C’è qualcosa di profondamente torinese nel modo in cui Mauro Guglielminotti racconta il mondo: non tanto per geografia, quanto per stratificazione.
Come certe architetture industriali che sembrano silenziose ma custodiscono voci, odori, memorie. La sua storia si apre proprio lì, in una Torino che oggi non esiste più, ma che continua a respirare sotto la pelle della città.
Non è una fotografia, all’inizio, ma un odore: quello del cioccolato. Denso, quasi caldo, che si infilava tra le strade fino a piazza Massaua.
Guglielminotti lo racconta come si racconta un’infanzia che non si è mai del tutto chiusa: la Venchi Unica, i capannoni, poi il vuoto. La dismissione. Il silenzio improvviso di un luogo che prima era vita. È lì che nasce il suo sguardo, non come gesto artistico, ma come necessità di trattenere qualcosa che stava scomparendo.
Prenderà poi forma il suo primo libro, La Manifattura Tabacchi di Torino, in cui la città si trasforma in una vera e propria mappa emotiva: Manifattura Tabacchi, Molini Dora, Casa Ozanam. Non semplici architetture, ma organismi feriti, corpi industriali che continuano a parlare sottovoce, per chi è disposto a fermarsi. E lui si ferma, ascolta,sempre.
Due vite, un solo sguardo
C’è una crepa interessante nella sua biografia, ed è proprio quella che la rende potente: Guglielminotti non nasce fotografo, ma ingegnere.
Non abbandona mai davvero quella parte di sé. La porta dentro le immagini: precisione, struttura, capacità di leggere i sistemi. Mentre lavora in Fiat, poi in IBM e infine in una startup americana, costruisce una seconda traiettoria, parallela e quasi invisibile: quella del fotografo che osserva.
Non c’è romanticismo bohémien, ma una forma più concreta di libertà. Il lavoro finanzia lo sguardo. I viaggi di lavoro diventano territori di esplorazione. Le città non sono mete, ma casi di studio umani.
Due vite, sì. Ma un unico filo: capire come funzionano le cose quando iniziano a rompersi.
Belfast, Istanbul, Detroit: la geografia della crisi
Se Torino è l’origine, il mondo diventa il laboratorio.
A Belfast e Derry entra dentro la frattura. Non la osserva da fuori: la attraversa. Parla con chi la vive, incontra chi abita il conflitto. Non cerca lo scatto spettacolare, ma il punto in cui la storia si incrina nella vita quotidiana.
Poi Istanbul, città che implode e si ricostruisce nello stesso respiro. Quartieri cancellati, tensioni urbane, identità che si ridefiniscono sotto pressione.
Ma è Detroit a diventare la sua ossessione lenta, il suo romanzo visivo più lungo. Venticinque anni. Ogni gennaio. Sempre nello stesso periodo, come un rito. Torna, osserva, registra.
All’inizio è il crollo: fabbriche chiuse, case abbandonate, una città che sembra aver perso la propria funzione nel mondo. Poi, lentamente, qualcosa cambia: orti urbani, persone che restano, nuovi investimenti. Una rinascita mai lineare, mai semplice.
Per lui, Detroit è uno specchio. La chiama la Torino americana. Non per nostalgia, ma per struttura: entrambe città costruite sull’industria, entrambe costrette a reinventarsi quando quell’industria cede.
Archivio, memoria, ritorno
Negli ultimi anni, il suo sguardo si piega verso l’interno. Riscopre l’archivio, rilegge le immagini, le ricontestualizza. È come se il tempo, finalmente, gli restituisse ciò che aveva raccolto.
E poi c’è il ritorno. Sempre Torino. Non come rifugio, ma come nodo irrisolto.
C’è un luogo che ancora manca: Mirafiori. Un luogo simbolico, che sente necessario raccontare per chiudere — o forse riaprire — un cerchio.
Il momento in cui lo sguardo si riconosce
Quando capisce che la fotografia può diventare il suo modo di leggere il mondo, la risposta non arriva da una teoria, ma da un’esperienza concreta.
