Trentenne muore durante il parto, salvo il neonato

A Pinerolo  una giovane donna ha perso la vita durante il parto all’ospedale cittadino. Il decesso è avvenuto nella giornata del 25 marzo .

Secondo le prime ricostruzioni, la donna, di circa trent’anni, sarebbe stata colpita da una grave complicanza insorta nelle fasi del parto.  Il rapido intervento dei medici e i tentativi di rianimazione, sono stati vani. Il bambino, invece, è nato vivo e, stando alle informazioni disponibili, non sarebbe in pericolo.

La direzione sanitaria ha fatto sapere che sono state attivate tutte le procedure previste per gestire situazioni di emergenza, evidenziando come l’evento sia riconducibile a un quadro clinico improvviso. Allo stesso tempo, è stato avviato un approfondimento interno per ricostruire con precisione quanto accaduto e verificare ogni fase dell’assistenza.

Sulla vicenda stanno operando anche le autorità competenti, che dovranno chiarire le cause del decesso ed eventuali responsabilità. Tra le ipotesi al vaglio vi è anche la disposizione di un esame autoptico.

A Verbania la 58ª Mostra della Camelia

28/03/2026 – 29/03/2026

Il 28 e 29 marzo 2026 torna a Verbania la 58ª Mostra della Camelia, nella splendida Villa Giulia (Corso Zanitello 10). L’ingresso, gratuito, è previsto dalle 10.30 alle 18.30.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/58%C2%AA-mostra-della-camelia-verbania

Credito fotografico: Distretto Turistico dei Laghi; MBc © – Foto Massimiliano Bonino

Le ragioni del pappagallo

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Arsenio era un pappagallo cinerino dal piumaggio prevalentemente grigio, con tonalità più scure sulla testa e sulle ali, e un bel becco nero e ricurvo.

Giorgio lo ricevette in regalo dallo zio Arialdo che a sua volta l’aveva portato con se a Torino al termine di un lungo viaggio in Africa equatoriale. Il piccolo pennuto, originario delle foreste pluviali nel cuore del continente nero, aveva una caratteristica particolare che lo distingueva dagli altri volatili e da gran parte degli animali: l’eccezionale intelligenza, secondo alcuni esperti paragonabile a quella di un bambino di tre anni. Perfettamente in grado di associare alle parole ripetute l’esatto significato, con gli anni e adeguatamente istruito, aveva imparato ad esprimersi con brevi frasi compiute, interloquendo nelle conversazioni. Ghiotto di frutta e semi, Arsenio era diventato a tutti gli effetti un membro della famiglia di Giorgio, scapolo impenitente. La strana coppia filava d’amore e d’accordo, condividendo l’appartamento in Corso Casale che offriva una suggestiva vista sul verde del parco Michelotti e sul Po. Giorgio, progettista di una nota azienda, si era formato al dipartimento di ingegneria meccanica e aerospaziale del Politecnico torinese. La sua attività gli consentiva di passare buona parte del tempo lavorando da casa, condividendo le giornate con il fedele Arsenio. Appassionato di calcio, era cresciuto nel mito del Grande Torino, la compagine degli “invincibili” capitanati da Valentino Mazzola che persero tragicamente la vita nell’incidente aereo del 4 maggio 1949, schiantandosi sulla collina di Superga. Trasmettere quel sentimento d’affetto al pappagallo non fu per nulla difficile, tant’è che Arsenio imparò a ripetere con infallibile memoria l’esatta sequenza della storica formazione, imitando la voce del suo padrone con un lieve timbro nasale: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Un bel giorno l’azienda chiese a Giorgio la disponibilità  di recarsi per un periodo di sei mesi all’estero, in America del Sud, allo scopo di contribuire all’avvio di un nuovo sito produttivo a Montevideo, la capitale dell’Uruguay. Era un’occasione davvero importante e quasi unica per la sua carriera ma occorreva risolvere il problema del pappagallo, abituato a convivere con il suo padrone. Tra l’altro a Montevideo avrebbe dovuto dividere l’appartamento con un collega.

