

Un ponte per due

Di e con Antonello Costa e Paolo Caiazzo

Regia Paolo Caiazzo

Produzione Teatro Novanta, Gruppo le Muse

Biglietti: intero 18 euro, ridotto 15 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Alla Galleria Sant’Agostino la 162esima mostra sociale del Circolo degli Artisti 

Alla Galleria Sant’Agostino si tiene dal 12 al 24 gennaio prossimi la 162esima mostra sociale del Circolo degli Artisti di Torino.
L’appuntamento annuale nella sua programmazione ha scelto una sede diversa da quella usuale della Giardiniera Reale di corso San Maurizio 6, dato l’elevato numero di artisti partecipanti novanta. La scelta espositiva si è concentrata sulla galleria Sant’Agostino, sede della omonima casa d’arte.
Quest’anno sarà presente anche una novità, quella della presenza di alcuni soci scrittori con delle personali composizioni. La mostra, allestita fino al 24 gennaio prossimo offre una vasta carrellata di tecniche utilizzate dagli artisti, dalla pittura figurativa a quella astratta, dalla scultura alla installazione, dalla grafica al disegno fino alla fotografia. Sarà anche esposta un’opera dell’artista Tiziana Inversi, dal titolo “Una fiaba in sogno”, già esposta ad una collettiva alla galerie Thuillier a Parigi e a Sanremo alla II Biennale d’Arte.
Il testo critico della mostra è stato curato da Angelo Mistrangelo.

Galleria Sant’Agostino
Corso Tassoni 56 Torino
Dal 12 al 24 gennaio 2026
Orari lunedì e sabato 14.30-18.30
Dal martedì al venerdì 9.30-12.30, 14.30-18.30
L’ingresso è libero.

Mara Martellotta

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quando il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo – Piero Fassino – L’Iran brucia – Lettere