«Il primissimo istante in cui l’ho capito è stato legato al viaggio. Facevo grandi viaggi con gli amici dall’altra parte del mondo e c’era la mania della serata tra amici in cui si facevano vedere le diapositive e si facevano vedere le foto del viaggio, noiosissime e mi sono reso conto che le mie foto erano diverse da quelle degli altri e da ciò che c’era intorno. Erano foto da reportage già lì: lì ho capito di poter fare qualcosa di più. Inoltre il confronto con De Biasi mi ha gratificato e ho ricevuto qualche apprezzamento e ho deciso di perseguire questa partita. Una persona non è capace di giudicare se stessi.»
Dentro questo racconto c’è già tutto: lo scarto, il dubbio, il riconoscimento che arriva dall’esterno.
La fotografia non nasce come dichiarazione, ma come differenza.
Istanbul: il progetto che resta sospeso
E poi, quasi naturalmente, quello sguardo esce dai confini della città. Non per abbandonarla, ma per metterla alla prova altrove.
Guglielminotti prende un libro, lo sfoglia. Istanbul.
«Questo è un libro legato ad Istanbul con Orsola Casagrande nel 1997 quando siamo andati ad un primo maggio dei curdi ed è stato un lavoro estremamente interessante. Da quel lavoro siamo andati a realizzare una serie di interviste a diversi protagonisti della scena culturale – scrittori, artisti, registi – ed avevamo ipotizzato una serie di storie legate alle “città che conosciamo”, chiedendo loro di raccontare la città, ma alla fine non è stata realizzata perché non abbiamo trovato la casa editrice.»
C’è qualcosa di incompiuto in questo passaggio. Un progetto rimasto sospeso, ma proprio per questo rivelatore.
È lì che la città smette di essere solo spazio e diventa racconto plurale, voce, identità restituita da chi la abita.
Raccontare o tradire
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
«Molto spesso la tradisce, ma tutto dipende da chi fa la fotografia.»
Per lui, l’immagine non è mai neutra.
«La fotografia è l’espressione di quello che una persona vede in quel momento, dal suo punto di vista personale, anche quando prova a essere il più oggettiva possibile.»
È qui che entra in gioco la responsabilità del fotografo. «Io, prima di fare un reportage, studio molto. Devo sapere cosa vado a fotografare, chi c’è, qual è il contesto.»
Torino: una radice che non si sposta
Alla domanda sul rapporto con Torino, la risposta è immediata.
«Torino è la mia città e lo sarà sempre comunque e quello in cui siamo è l’alloggio in cui sono nato anche se vivo principalmente a Parigi. Torino è la città in cui sono cresciuto ed ho visto la Fiat crescere e gli anni in cui fiat era tutto ed il momento della sua caduta. Per questo ho sempre sperato che si potesse fare di più con le foto di Torino in Torino affinché potessero essere una rinascita. La base di Torino è sempre rimasta in me come cuore.»
Non è solo appartenenza. È una forma di orientamento.
Fotografare le città
Le città, nei suoi lavori, non sono mai fondali. Sono organismi vivi.
«Direi come la gente vive quella città e quel posto, le crisi, il potenziale che può esserci è l’aspetto più interessante ed affascinante.»
Ma prima dello scatto, c’è sempre un tempo sospeso.
«Mi piace molto sedermi da qualche parte e capire che cosa succede intorno a me prima di fotografare. Mi piace vivere la città e capirla ed avere qualche intuizione e dopo scattare le foto.»
Lo sguardo arriva dopo. Sempre.
«Il libro era nato quando c’era stata la proteste al parco di Gezi. Il governo aveva distrutto un quartiere per costruire degli edifici moderni: era un quartiere molto povero e comune ed era quindi facile abbattere.»
Uno sguardo personale
Quanto c’è di personale nelle sue immagini?
«Molto, perché altrimenti non avrebbe senso.»
«Sono un fotografo documentarista ma non nel senso “duro e puro” del termine ma nell’accezione di trasmettere quello che ho visto io.»
E torna ancora Torino.
«Sto pensando a desiderare di fotografare Torino visto che ci sono così legato. Secondo me è necessario parlare di Mirafiori ed è essenziale parlarne proprio in questo momento. Sto cercando di muovermi in qualche modo per lavorare di nuovo nella mia città.»
Il tempo contro il rumore
Viviamo in un’epoca di immagini veloci, quasi rumorose. Ma cosa distingue davvero un progetto?
