CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 15

A Cuneo dal 2 al 6 settembre la ventesima edizione di Mirabilia

Migliaia di artisti e vent’anni di strada e territori attraversati e incontri: torna anche quest’anno dal 2 al 6 settembre Mirabilia International Circus & Performing Arts , il festival che porta a Cuneo il cuore della sua ventesima edizione, trasformando la città in una grande scena a cielo aperto.

61 compagnie da tutto il mondo, 9 città coinvolte, 50 location, 9 prima assolute, 4 anteprime, 2 prime europee, 5 prime nazionali, 9 prime regionali.

Dopo il viaggio on the road, iniziato il 2 luglio a Busca e proseguito attraverso Roccasparvera, Savigliano, Pontechianale, Alba, Vernante e Chiusa di Pesio, Mirabilia approda a Cuneo dal 2 al 6 settembre  per “The Festival”, il grande appuntamento internazionale e cuore della ventesima edizione, prima di proseguire verso le ultime tappe di Dogliani e Carrù.  Si tratta di un percorso che in questa edizione coinvolge 61 compagnie internazionali,  170 repliche, nove città  e oltre 50 location, confermando la vocazione di Mirabilia a intrecciare le arti performative con l’identità dei territori e a trasformare piazze, strade, teatri, cortili e luoghi culturali in spazi di incontro e di spettacolo.
Dal 2 al 6 settembre saranno cinque giorni durante i quali il percorso estivo confluirà a Cuneo in un programma ricco di spettacoli, prime, incontri, e progetti internazionali, con artisti provenienti da diversi Paesi e una proposta capace di attraversare diversi mondi, quello del circo contemporaneo, della danza, del teatro, delle arti urbane e dei nuovi linguaggi.
Cuneo diventa il palcoscenico e il punto centrale di un viaggio che da vent’anni continua a costruirsi attraverso artisti, attori e pubblico.

Il titolo scelto per l’edizione 2026 è  “Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”, celebre verso di Antonio Machado, che sintetizza lo spirito di questo ventennale, una strada costruita nel tempo attraverso artisti, spettacoli, luoghi e incontri, ma anche uno sguardo rivolto al futuro e alla capacità dell’arte di aprire possibilità ancora da esplorare.
“Vent’anni significano vent’anni di strade percorse, di piazze attraversate, di artisti incontrati e di spettacoli che risultano cresciuti insieme al Festival e ai territori  – ha sottolineato il direttore artistico del Festival Mirabilia Fabrizio Gavosto – In questi anni abbiamo visto nascere relazioni, costruito nuovi pubblici e portato a Cuneo e nella provincia artisti e linguaggi  provenienti da tutto il mondo.
Per questo abbiamo scelto le parole di Machado, perché Mirabilia non ha mai avuto una strada tracciata, ma ha costruito il proprio percorso camminando, aprendosi ogni volta a nuovi incontri e possibilità.
Oggi, vent’anni dopo il primo passo, continuiamo a guardare avanti con la stessa curiosità, convinti che la cultura abbia la capacità di creare connessioni e che l’arte possa aiutarci a immaginare ciò che ancora non conosciamo.
Cuneo rappresenta il cuore di questo cammino. Dal 2 al 6 settembre tutti i percorsi dell’edizione 2026 si incontreranno per dare vita a un festival che vuole continuare a crescere, insieme agli artisti, alla città e al pubblico”.

L’apertura sarà affidata alla Prima regionale di _Meraviglia!_ di Ondadurto Teatro e alla Prima nazionale di _ Multiperspectivas #3_ di Paula Quintas Cía. Si tratta di un’apertura che mette in evidenza la vocazione internazionale del Festival, la ricerca contemporanea e la contaminazione tra linguaggi e nuove forme di relazione con il pubblico.
Si tratta di due spettacoli molto diversi per linguaggio e modalità di relazione con gli spettatori, che segnano l’avvio di un programma nel quale la ricerca performativa, la dimensione urbana e il coinvolgimento del pubblico saranno elementi centrali.

