di Massimo Iaretti
Emanuele Pozzolo, già esponente di Fdi, ma dal 2025 nel Gruppo Misto di Montecitorio, insieme al pugliese Rossano Sasso e al toscano Edoardo Ziello, entrambi provenienti dalla Lega, è stato tra i primissimi ad aderire al Partito fondato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Lo abbiamo incontrato poco dopo la sua adesione alla forza politica del generale – europarlamentare fresco di uscita dal Carroccio, per fare quattro chiacchiere su questa compagine politica, ultima nata nel panorama politico italiano.
Quali sono le motivazioni alla base di questa scelta ?
Vannacci riesce a rapportarsi con la gente con un linguaggio che parla in modo chiaro senza tanti giri di parole
Futuro Nazionale è una forza a destra ?
Si potrebbe dire che è una destra autentica, una destra che ha deciso di non sottostare al politicamente corretto.
Quale ritiene sia la vostra forza ?
Lo dico in una battuta: Vannacci dice politicamente e pubblicamente quello che almano metà degli italiani pensa ma che ha paura di dire. Mondo al Contrario è un libro scritto in modo chiaro ma riesce a delineare una visione del mondo alternativa al progressismo globalizzante.
E’ deluso dall’esperienza passata di FDI e da Giorgia Meloni ?
FDI nasce come partito di destra, l’essere al Governo può cambiare. La Meloni di oggi non è più la Meloni di prima, pur riconoscendole una grandissima capacità comunicativa. Le persone, però, non sono stupide, le parole non bastano, servono i fatti.
Che ruolo ricopre nel nuovo Partito ?
In questa fase Vannacci mi ha incarico di seguire il Nord Ovest. Poi dovrà seguire una strutturaizone.
A Montecitorio non è solo …
Hanno aderito due altri parlamentari, Edoardo Ziello e Rossano Sasso, entrambi provenienti dalla Lega, andranno a fare parte della componente politica del Gruppo Misto della Camera.
Avete in essere delle alleanze ?
C’è un mondo con il quale ci può essere un’interlocuzione privilegiata, anche su alcuni temi. E la volontà di interloquire col centro – destra. Sta al centro – destra di voler affrontare alcuni temi politici. Speriamo che esso abbia ancora il contatto diretto con le persone
Quali sono i vostri principali programmatici ?
In premessa rispondo che ci sono tre grandi macro argomenti da cui si va a declinare altre problematiche: sicurezza, famiglia, immigrazione.
Può entrare maggiormente nel merito ?
Certamente. Per quanto riguarda la sicurezza non è stata modificata né la percezione né la realtà delle cose. Quando un padre ha paura per il figlio quando esce alla sera, credo a questo dica tutto
Per quanto riguarda la famiglia si parla di favorire le nascite di bambini perché l’Italia, in queste condizioni è avviata alla morte demografica. Questo non è un giudizio di valore ma un dato di fatto. Servono misure choc anche dal punto di vista fiscale, avere figli deve diventare conveniente anche dal lato economico.
E veniamo all’immigrazione ….
Italia ed Europa non possono accogliere tutti i disperati del mondo. E non è vero che sono tutti persone che fuggono da situazioni drammatiche. Il 20% sono rifugiati, il restante 80% viene in Italia per motivi economici e ha riconoscimenti che in nessun altro Paese avrebbe.
Tutto ciò si fa sentire in termini reali ?
I tanti temi della piattaforma elettorale hanno avuto risposte scarse. L’abbassamento delle imposte non c’è stato, come pure non c’è stata alcuna misura che abbia portato ad aumenti della volumetria del portafoglio degli italiani.
Questione armi all’Ucraina, avevate presento un emendamento al provvedimento discusso alla Camera martedì scorso, perché ?
Parrtiamo da un dato di fatto: il piano di riarmo è una specie di PNRR: sono soldi, molti soldi, che saranno usati per scopi militari e per dare armi all’Ucraina. Su questo punto occorre che faccia una precisazione. Io sono tutt’altro che putiniano, Putin ha invaso l’Ucraina e più volte ho votato il decreto legge per l’invio di armi sia in Commissione Esteri che alla Camera. Questi invii partivano dal presupposto che l’Ucraina potesse limitare al massimo la differenza militare con i russi, affinché non avanzassero e si arrivasse alla pace.
Ma questa strategia non ha funzionato ed è necessario stoppare una guerra che altrimenti andrà avanti senza vinti né vincitori ma con un dissanguamento di vite umane di ucraini e anche russi.
L’Italia non ha la possibilità economica di sostenere all’infinito per questo fronte di guerra. E ricordo che non esiste nella storia una pace giusta ma una pace possibile.
Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.





Al di là delle rispettive curve sud – sempre più infuocate ed aggressive – c’è uno specifico Sì che non può passare sotto silenzio in vista del prossimo referendum sulla giustizia. Ed è forse il Sì più popolare, più comprensibile e più immediatamente percepibile dal cittadino/elettore. E riguarda il tema di come superare una “casta” che in questi anni si è semplicemente rafforzata, irrobustita e consolidata. Una “casta” che, attraverso il sistema rigorosamente e quasi dogmaticamente individuato nel sistema correntizio, ha governato sostanziosamente la magistratura italiana. Ora, visto che non parliamo di una banale assemblea istituzionale ma, al contrario, di un potere che con le correnti politiche organizzate ha in mano la vita e il futuro delle persone e che può decidere – con la sua concreta azione penale – di capovolgere le sorti della politica nazionale e locale, è del tutto ovvio che questa “casta” non può restare immobile ed inattaccabile. E questo perchè promozioni, trasferimenti, sanzioni, avanzamento di carriere e via discorrendo vengono decise e vagliate da ormai molto tempo solo e soltanto dalle singole correnti. Un potere, squisitamente politico, che esula da qualsiasi altro criterio che non sia quello dello strapotere, appunto, incontrollato delle correnti politiche organizzate. È inutile ribadire che questo è il grande nodo da sciogliere. E cioè, confermare questo potere incrollabile ed inviolabile oppure, e al contrario, metterlo in discussione. Certo, si può discutere se il cosiddetto “sorteggio” in vista della formazione dei due prossimi CSM – semprechè vinca il Sì – sia lo strumento più opportuno e più calzante per centrare l’obiettivo. È indubbio, però, che questa è la vera e grande posta in gioco, al di là degli altri aspetti tecnici che sono certamente importanti ma che sono drasticamente irrilevanti rispetto a questo tassello. E non è un caso, del resto, che è proprio questo il tema che vede impegnata con maggior intensità l’ANM. Cioè l’associazione privata che governa l’intera magistratura italiana attraverso l’autorevole CSM. ANM che, è persino inutile negarlo, si è trasformata progressivamente, e ormai definitivamente, in un soggetto politico organizzato. Del resto, si tratta di una associazione che quasi ogni giorno interviene sui principali temi che sono in cima all’agenda politica del nostro paese. Insomma, com’è evidente a tutti quelli che non vivono di pregiudizi, si tratta di un soggetto politico a tutti gli effetti. Ecco perchè, al di là delle litanie sullo stato totalitario, sulla democrazia autoritaria, sulla compressione delle libertà democratiche, sulla violazione della Costituzione dei nostri padri e sulla trasformazione del nostro paese in una nazione simile alle dittature sudamericane, la vera posta in gioco in vista del voto referendario è una sola. E cioè, con questo referendum o si mette in discussione una “casta”. Oppure, e al contrario, si consolida definitivamente questo potere. Tutto il resto, verrebbe da dire, è solo noia.