Guglielminotti risponde partendo da un’esperienza concreta, nato da un’idea condivisa con Riccardo De Gennaro, ex giornalista de la Repubblica.
«Era un trimestrale di grosso valore stilistico e con fotografi di alto livello. Io ho fatto il photoeditor per alcuni anni, poi sono uscito e Riccardo ha proseguito da solo. Avevamo fatto un lavoro anche con Franco Arminio ed avevamo fatto una selezione di fotografi che poi sono finiti anche sul World Press Photo.»
Un progetto forte, che però non ha trovato spazio.«Non ha preso il volo.»
Ma la lezione resta.
«Un progetto di valore si qualifica nel tempo che una persona dedica ad esso. La foto di oggi è molto veloce, ma un buon reportage deve essere visto con calma e tempo.»
Il punto è lì.
«Il reportage richiede tempo e studio molto approfondito. È il tempo che differenzia il lavoro. La foto mordi e fuggi non ti lascia niente.»
Memoria e trasformazione
Guardare indietro non è semplice.
«Molte immaginisono diventate memoria.»
E insieme alla memoria arriva anche una crisi.
«Ho avuto un momento di crisi perché non mi ero adeguato alla nuova visuale. Le mie foto non erano più adeguate al tempo ma perché bisogna adeguarsi al tempo ma senza perdere la propria radice.»
Ma la risposta non è rinnegare.
«È da qui che nasce il nuovo percorso: progetti più lunghi, ricerca, fine art, gallerie.Sto cercando di dare un nuovo sguardo delle foto.»
Le immagini che mancano
E poi resta una domanda, la più difficile.
Qual è la fotografia che ancora non ha fatto?
«Forse in questo momento c’è una foto geografica in Patagonia che è un viaggio che vorrei fare da quando sono bambino e mi piacerebbe fare una foto che è nel mio immaginario: una zona arida e mitologica.»
«E un’altra mi piacerebbe a Torino e poter riandare in un luogo del lavoro e rifare una foto simbolo.»
Non è nostalgia. È un ritorno consapevole.
Perché, in fondo, ogni sua fotografia si muove nello stesso spazio:
quello in cui qualcosa sta finendo e qualcos’altro, lentamente, sta provando a ricominciare.
Arte, educazione ed innovazione per un futuro sostenibile: 12 le città coinvolte fra Piemonte e Valle d’Aosta
Dal 17 aprile al 30 maggio
Roddi (Cuneo)
Rimboccarsi le maniche, ben su! Perché se aspettiamo che a pensarci siano altri (chi?) possiamo stare freschi. Tutti dobbiamo fare qualcosa! Soprattutto i giovani – mi permetto d’aggiungere io – giovani di buona volontà e belle positive concrete e concretizzabili idee. Le mie parole si aggiungono a quelle precedenti pronunciate e rese materia su cui lavorare e impegnarsi, senza perdere tempo in chiacchiere e inutili proclami, da parte di un gruppo di ragazzi e ragazze che dal 2023 ha deciso di non aspettare che qualcuno risolva un tema di urgente attualità, qual è quello della “crisi ambientale” al posto loro. Insieme hanno creato in quel di Roddi (Cuneo), con sede in via Roma 34, l’Associazione “Wild Life Protection ETS” e immaginato l’“EXPO della Sostenibilità”: un progetto nato piccolo piccolo ad Alba (Cuneo) e poi cresciuto anno dopo anno fino a diventare una “piattaforma” diffusa e vivace di incontri e iniziative che oggi tocca 12 città tra Piemonte e Valle d’Aosta.
La quarta edizione 2026 si terrà tra aprile e maggio, con oltre venticinque giornate di appuntamenti: attività nelle scuole, eventi aperti al pubblico, spazio alle startup e premi per i Comuni più virtuosi, “per un mese intero di cose da fare, da vedere, da ascoltare”.