Erano due locali più i servizi nel quartiere della città vecchia, a poca distanza dalla piazza dell’Indipendenza. Uno spazio abbastanza angusto e per di più l’altro tecnico pareva fosse allergico al piumaggio degli uccelli. Non vi era dubbio sul fatto che Arsenio non potesse seguirlo nella missione. A chi lasciarlo in custodia, allora? Parenti non ne aveva più, avendo perso i genitori in tenera età e morto da un anno anche il vecchio zio Arialdo. Era un cruccio enorme, un tormento da togliere il sonno. Ad un certo punto maturò un’idea. L’unico vero amico che aveva, un compagno di università con il quale trascorreva talvolta le serate e qualche fine settimana, era stato sfrattato e stava cercando una sistemazione. Lo chiamò spiegando il suo problema e chiedendogli la cortesia di occupare il suo alloggio per il tempo della missione. Non avrebbe avuto nessuna spesa e l’unico obbligo di prestare cura al ciarliero pappagallo. L’amico, che si chiamava Giulio, invitato a cena accettò con entusiasmo la proposta. Arsenio, con le sue spiccate capacità intuitive, colse dai discorsi dei due amici seduti a tavola nell’alloggio di corso Casale dei frammenti di discorso che non gli piacquero,  e si chiuse in un ostinato mutismo. Ma ben presto dovette fare buon viso alla situazione che si venne a creare con la partenza del padrone di casa, accettando la novità. Il pennuto, superato l’imbarazzo delle prime giornate dove prevalse una lieve malinconia, considerando che il nuovo inquilino gli dava regolarmente da mangiare, gli parlava e qualche volta canticchiava dei motivi di suo gradimento, al punto che ne ripeteva qualche parola, accettò la presenza di Giulio. Anzi, con il passare dei giorni, gli si affezionò. L’uomo raccontava all’uccello storie e confidenze quasi avesse a che fare con una persona e decise anche  di fare un piccolo scherzo all’amico. Tifoso sfegatato della Juventus, la vecchia signora antagonista del Torino, oltre a insegnare al pappagallo parole e proverbi in piemontese, gli ripeté una frase che avrebbe certamente fatto colpo su Giorgio: “Viva la  goeba”. Ai bianconeri juventini era stato incollato addosso   anche questo curioso soprannome, riservato tanto ai giocatori quanto ai tifosi, di “gobbi”. Pareva che il termine risalisse a un curioso episodio degli anni ’50 quando per una intera stagione, durante le corse dei giocatori, le loro maglie trattenendo l’aria,  si gonfiavano creando una specie di gobba. Una malignità, probabilmente creata ad arte dai rivali, tifosi dei granata. Fatto sta che quel “viva la Gobba” in piemontese piacque molto ad Arsenio che lo ripeteva di continuo come un mantra, accompagnandolo con altri spezzoni del dialetto subalpino.

Un giorno, dopo l’uscita di Giulio per delle compere, un fattorino si presentò sull’uscio per consegnare un pacco. Dopo aver suonato il campanello udì una voce gracchiante rispondere dall’interno: “Chi è?”. “Devo farle una consegna, signore!”, disse l’uomo. “Chi è?” rispose Arsenio, ripetendo l’invito più volte. “Sono il fattorino. Ho qui un pacco per lei. Mi può aprire, per favore?”, replicò il dipendente della ditta spedizioniera, tradendo un certo fastidio. Il pappagallo, per tutta risposta, inanellò una serie di frasi mescolando il piemontese con l’italiano: “Cosa fai daré ëd la pòrta?”, “Va via, fafioché d’un fafioché” ( in pratica dandogli del buono a nulla, di colui che parla tanto e non conclude niente), “Gavte la nata, balengo” (l’equivalente dell’invito a togliersi il tappo, un modo come un altro per suggerire di farsi furbo). Spazientito, il fattorino rispose con un epiteto che provocò la furibonda reazione di Arsenio che alzò ancor di più la sua stridula voce. Offeso l’uomo ridiscese le scale, visibilmente infuriato. Incontrando il portiere dello stabile gli chiese chi fosse quel maleducato che abitava al terzo piano. L’addetto alla custodia, stupito, rispose a sua volta non gli risultava nessuno in casa, avendo visto uscire una mezz’ora prima il signor Giulio. Bastò questa risposta perché il fattorino gli sbattesse tra le braccia il pacco urlandogli un seccatissimo “Visto che ci sono i fantasmi, allora a consegnare questo ci pensi lei!!”, infilando il portone e andandosene per la sua strada con un diavolo per capello. Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il pappagallo sviluppò un attaccamento morboso nei confronti di Giulio, manifestando episodi sempre più costanti di gelosia.

Uno dei casi più frequenti si manifestava quando Giulio era costretto a uscire. Era sufficiente che indossasse la giacca o un cappotto perché Arsenio strillasse con sofferenza, roso dal tormento: “Non andare via! Stai qui! Non uscire!”. Per ingannare l’intelligentissimo volatile era arrivato al punto di calare dalla finestra, con la complicità del portinaio, la giacca o il soprabito, fugando il sospetto di una imminente fuga. Al termine dei sei mesi, al ritorno di Giorgio, il pappagallo raggiunse l’apice della possessività gridando disperatamente: “Giulio non andare via.. A l’è mej n’amis che des parent (è meglio un amico che dieci parenti).. Non mi lasciare, non abbandonarmi.. A basta ‘n to soris! (basta un tuo sorriso). Erano scenate davvero strazianti, a riprova di un amore che spezzava il cuore. Un diluvio di parole che Arsenio, rifiutandosi di mangiare, emetteva con una voce acuta e stridente che pareva sul punto di spezzarsi in pianto. I due amici, non potendo restare indifferenti davanti a tanta sofferenza, considerato che l’appartamento era abbastanza grande e che Giulio un alloggio per se non l’avevo ancora trovato, decisero di condividere l’abitazione di corso Casale. Il pappagallo ascoltò con attenzione il discorso che gli fecero, quasi si stessero rivolgendo a un bambino. E come un marmocchio davanti ai doni trovati sotto l’abete la mattina di Natale, Arsenio dimostrò tutta la sua felicità svolazzando per le stanze, pur senza rinunciare ad avere l’ultima parola: “I papagal l’an sempre rason”. I pappagalli hanno sempre ragione. E come si poteva dargli torto?

