CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 13

Quando a Susa l’imperatore fuggì di notte vestito da servo

Verso la fine di settembre la vendetta del Barbarossa fu drastica e Susa venne rasa al suolo. Nel 1174, di ritorno in Italia per la quinta volta, Federico I valicò il Moncenisio e si fermò davanti alla cittadina ai piedi dei valichi alpini. La guardò dall’alto meditando la vendetta per l’umiliazione subita sei anni prima dai segusini. In realtà sapeva già come comportarsi, con la massima crudeltà.

Ma cosa accadde all’imperatore Federico I, il celebre Barbarossa, di passaggio a Susa, in quella notte ai primi di marzo del 1168? Il sovrano germanico rischiò addirittura la vita, ventidue anni prima di morire annegato in un fiume in Turchia. Si allarmò talmente tanto che sei anni più tardi tornò a Susa e la distrusse. É un episodio poco conosciuto e curioso delle spedizioni militari dell’imperatore in Italia e avvenne alla fine della quarta discesa in Italia.

È probabile che nella narrazione a noi pervenuta non manchi un po’ di fantasia ma la vicenda dimostra che il rientro in patria del Barbarossa fu tutt’altro che semplice e rischiò di trasformarsi in tragedia, proprio a Susa. I segusini stavano per catturare il Barbarossa e mettere in fuga il suo esercito. Nel marzo di quell’anno si stava concludendo nel peggiore dei modi la quarta spedizione di Federico I in Italia. La notizia della caduta del presidio militare di Biandrate, nei pressi di Novara, colpì molto l’umore di Federico che con la sua armata si stava ritirando dall’Italia. La rabbia per quanto accaduto fu talmente grande che, accampato vicino a Susa, ordinò una rappresaglia che scatenò l’ira dei segusini. Fece impiccare a un albero, su un colle poco sopra il borgo, un nobile cittadino di Brescia catturato un anno prima e tenuto prigioniero insieme a tanti altri detenuti che sarebbero finiti nei territori germanici. Il cadavere fu mostrato per giorni, appeso all’albero, agli abitanti di Susa. Appena appresa la notizia i bresciani si vendicarono subito e uccisero alcuni soldati imperiali catturati a Biandrate. La crudeltà dell’imperatore scatenò una rivolta, i segusini si ribellarono e cercarono di impedire la partenza dell’imperatore attraverso le Alpi. Federico, preoccupato di fare una brutta fine, fece ricorso all’inganno. Un cavaliere prese il suo posto: gli assomigliava per il fisico, per il colore rosso della barba e per i capelli ramati. Vestiva l’uniforme imperiale e nessuno si accorse di nulla. Visto da una certa distanza poteva essere proprio l’imperatore. Federico I invece fuggì da Susa di notte travestito da servo e accompagnato da un fedelissimo teutonico, lasciando stranamente l’imperatrice Beatrice di Borgogna a Susa alla quale fu poi permesso dagli abitanti di partire e raggiungere il Moncenisio. Un gesto assai nobile poiché la donna avrebbe potuto essere consegnata alla Lega Lombarda, ai nemici di Federico. Scoperto il raggiro i segusini si misero il cuore in pace e rinunciarono ad attaccare l’esercito germanico. Nella quinta discesa in Italia l’esercito di Federico I giunse nuovamente a Susa negli ultimi giorni di settembre del 1174, sei anni dopo la rocambolesca fuga dal borgo valsusino. L’imperatore non vedeva l’ora di vendicarsi: a Susa era stato umiliato e costretto alla fuga. Colse di sorpresa gli abitanti che, temendo una rappresaglia per quanto avvenuto nel 1168, si rifugiarono nella parte alta della cittadina e da lì scagliarono sulle truppe tedesche massi e pietre in grande quantità ma le conseguenze sui nemici furono molto modeste. A quel punto, vista la situazione, il Barbarossa decise di incendiare Susa dopo aver allontanato la popolazione.

Filippo Re

La rassegna mensile dei libri

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 AGOSTO 2026 

 

È finita l’estate ma non finisce la voglia di leggere: cosa ci aspetta in libreria in questo mese?

 

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

 

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è, senza dubbio, “Theo Da Golden E La Ricerca Della Felicità, di Allen Levi, definito “non necessariamente un romanzo che cambia la vita, ma che apre uno spiraglio nel grigio e restituisce un po’ di respiro”. Obiettivo centrato, sembrerebbe!

 

 

A chi ama le saghe familiari, segnaliamo l’uscita de I Lázár  (Guanda, 2026) di Nelio Biedermann, che racconta l’epopea di una famiglia ungherese nel secolo scorso.

 

È’ in uscita il nuovo romanzo di  Felicia Kingsley,  First Lady Per Caso (Newton Compton, 2026): un equivoco trasforma un dibattito elettorale in un infuocato gossip e i due candidati alle elezioni decidono di sfruttare la situazione.