La giornata prende avvio alle 18.15 alla Tettoia Virginio con la presentazione del programma 2026 di UTPlay- Università di Torino Performance & Digital Playground, progetto dell’ateneo torinese dedicato all’incontro tra arti performative, ricerca e innovazione tecnologica, che sarà presente nel corso del Festival con performance,  installazioni e progetti dedicati ai nuovi linguaggi.
Alle 19.30, in piazza Virginio, andrà in scena il primo spettacolo senza parole _Meraviglia!_, che invita il pubblico a fermarsi e riscoprire la capacità di stupirsi. Macchine sceniche e  monumentali, figure surreali, teatro fisico, danza e Nouveau cirque costituiscono un viaggio visionario nel quale esseri umani e natura tornano a incontrarsi, trasformando lo spazio urbano in un luogo di poesia e immaginazione. Il rapporto con l’ambiente e la necessità di guardare il mondo con uno sguardo nuovo attraversano una creazione pensata per dialogare direttamente con la città.  L’appuntamento assume un significato particolare: i giovani che partecipano a _Meraviglia!_ saranno gli stessi che, nei giorni successivi, indosseranno le magliette riconoscibili arancioni dei volontari di MIrabilia.
Presso il Mercato Coperto, alle 21.30 la serata proseguirà con la prima nazionale di _Multiperspectivas #3_ di Paula Quinta Cía, creazione nata da una ricerca sui confini tra circo, arti performative e danza contemporanea. Fili tesi, movimento, improvvisazione e suono trasformano lo spazio in un ambiente condiviso, mettendo in discussione il rapporto tra osservatore e osservato. Il pubblico è  invitato a partecipare e le sue presenze e scelte  contribuiscono a rendere diversa ogni esperienza, facendo della percezione e della relazione parte integrante della performance.
La creazione, sviluppata tra Spagna e Portogallo, intreccia danza, funambulismo, circo, video, improvvisazione e porta a Mirabilia un dispositivo scenico in cui la distanza tradizionale tra chi agisce e chi guarda viene continuamente rimessa in discussione. Il lavoro è  stato riconosciuto da RedEscena come migliore spettacolo di circo.
Tra le direttrici principali del Festival è  presente proprio il circo contemporaneo,  inteso non soltanto come virtuosismo e acrobazia, ma come linguaggio capace di raccontare il corpo, le relazioni, la fiducia e il rapporto con il mondo.

Il 3 settembre, alle 20.45, alla Cour du Festival va in scena una prima europea con la compagnia cilena Los Nadies Circo che porta in scena _La Artista_ , un viaggio sensoriale dietro il processo creativo di una pittrice. Tele, colori, gesti e visioni trasformano progressivamente la scena in un quadro vivente, accompagnando il pubblico attraverso la passione, la solitudine e l’ossessione che possono attraversare il lavoro dell’artista. Il circo contemporaneo dialoga qui con le arti visive, trasformando il gesto acrobatico e la costruzione scenica in parte di un processo creativo.
Nella stessa giornata, alle 18, in piazza Foro Boario, gli spagnoli  PakiPaya presenteranno in prima italiana _Toca Toca_, miscela di circo aereo, teatro e comicità costruita intorno alla comicità di due personaggi, Antonio e Alicia. Sempre il 3 settembre, alle 18.30, in piazza Virginio incontro tra circo, teatro, clownerie e opera lirica con _Opera Guitta_ ,  in cui le grandi arie del melodramma verranno reinterpretate attraverso la comicità e il virtuosismo dei performer. Dopo aver accolto Trioche e Longuel, piazza Virginio, alle 21.30, ospiterà  Gambeinspalla teatro con _Loco-Motiv_, performance itinerante nella quale una locomotiva surreale attraversa strade, piazze, trasportando sogni e nuvole, desideri e invenzioni.

Il 4 settembre alle 16.30 a largo Audifreddi Mistral presenta uno spettacolo dal titolo _Fidati di Me_ in cui otto volontari devono sostenere una struttura composta da quattro cavi e da un palo cinese alto cinque metri. L’artista, su questa base, costruisce una sequenza di acrobazie, comicità,  equilibrio e suspense in cui la fiducia è  la condizione concreta per realizzare la performance,  che verrà replicata alle 19 in piazza Virginio e il 5 settembre, dalle 16 alle 18.10, in piazza Foro Boario, confermando la vocazione itinerante del progetto.
Nella stessa giornata alle 21 alla Tettoia Virginio Hanami proporrà uno spettacolo circense multidisciplinare in cui acrobatica, musica e arti visive rappresentano un viaggio sospeso tra terra e cielo, dal titolo _Lusin_
Il 4 settembre il programma si arricchisce con Sienta la Cabeza, prima regionale che trasformerà lo spazio del Foro Boario alle 21 in un originale hairstyling artistico, ritornandovi poi il 5 e 6 settembre.
Il 5 settembre alle 17.30 e con successive repliche, in piazza Galimberti, approda uno degli appuntamenti più  attesi e di maggior impatto visivo del Festival _Wild_ di Motionhouse, in prima regionale.
In una foresta verticale fatta di pali alti fino a 5 metri, danza acrobatica e partnering narrano il rapporto tra natura e essere umano, attraverso corpi che si arrampicano, si lanciano, si inseguono, creando nella piazza un ambiente scenico simile a una foresta urbana nel cuore della città.
Sempre il 5 settembre, in piazza Galimberti, alle 18.30 e con repliche successive, si terrà la prima nazionale di _Runners_ di Hippana Maleta, unione di giocolieri, musica dal vivo e comicità fisica, in una riflessione sul movimento e sulla condizione umana.
Il 6 settembre, alla Cour du Festival, si terrà  l’anteprima di _Incipit Company_ lo Bestia_ che ha recentemente concluso un periodo di residenza artistica a Busca, in seno al progetto PerformingLands Artisti  nei Territori che l’Associazione culturale IdeAgorà sviluppa ormai da dieci anni.