Marco Travaglini

Il Piemonte verso la Giornata dell’endometriosi

28 MARZO

Le cause, i sintomi e le iniziative nelle Aziende Sanitarie Piemontesi

Il 28 marzo si celebra la Giornata mondiale dell’endometriosi, una patologia che spesso viene diagnosticata tardivamente. L’informazione può contribuire ad arrivare a una diagnosi tempestiva, evitando conseguenze permanenti come l’infertilità. Inoltre, aiuta a superare lo stigma che circonda questa condizione e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di investire in ricerca.

L’endometriosi

L’endometriosi è la presenza di endometrio – mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina – all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione (menarca) e accompagnarla fino alla menopausa.

In Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva: la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà a concepire e le diagnosi conclamate sono circa 3 milioni.

Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna.

Le cause

Una delle ipotesi accreditate è il passaggio, causato dalle contrazioni uterine che avvengono durante la mestruazione, di frammenti di endometrio dall’utero nelle tube e da queste in addome, con impianto sul peritoneo e sulla superficie degli organi pelvici, raramente su fegato, diaframma, pleura e polmone. Tale ipotetica causa di sviluppo della malattia non ne esclude altre, tanto che in rarissimi casi l’endometriosi è stata diagnosticata anche nel sesso maschile.

L’endometriosi si può sviluppare non solo per le sue caratteristiche istologiche e la stimolazione ormonale, ma anche a causa di un sistema immunologico che ne permette l’impianto, creando successivamente uno stato infiammatorio cronico. Quest’ultimo è caratteristico della malattia e spiega la sintomatologia caratterizzata da dolore e anche da infertilità.

I sintomi

Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono:

  • dolore mestruale

  • dolore cronico e persistente, con aggravamento durante il periodo mestruale

  • astenia

  • lieve ipertermia

  • fenomeni depressivi

Il dolore durante i rapporti sessuali e alla defecazione, a volte accompagnato dalla comparsa di sangue nelle urine o nelle feci, è caratteristico della endometriosi del setto rettovaginale. Altre volte i dolori si manifestano durante la minzione e sono caratteristici della endometriosi vescicale.

L’’impatto della malattia è alto ed è connesso alla riduzione della qualità della vita e ai costi diretti e indiretti. Una limitata consapevolezza della patologia è causa del grave ritardo diagnostico, valutato intorno ai sette anni. Una pronta diagnosi e un trattamento tempestivo possono migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità.

Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o sorelle affette da endometriosi hanno un rischio sette volte maggiore di svilupparla .

A chi rivolgersi

I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche e le forme di endometriosi profonda.

L’endometriosi è inserita nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti per gli stadi clinici più avanzati: a queste pazienti (circa 300.000 in Piemonte) è riconosciuto il diritto all’esenzione dal ticket per alcune prestazioni specialistiche di controllo.

La Regione Piemonte

L’attenzione al tema della endometriosi nella Regione Piemonte ha portato negli anni alla formulazione di diversi atti, che ha portato anche alla costituzione dell’Osservatorio regionale sull’endometriosi.

Inoltre in alcune Aziende Sanitarie e Comuni della Regione Piemonte sono state inaugurale nel corso degli anni le “panchine gialle”, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione nei confronti della patologia.

Le iniziative sul territorio piemontese

AO MAURIZIANO

28 marzo, Open Day, dalle ore 10,100 alle ore 12,00, nella Palestra del Reparto 5A, al piano terra dell’ospedale. Gli specialisti dell’Ambulatorio multidisciplinare Endometriosi incontreranno e si confronteranno con le pazienti e chiunque abbia interesse a conoscere meglio la malattia, approfondendo aspetti legati alla diagnosi, alle nuove terapie e a tutti gli aspetti della qualità della vita. Nella stessa giornata sarà pubblicato sui canali social dell’azienda un video informativo sulla malattia e sui servizi offerti dall’ospedale.

ASL BI

24 marzo, alle ore 11,00 all’ospedale di Biella inaugurazione della panchina gialla dedicata all’endometriosi. Nella stessa giornata sarà pubblicato un video tematico sui canali social aziendali.

28 marzo, dalle ore 10,00 alle ore 13,00 Open Day con consulti informativi sulla patologia a cura di Giulia Parpinel, dottoressa dello staff della struttura di Ostetricia e Ginecologia, diretta da Bianca Masturzo. Per info e prenotazioni, fino esaurimento posti, scrivere a: eventi@aslbi.piemonte.it.