 

In arrivo anche il nuovo romanzo di Thomas Schlesser che torna con Il Gatto Del Giardiniere (Longanesi, 2026): al centro della sua nuova opera troviamo la poesia, che avvicina Thalie, ex insegnante da poco arrivata in Provenza, e un abile quanto taciturno giardiniere, segnato da un grande dolore.

 

Consigli per gli acquisti

 

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

Gargoyle (Sensibili Alle Foglie edizioni, 2026), romanzo autobiografico di Alfredo Vassalluzzo nel quale l’autore racconta la sua esperienza di insegnante all’interno di un istituto penitenziario.

 

Incontri con gli autori

 

Abbiamo intervistato per voi gli autori più richiesti del momento: leggete le nostre interviste a Anna Maria Geraci , Filippo Venturi , Roberta Lepri , Maria Oruna e Valter Tucci .

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

La Reggia di Venaria e i Musei Reali di Torino rendono omaggio a Carla Fracci

 Con lo spettacolo “Carla with Love”, in programma il 16 e il 21 ottobre prossimi

Il 16 ottobre prossimo, alla Reggia di Venaria, e il 21 ottobre, ai Musei Reali di Torino, si terrà il balletto intitolato “Carla with Love”, dedicato interamente alla vita e alla carriera della grande étoile italiana, scomparsa nel 2021, che lo scorso 20 agosto avrebbe compiuto novant’anni. Si tratta di un omaggio a Carla Fracci, alla sua arte, all’eredità straordinaria che ha lasciato alla danza italiana e internazionale attraverso uno spettacolo capace di intrecciare danza, memoria e bellezza in due luoghi simbolo del patrimonio piemontese. Alla presentazione dell’evento erano presenti Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Carlotta Salerno, Assessore alle Politiche Giovanili della Città di Torino, Chiara Teolato, direttrice generale del Consorzio delle Residenze Sabaude, Paola D’Agostino, direttrice generale dei Musei Reali di Torino, Francesco Borelli, ideatore dello spettacolo “Carla with Love”, Stefania Ballone, coreografa e regista, e i ballerini Martina Arduino e Jacopo Bellussi.

L’idea dello spettacolo nasce da una promessa personale fatta a Carla Fracci da Francesco Borelli, giornalista ed event manager, che ha voluto trasformare il ricordo di un’artista in un progetto capace di  raccontarne anche la dimensione più intima e umana. Si tratta di un’idea nata in collaborazione con la Regione Piemonte e dalla volontà di costruire uno spettacolo per le Residenze Reali Sabaude, trasformando due luoghi di eccezionale valore artistico nel palcoscenico di un racconto dedicato a una protagonista assoluta del Novecento. A firmare coreografie e regia sarà Stafania Ballone, danzatrice del teatro alla Scala di Milano, che ha costruito lo spettacolo a partire dall’immenso patrimonio artistico e umano lasciato dalla Fracci. “Carla with Love” ripercorre attraverso la danza i momenti più significativi dell’étoile: gli affetti, i grandi ruoli interpretati e il rapporto profondo con un’arte che ha accompagnato tutta la sua esistenza. A interpretare Carla Fracci sarà Martina Arduino, Prima Ballerina del teatro alla Scala di Milano, nata a Moncalieri e cresciuta artisticamente a Torino. Al suo fianco Jacopo Bellussi, principale solista de Les Ballets de Monte-Carlo, che interpreterà il marito della Fracci, Beppe Menegatti. Il corpo di ballo è composto da Giulia Gemma Manfrotto, Martina Scaglione, Cristian Prebibay e Raffaele Siviglio. La drammaturgia è firmata da Serge Honneger, il light design da Valerio Timberi e Alessandro Manni, le musiche originali da Mirko Matera.

Particolare attenzione è dedicata anche ai costumi: quelli di repertorio appartengono al teatro alla Scala e al Balletto di Siena. I costumi dello spettacolo sono affidati a Dellaló e Ada Del Conte, mentre la presenza dei costumi originali di Carla Fracci, gentilmente concessi dalla Fondazione Cerratelli Pisa, contribuisce a costruire un ponte diretto tra il racconto scenico e la storia della grande danzatrice.

“Con ‘Carla with Love’ rendiamo omaggio a una delle figure più alte della cultura italiana – dichiara Marina Chiarelli, Assessora alla Cultura della Regione Piemonte – e nello stesso tempo mettiamo in dialogo la grande danza con luoghi che rappresentano l’identità e la storia del Piemonte. Carla Fracci ha portato l’eccellenza italiana sui palcoscenici di tutto il mondo, e continua ancora oggi a parlare alle nuove generazioni attraverso il rigore, il talento e una straordinaria capacità di rendere la danza un linguaggio universale. Portare questo racconto alla Reggia di Venaria e a Palazzo Reale significa valorizzare le nostre Residenze come luoghi vivi, capaci non solo di custodire la storia, ma di produrre cultura e accogliere nuove forme di espressione artistica. È questa l’idea di Piemonte che vogliamo raccontare: una terra che, partendo dal proprio patrimonio, si apre al contemporaneo e al mondo”.