La danza di Mirabilia 2026 sviluppa un percorso sui temi dell’identità, del lavoro e del rapporto con l’ambiente e la possibilità di immaginare nuove forme di convivenza. Si inizia con due appuntamenti il 3 settembre prossimo, presso il Teatro Toselli: il primo alle 21.00, con la Prima Regionale di “LIF” di Zappalà Danza / Claudio Scalia”, una nuova creazione coreografica che porta al Festival una riflessione fisica e visionaria sulle conseguenze del Ragnarök e sulla possibilità di una rinascita dopo la distruzione, e a seguire, alle 21.40, Contemporary Acne con l’esibizione “Fly me to the moon”, tra danza contemporanea, acrobatica e teatro fisico, corpi, slanci e cadute che diventano metafora della ricerca di libertà e della fiducia reciproca. Il 4 settembre si proseguirà con due imperdibili appuntamenti alla Cour du Festival: alle 20.50 Abbondanza/Bertoni proporrà l’anteprima di “Figlia Santa”, e alle 22.30 avrà luogo la prima regionale di “Altre Direzioni – 20 anni di Twain”.

Il progetto green “Into the woods” sarà al centro della programmazione del 5 settembre, quando alle ore 17 e alle ore 19 andrà in scena la prima assoluta di “Radura”, a cura del BallettoTeatro di Torino, mentre alle 17.25 e alle 19.25 il progetto artistico  “Nel Segno del Leone” di Natiscalzi DT / Tommaso Monza svilupperà una ricerca site-specific tra corpo, natura e immaginario. Sempre il 5 settembre, alle 16.15 e successive repliche, presso il Cortile della sede della Fondazione CRC, EgriBiancoDanza presenterà la prima assoluta di “Arrival”, nuova creazione che interroga il presente attraverso il corpo contemporaneo. Al Teatro Toselli, alle 21.00, Abbondanza/Bertoni tornerà con la prima regionale di “Replica”. Alle 22.30, in Largo Audiffredi, la prima regionale di “Cuentas Corrientes”, di Jessica Castellón & Boris Orihuela, affronterà con ironia e fisicità la pressione del lavoro contemporaneo. Il percorso si concluderà il 6 settembre con “Dinner is Served” presso la Tettoia di Piazza Virginio alle 16:30 (con replica alle 17:30), esibizione a cura della giovane coreografa e danzatrice Francesca De Girolamo, finalista del Premio Twain 2026.  Alle 18.00, al Teatro Toselli, sarà la volta della prima di “Antigone” di Natiscalzi DT / Tommaso Monza.

Mara Martellotta

Le cinque stazioni ferroviarie del Piemonte che meritano una sosta

La vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno

Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.

Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.

Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.

Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.

Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.

Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.

“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano

Maria La Barbera

 