ASL NO

15 aprile, al Castello Sforzesco di Galliate, alle ore 20,45 incontro dal titolo “Una patologia al femminile; oltre il dolore, oltre l’invisibilità ricorda non sei sola”, a cui partecipano Carmen Ceffa (ostetrica), Angelo Danieli (ginecologo), Daniela Longo (ginecologa) e Alberto Amulfo (direttore Ostetrica e Gincologia dell’Ospedale di Borgomanero). Modera Angela Maccagnola (presidente Ordine delle Ostetriche NO – VCO).

OIRM – SANT’ANNA

28 marzo, all’Ospedale Sant’Anna di Torino Open Day sull’endometriosi dalle ore 9,00 alle ore 15,00. Nell’Aula Delle Piane (via Ventimiglia 1), evento gratuito che prevederà al mattino incontri informativi con gli specialisti e nel pomeriggio, dalle ore 13,00 alle ore 15,00, brevi visite di valutazione e colloqui specialistici per le donne con screening positivo.

Link utili

https://www.regione.piemonte.it/web/temi/sanita/strumenti-operativi/lendometriosi

 

Rapinata donna disabile, picchiata la figlia: aggressione choc a Torino

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Una rapina fulminea e particolarmente violenta, ai danni di persone fragili. L’episodio si è verificato a Torino l’11 marzo in corso Romania, davanti a un supermercato, nel pieno delle attività quotidiane.

A essere prese di mira sono state una donna di 47 anni, disabile e costretta su una sedia a rotelle, e la figlia di 19 anni. Stando a quanto ricostruito dai carabinieri, due giovani si sono avvicinati alle vittime a bordo di un monopattino, agendo con modalità rapide e mirate. L’aggressione si è consumata in pochi istanti: mentre uno dei due ha colpito la ragazza, intervenuta per difendere la madre, il complice ha strappato dal collo della donna due catenine d’oro. Subito dopo, i due si sono allontanati, lasciando entrambe sotto shock.

Le indagini sono partite immediatamente. I carabinieri della compagnia Oltre Dora hanno raccolto testimonianze e ricostruito i movimenti degli aggressori, arrivando in breve tempo alla loro identificazione. Si tratta di due uomini senza fissa dimora, già conosciuti dalle forze dell’ordine.

Il primo sospettato, un 23enne di origine marocchina, è stato rintracciato il 16 marzo in piazza della Repubblica. Dopo il fermo, è stato condotto nel carcere Lorusso e Cutugno. Il provvedimento iniziale non è stato convalidato, ma il giudice per le indagini preliminari ha successivamente disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere, alla luce della gravità degli elementi raccolti. Nei suoi confronti sono state formulate le accuse di rapina aggravata e lesioni.

Anche il presunto complice è stato identificato e la sua posizione è attualmente al vaglio degli inquirenti.

Il fatto è avvenuto in un’area commerciale molto frequentata, dove il flusso di persone è costante. Un elemento che ha contribuito ad aumentare la preoccupazione tra residenti e commercianti della zona.

Beppe Puso vittima di un destino grottesco: “Il Grande Paraponzi”

GIOVEDI’ 26 MARZO ALLE 20 AL TEATRO BARETTI


Il Teatro Baretti di Torino si prepara ad accogliere, giovedì 26 marzo alle 20, il debutto del nuovo spettacolo di Beppe Puso intitolato “Il Grande Paraponzi”. Inserito come secondo appuntamento della Piccola Rassegna Culturale Torinese, giunta alla sua settima edizione sotto la direzione artistica di Max Borella e il patrocinio della Circoscrizione 8, l’appuntamento promette di trascinare il pubblico in una narrazione surreale e provocatoria. Al centro della vicenda c’è un antieroe postmoderno vittima di un destino grottesco: venduto a tradimento e ridotto in schiavitù in una cucina, l’uomo è costretto a confezionare sushi in un ristorante giapponese a gestione cinese. Questa premessa bizzarra diventa il pretesto per un’avventura epica, ricca di quello che l’autore definisce con ironia «pathos e altre parole di origine greca», che culmina nel tentativo di fuga e nella ricerca di una definitiva resa dei conti con il proprio nemico.

Beppe Puso, artista poliedrico noto come cantautore, scrittore e performer, firma qui il suo quarto lavoro teatrale confermando uno stile capace di fondere comicità e critica sociale. La sua carriera, segnata da riconoscimenti come il successo al Sanrito Festival e al Premio Buscaglione, oltre alla pubblicazione del volume “Il mio pesce gatto si mangia” da solo con la prefazione di Giancarlo Bozzo, emerge pienamente in questa favola per ogni età. Attraverso il registro dell’assurdo e dell’ironia, Puso trasforma una storia apparentemente superflua in una riflessione necessaria sulla condizione umana contemporanea.

Beppe Puso è un punto fermo di ogni edizione di questa rassegna, all’interno della quale debutta quest’anno lo spettacolo. «Anche nel 2026 propone un titolo originale frutto del suo modo poliedrico e surreale modo di interpretare il mondo e di presentarlo al pubblico – spiega Max Borella, direttore artistico – Un piccolo spettacolo dell’assurdo nostrano, un affaccio leggero, ma non troppo, a un problema grande come la dignità».