Quando  il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo
In seguito all’apertura a sinistra della Dc che portò il Psi al governo, nelle elezioni politiche del 1963, il Pli ebbe in Italia, in Piemonte e a Torino un grande successo elettorale sotto la guida di Malagodi. Chi fa le Messe cantate per Zanone escludendo personalità della cultura che hanno una loro importanza, dovrà dire, anche solo recitando a bassa voce, che il Pli di Zanone rischiò di scomparire dal Parlamento e divenne un partitino. Solo Zanone venne eletto nel 1976. Il Pli di Malagodi ebbe invece un grande successo, anche se la sua opposizione non raggiunse obiettivi politici e solo nel 1972 il partito riuscì per pochi mesi a tornare al governo con Andreotti. Fu l’effetto dell’avanzata missina  Dn e delle tentazioni filocomuniste del Psi  di De Martino che mandarono in crisi il centro – sinistra. A Torino vennero eletti i seguenti deputati: Giuseppe Alpino, unico uscente, il dirigente FIAT  Vittore Catella,  il droghiere all’ingrosso Enrico De Marchi e  l’imprenditore Luigi Cerutti (che dopo poco tempo uscì dal partito). Al Senato vennero eletti l’ imprenditore  Giacomo Bosso , il medico dirigente Fiat Cesare Rotta  e  il pensionato Perpetuo Massobrio. Nella circoscrizione di Cuneo venne riconfermato Vittorio Badini Confalonieri. Nella circoscrizione di Cuneo, terra di Giolitti, Einaudi e Soleri, il successo fu minore. Novara, Biella e Vercelli non riuscirono ad eleggere un parlamentare liberale. Un motivo che spiega un successo limitato fu la mancanza di uomini e donne conosciuti in zona  e la presenza di molti democristiani moderati come Giuseppe Pella. I parlamentari eletti in Piemonte, se si esclude la caratura politica di Badini Confalonieri, furono di rilievo politico limitato: professionisti, dirigenti Fiat, imprenditori, pensionati, persino il presidente dell’associazione dei padri di famiglia salesiani che a Mirafiori venne eletto  senatore in modo sorprendente.
Erano quasi tutti filo monarchici. A loro non si aggiunse  non eletto per mancanza di voti l’ex monarchico Mario Altamura che era passato al Pli dal Pdium pochi mesi prima delle elezioni, decretando la fine del partito monarchico. Un grande artefice del successo liberale fu Filippo Arrigo,  storico segretario torinese del Pli a cui subentrò in tempi successivi l’improvvido  ed incapace Mario Arcari , destinato nel 1975 a passare a sostenere la giunta socialcomunista di Novelli in cambio di posti di sottogoverno. Arrigo meriterebbe un ricordo a sé. Abitava ad un portone di distanza da dove abitavo io, ma non si stabilì mai tra noi un rapporto che sicuramente sarebbe stato interessante almeno per un giovane come me. Arrigo – mi diceva mio padre – è una vecchia volpe della politica , ma è un uomo onesto e in questo giudizio lo appaiava con la preside Pangallo Barella, l’unica liberale che aveva le qualità per andare in Parlamento , ma che  un partito misogino come il Pli non ritenne mai di sostenere. Sta di fatto che quel gruppo di parlamentari – salvo Badini che nel 1972 divenne ministro – non riuscì mai ad emergere nell’attività a Roma . Alpino era poco più che un funzionario di banca e non era l’economista che diceva di essere.
 Divenne sottosegretario con Andreotti. Fuori dal Parlamento, alla guida del  (San Paolo) c’era Luciano Jona, il più eminente liberale torinese  in assoluto.  I valori della laicità erano quasi esclusi e uno dei deputati, Catella, era stato un pluridecorato combattente in Spagna dalla parte di Franco . Il Senatore dei padri di famiglia, un pensionato assai poco addentro alla politica e quasi in nulla liberale. Nel 1968 il gruppo fu drasticamente ridotto , nel 1972 , malgrado l’ ingresso al Senato del grande Manlio Brosio, fu ulteriormente ridimensionato e nel 1976 con Zanone si ridusse ad un solo deputato a Torino, Zanone stesso e Costa a Cuneo che,  usando anche l’arma clientelare,  sconfisse Badini Confalonieri .Entro’ in Senato a Saluzzo, ma solo nel 1976 ,perché prima fu vice presidente del Consiglio Regionale, il prof. Beppe Fassino, che  divenne in tempi successivi stottosegretario e capo gruppo in Senato.Nel 1972 fece la sua comparsa alla Camera Renato Altissimo, imprenditore, togliendo il seggio a De Marchi. Allora Altissimo era il capo  e il finanziatore della corrente a cui aderiva Zanone. Questi appunti di storia liberale non sono certo completi ed esaustivi, ma nessuno finora ha incominciato a scriverne. E’ bene che rimanga qualcosa di nero su bianco a dire se non la verità assoluta, almeno una lettura distaccata di un osservatore liberale non militante che ha seguito con attenzione la politica piemontese della seconda metà del secolo scorso.
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Piero Fassino
La piccola vicenda di Piero Fassino conclusasi senza interventi giudiziari di sorta  per   lo strombazzato profumo all’ aeroporto di  Roma, deve considerarsi strachiusa. Fassino è un esponente politico importante. La fusione a freddo del Pd avrebbe avuto ben altri esiti con lui alla guida. E’ stato due volte ministro, sindaco di Torino dí straordinario valore, uomo politico colto.
Adesso è stato stato quasi  condannato al silenzio dal suo partito, anche perché non è ProPal come Violante.