Savoia top secret, le storie mai lette sui reali

Vittorio Emanuele II tentò di organizzare una crociata europea, 200.000 uomini con lui al comando alla conquista di Costantinopoli ottomana, vascelli corsari inglesi con la bandiera dei Savoia razziavano gli schiavi nel nord Africa da rivendere in Sardegna, un Savoia divenne “Papa” o antiPapa in un’epoca di scismi, il sospetto che alcuni dei Savoia non siano morti per cause naturali ma avvelenati come Amedeo VII, il Conte Rosso, e il padre del principe Eugenio. Dopo anni di ricerche negli archivi di Stato di Torino e di Cagliari e tra le pagine di antichi volumi il giornalista e scrittore Luigi Grassia ha raccolto dieci vicende su Casa Savoia poco conosciute o del tutto ignorate e così è nato il libro “I Savoia segreti, fra stregoneria, avvelenamenti e corsari del Madagascar”, Edizioni Capricorno. “Nessuna delle storie riunite nel libro è una fake news, precisa l’autore, tutte sono pubblicate in testi di storici accademici, però alzi la mano chi le ha mai lette o sentite”.
E allora possiamo continuare con le vicende narrate nel libro, dai pirati del Madagascar che offrirono a un re savoiardo la corona della loro isola, fatto che ha ispirato la copertina del libro, alla condanna a morte per stregoneria di un uomo tra le mura di Casa Savoia, dai rapporti tra i Savoia e la massoneria alle voci secondo cui Vittorio Emanuele II non era figlio di Carlo Alberto ma di un macellaio fiorentino, dalla vocazione dei Savoia per l’Oriente come re di Cipro e di Gerusalemme alla presenza di una Savoia sul trono di Costantinopoli nel Trecento. Molte di queste storie sono sconosciute ai più o note solo in parte: indagando negli archivi della dinastia Luigi Grassia le ha tirate fuori, studiate, lette e rilette, e raccolte nel suo saggio “ignorando il 99% già arcinoto della storia dei Savoia” come la formazione dell’Unità d’Italia, le due guerre mondiali, il fascismo e tanto altro. “Diamo queste materie per scontate, scrive Grassia, e piuttosto andiamo in cerca di quello di cui il pubblico dei non specialisti sa poco o niente e che noi stessi abbiamo scoperto poco per volta”. Quella dei Savoia, d’altronde, è una storia mondiale, le cui vicende, spiega l’autore, sono sempre un po’ sopra le righe, un po’ esagerate e hanno una proiezione sul mondo che manca alle altre grandi famiglie italiane come i Medici, i Doria e i Farnese, pur protagoniste della storia europea. I Savoia sono stati sempre eccessivi e già nel Mille, ricorda l’autore, quando controllano anche solo qualche passo alpino, pretendono di essere già una potenza politica e militare e poi nei secoli si lanciano in tutte le guerre per poi sedere nelle varie conferenze di pace e collaborare alla creazione del nuovo ordine geopolitico dell’Europa e del mondo. Da qui l’invito di Grassia a provare a navigare tra le carte ingiallite dell’Archivio di Stato di Torino per scoprire un mondo nuovo e sconosciuto. Davvero un libro che andrebbe usato a scuola come testo di storia.                             Filippo Re

Il castello di Agliè, una residenza sabauda nel Canavese

Bellezza, arte, poesia e un po’ di cinema

Eretto nel XII secolo dalla famiglia dei conti San Martino nell’omonimo borgo, uno dei più famosi del canavese, fino al 1600 il Castello di Agliè mantenne l’aspetto di un forte con tanto di muraglia difensiva e fossato.

I primi interventi per renderlo dimora furono fatti a fine secolo dal Conte Filippo che affidò il progetto all’architetto Amedeo di Castellamonte: venne rivisitata la facciata interna, creata la cappella e le due gallerie. Nel 1764 fu venduto al re Carlo Emanuele III dando inizio così alla prima epoca sabauda e divenendo una delle residenze estive reali. Vengono ricavati nuovi appartamenti, edificata la chiesa parrocchiale della Madonna della Neve, collegata al castello così che i membri della famiglia potessero raggiungerla senza essere visti, ampliato il giardino in stile italiano, costruita la fontana dei Fiumi, Dora Baltea e Po, con le belle sculture dei fratelli Collino. Durante il governo di Napoleone venne ceduto perdendo così il tono regale e sontuoso e venendo utilizzato invece come ricovero per i poveri.

Carlo Felice a inizio del 1800 lo rivolle fortemente e gli ridiede un aspetto sfarzoso grazie anche all’intervento dell’architetto Michele Borda che introdusse gli arredi in stile Carlo X, costruì un teatro gioiello e inserì una bella collezione di opere d’arte. Nello stesso periodo vennero introdotti diversi reperti relativi a vari scavi archeologici che Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, aveva seguito personalmente nel Lazio.

Nel 1939 il castello fu venduto allo Stato con la gestione della Soprintendenza ai Monumenti e dei Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che ancora oggi si occupano del suo mantenimento e della sua salvaguardia. Dal 1997 è parte del Patrimonio Unesco e del circuito dei Castelli del Canavese.