L’appuntamento di via Baretti 4 si configura, dunque, non solo come un momento di intrattenimento, ma come una tappa fondamentale di un percorso culturale che mira a raccontare il presente attraverso estetiche originali e voci fuori dagli schemi. “Il Grande Paraponzi” incarna perfettamente l’obiettivo del Circolo Arci Sud di offrire sguardi inediti sul mondo, partendo dai corpi e dalle storie di chi lo abita. Gli spettatori saranno chiamati a scoprire chi sia realmente questo misterioso protagonista, partecipando a un’esperienza teatrale che rifugge gli stereotipi per abbracciare l’allegoria politica e la pura invenzione narrativa, confermando Beppe Puso come uno degli interpreti più originali della scena torinese attuale.

Inizio spettacoli alle 20.

Il Cineteatro Baretti è in via Baretti 4 a Torino. Info solo whatsapp 351-9288169; circolo.sud@gmail.com.

Biglietto: 13 euro. Tesserati Arci: 12 euro. Biglietti in vendita su OOOH.EVENTS.

A soli vent’anni debutta con l’Orchestra Rai il violinista Cicalese

Giovedì 26 marzo, con Hannu Lintu sul podio, suonerà il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino

A soli vent’anni, debutta con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto in programma giovedì 26 marzo, alle 20.30, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La replica avverrà venerdì 27 marzo, alle ore 20.

Nato a Napoli nel 2005, Cicalese è in grande ascesa nel modo musicale europeo e statunitense. Ha debuttato giovanissimo in sale prestigiose come, tra le altre, la Philharmonie di Berlino, la Herkulessaal di Monaco di Baviera e la Tonhalle di Zurigo. Per il suo debutto con l’Orchestra Rai, Cicalese interpreta il Concerto in la minore per violino e orchestra op.82 di Aleksandr Glazunov, composto nel 1904 nel ritiro estivo di Osercki, e dedicato al violinista Leopold Auer, che lo presentò al pubblico nel febbraio 1905. Nel lavoro, lo strumento solista assume un ruolo quasi vocale, facendo convivere armoniosamente alto virtuosismo e lirismo romantico, riflettendo l’ambiente idilliaco e pastorale in cui l’autore scelse di rifugiarsi. Sul podio è stato chiamato Hannu Lintu, direttore principale dell’Orquestra Gulbenkian di Lisbona e direttore principale dell’Opera e del Balletto Nazionale del suo Paese, la Finlandia, che ha debuttato con l’OSN Rai nel 2023.

In apertura di serata, proporrà le “Symphonies of wind instruments”, di Igor Stravinskij, scritta nel 1920 come omaggio alla memoria di Claude Debussy, morto due anni prima. A seguire, “Musica per archi, percussione e celesta” di Béla Bartók, scritta nel 1936 su commissione di Paul Sacher per celebrare il decimo anniversario della Kammerorchester di Basilea, e resa celebre dal magistrale utilizzo che ne fece Stanley Kubrick nel suo film “The Shining” del 1980. Dopo il Concerto per violino di Glazunov, chiude la serata la “Symphonie in three movements” di Igor Stravinskij, scritta tra il 1942 e il 1945 e dedicata alla New York Philarmonic Symphony Society. Si tratta di un lavoro netto nel periodo bellico, in cui l’autore rivela influenze “di questo difficile tempo di avvenimenti crudi e mutevoli, di disperazione e speranza, di continui tormenti, di tensione e, alla fine, di sollievo”.

Biglietti da 9 a 30 euro sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – info@biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

Bravi (PdF): “La Famiglia si riconferma il cuore della società”

Alla conclusione della “Settimana con la Famiglia 2026” promossa dal Forum Famiglie Piemonte
Riceviamo e pubblichiamo

«Giunti al termine della “Settimana con la Famiglia 2026” (13-22.03.2026) promossa per il 4° anno dal Forum Famiglie Piemonte, mi sembra di poter dire che la Famiglia si riconferma il cuore della società – dichiara Carlo Bravi, del Popolo della Famiglia (PdF) Piemonte – e mi sento di ringraziare lo stesso Forum e le quindici associazioni che lo compongono per il notevole impegno organizzativo messo in atto nella ventina di eventi in calendario, nel corso dei quali è emersa una notevole ricchezza di contenuti e di proposte».

«Ancora una volta – prosegue Bravi – questa Settimana ha saputo mettere in luce la centralità della Famiglia nella nostra società, affrontando con competenza e passione molteplici tematiche: dall’educazione dei figli al sostegno alle fragilità, dalla dimensione relazionale alla solidarietà tra generazioni, fino alle sfide culturali e sociali del nostro tempo. Le diverse iniziative proposte dalle associazioni aderenti hanno rappresentato un’occasione preziosa di incontro, riflessione e crescita per tante persone».