Sono uomini che non conoscono la demagogia. Persino Bonacini è andato con la Segretaria che appare dogmatica e un po’ autoritaria ,alla ricerca  frenetica di una candidatura a presidente del Consiglio che non avrà quasi sicuramente. La segretaria boicotta il sì al referendum come fosse una crociata ed è sempre astiosa. Il Pd sta perdendo la  sua qualità principale : la democrazia interna diventa sempre più asfittica. Quasi a rimorchio della sinistra estrema e dei 5 stelle.La componente democratica liberale  è quasi inesistente . Fassino sapeva tenere dialoghi aperti anche quando era segretario del PCI a Torino. Oggi il sistema si ispira a Livia Turco e a Rosi Bindi.
L’Iran brucia 
Quanto sta accadendo in Iran è la premessa per sconfiggere la dittatura islamista che opprime il paese. E’ un momento storico di grande importanza che può significare per gli uomini e le donne iraniane la possibilità di risorgere a nuova vita. La condizione delle donne ha raggiunto livelli che non esiterei a definire barbari. In Iran hanno bruciato chiese cristiane, i cattolici e gli armeni sono stati perseguitati. La dittatura komeinista imperversa sempre più soffocante, anche con i musulmani non servi del regime che si stanno ribellando al Medio Evo islamico. E’ il momento di schierarsi con la lotta coraggiosa degli Iraniani senza esitazioni ed ambiguità.E’ un dovere morale prima ancora di un impegno civile che deve partire in primis da tutta Europa. In Italia bisogna muoversi.
Le diplomazie devono attivarsi. Finora si fa troppo poco. Ci sono forze politiche che ignorano il regime iraniano per difendere Maduro. Una scelta scellerata e incredibile che ci fa comprendere la ristrettezza mentale di certa sinistra estrema. Non è solo faziosità estrema, ma un limite mentale penosamente evidente. Ciò che accade in Iran non ci impedisce di dire che Trump deve invece calmarsi. Il dire che il suo unico limite è la sua morale, non il diritto è una provocazione che evidenzia una rozzezza intollerabile in un capo di Stato. Bene aver neutralizzato Maduro, molto male mirare in primis al petrolio. Non credo abbia mai letto Romiti, ma anche per lui l’unica morale è il profitto.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Rituali di corte
Noi non ci sentiamo toccati dalla comunque opportuna smentita del Principe. Noi abbiamo scritto che la sua vicenda privata non ci interessa. Dare così rilievo ad essa con un comunicato ufficiale forse oscura un po’ la privatezza della vicenda stessa. Ma è solo un’impressione. Noi siamo estranei a certi rituali di corte.
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Badanti
Mia suocera negli ultimi anni di vita ha dovuto far ricorso ad una badante rumena. Gli italiani non erano disponibili. Morta mia suocera, abbiamo ricevuto una lettera dalla badante con la richiesta di oltre 12 mila  euro di festività non pagate, pena il ricorso al giudice. Abbiamo dovuto mettere un avvocato. La verità è che la signora che ricevette anche favori e benefit di ogni tipo da mio cognato e figlio dell’anziana, venne pagata su sua tassativa e ultimativa richiesta in nero per i giorni festivi, affermando che diversamente non sarebbe venuta a lavorare per una signora in agonia  da oltre un anno e voleva anche un passaggio in auto fino a casa. Questa è una situazione generalizzata? Aggiungo un particolare che ebbe una cifra transata di circa la metà, ma in nero!  Lettera firmata
Ho avuto anch’io esperienze analoghe con mio padre. Fu difficile avere badanti, mia moglie ne ebbe per suo padre anche di disoneste e ladre, che portavano a trascorrere la notte un compagno per scopi erotici, senza ovviamente assistere l’ammalato, travolte  dal sesso. Mal comune mezzo gaudio ? No, mancanza invece  di rispetto per gli anziani, mancanza di controlli adeguati, sfruttamento cinico delle emergenze. Anche un’associazione che doveva tutelare i datori di lavoro incamerò la quota, ma non fece quasi nulla. Ma i giornali non scrivono di queste cose.
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Bipolarismo
Fino a che non si faccia una riforma istituzionale come vorrebbe la Casellati e la premier Meloni, il sistema  bipolare è indispensabile nelle elezioni, anche per evitare ”certe porcate“. Lei cosa ne pensa?    Vittorino Pes   Sassari
Io nel ‘93 ero fiero oppositore del bipolarismo e convinto sostenitore del proporzionale. Avevo votato contro ai referendum di Segni che diedero un colpo  mortale alla prima Repubblica che io amavo e rimpiango anche oggi. Fu la storia migliore d’Italia. Mancava la governabilità perché non si votò per il premio di maggioranza nel 1953. Ma un forte partito democristiano consentì  lo stesso la continuità che andò in crisi quando Moro strizzò l’occhio lino al PCI. Dal 1994 lentamente, nei decenni, sono diventato maggioritario e favorevole al bipolarismo. Berlusconi e Prodi hanno fatto miracoli. Pertanto, pur con tutti i limiti attuali, sono contrario ai vari moderati, centristi, terze forze che sono solo debolezze. Io voglio sapere chi vince il giorno degli scrutini e non voglio delegare ai partiti nulla dopo il voto o, almeno, pochissimo. Vorrei però un ritorno delle preferenze , ma capisco che il Mattarellum, il sistema migliore, non può prevederle. Le piccole forze centriste devono fare come Lupi e Renzi. Devono aggregarsi  ai due poli senza pretendere di fare i Casini o i Fini o i Follini o i Calenda. Oppure devono accontentarsi di qualche seggio nel proporzionale previsto nel Mattarellum. I due poli sono l’unico avvenire italiano, meglio se in una repubblica semipresidenziale. Macron e Trump hanno ucciso le repubbliche presidenziali.