“Ho conosciuto bene la signora Fracci e ho avuto l’enorme privilegio di condividere con lei innumerevoli e straordinari momenti – spiega Francesco Borelli, ideatore di ‘Carla with Love’ – ciò che mi ha sempre colpito è stata la donna oltre la leggenda. Anni fa le promisi che, un giorno, avrei realizzato uno spettacolo per omaggiare la donna e l’artista. Oggi quella promessa è stata mantenuta”.

“Raccontare Carla Fracci significa assumersi una grande responsabilità – spiega Stefania Ballone, coreografa e regista dello spettacolo – la sua eredità non appartiene soltanto alla memoria, è un bene vivo e prezioso che richiede cura, studio e attenzione, che va tramandato alle nuove generazioni. Carla Fracci ci ha affidato un tesoro, e il senso più profondo di ‘Carla with Love’ è di continuare a farlo vivere”.

“A ottobre avrò l’onore e la responsabilità di portare in scena uno spettacolo dedicato alla vita di Carla Fracci, un’artista immensa che ha profondamente segnato la storia della danza – ha raccontato Martina Arduino – è davvero difficile trovare le parole giuste per raccontare quanto sia importante per me questa opportunità ed emozionante al tempo stesso. Con Stefania Ballone, coreografa dello spettacolo, è stato un lavoro straordinario, una ricerca continua ricca di profondità e poesia per raccontare l’intensità e la grandezza della vita di un’artista immensa. Al mio fianco ci sarà Jacopo Bellussi, con il quale c’è stata una grandissima intesa fin dal primo giorno e un importante scambio di emozioni”.

“Danzare in uno spettacolo dedicato a Carla Fracci, interpretando le figure maschili della sua vita, e non solo, è un grande privilegio e, al tempo stesso, una grande responsabilità – ha dichiarato Jacopo Bellussi – la città di Torino è per me particolarmente significativa, viste le origini piemontesi della mia famiglia. Grazie all’ottima sinergia nata nelle prove con Martina Arduino e allo splendido lavoro creativo attuato da Stefania Ballone, uniti alla precisa organizzazione di Francesco Borelli, spero in queste due serate di comunicare al pubblico le doti che hanno caratterizzato da sempre la vita di questa grande icona della danza: eleganza, sensibilità e disciplina”

Prenotazione e acquisto biglietti: lavenaria.museitorino.it – museireali.midaticket.com

Mara Martellotta

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re

Al Circolo degli Artisti la mostra “Il sé, i fiori e il vento” dell’artista Nadia Carrà

Sarà inaugurata lunedì 7 settembre prossimo, alle ore 17, presso la Giardiniera Reale, la mostra personale di Nadia Carrà dal titolo “Il sé, i fiori e il vento”, promossa dal Circolo degli Artisti di Torino. Tre sono i simboli e gli archetipi rappresentativi dell’esposizione e della ricerca dell’artista che, attraverso essi, entra in una dimensione di legami che le società occidentali hanno perso progressivamente nel tempo, a partire dal Novecento. Il tema del “sé”, riportato nell’arte di Nadia Carrà al suo stato più puro, fanciullesco e privo di sovrastrutture, entrerà in contatto con un rinnovato sguardo sulla bellezza, la caducità e la delicatezza dei fiori, evocati nelle sue opere pittoriche come una sorta di tenero monito contro la dimenticanza, mossi dallo stesso vento che sfiora la materia e la vita, eterna rappresentazione del tempo che attraversiamo e da cui inevitabilmente veniamo attraversati.
Un viaggio artistico nell’identità e nella coscienza, quello di Nadia Carrà, espresso nell’originalità di una tecnica pittorica libera, scevra da gabbie stilistiche “accademiche” che andrebbero a rallentare il rapporto volutamente empatico con il pubblico.

Nadia Carrà è un’artista visiva autodidatta, i suoi studi sono basati su una profonda osservazione della luce volta alla visione interiore che traspare nei suoi dipinti, sculture e installazioni, elevando così l’arte pittorica e scultorea da semplice materia a vero e proprio spirito.

Giardiniera Reale – corso San Maurizio 6, Torino

“Il sé, i fiori e il vento” – mostra personale di Nadia Carrà dal 7 al 20 settembre 2026 – inaugurazione lunedì 7 settembre alle ore 17.

Orari: da lunedì a venerdì ore 15.30/19.30 – sabato e domenica su appuntamento.