«Partecipando personalmente a molti degli appuntamenti in programma», ha soggiunto Bravi «ho potuto toccare con mano l’importanza vitale dei temi dell’adozione e dell’affido familiare, specificamente approfonditi in questa edizione 2026 della Settimana, anche attraverso la promozione del Progetto C.A.S.A. (acronimo per “Comunità, Alleanze, Solidarietà, Accoglienza”; https://www.forumfamiglie.org/2025/06/28/progettto-casa-comunita-alleanze-e-solidarieta-per-accoglienza/). Tale progetto, promosso in primis dal Forum Famiglie, punta a diffondere una vera cultura dell’accoglienza del minore in famglia, tessendo una rete di mutuo aiuto tra famiglie, associazioni ed istituzioni la quale mette al centro il bene del minore e il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare. Il Progetto C.A.S.A. è fondato su tre pilastri: sensibilizzare la società sul valore dell’affido e dell’adozione, formare famiglie e operatori su tali temi, e accompagnare concretamente i percorsi di accoglienza. Uno strumento per sostenere chi apre la propria porta a un minore, trasformando la fragilità in una risorsa sociale».

«E’ però necessario – precisa Bravi – rafforzare l’impegno a favore dei valori che alla Famiglia sono strettamente legati: la difesa della Vita – con il sostegno alla natalità ed alla maternità, nonché alla vita fragile e terminale mediante le cure palliative – e della Libertà educativa dei genitori per i propri figli, con il sostegno alle scuole paritarie e parentali, ed il contrasto a derive ideologiche come la promozione cosiddetta “fluidità di genere”, che rischiano di generare confusione soprattutto nelle nuove generazioni».

«Il Popolo della Famiglia Piemonte – conclude Bravi – rinnova la propria disponibilità a collaborare con tutte le realtà che operano in questo ambito, nella convinzione che solo attraverso un’alleanza ampia e convinta tra tali attori sia possibile valorizzare la Famiglia come cellula fondamentale della nostra società».

A Torino arriva Dante, l’uomo dietro il poeta

 

Venerdì 27 marzo al Teatro Cardinal Massaia va in scena “Dante, l’uomo dietro il poeta”, per la regia di Marco Arbau.

Portare in scena Dante oggi significa affrontare una sfida complessa: restituire la grandezza del poeta senza perderne l’umanità. È da questa tensione che nasce “Dante, l’uomo dietro il poeta”, uno spettacolo teatrale che sceglie di allontanarsi da una rilettura didascalica della Commedia per accompagnare lo spettatore dentro il percorso esistenziale, artistico e spirituale di Dante Alighieri.

Attraverso una drammaturgia originale che intreccia parola, azione scenica e musiche composte appositamente, lo spettacolo costruisce un racconto accessibile ma rigoroso, capace di rendere attuali temi universali come l’amore, l’esilio e la ricerca di senso.

L’elemento distintivo è la scelta di dare voce a Beatrice, restituendole una presenza autonoma e consapevole: non più solo simbolo idealizzato, ma interlocutrice viva, capace di dialogare con Dante e con il pubblico. Una prospettiva che apre a una riflessione contemporanea sul ruolo della memoria, della figura femminile e della costruzione del pensiero poetico.

Dopo aver già toccato diverse città italiane e raccolto riscontri positivi, lo spettacolo si propone come un ponte tra tradizione e contemporaneità, capace di parlare a pubblici diversi, dalle scuole agli appassionati di teatro. Ne abbiamo parlato insieme al regista, Marco Arbau.

Il suo spettacolo evita una trasposizione didascalica della Commedia: qual è stato il punto di partenza per costruire invece un racconto così umano e contemporaneo di Dante?

Esattamente, sono partito proprio da questo. Nel momento in cui volevo rappresentare Dante, volevo provare a vederlo come uomo.

Anzi, faccio un passo indietro: il vero fulcro dello spettacolo era la resilienza dell’artista. Io non ero particolarmente vicino a Dante; mi sono ritrovato a leggere La Vita Nuova quasi per caso. E mentre la leggevo, mi sono chiesto: ma chi era davvero Dante? Non è nato come sommo poeta; non si nasce già artisti a quel livello. Allora mi sono domandato: cosa ha sofferto? Com’è arrivato a diventare quello che è stato?

Approfondendo la sua vita, la cosa interessante è che nel momento più tragico, quando ha perso tutto, è stato esiliato, ha perso casa, famiglia, proprio nel momento più oscuro ha scritto la Divina Commedia. Quindi la resilienza di un artista che, quando non ha più niente, si aggrappa all’unica cosa che gli resta, cioè la cultura, e da lì tira fuori un’opera straordinaria.

L’idea nasce da questo. Da lì abbiamo costruito un percorso, immaginando anche alcuni aspetti in modo un po’ più libero. Dante viene sempre descritto come cupo, anche rissoso, cosa che in realtà non era del tutto vera, ma sicuramente aveva delle ragioni forti: era contro i politici corrotti, contro tutto ciò che stava degradando Firenze.