Ad aprire ufficialmente l’“EXPO”, venerdì 17 aprile (ore 21), al medievale “Castello” di Roddi (Piazza Umberto I), noto per essere stato di proprietà della famiglia Pico della Mirandola (e per essere parte dei “Castelli DOC – UNESCO, oltre che sede della “Scuola Internazionale di cucina del Tartufo Bianco d’Alba”),sarà la mostra “Just Open Your Eyes”, ispirata ad un’opera dell’artista albese Valerio Berruti, presentata recentemente a “Palazzo Reale” di Milano. Attraverso l’antica tecnica dell’affresco, la scultura e la video animazione, Berruti, laureato in “Critica d’arte” al “DAMS” di Torino, crea – nella piccola chiesa sconsacrata di Verduno, da lui acquistata anni fa e diventata suo studio – suggestive ed essenziali immagini ispirate al mondo dell’infanzia (“Sono nato bambino, mi sono trovato bene e lo sono rimasto”, parole del pittore concittadino Pinot Gallizio che Berruti condivide e ama citare), creando un “percorso immersivo in cui arte e coscienza ambientale si incontrano”, allorquando le pareti del Castello si trasformeranno in una sorta di grande schermo. Berruti (sua, fra l’altro, “Alba”, la celebre scultura in acciaio inox alta 12,5 metri installata in piazza Ferrero ad Alba) porterà all’“EXPO della Sostenibilità” la sua ultima video-animazione“Lilith”– una bambina alle prese con un incubo legato alla crisi ambientale – che verrà proiettata sulla facciata del Castello, rendendola visibile anche da lontano. Lo stesso video, accompagnato dalla colonna sonora realizzata appositamente dal Maestro e polistrumentista Rodrigo D’Erasmo, sarà presentato anche all’interno dello spazio espositivo. La mostra sarà visitabile gratuitamente tutti i fine settimana, dal 18 aprile al 24 maggio, dalle 9 alle 19. Ogni sabato e domenica, al tramonto, la proiezione tornerà ad animare le antiche mura.
E non finisce qui.
Tra fine aprile e inizio maggio il programma si sposterà nelle Scuole del territorio con “EXPO Educazione”: un tour tra diverse città piemontesi e valdostane dedicato alle scuole che hanno partecipato al Progetto “Green School: Road to the future” lavorando per ottenere la “certificazione ambientale”. L’evento diventerà l’occasione per “premiare chi si è messo in gioco davvero fra studenti, insegnanti, dirigenti” e per “costruire insieme un dialogo tra giovani, istituzioni e divulgatori che non si esaurisca in una sola mattinata”.
Venerdì22 maggio, infine, ad Alba arriva “EXPO LIVE”, una serata di dialogo e confronto sui temi ambientali, mentre sabato23 maggio a Mondovì, e successivamente ancora ad Alba, sarà il turno dell’“Innovation Hub”, incontro dedicato all’innovazione agricola e sostenibile con la presentazione di startup e progetti “AgriTech”.
Il sipario sulla quarta edizione del Progetto scenderà sabato 30 maggio, al “Centro Incontri” della “Provincia di Cuneo” con la cerimonia degli “EXPO Award – Comuni Sostenibili”, riconoscimenti dedicati alle Amministrazioni locali “che non si sono limitate a firmare dichiarazioni di intenti, ma hanno trasformato l’impegno in azioni concrete”.
Il Bando, promosso dalla “Provincia di Cuneo”, si apre in questi giorni e i Comuni interessati potranno candidarsi entro lunedì 4 maggio. “L’iniziativa mira a valorizzare il grande lavoro delle Amministrazioni locali, favorendo lo scambio di buone pratiche e stimolando nuove progettualità nel segno della sostenibilità ambientale e sociale”.
La Città di Torino rinnova e rafforza il proprio impegno sul fronte dell’inclusione, approvando il nuovo accordo con i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) per il triennio 2026-2028. L’obiettivo è consolidare una collaborazione strategica volta a garantire percorsi strutturati di apprendimento della lingua italiana, elemento fondamentale per favorire autonomia e integrazione sociale, formativa e lavorativa delle persone accolte nel Sistema Accoglienza e Integrazione (SAI).
Il provvedimento, approvato dalla Giunta comunale su proposta dell’assessore alle Politiche Sociali Jacopo Rosatelli, insieme all’assessora alla Cultura Rosanna Purchia, si inserisce in una politica di accoglienza che Torino porta avanti in modo continuativo da oltre vent’anni. Oggi il sistema cittadino conta 777 posti distribuiti tra accoglienza ordinaria, interventi per persone con fragilità e progetti dedicati ai minori stranieri non accompagnati.