Grazie alla sua bellezza ed eleganza i visitatori sono in costante aumento, la varietà di stili architettonici che si sono susseguiti storicamente e i diversi spazi interni ed esterni da visitare: i saloni, la biblioteca, il teatro, la cappella, i giardini pieni di alberi secolari e serre, attraggono turisti e curiosi da tutta Europa.

Al Castello di Agliè furono dedicati alcuni versi dal poeta Guido Gozzano che durante le sue vacanze di bambino giocava sul piazzale antistante ed è stato un meraviglioso sfondo cinematografico dove sono state ambientate alcune fiction come Elisa di Rivombrosa e Maria José, un luogo dunque dove la magia dell’arte, le storie legate alle famiglie reali, la grandiosità architettonica e la bellezza nella natura si intrecciano conferendogli lo status di meraviglia non solo piemontese ma del mondo intero.

Maria La Barbera

Salesiani in Argentina, il sogno di don Bosco

Si scappava dall’Italia 150 anni fa, c’era povertà diffusa, chi poteva se ne andava, si imbarcava verso lidi lontani in cerca di fortuna e di un lavoro. L’emigrazione degli italiani era un fenomeno di massa e l’Argentina era diventata una terra promessa. Fra i tanti italiani che lasciarono la propria terra c’erano anche i missionari salesiani inviati da don Bosco in sud America. Lo stesso don Bosco abbracciò commosso, uno a uno, i primi dieci missionari salesiani che al porto antico di Genova si stavano imbarcando sul piroscafo francese Savoie che li avrebbe portati nella lontana Argentina, la Terra del Fuoco. Bisognava trasmettere il Vangelo ai giovani e ai poveri di Buenos Aires anche se uno dei primi consigli dati dal sacerdote fu quello di “interessarsi e seguire i figli degli immigrati italiani” che erano già oltre 30.000.
Era l’11 novembre 1875, cominciava la grande avventura dei salesiani in America Latina. Sono passati 150 anni e proprio dal porto antico di Genova i missionari hanno iniziato a festeggiare in questi giorni l’anniversario della prima spedizione salesiana in Argentina. Istruiti e formati a Valdocco dal fondatore della congregazione, i salesiani giunti nella capitale argentina si occuparono dell’assistenza spirituale degli immigrati italiani gestendo quella che in seguito venne chiamata “la chiesa degli italiani”. Don Bosco vide così realizzarsi il sogno che ebbe all’età di nove anni, fondare le prime missioni salesiane in Patagonia, Cina, Stati Uniti ed Egitto. Un secolo e mezzo dopo, oltre 11.000 salesiani sono stati inviati in terra di missione e l’opera educativa si è diffusa in 136 Paesi dei cinque continenti. Per celebrare il 150° anniversario della partenza dei primi sacerdoti per l’America Latina è nato il “Museo delle spedizioni missionarie” aperto all’Opera Don Bosco nel quartiere di Genova-Sampierdarena, il “Valdocco” di Genova. È sempre stato intenso il legame tra il religioso astigiano e la “Superba” e si può dire che da 150 anni “il Don Bosco” vive in simbiosi con Genova. Il futuro santo è stato in città 49 volte e ha organizzato qui le spedizioni missionarie. Nel nuovo Museo si vedono i suoi oggetti personali, il cappello di viaggio, i primi libri stampati in quel periodo, le foto dei missionari partiti da Sampierdarena per l’Argentina, i paramenti liturgici, la croce missionaria, una serie di pannelli che illustrano la lunga storia missionaria della Famiglia Salesiana e altre testimonianze della grande amicizia tra San Giovanni Bosco e il capoluogo ligure. Altre due stanze ricordano il capo della prima spedizione missionaria, il cardinale salesiano Giovanni Cagliero e il primo direttore dell’Istituto don Bosco di Genova, don Paolo Albera. Ampio spazio viene dedicato alle attuali missioni in 136 nazioni con oltre 10.000 missionari. Il Museo, inaugurato dal Rettor maggiore dei salesiani Fabio Attard, undicesimo successore di don Bosco, si trova all’interno dell’Opera don Bosco a Sampierdarena e per visitarlo si può telefonare al numero 010-6402601
Filippo Re
nelle foto, Istituto don Bosco a Genova-Sampierdarena e missionari salesiani in partenza per l’Argentina