Ingresso libero

Info: www.circoloartistitorino.it – info@circoloartistitorino.it

Mara Martellotta

Quando gli Astigiani corsero il Palio sotto le mura di Alba

Era il primo vero Palio, correva l’anno 1275. Asti e Alba si detestavano. Guelfa la prima, ghibellina e roccaforte angioina la seconda, tra le due città scoppiò un lungo conflitto che si concluse con la vittoria astigiana e, per scherno, gli astesi corsero il primo Palio proprio sotto le mura di Alba. Ma come gli astigiani vivevano il Palio nel Duecento? Mentre Asti si prepara a correre il Palio 2025 andiamo indietro nel tempo di 750 anni quando nacque la storica manifestazione. Tutta la città vi partecipava, anche più di adesso, gli astigiani si riversavano in massa per le strade cittadine, affollavano quello che oggi è corso Alfieri accompagnando fantini e cavalli montati a pelo, senza sella, come avviene oggi, con urla forsennate sullo sfondo di una “foresta” di torri, oltre 120 che circondavano Asti. Otto secoli fa il Palio non era solo una festa religiosa, aveva un carattere anche politico, come segno di sfida simbolica al potere angioino. Era più di una corsa, era un momento di unità e di orgoglio per la città che cercava di riaffermare la propria indipendenza con una competizione accesa e spettacolare tra le contrade, con banchetti, musica e celebrazioni. Così Asti viveva il Palio verso la fine del XIII secolo ed era tutt’altro che una piccola comunità, contava quasi 50.000 abitanti contro i 73.000 di oggi.
 Sono molte le città che organizzano il Palio, il più popolare è quello di Siena in Piazza del Campo ma non è il più antico d’Italia. Per trovare il più antico bisogna andare proprio ad Asti. I 750 anni del Palio di Asti verranno festeggiati domenica 7 settembre con la tradizionale corsa a cavallo nella centrale piazza Alfieri ma come si svolgeva in pieno Medioevo? A quell’epoca Asti era una potente città guelfa, nemica di Alba, Alessandria e Acqui Terme, tutte ghibelline, e con l’arrivo di Carlo I d’Angiò nel nord della penisola, Asti scese in guerra contro le le truppe angioine. Il conflitto durò quindici lunghi anni e terminò con la battaglia di Roccavione nel novembre 1275 e la vittoria degli astigiani. In quell’occasione, come scrisse il cronista locale Guglielmo Ventura, gli astigiani corsero il primo Palio proprio sotto le mura della nemica Alba, sostenuta dagli angioini, dopo aver saccheggiato le vigne confinanti. Un sorta di “Palio di guerra” fortemente voluto dagli astesi per umiliare Alba. In realtà, fino alla metà del Trecento, la corsa si svolse “alla tonda” in un percorso circolare che corrispondeva più o meno all’area delle piazze Alfieri e Libertà. Quando Gian Galeazzo Visconti, signore di Asti, fece costruire una nuova cittadella fortificata, la corsa non si tenne più “alla tonda” ma “alla lunga”, su un percorso lineare di due chilometri e mezzo lungo corso Alfieri. Rispetto ad oggi il Palio si correva il 1 maggio, giorno della festa di San Secondo, patrono della città.                                              Filippo Re
nella seconda foto affresco della corsa del Palio “alla lunga” di Ottavio Baussano nel palazzo del Comune di Asti.

Quando la macchina smette di calcolare e comincia a pensare: la GAM acquisisce tre opere di Vincenzo Agnetti  

Grazie al contributo di Strategia Fotografia 2026, il museo torinese arricchisce le proprie collezioni con tre lavori storici del ciclo Macchina drogata. Un’acquisizione che dialoga con la mostra dedicata all’artista e che, a più di cinquant’anni di distanza, interroga ancora il nostro rapporto con tecnologia, linguaggio e creatività artificiale.

Cosa accade quando una macchina smette di fare ciò per cui è stata costruita? Quando un oggetto progettato per calcolare viene sottratto alla sua funzione, alterato, spinto fuori dalla logica della precisione e trasformato in qualcosa di imprevedibile?

È da una domanda che oggi sembra appartenere pienamente al nostro tempo, sospeso tra intelligenza artificiale, automazione e creatività tecnologica, che prende forma una delle ricerche più radicali di Vincenzo Agnetti. E proprio a quell’universo la GAM di Torino dedica ora un nuovo e importante capitolo.

La Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea si è infatti aggiudicata il contributo di Strategia Fotografia 2026, l’avviso pubblico promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, destinato all’acquisizione di tre opere di Agnetti, Oltre il linguaggio, realizzate tra il 1969 e il 1970 e appartenenti al celebre ciclo della Macchina drogata. Un ingresso significativo nelle collezioni del museo che arriva mentre è ancora in corso, fino al 1° novembre 2026, la mostra dedicata alle sperimentazioni fotografiche dell’artista tra gli anni Settanta e Ottanta, nell’ambito del progetto Vincenzo Agnetti in occasione del centenario della nascita dell’artista e curato da Chiara Bertola con Virginia Lupo.