Al centro dell’intesa vi è il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana per richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e minori stranieri, con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2 e favorire l’accesso al diploma di scuola secondaria di primo grado.
L’accordo prevede un sistema integrato di interventi costruito in sinergia tra diversi servizi della Città, tra cui il Servizio Stranieri, l’Ufficio Minori Stranieri, la Scuola Formazione Educazione Permanente e il Centro Interculturale. Tra le azioni principali: inserimento nei percorsi CPIA, riconoscimento delle competenze pregresse, raccordo tra i diversi percorsi educativi e valorizzazione dei crediti formativi.
Grande attenzione è rivolta anche al contrasto della dispersione scolastica, grazie all’introduzione di un tutor didattico dedicato al SAI, con il compito di monitorare i percorsi, facilitare l’accesso alla formazione e prevenire eventuali criticità.
L’intesa punta inoltre a rafforzare la formazione continua di docenti, operatori e volontari e a consolidare la rete territoriale dei servizi, per garantire un’offerta formativa sempre più qualificata, omogenea e continuativa.
Definito congiuntamente con i CPIA 1, 2 e 3, l’accordo resta aperto all’adesione di tutti i Centri cittadini e rappresenta un ulteriore passo verso un sistema integrato capace di accompagnare concretamente i beneficiari del SAI in un percorso di inclusione e piena cittadinanza.
Ancora una volta, per la terza settimana consecutiva, il Consiglio Regionale del Piemonte non si terrà.
E non si tratta solo di un “caso” del calendario, ma di una scelta della maggioranza di tornare in aula senza aver sanato tutti i loro conflitti interni. Altrimenti non si spiegherebbe perché ieri si è tentato di sostituire le dovute comunicazioni su un tema politico delicato come le dimissioni della vice presidente Chiorino con una semplice conferenza stampa, per poi non accettare anche il confronto pubblico con le opposizioni in una seduta di Consiglio.
E così si bloccano tutti i lavori dell’aula e non ci sarà spazio né per affrontare i problemi del governo regionale né per avere risposte sui problemi dei piemontesi e delle piemontesi: la prossima settimana non saranno discussi nemmeno gli ordini del giorno e le interrogazioni. Speriamo di non dover attendere che si ricuciano le fratture nel centrodestra per tornare a pensare anche ai trasporti, alle borse di studio, al lavoro e alla sanità.
Gianna PENTENERO – Presidente Gruppo Pd del Consiglio regionale
Alice RAVINALE – Presidente Gruppo AVS del Consiglio regionale
Sarah DISABATO – Presidente Gruppo Movimento 5 Stelle del Consiglio regionale
Vittoria NALLO – Presidente Gruppo Stati Uniti d’Europa per il Piemonte del Consiglio regionale
L’innovativo intervento al San Luigi Gonzaga di Orbassano
Un complesso intervento per calcolosi renale su una paziente di 53 anni affetta da fibrosi cistica effettuato mentre ascolta la playlist preferita. È successo nei giorni scorsi all’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano per ovviare al quadro di compromissione della funzionalità respiratoria tale da controindicare in modo assoluto l’anestesia generale.
La procedura è stata quindi condotta con la paziente sveglia, in rachianestesia (anestesia spinale) mediante un approccio percutaneo, una tecnica che consente di raggiungere il rene attraverso un piccolo accesso cutaneo, senza incisioni chirurgiche tradizionali. Si è trattato di un intervento particolarmente impegnativo per le dimensioni, la sede e la conformazione del calcolo, eseguito dall’equipe dell’Urologia diretta da Cristian Fiori.
E così durante l’intervento, la paziente ha potuto ascoltare le sue canzoni preferite, perché l’utilizzo di musica e stimoli sensoriali positivi in sala operatoria è supportato da evidenze scientifiche, che dimostrano come la musica contribuisca a ridurre ansia e stress, migliorando il comfort del paziente durante procedure eseguite in anestesia locoregionale. L’anestesia è stata effettuata da Roberto Russo.
Dopo qualche ora di osservazione in Recovery Room, dedicata ai casi più complessi, la paziente è stata trasferita in reparto. Il decorso post operatorio è stato seguito dall’equipe di Pneumologia, diretta da Alberto Perboni, negli spazi dedicati alla fibrosi cistica, di cui l’ospedale è Centro di Riferimento Regionale.