“Emozioni in versi e danza” per ricordare Ranieri Callori

Suggestivo percorso itinerante nel palazzo Callori di Vignale messo a disposizione dalla Regione Piemonte venerdì 28 agosto 2026. L’associazione “Amici per Palazzo Callori”, presieduta da Gianfranco Callori, ha proposto lo spettacolo “Emozioni in versi e danza” per ricordare Ranieri Callori della nobile famiglia di Vignale, nato nel 1943 e cresciuto in questo palazzo negli anni dolorosi della seconda guerra mondiale fino all’adolescenza. Il percorso attraverso le sale e la galleria superiore dagli stucchi ottocenteschi recentemente restaurati è stato arricchito da un dialogo costante tra ricordi, poesie e balletti eseguiti dalle compagnie “NatiScalzi”, “Stabilimento delle Arti” e dal Festival “Vignale in Danza” con il sostegno del Comune di Vignale rappresentato dal sindaco Tina Corona. Le memorie in versi di Ranieri e l’affascinante storia del recente passato familiare sono state raccontate da Marco Pagani, Flavia Callori, Eleonora Natoli, Riccardo e Carlo Callori. Erano presenti giovani discendenti dei Callori, il critico d’arte Giuliana Romano Bussola e un numeroso pubblico. L’organizzazione è stata curata da Roberta Bianchi e Patrizia Monzeglio. A distanza di due secoli, l’evento ha fornito l’occasione per un incontro tra i discendenti di due antiche e nobili famiglie giuridicamente diverse, legame ufficializzato dal matrimonio celebrato a Casale Monferrato il 26 maggio 1821 tra Anna Maria Petronilla Callori e Giovanni Battista Gozzani, colonnello comandante di Vercelli e provincia. Dall’unione nacque Teresa Gozzani, contessa di Serralunga di Crea. L’impronta longobarda esercitata dai marchesi Gozzani riconosceva i diritti patrimoniali a maschi e femmine mentre l’impronta franca esercitata dai conti Callori garantiva i diritti della primogenitura per evitare il frazionamento del patrimonio familiare.
Armano Luigi Gozzano

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Antonello da Messina. Torino – Cefalù, andata e ritorno

Al siciliano “Museo Mandralisca” di Cefalù,Cefalù, fino al 4 novembre / Torino, dal 12 novembre al 22 febbraio 2027

Cefalù (Palermo)

Il più celebre di sempre è, fuor di dubbio, quello dell’eterna “Monna Lisa”(1503-1506). Il suo “sorriso”. Quell’accenno di incerto sorriso, misterioso e sfuggente della “Gioconda”, realizzato, con la tecnica a olio dello “sfumato” che ammorbidisce i contorni e “fonde le ombre intorno agli occhi e alla bocca”, dall’infinito Leonardo. Ma altrettanto certo è che la “Storia dell’Arte” e della “Ritrattistica” nella fattispecie è un oceano infinito e variegato di “sorrisi”, più o meno celebri e indagati. Volti, sguardi e “sorrisi”, specchi di anime, graffianti, ironici, bizzarri e sognanti, crudeli e compassionevoli, ribelli o dolci da toccare fino al fondo le corde del cuore. Due su tutti. A firma, entrambi, del grande Antonello da Messina (1435-1479), il principale pittore siciliano del Quattrocento, per i contemporanei addirittura “Non humani pictoris”, “pittore sovrumano”, firma usata solo dal figlio Jacobello, pare, in un dipinto del 1480, per omaggiare la grandezza artistica di cotanto padre. Due, dunque, si diceva, i “Ritratti” eccellenti di Antonello, degni di posare al fianco della leonardesca “Gioconda”: il “Ritratto d’uomo” o “Ritratto Trivulzio” (1476; nome derivato dalla storica milanese “Collezione Trivulzio”, cui l’opera è appartenuta) custodito nel “Palazzo Madama” di Torino e il “Ritratto d’Uomo” o “Ritratto d’ignoto marinaio” (1465; marinaio locale o potente ambasciatore siciliano o possibile “autoritratto” dell’artista stesso) proprietà del “Museo Mandralisca” di Cefalù. E proprio nel “Museo” cefaludese sono da alcuni giorni messi in dialogo e a confronto, fino a mercoledì 4 novembre, i due “Ritratti” antonelliani; ritratti che segnarono la nascita della “ritrattistica moderna” e la “scoperta psicologica dell’Io”, esposti all’interno di un “Mostra” (di eccezionale rilievo scientifico e culturale) dal titolo “L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino”, nata dalla collaborazione tra la “Fondazione Culturale Mandralisca ETS” (in omaggio al 160° anniversario della nascita della stessa e del cinquantennale dall’uscita de “Il sorriso dell’ignoto marinaio” dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo, che contribuì ad accrescere la fama del capolavoro del Maestro messinese) e il sabaudo “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino.