Una calcolatrice fuori controllo

La Macchina drogata nasce da un gesto tanto semplice quanto rivoluzionario: Agnetti interviene su una macchina calcolatrice, privandola della sua funzione originaria e trasformandola simbolicamente in una sorta di co-autrice dell’opera. La macchina, insomma, non deve più soltanto eseguire. Può sbagliare, deviare, produrre un risultato inatteso.

È qui che l’artista mette in crisi alcuni dei grandi miti della modernità: l’affidabilità della tecnica, la razionalità dei sistemi, la possibilità stessa di ridurre il linguaggio a un codice perfettamente controllabile. Il successivo intervento sul materiale fotografico restituisce immagini enigmatiche, sospese tra documento e invenzione, tra calcolo e poesia.

Guardate oggi, queste opere sembrano quasi aver attraversato il tempo con una certa dose di preveggenza. In un presente in cui affidiamo sempre più spesso alle macchine la capacità di produrre testi, immagini, idee e persino simulazioni della creatività, le domande poste da Agnetti oltre mezzo secolo fa acquistano una nuova e sorprendente risonanza.

Può una macchina essere creativa? Che cosa accade quando l’automatismo si inceppa? E, soprattutto, chi è davvero l’autore di un’immagine quando il processo creativo viene condiviso con uno strumento?

L’acquisizione delle tre opere non rappresenta soltanto un riconoscimento per il progetto espositivo dedicato ad Agnetti, ma contribuisce a costruire all’interno della GAM un nucleo sempre più organico attorno alla sua ricerca. Le opere entreranno nel percorso della collezione permanente nell’autunno del 2026, in occasione della presentazione del catalogo della mostra, realizzato in collaborazione con l’Archivio Agnetti. Andranno così ad affiancare Photo-graffia, già entrata nelle collezioni del museo nel 2024 grazie al sostegno della Fondazione Arte CRT. Un percorso che permette di raccontare con maggiore continuità la ricerca di uno dei protagonisti più originali dell’arte concettuale italiana del secondo Novecento, mettendola inoltre in dialogo con altri grandi nomi della fotografia italiana già presenti nelle raccolte della GAM, da Luigi Ghirri a Mario Giacomelli, fino a Claudio Abate.

Valeria Rombolà

Foto: Vincenzo Agnetti, oltre il linguaggio, 1969 (particolare) ingrandimento fotografico di colore verde su tela emulsionata. Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore di Strategia Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

 