«Le coliche si sono presentate di notte, quindi mi sono recata al Pronto Soccorso di un altro ospedale vicino a casa e, dopo gli accertamenti, mi hanno comunicato che era necessario un intervento in anestesia generale – racconta la paziente –Sono 53 anni che convivo con la mia malattia, la fibrosi cistica e sono seguita dal centro del San Luigi dal 1991. Conosco il mio corpo ed i possibili rischi di un’anestesia generale. Ho chiesto ai medici di quel Pronto Soccorso di contattare i colleghi del Centro Fibrosi Cistica del San Luigi affinché la mia situazione di fragilità e tutti i rischi connessi fossero ben noti. Dopo vari consulti con la dottoressa Sara Demichelis, mi hanno trasferito al San Luigi, nel mio reparto. Qui mi sento a casa, curata e protetta. Dopo qualche giorno sono stata operata con tutte le attenzioni e premure. Avevo paura della puntura sulla schiena, necessaria per l’anestesia spinale, ma ho scoperto che un’emogasanalisi su sangue arterioso, esame che pazienti come me ripetono spesso, è più doloroso».
La fibrosi cistica è una malattia genetica che colpisce in Italia 1 ogni 6.000 nati. È una malattia cronica a evoluzione progressiva che ha manifestazioni prevalentemente polmonari e pancreatiche, oltre che intestinali e metaboliche. Il Centro del San Luigi, di cui è Responsabile Sara Demichelis, segue attualmente circa 250 pazienti di 35 anni in media e si avvale di un’equipe multidisciplinare e multi professionale che garantisce la presa in carico globale del paziente. L’introduzione di nuove terapie, che consistono in farmaci correttori del difetto di base, ha modificato le traiettorie di malattia e di vita di tanti pazienti, ma non ha eliminato le complicanze legate alla convivenza prolungata con la patologia.
«L’intervento sarebbe stato possibile anche con tecniche alternative, ma con tempi più lunghi e minore sicurezza in una paziente in queste condizioni cliniche – spiegano gli urologi Marco Cossu e Massimiliano Poggio – Particolare attenzione è stata dedicata al posizionamento sul lettino operatorio, adattato alle esigenze respiratorie della paziente, per garantire la massima sicurezza. Abbiamo inoltre utilizzato strumenti miniaturizzati e fonti laser ad alta potenza, che consentono un trattamento efficace e preciso anche in situazioni anatomiche complesse».
«La paziente, seguita da anni dal nostro Centro Regionale di Riferimento per la Fibrosi Cistica – dichiara Alberto Perboni, Direttore della struttura di Pneumologia –, subito dopo l’intervento ha potuto tornare nella sua camera dedicata all’interno del nostro reparto.Oltre alla possibilità che abbiamo dato alla signora di vivere questo momento di difficoltà e preoccupazione in un ambiente rassicurante che le è del tutto familiare, resta la soddisfazione di esser parte di una Azienda Ospedaliera che è in grado di affrontare i problemi clinici più complessi in maniera multidisciplinare e con spirito di collaborazione per migliorare l’offerta di salute di tutti i pazienti».
«L’intervento rappresenta un esempio concreto dell’approccio del San Luigi Gonzaga, fondato sulla collaborazione tra specialità, personalizzazione del trattamento e sull’impiego di tecnologie all’avanguardia– sottolinea il Direttore Generale dell’AOU, Davide Minniti –La sinergia fra il nostro Centro di Riferimento per la Fibrosi Cistica e la nostra Urologia, riferimento non solo per la calcolosi urinaria, ma anche per il trattamento delle principali patologie oncologiche, ha garantito di affrontare questo caso con elevata competenza e tecnologie di ultima generazione. Ma, soprattutto, è l’integrazione tra competenze specialistiche a definire un modello organizzativo e clinico capace di gestire anche i casi più complessi, garantendo sicurezza, efficacia e piena centralità del paziente».