Sottolineano a ragione gli organizzatori: “La mostra non nasce da una logica comparativa tradizionale, ma da una precisa ipotesi critica: rendere visibile la ‘trasformazione del ritratto come luogo di costruzione dell’identità moderna’, in cui il volto diventa spazio della coscienza, della relazione e del pensiero. Il dialogo tra le due opere, tra i due sorrisi — quello ironico e mobile di Cefalù, quello trattenuto e concentrato del ‘Trivulzio’ – consente di leggere la trasformazione del soggetto quattrocentesco: dall’individuo come carattere sociale all’individuo come presenza interiore”. Tecnicamente, ancora una volta e in entrambi i casi, i due “Ritratti” testimoniano, anche dal punto di vista storico, la grande “lezione” di Antonello, quella sua esemplare capacità nell’unire “due culture diverse”, la luce, i colori e i piccoli dettagli dei pittori fiamminghi (in particolare quelli provenienti da Bruges e Bruxelles, da Petrus Christus a Hans Memling e a Jean Fouquet in particolare) con lo spazio, la geometria e le forme solide tipiche, per linguaggio stilistico, dell’arte italiana. Il tutto, attraverso l’uso particolare di quella “tecnica a olio” (Antonello fu uno dei primi artisti italiani ad usarla) che permetteva di stendere il colore in successive velature trasparenti, ottenendo effetti di precisione, morbidezza e luminosità impossibili ad ottenersi con l’uso della tempera. Pittore “apripista”, dunque in tal senso a quella “pittura tonale” i cui principi seppe, generosamente, trasmettere soprattutto nel suo soggiorno veneziano, ai “maestri lagunari” del grande “Rinascimento veneto”. E non solo. Mentre nel torinese “Trivulzio”, dove si custodisce uno degli esiti più compiuti della stagione lagunare, il dialogo si rovescia: “il volto mediterraneo incontra la forma universale”“Il percorso espositivo ripercorre idealmente il cammino dell’artista: dal crocevia meridionale alla dimensione europea, dal dato individuale alla sintesi assoluta”.

Alla tappa siciliana, seguirà quella torinese: dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027, il “Ritratto d’uomo” del “Mandralisca” sarà ospite di “Palazzo Madama”, dove dialogherà con il “Ritratto Trivulzio”, nella concezione di “un gesto – come ha sottolineato a Cefalù Vincenzo Garbo, presidente della ‘Fondazione Mandralisca’ – che non riduce, ma amplifica il suo significato”. Concetto ribadito anche dal direttore di “Palazzo Madama”, Giovanni Carlo Federico Villa“Tra queste due opere non c’è opposizione, ma continuità trasformativa. Palazzo Madama accoglie questo dialogo come parte della propria missione istituzionale: non solo conservare le opere, ma attivare relazioni di senso, generare nuove letture, aprire prospettive critiche. Il ‘Ritratto Trivulzio’, inserito in questo contesto, non viene isolato, ma restituito alla sua dimensione storica e culturale più ampia”.

Per ulteriori info: “Museo Mandralisca”, via Mandralisca 13, Cefalù (Palermo); tel. 0921/421547 o info@museomandralisca.it

Gianni Milani

Nelle foto: Giovanni Carlo Federico Villa e Vincenzo Garbo all’inaugurazione della mostra a Cefalù; Antonello da Messina “Ritratto d’uomo -Trivulzio”, olio su tavola, 1476 e “Ritratto d’ignoto marinaio”, olio su tavola, 1465;

I Templari in Val di Susa

 Andare in montagna significa anche scoprire la storia delle nostre vallate, dei nostri borghi, della gente che ci abita, di tradizioni e costumi che sembravano perduti ma che in realtà sono ancora vivi e presenti e ci raccontano storie che neanche conoscevamo.