Quindi sì, magari poteva sembrare rissoso, ma perché aveva un fuoco dentro. Questa cosa mi ha acceso una lampadina: sono aspetti che a scuola non ci insegnano. Non ti spiegano come Dante sia diventato Dante.

Questa scoperta l’ho fatta insieme a Beatrice e Jacopo (i protagonisti): quando le ho parlato di questa idea, lo stesso giorno abbiamo iniziato a comprare libri su libri per approfondire la sua vita. È stato un percorso incredibile, perché più andavamo a fondo, più scoprivamo quanto fosse una figura estremamente attuale.

Possiamo quindi parlare di una scrittura collettiva? Gli attori sono stati coinvolti anche nella costruzione del testo?

Sì, esattamente. I ragazzi li ho coinvolti subito, perché avevo già in mente di inserirli nello spettacolo. Ho dato proprio a loro l’onere di scrivere un primo copione, che poi, perché sono molto esigente, è stato modificato un milione di volte. Però l’idea era proprio quella di costruirlo insieme.

Alla fine hanno scritto tantissimo: si sono informati, hanno letto molti libri. Anche perché quello che volevamo evitare era una restituzione troppo scolastica, fatta di citazioni delle opere. Invece no: volevamo andare a vedere l’umanità. Le opere ci sono, ma solo accennate; le chiamiamo un po’ degli “easter egg” per chi le conosce.

È molto generoso da parte di un regista.

In realtà l’idea è sempre stata questa. Io lavoro così: coinvolgere il più possibile gli artisti. Anche perché l’obiettivo è lo spettacolo, non l’ego. L’ego, se arriva, è una conseguenza, magari sotto forma di riconoscimento, ma non deve mai essere il punto di partenza.

Il messaggio viene prima di tutto. Se hai artisti con determinate capacità e competenze, devi lavorare su quelle. Vale un po’ per tutto, anche nella danza: il coreografo lavora sulle qualità dei danzatori. È quello l’obiettivo.

Non capisco perché molti non lo facciano.

Perché, per definizione, gli artisti hanno un ego molto forte. E al vertice della piramide ci sono gli attori, mentre alla punta c’è il regista, che spesso è un attore all’ennesima potenza. Quindi non è facile. La scelta di dare voce a Beatrice, la Beatrice dantesca non l’attrice, è centrale: come cambia la narrazione quando lei diventa un’interlocutrice autonoma e non più solo uno sguardo filtrato dal poeta?

Beatrice è solo ciò che ha scritto Dante. Di lei, in realtà, non sappiamo nulla: non ci sono documenti certi. Forse è morta di parto, ma anche questo non è sicuro. Quindi, per una donna così tanto raccontata, ma sempre attraverso gli occhi di Dante, abbiamo detto: va bene, ma lei cosa direbbe davvero? Cosa penserebbe di quest’uomo che l’ha vista da bambino, poi da adulto, le ha rivolto solo un saluto e le ha dedicato fiumi di parole?

Abbiamo quindi voluto dare voce a Beatrice. A una donna dell’epoca che, in realtà, non è poi così distante da molte dinamiche contemporanee. Non solo darle voce, ma anche far incontrare Beatrice e Dante: metterli in dialogo. Perché tutto quello che Dante ha scritto, probabilmente non gliel’ha mai detto davvero, almeno per quanto ne sappiamo.

Ci siamo presi questa libertà: farli parlare. Senza fare troppi spoiler, però, e restando comunque fedeli alla realtà, senza spingerci troppo nella fantasia. Per Dante è come una finestra, un momento in cui può finalmente esprimere tutto quello che pensa di lei. Ma è solo un attimo, fugace.

E poi c’è anche il punto di vista di Beatrice: ci siamo immaginati che raccontasse come ha vissuto questa situazione e, in qualche modo, chi fosse davvero, anche se non lo sappiamo. Ci siamo presi la responsabilità di dare voce a un personaggio così famoso, ma di cui, in fondo, non conosciamo nulla.

Parola, corpo scenico e musica originale convivono nella drammaturgia: come ha lavorato per trovare un equilibrio tra questi linguaggi senza perdere l’intensità del racconto?

È stato facilissimo. Per esempio, sulle musiche non ho voluto mettere mano al testo: i brani sono cantati utilizzando versi di Dante, presi soprattutto dalla Vita Nuova, ma anche da altri passaggi scelti in base alla loro efficacia scenica.

La cosa incredibile è che queste musiche, pur avendo uno stile che potremmo definire pop, funzionano benissimo. Le parole di Dante, messe in musica, suonano in modo naturale e molto efficace.

Dico che è stato semplice proprio per questo: il testo c’era già, si trattava “solo” di metterlo in musica. Ed è stato davvero sorprendente. Quei testi, che non a caso erano concepiti anche per essere ascoltati, funzionano ancora oggi in modo straordinario.