«L’intervento eseguito al San Luigi Gonzaga – sottolinea Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte – rappresenta un esempio significativo di come competenze specialistiche, innovazione e attenzione alla persona possano integrarsi per affrontare anche i casi clinici più complessi. La possibilità per la paziente di affrontare l’intervento ascoltando la propria musica evidenzia quanto l’umanizzazione delle cure sia oggi parte integrante dei percorsi sanitari, contribuendo a ridurre ansia e stress. La capacità di adattare il trattamento alle condizioni specifiche della paziente, garantendo sicurezza e qualità delle cure, testimonia il valore della multidisciplinarità e della presa in carico personalizzata. Ringrazio tutti i professionisti coinvolti per l’impegno e la sensibilità dimostrati».
Al Museo Nazionale della Montagna apre oggi la mostra intitolata “La cordata ideale. Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte nella Torino tra le due guerre”, promossa dal Museo Nazionale della Montagna e curata da Enrico Camanni, con il coordinamento di Veronica Lisino e Marco Ribetti. L’esposizione sarà visitabile fino all’11 ottobre prossimo, con l’aggiunta di una sezione speciale ospitata nella Casa Alpina di Ceresole Reale dal 4 luglio al 4 ottobre prossimo.
Buona parte della riflessione contemporanea sull’alpinismo tende oggi a superare una lettura prettamente individuale ed eroica della montagna, per restituire la complessità delle relazioni umane, culturali e simboliche che ne hanno plasmato la storia. In questo contesto appare necessario rileggere le grandi imprese del passato come esito di legami, sodalizi e visioni condivise, capaci di ridefinire il significato stesso dell’esperienza alpinistica. La mostra offre uno sguardo approfondito sul sodalizio umano e alpinistico tra due figure leggendarie: Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte. La cordata diventa cosi metafora di un legame basato su fiducia e condivisione del rischio. Frutto di un meticoloso lavoro di ricerca e catalogazione, l’esposizione si basa su un patrimonio documentario recentemente acquisito dal Museo. Il nucleo principale proviene dal fondo Andrea Filippi, a cui si sono aggiunti nel tempo ulteriori materiali, tra cui la donazione della famiglia Gervasutti e quella della famiglia Gagliardone, che aprono il quadro delle testimonianze sull’alpinismo tra gli anni Trenta e Quaranta. A questo insieme si aggiungono gli album fotografici concessi in prestito dalla famiglia Boccalatte, che restituiscono con particolare intensità la dimensione intima e condivisa dell’esperienza alpinistica, includendo anche la figura di Ninì Pietrasanta, protagonista di primo piano di quella stagione, moglie di Gabriele Boccalatte. Attraverso fotografie, filmati, taccuini e attrezzature, la mostra costruisce un ritratto incrociato di Gervasutti e Boccalatte. Il primo era capace di trasferire sulle Alpi occidentali la tecnica del “sesto grado dolomitico”, il secondo, pianista e scalatore raffinato, vedeva intrecciarsi in se stesso forza e sensibilità. Insieme diedero vita a una cordata straordinaria, interrotta tragicamente dalla morte di Boccalatte, avvenuta nel 1938, sull’Aiguille de Triolet. È anche presente il filmato di Gervasutti in arrampicata sulla parete dei Militi, in Valle Stretta, l’unico in cui sia possibile vederlo in azione. Il percorso ripercorre alcune tra le imprese più significative dell’alpinismo novecentesco, nel gruppo del Monte Bianco e oltre, accanto alle attività delle palestre alpine intorno a Torino. Si tratta di un itinerario multimediale che mette in gioco immagini storiche e sguardi contemporanei, interrogando l’attualità di un’eredità ancora viva, attraverso la collaborazione con il Club Alpino accademico italiano, e la Scuola Nazionale di Alpinismo “Giusto Gervasutti” del CAI Torino.
Le ripetizioni delle vie aperte da Gervasutti e Boccalatte diventano così un’occasione per interrogare la persistenza del loro lascito, di un’attività che ha avuto vita breve, ma che ha potuto attingere caratteristiche complementari da due personaggi che hanno saputo realizzare dei percorsi arditi. La mostra si configura come uno spazio di riflessione, in cui la montagna diventa non solo teatro di imprese, ma laboratorio di relazioni, memoria e possibilità.
Il Museo dal 2 aprile cambia orario ed è aperto tutta la settimana dalle 10 alle 18. Un’altra novità è rappresentata dal ritorno del cannocchiale Zeiss, che per decenni fu il cuore della vedetta alpina sul Monte dei Cappuccini, e che dopo ottant’anni sarà esposto in Museo.
Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” – Club Alpino Italiano Sezione di Torino – piazzale Monte dei Cappuccini 7, Torino – 011 6604104 – posta@museomontagna.org
Vado controcorrente, lo so. Ma davvero ha senso chiedere le dimissioni del presidente federale dopo una sconfitta contro la Bosnia, come se fosse l’unico responsabile di un problema che è molto più profondo?
La verità è che la nazionale italiana oggi sembra quasi un fastidio per il sistema calcio. Non è più il centro del progetto, ma un obbligo da gestire tra una giornata di campionato e una competizione europea per club. I giocatori arrivano stanchi, le società pensano ai propri interessi, e l’ambiente attorno alla maglia azzurra appare sempre più freddo, distante.
In questo contesto, prendersela con un solo uomo rischia di essere un alibi collettivo. È più facile indicare un colpevole che interrogarsi su un sistema che ha perso identità, visione e soprattutto orgoglio nazionale.
La sconfitta contro la Bosnia fa male, certo. Ma è solo il sintomo di un calcio che non crede più davvero nella sua nazionale. Finché questo non cambierà, nessuna dimissione potrà risolvere il problema.
“Il trasporto ferroviario ha necessità di avere del materiale rotabile moderno e adeguato alle esigenze, manutenuto correttamente e gli utenti del servizio devono poter essere supportati da una comunicazione più efficace”.
Questo in estrema sintesi è il messaggio che, nella seconda Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Mauro Fava, è stato illustrato nell’audizione del primo firmatario della petizione popolare per migliorare le ferrovie regionali.
Claudio Menegon era accompagnato da Fulvio Bellora, anch’egli del Co.Mi.S, comitato di associazioni di pendolari del territorio piemontese.
Tra le varie criticità e proposte segnalate, gli auditi hanno chiesto il ripristino dell’orario come nel periodo pre Covid, ante 2020.
Il potenziamento dei sistemi di comunicazione e di informazione dell’utenza soprattutto nei casi di cancellazioni e forti ritardi è stato richiesto perché necessario per non alimentare confusione tra i viaggiatori. Spesso i problemi sono banali ma molto pesanti: è già successo di avere tutti e due i bagni di una carrozza che non funzionino e dovendo, quindi, poi dare il tempo ai viaggiatori di usare i servizi in stazione e di risalire sul treno. Oppure il rispetto delle fasce di garanzia negli scioperi durante i quali spesso i disagi si riverberano ancora per lungo tempo dopo la conclusione dello stesso.
Gli auditi hanno anche segnalato l’esigenza di un piano pluriennale del trasporto ferroviario sul territorio regionale e l’effettiva realizzazione degli interventi di miglioramento e di messa a norma nelle stazioni.
È stata segnalata l’utilità delle riunioni, che si svolgono periodicamente ogni sei mesi, delle associazioni di pendolari con Trenitalia, Rfi e l’Agenzia della mobilità piemontese.
Nel corso della seduta sono intervenuti per chiedere chiarimenti, oltre allo stesso presidente Fava, anche i consiglieri: Alberto Avetta, Nadia Conticelli, Monica Canalis e Fabio Isnardi (Pd), Alice Ravinale (Avs), Annalisa Beccaria (Fi) e Paola Antonetto (Fdi).
Un auto esce di strada, poi si ribalta in un fosso finendo fuori carreggiata e il conducente viene portato in ospedale. È successo a Ciriè nella prima mattinata di oggi, sulla provinciale 3 (via Torino). L’incidente è avvenuto precisamente nel tratto verso Cerretta di San Maurizio Canavese, vicino all’impianto Smat.
Dalle prime ricostruzioni, la vettura – una Fiat 500X diretta verso il centro – è sbandata autonomamente, uscendo di carreggiata prima di ribaltarsi nel fosso. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 Azienda Zero, che hanno trasportato l’uomo, un 49enne, all’ospedale di Ciriè: fortunatamente le sue condizioni non sono gravi.
Presente anche la polizia locale per i rilievi e le indagini sulla dinamica, insieme ai vigili del fuoco dei distaccamenti di San Maurizio e Torino Centrale.