Sulle tracce di fra’ Gerardo, il fondatore dei Cavalieri di Gerusalemme

Erano monaci vestiti di nero con una croce ottagona cucina sul petto che dalle alture della Costiera Amalfitana decisero un tal giorno, mille anni fa, di partire per la Terra Santa e di aiutare poveri, malati e pellegrini. Erano guidati da fra’ Gerardo Sasso, monaco benedettino che fondò a Gerusalemme l’Ordine Ospitaliero dei Cavalieri di San Giovanni che diventerà in seguito l’Ordine di Malta. La Prima Crociata (1096-1099) è ancora lontana, la Città Santa è in mano ai musulmani ma fra’ Gerardo riesce ugualmente ad ottenere dal califfo d’Egitto il permesso di costruire una chiesa con un monastero e un piccolo ospedale, nei pressi del Santo Sepolcro, dedicato a San Giovanni Battista, per assistere pellegrini e malati. Da lì sorse il primo Ordine monastico-cavalleresco della storia i cui monaci-cavalieri facevano voto di castità, povertà e obbedienza. Da Scala, sulle alture di Amalfi, dove nacque, comincia la grande avventura di Gerardo Sasso che, insieme ai suoi amici mercanti amalfitani, nella seconda metà dell’XI secolo, si imbarcò su una galea diretto a Gerusalemme.
Un viaggio di settimane, sfidando tempeste e assalti di pirati. A distanza di mille anni il ricordo di fra’ Gerardo Sasso, che nel 1984 fu proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II, è ancora vivo nelle contrade di Scala dove viene ricordato ogni anno, il 3 settembre, giorno della sua morte, con solenni celebrazioni. Ma era davvero amalfitano? Si è discusso molto sull’origine di questo Gerardo, priore dell’ospedale e primo “Gran Maestro” dell’Ordine Giovannita, antesignani dei Cavalieri di Malta. Francese, provenzale o amalfitano? O perfino astigiano? Oggi la maggior parte degli storici propende per la paternità amalfitana. La croce a otto punte, che rappresenta le otto Beatitudini, simbolo dell’Ordine, era già presente sulle monete della Repubblica amalfitana ben prima della nascita dell’Ordine stesso. Fonti e documenti storici fanno comunque ritenere che Gerardo sia nato proprio sui colli della mitica Costiera Amalfitana come d’altronde sostiene lo stesso Ordine di Malta nel suo sito ufficiale. Per “scoprire” la verità siamo andati sulla Costiera sulle tracce del beato Gerardo (1040-1120). Sbarcati ad Amalfi siamo saliti a Scala, a 450 metri sul livello del mare, perché in questo piccolo paese di 1500 abitanti è nato davvero fra’ Gerardo, creatore del più potente, nobile e glorioso Ordine monastico-guerriero della storia. Tutti a Scala conoscono la sua storia. Circondato da boschi, terrazzamenti di uliveti e vigneti, Scala è un’oasi di tranquillità accarezzata dalla brezza marina della Costiera, lontana dal turismo di massa della vicina splendida Amalfi. Ripide stradine scorrono lungo case posizionate proprio a forma di scala, si vedono antiche torri di avvistamento e resti di bagni arabi della nobiltà scalese in alcune contrade del borgo in cui sono vissute blasonate famiglie come i Sasso alla quale appartenne fra’ Gerardo che nel XI secolo partì da Scala per la Terra Santa dove fondò l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche “Giovanniti”, che verrà riconosciuto ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113. Un uomo pio, fra’ Gerardo, di grande carità, dedito all’assistenza e alla cura di malati e bisognosi, protagonista nella Terra Santa dell’epoca.
Fino alla sua morte fu il responsabile dell’ospedale che, dopo la conquista cristiana della città nel 1099, ripartì con più forza ed energia. È rimasto poco di lui a Scala, solo una via con il suo nome, via fra’ Gerardo Sasso, che porta alle rovine della sua casa e alla chiesetta di San Pietro dove è immortalato in un quadro con il mantello nero dei Cavalieri e la croce di Malta mentre assiste un malato. La fondazione del Regno di Gerusalemme alla fine della Prima Crociata costrinse l’Ordine ad assumere nuovi compiti, in particolare quello di difendere con le armi il Regno latino, proteggere i pellegrini, le strade di collegamento e le strutture mediche. Il frate diventa cavaliere e d’ora in poi combatterà con i crociati. Come detto, Scala con tutta probabilità ha dato i natali a Gerardo anche se in Provenza e nell’astigiano la pensano diversamente. A Tonco d’Asti per esempio giurano di averlo visto in paese, almeno come figurante, durante la tradizionale festa del Pitu. Alcuni storici locali contestano l’origine amalfitana di Gerardo e sostengono che il fondatore dell’Ordine nacque in questo borgo come Gerardo, signore di Tonco Monferrato. L’Ordine di Malta, bisogna ricordarlo, non è mai scomparso, ancora oggi è vivo e attivo, anche se con mansioni diverse. É presente con le ambulanze dell’Ordine con la croce di Malta e la scritta “Giovanniti” nei teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, e anche nelle strade delle nostre città al servizio dei cittadini. Oggi conta su 13.000 membri, 100.000 volontari e 52.000 tra medici, infermieri e paramedici in più di 120 Stati. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’Ordine ha fornito aiuti umanitari a oltre quattro milioni di ucraini.                                                                          Filippo Re
Nelle foto:
Panorama di Scala (Amalfi)
Quadro con fra’ Gerardo
Chiesa di San Pietro a Scala

“Luce in Sala”, la serata speciale che unisce solidarietà, arte e comunità

Portato in scena dall’Associazione Charity4all, in collaborazione con il Distretto 2031 del
Rotary International