Recarsi per esempio in Val di Susa, così vicina a Torino e così ricca di memorie storiche, significa ripercorrere fatti ed eventi che affondano le radici ben prima dell’era cristiana. Da Annibale che con 30.000 uomini e 37 elefanti da battaglia valicò nel 218 a.C. il Moncenisio o forse il Monginevro, ma non si escludono altri passaggi come sul Piccolo San Bernardo o addirittura sul Monviso, ad Augusto che a Susa, 2000 anni fa, di ritorno dalla Gallia, si fermò a Segusium (Susa romana) per fare la pace con le bellicose tribù delle Alpi Cozie. Da Costantino il Grande che nel 312, proveniente dalla Britannia e diretto a Roma, scese a Susa per sbaragliare le truppe dell’usurpatore Massenzio fino a Carlo Magno che alle Chiuse di Susa (le rovine delle fortificazioni sono ancora parzialmente visibili) sconfisse nel 773 i Longobardi di Desiderio che il torinese Massimo d’Azeglio ha illustrato in un prezioso bozzetto. Grande storia, grandi eventi hanno segnato la Val di Susa ma ci sono anche storie minori o anche solo oggetti e simboli che ci ricordano il passaggio da queste parti di personaggi altrettanto importanti. Come i Templari che spuntano ovunque, come i funghi in Val Sangone, e spesso vengono visti in luoghi dove in realtà non sono mai stati. E proprio una leggenda valsusina narra che i Templari sarebbero saliti alla Sacra di San Michele arrampicandosi, a piedi e a cavallo, sul monte Pirchiriano ottocento anni fa. I Cavalieri del Tempio si sarebbero ritrovati nell’antica abbazia per trattare il passaggio di alcuni monaci alla Confraternita esoterica e religiosa dei Rosacroce. Tre croci incise nella pietra accanto alla porta dell’Abbazia, la Porta di Ferro, dimostrerebbero l’attendibilità dell’incontro. È probabilmente solo un racconto popolare ma tra il Piemonte e i Templari, ordine religioso-militare fondato nel 1119, poco dopo la prima Crociata, c’è sempre stato un forte legame storico. Si sa infatti con certezza che i Templari furono presenti in molte città e paesi del Piemonte, tra cui, Cuneo, Alba, Ivrea, Moncalieri, Torino, Chieri, Casale, Vercelli e Novara. Anche in Val di Susa è stato registrato un certo via vai di templari. Da fonti storiche risulta che il più antico insediamento templare, risalente al 1170, fu presumibilmente quello di Susa e presenze templari sono state individuate nella vicina San Giorio, a Villar Focchiardo e a Chiomonte. Sorprendente e imprevisto è stato il ritrovamento negli anni Novanta, da parte di alcuni esperti guidati dalla studiosa Bianca Capone Ferrari, di alcune croci templari nel piccolo comune di San Giorio, alle porte di Susa. Una croce è murata nella facciata della canonica che in tempi antichi era quasi certamente una fortezza da cui si controllavano i movimenti nella valle attaversata dalla Dora Riparia mentre sull’arco del portale laterale di una cappella del XIII secolo, che si trova nei pressi della chiesa parrocchiale, risplende un’altra croce templare. Si ritiene pertanto probabile che a San Giorio fosse presente un presidio militare dei Cavalieri rosso-crociati a difesa della valle e del ponte sulla Dora. È stato finora impossibile accertare il luogo esatto dell’insediamento templare a Susa (forse si tratta della chiesa di Santa Maria della Pace sulla Dora), tuttavia esistono documenti che confermano la presenza in città di una “domus templi”, come dimostra la magnifica croce a otto punte scolpita in un fianco della cattedrale di San Giusto.

Filippo Re

(foto LIGUORI)

Gabriella De Blasio racconta storie meravigliose di dei e di eroi

Martedì 1 settembre 2026, alle ore 20,30, su Radio Margherita va in onda un programma sul mito greco, a cura della Prof.ssa Gabriella De Blasio. Si tratta di brevi passi di 2/3 minuti ciascuno che hanno per oggetto  storie meravigliose di dei e di eroi. Ecco allora la lotta tra le divinità olimpiche e i Titani, la spartizione del mondo tra Zeus e i suoi fratelli.

E poi Prometeo che ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Persefone che resta sei mesi nell’aldilà e sei mesi sulla terra, simbolo del ciclo delle stagioni, il dio Apollo e Dafne, la ninfa trasformata  in alloro, pianta le cui foglie segnano per sempre la gloria poetica e le gesta eroiche, e tanti altri miti ancora.

 Un percorso che si pone a testimonianza dell’attualità del mito greco  come messaggio culturale tuttora valido e coinvolgente anche nel tempo odierno.
“Un ringraziamento sentito a Radio Margherita e in particolare a Giuseppe Orobello della Redazione per la fiducia accordatami”, commenta Gabriella De Blasio.