Ascoltandoli cantati, molti versi si comprendono anche meglio: mentre letti richiedono spesso una parafrasi o un certo studio, in musica il messaggio arriva in modo più immediato. Questa è stata una scoperta incredibile.

Siamo molto orgogliosi del lavoro fatto, e capita spesso di ascoltare le musiche anche separatamente dallo spettacolo.

Lo spettacolo è pensato anche per un pubblico eterogeneo, inclusi scuole e contesti formativi: qual è la reazione che più l’ha colpita finora tra gli spettatori?

Sia per i ragazzi delle scuole sia per gli adulti, ed è una cosa che ci rende estremamente curiosi, tutti ci dicono: “Non pensavamo che Dante fosse così divertente” o comunque così interessante.

Purtroppo viene visto in modo molto scolastico. E dico “purtroppo” perché anch’io, prima di lavorare a questo spettacolo, lo percepivo così. Invece ha una storia davvero incredibile. Si potrebbero fare tranquillamente delle serie: la sua vita è straordinaria.

Ed è un esempio, soprattutto per gli artisti. È proprio il modello di una vita artistica: qual è l’obiettivo finale? L’ego o portare bellezza? Quella bellezza che, si dice, può salvare il mondo. Io ci credo molto.

Apro una piccola parentesi: questa convinzione mi è nata anche dopo aver letto la lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II. Lì si parla proprio del ruolo dell’artista nella società: non l’ego, non l’autoaffermazione…

L’autorealizzazione personale.

Esatto, non è quello l’obiettivo primario. Quello può arrivare dopo se lavori bene. Ma la priorità è un’altra: portare sollievo.

Questo è il compito dell’artista. In quell’ora, un’ora e mezza in cui siamo in scena, anche facendo i “buffoni”, se vogliamo, possiamo permettere alle persone di staccare da una vita magari difficile, piena di problemi. Offrire un momento di sollievo.

È come vedere un bel film, ma dal vivo, e quindi molto più impattante. Oppure restituire qualcosa che si è perso: noi studiamo ogni parola di Dante, ma non sappiamo chi fosse davvero.

È proprio lavorando su Dante che ho scoperto una figura incredibile. Un maestro, ma non solo per le opere: per la vita. Per come ha reagito quando ha perso tutto. Era un uomo con una posizione, dei beni, una certa stabilità e ha perso tutto, è stato esiliato, è diventato nessuno.

E proprio lì, nel momento più buio, quando chiunque si sarebbe arreso o si sarebbe lasciato andare alla rabbia, lui ha trasformato tutto questo, rabbia, frustrazione, disperazione, creando l’opera delle opere.

Per me è stato come trovare un faro. Può sembrare una frase fatta, ma più lo studiamo, più capiamo che la sua vita è davvero un esempio. Non solo le opere: quasi più la vita. Le opere sono una conseguenza.

I ragazzi, ma anche gli adulti, si interessano davvero. La cosa sorprendente è che fanno domande sulla vita di Dante. E ovviamente vedi i professori con gli occhi a cuoricini.

Per un docente, vedere gli studenti appassionati della materia deve essere una bella soddisfazione.

Sì, esatto. Perché credo che abbiamo trovato una formula giusta per arrivare ai ragazzi, senza snaturare il personaggio. Ci tengo molto a mantenere ciò che è documentato, ciò che è ufficiale: lo spettacolo ha anche una componente divulgativa.

Però sempre in chiave moderna, perché altrimenti non arriva. Dobbiamo adattarci al loro linguaggio.

Scusami se mi dilungo, ma sono davvero molto coinvolto e sono innamorato di questo spettacolo.

Nessun problema, anzi…

Ti racconto un episodio dell’anno scorso, in una data molto piccola, con pochissimo pubblico. Ero anche piuttosto scontento di come stava andando la serata.

Tra il pubblico c’era una delle maestranze del teatro, un po’ burbera, quasi scontrosa, di quelle che ti rispondono male. A fine spettacolo è venuta in regia, mi ha guardato con gli occhi lucidi, mi ha detto “grazie” ed è andata via.

Per me è stato un momento fortissimo. Lì ho capito che il messaggio era arrivato. Sono piccole esperienze, ma ti danno la conferma del perché fai questo lavoro.

Quel “grazie”, detto da lei, in una sala quasi vuota, per me vale più di qualsiasi applauso o complimento. Significa che stai facendo la cosa giusta, che l’obiettivo è quello giusto.

Lori Barozzino

Foto Fabio Galizia

Teatro Cardinal Massaia

Ore 20:45

Cast:

Jacopo Siccardi – Dante

Beatrice Frattini – Beatrice

Andrea Chiapasco – Virgilio

Regia:

Marco Arbau

Biglietti:

Intero

20.62 + 1.51 €

Ridotto

17.36 + 1.27 €

Riduzione valida per under 12, over 65, studenti universitari under 26, possessori di Abbonamento Musei e tessera AIACE.

Sono previsti controlli all’ingresso e occorre presentare un documento per usufruire della riduzione.