Con la regia di Tatjana Callegari, si alterneranno sul palco, in un intreccio di musica e risate,
numerosi comici televisivi di fama nazionale – da Beppe Braida a Diego Casale, da I Senso
D’oppio a Mauro Villata, fino a Marco e Mauro – eccellenze torinesi come la mezzo soprano
Emy Spadea e la prestigiosa Orchestra Sinfonica Bosconerese, magistralmente diretta dal
Maestro Giorgio Bolognese. Con la partecipazione di Ilenia Speranza e Domenico Mansueto.
Bolognese precisa: “L’intero incasso della serata servirà a finanziare una borsa di ricerca
sull’osteosarcoma, gestita da UGI ODV e dall’Ospedale Infantile Regina Margherita di
Torino. Un impegno concreto che trasforma il divertimento in speranza, sostenendo la ricerca
scientifica e offrendo nuove prospettive ai giovani pazienti. Il Teatro Alfieri, con la sua eleganza
e la sua storia, diventerà così il palcoscenico di un incontro che celebra la forza della cultura
e della solidarietà Rotariana. Una serata che promette emozioni, sorrisi e la consapevolezza
di contribuire a un progetto di grande valore sociale. Ci auguriamo quindi una grande
partecipazione della cittadinanza, che dimostra sempre una grande sensibilità.”
“L’osteosarcoma – spiega la professoressa Franca Fagioli (Direttore del Dipartimento di
Patologia e Cura del Bambino ospedale Regina Margherita) – è il tumore maligno primitivo
dell’osso più frequente nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti. L’introduzione della
chemioterapia e i progressi della chirurgia hanno cambiato profondamente il trattamento di
questa malattia, migliorando le possibilità di cura e permettendo, nella maggior parte dei casi,
di conservare l’arto colpito, riducendo significativamente il ricorso alle imputazioni.
Nonostante questi importanti progressi, abbiamo ancora bisogno di nuove opzioni
terapeutiche, soprattutto quando la malattia si presenta con metastasi, o ricompare dopo le
cure o non risponde ai trattamenti disponibili. È proprio per questi pazienti che la ricerca deve
continuare a cercare nuove strade.
Una di queste è conoscere sempre più a fondo le caratteristiche biologiche dell’osteosarcoma.
La profilazione genomica ci permette di studiare il patrimonio genetico delle cellule tumorali e
di individuare le alterazioni che possono contribuire allo sviluppo e alla progressione della
malattia. Queste informazioni possono aiutarci ad identificare potenziali bersagli terapeutici e,
in prospettiva, a sviluppare trattamenti più mirati sulla base delle caratteristiche del tumore.
In questo ambito, l’Oncologia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita di Torino è
Centro di riferimento nazionale, nell’ambito dell’AIEOP – Associazione Italiana di Ematologia
e Oncologia Pediatrica – per la profilazione genomica dei sarcomi dell’osso. Questo significa
mettere competenze e tecnologie avanzate a disposizione non soltanto dei nostri
pazienti, ma di una rete nazionale dedicata alla cura ed alla ricerca sui tumori pediatrici.
Destinare risorse alla ricerca sull’osteosarcoma è fondamentale per continuare a migliorare le
possibilità di cura. Significa sostenere giovani ricercatori, garantire continuità ai progetti,
ampliare lo studio dei campioni biologici ed utilizzare tecnologie avanzate per comprendere
sempre meglio i meccanismi della malattia. È da questa conoscenza che possono nascere
nuove strategie terapeutiche: investire oggi nella ricerca significa creare le basi per offrire
domani nuove opportunità di cura ai bambini ed ai ragazzi con osteosarcoma”.
“Solidarietà per la ricerca. Questo deve essere il motto di una serata che permetterà di
continuare a sostenere progetti e studi per conoscere in maniera sempre più approfondita
l’osteosarcoma e per dare nuove speranze ai nostri piccoli pazienti. UGI e l’ospedale Regina
Margherita perseguono quotidianamente questo obiettivo di fianco ai nostri bambini ed agli
adolescenti colpiti da questo tumore maligno dell’osso ed alle loro famiglie. Ringraziamo
Charity4all, il Distretto 2031 del Rotary e tutti gli artisti che saranno protagonisti dello
spettacolo” dichiara il professor Enrico Pira (Presidente UGI ODV).

I PROTAGONISTI
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Beppe Braida, con una carriera trentennale di successo, è considerato uno dei senatori di
Zelig, nonché il conduttore più amato di tutti i tempi di Colorado. La sua caratteristica è
l’improvvisazione e l’abbattimento della quarta parete classica di divisione artista/pubblico: il
pubblico è sempre coinvolto, a tal punto da diventare co-protagonista dei suoi spettacoli.
Diego Casale ha alle spalle teatro, musica, cinema, televisione, radio e cabaret. Fa parte,
insieme a Fabio Rossini, del duo comico I Mammuth coi quali ha partecipato a Zelig. Oggi è
tornato in televisione all’interno del programma Zelig On, con il suo nuovo personaggio, il guru
Aurus, esperto in arti olistiche e fondatore della comunità new age “Figli di Sgnullo”.
I Senso d’Oppio, al secolo Franco (il lungo) e Pietro (il basso), sono, da più di un decennio,
facce note della scena cabarettistica nazionale, grazie alle numerose partecipazioni a Zelig.
La loro passione verso la recitazione non si esaurisce con l’esplorazione della vena comica,
ma prosegue con la partecipazione a pièces di teatro sperimentale o a ruoli fortemente
drammatici per il cinema.
Mauro Villata, oltre quindici anni di carriera, ha partecipato a ben cinque edizioni di Colorado
portando in scena un numero incredibile di personaggi: dal giardiniere barzellettiere all’attore
imbranato. Ha preso parte anche a due edizioni della trasmissione Eccezionale Veramente,
per poi approdare alle commedie teatrali in veste di attore.
Marco e Mauro, il duo comico piemontese più famoso e amato, da oltre quarant’anni sulla
cresta dell’onda con i loro personaggi paradossali, la satira di costume e i riferimenti alla storia
e ai miti del Piemonte. Non hanno mai dimenticato il dialetto e sanno ben calibrare ingredienti
diversi, in una girandola di figure e accadimenti stravaganti, che tanto piacciono al pubblico.
Il Maestro Giorgio Bolognese eseguirà insieme all’Orchestra Filarmonica Bosconerese
alcune delle sue composizioni, tutte assolutamente originali. Tra queste “I bambini guardano”
– un brano che parla dei più piccoli, interpretato dalla mezzo soprano Emy Spadea, con i testi
del Regista Fulvio Crivello – e la toccante “2 luglio”, portata in scena per sensibilizzare sul
tema della violenza sulle donne; una melodia nata per piano solo, ma arrangiata questa volta
anche per oboe, per la presenza speciale del Maestro Domenico Mansueto.
INFO e ACQUISTO BIGLIETTI
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I biglietti sono in vendita con il circuito Ticket.it
(on-line e presso tutti i punti vendita affiliati).
I posti sono numerati, con due fasce
di prezzo: platea 20 euro e galleria 15 euro.

Libri che parlano di libri

Una bacheca che dedicata ai libri che raccontano se stessi.

Durante una bella passeggiata nella nostra citta’ sono entrata in una delle mie librerie preferite alla ricerca di un libro che mi ispirasse. Oltre ad alcuni titoli che mi hanno convinto per i loro argomenti interessanti, ho trovato una intera bacheca che mi ha colpito molto: “i libri che parlano di libri”, un’ intera collezione di pubblicazioni meravigliose che sottolineano l’importanza della lettura e raccontano di storie ambientate in biblioteche e altri luoghi magici colmi di copertine e carta stampata.

Sorpresa dall’idea e ammirata dalle copertine colorate e iconiche, ho notato alcuni titoli che mi hanno incuriosito particolarmente.

Il primo e’  Curarsi con i libri, di Ella Berthhoud e Susan Elderkin,  che racconta di rimedi letterari per ogni malanno. Il volume propone una sorta di ricettario letterario, dedicato al corpo e allo spirito, e il suo potere curativo in base alla problematica da affrontare, dal raffreddore al mal d’amore. Il libro, edito da Sellerio, e’ scritto con un approccio umoristico e narra aneddoti e storie di vita di protagonisti piu’ o meno illustri coinvolti da disturbi e acciacchi di varia natura.

Un altro libro che ha attirato la mia attenzione e’ la Biblioteca dei sussurri, di Desy Icardi, ambientato a Torino e pubblicato da Fazi.

Dora e’ una bambina speciale che abita in una casa che si affaccia sull’omonimo fiume torinese. La piccola protagonista ha un dono particolare, riesce ad ascoltare i sussurri della casa, gli “spifferi” di chi non c’e’ piu’. Tutto procede normalmente finche’ la morte non si porta via suo zio e per consolarsi passa le sue giornate nella Biblioteca Civica di Torino dove incontra il Lettore Centenario che le insegnera’ ad essere una vera lettrice.

Il libraio di Venezia, edito da Feltrinelli, invece, con la sua copertina che raffigura la calma dopo la tempesta, narra della famosa libreria Moby Dick che Il 12 novembre 2019 viene inondata da 187 centimetri di acqua che sommerge gli scaffali di Vittorio, il proprietario. Tutto sembra perduto, ma quei libri anche se oramai sono rovinati dall’acqua e non piu’ perfetti, sono ancora vivi, proprio da questa visione parte la rinascita, simbolo di speranza. Personaggi, colpi di scena, l’amore che nasce grazie ai libri, un bel romanzo di Giovanni Montanaro.

Un altro libro che mi ha attirato a se’ per la copertina, una libreria con una scritta in giapponese in una bella illustrazione e’ I miei giorni nella libreria Morisaki, di Satoshi Yagisawa, edito da Feltrinelli.

Ambientato a Jinbōchō, Tōkyō, il tranquillo quartiere delle librerie in mezzo ai grattacieli della capitale giapponese, narra di Tatakouna giovane ragazza reduce da una delusione amorosa. Lo zio, Satoru, decide di tenderle la mano proponendole di lavorare qualche ora nell’antica libreria e di abitare al piano di sopra di questa, la ragazza accetta la proposta nonostante non sia, ancora, una amante dei libri. Le giornate saranno scandite da discussioni sulla letteratura giapponese e dagli incontri con un ragazzo coinvolto da un misterioso romanzo. Tatako scoprira’ un modo di relazionarsi e di comunicare che parte dai libri.

Molti altri sono i libri esposti in questa bella vetrina dedicata alla lettura: il noto L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon, Una vita da libraio di Shaun Bythell, La piccola libreria sul Tamigi di Frida Skyback, Il club delle fate dei libri di Thomas Montasser e moltissimi altri.

La lettura e’ una passione, ma puo’ essere una terapia molto efficace, i libri sono quei rimedi di cui non si dovrebbe mai fare a meno.

MARIA LA BARBERA