ilTorinese

Minorenne accusato di tentato omicidio è evaso dal Ferrante Aporti

È evaso dal carcere minorile Ferrante Aporti  un diciassettenne accusato di tentato omicidio. Lo comunica l’OSAPP, Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Penitenziaria. Secondo il sindacato la vicenda è legata alla carenza di organico nelle carceri. Il giovane avrebbe scavalcato il muro di cinta del campo sportivo. Le Forze dell’ordine  hanno acquisito le immagini delle telecamere di sorveglianza del Ferrante Aporti e  della zona. L’evasione è avvenuta ieri.

Arciconfraternita Adorazione Quotidiana regala automezzo alla Croce Verde

PER IL TRASPORTO DISABILI

Sabato 22 novembre prossimo, nella stazione di Torino Porta Nuova, l’Arciconfraternita dell’Adorazione Quotidiana, Universale e Perpetua donerà un automezzo per trasporto disabili alla Croce Verde. L’evento prenderà avvio con la Messa celebrata alle ore 10 nella cappella della stazione, proseguendo poi alle ore 11 nella sala aulico Gonin, con la relazione di Barbara Ronchi della Rocca sul Venerabile Paolo Pio Perazzo, conosciuto come “ferroviere santo”. Seguiranno la benedizione e la consegna del mezzo alla Croce Verde sul lato di via Nizza.

L’Arciconfraternita fu eretta a Torino, nella parrocchia di San Tommaso Apostolo, verso il 1870, come semplice sodalizio del terziario Paolo Pio Perazzo. Gli scopi dell’Arciconfraternita riguardano l’adorazione eucaristica, la formazione spirituale e i progetti sociali. Essa fu riconosciuta il 23 giugno 1892 dall’Arcivescovo di Torino Davide dei Conti Riccardi, con sede nella chiesa francescana di San Tommaso Apostolo, e confermata il 31 aprile 1894 da Papa Leone XIII.

Paolo Pio Perazzo nacque a Nizza Monferrato il 5 luglio del 1846, e morì a Torino il 22 novembre 1911. Le vicende familiari non gli consentirono di dedicarsi agli studi e, nel 1861, a 15 anni, ospite di parenti a Pinerolo, trovò lavoro come bigliettaio alle Ferrovie del Regno di Sardegna, che nel 1861 diventò, con l’Italia unita, Ferrovie Italiane. Nel 1867 venne trasferito a Torino e prese servizio presso la stazione di Porta Nuova, dove ricoprì per 41 anni vari incarichi. Fu uomo di grande fede in un periodo di forte anticlericalismo, e si dedicò a molteplici attività, a partire dal Circolo della Gioventù Cattolica del Beato Valfré, fino alla Conferenza di San Vincenzo. Apostolo della buona stampa, collaborò con diverse testate e pubblicò libri di contenuto dottrinale e spirituale. Diede anche il suo contributo a Don Leonardo Murialdo per la fondazione del settimanale La Voce dell’operaio, oggi La Voce e il Tempo. Considerato persona scomoda per la sua attività e la sua fede, venne messo in pensione anticipata nel 1908, riuscendo a favorire comunque la nascita del Sindacato Nazionale dei Ferrovieri Cattolici. Devoto ai Papi Pio IX, Leone XIII e Pio X, ebbe con loro una certa familiarità. Morsicato da un cane, contrasse la rabbia, che lo portò alla morte il 22 novembre 1911. Fu sepolto a Nizza Monferrato e, nel 1925, il Cardinale Gamba aprì la causa per la sua beatificazione. Nel 1953 la salma fu traslata da Nizza Monferrato alla Chiesa di San Tommaso. Nel 1981 la Congregazione per le cause dei Santi ritenne valida la richiesta del Cardinale Gamba. Il decreto fu firmato da Giovanni Paolo II nel 1998.

Federica Rosellini è Dracula, un capolavoro tra terrore e amore

In una sala dell’Astra, come non l’avete mai vista, sino al 30 novembre

Si parla di mostri nella stagione appena iniziata per il Teatro Piemonte Europa con “Dracula”, e scusate se c’è mostro più grande del tiranno arroccato a metà del ‘400 nel suo lugubre castello tra le selve dei Carpazi. Un mondo di minacce e di torture, di uomini impalati e di lupi ululanti, di buio, ma si può fare spazio altresì agli incubi infiniti e carestie e pestilenze, a certe navi che solcano chissà quali mari invase dai topi. “Il mostro è l’essere che a qualsiasi prezzo rifiuta la morte; mostruoso è il desiderio di prolungare la vita oltre ogni limite”, ci avvertono il regista Andrea De Rosa – riconfermato per il prossimo triennio: mentre il primo resta testimoniato, come “una conversazione” con Annalena Benini, nel bel volume “Buchi neri, cecità, fantasmi”, che ha l’introduzione di Laura Bevione – e l’autore Fabrizio Sinisi, che ha ricavato il testo in piena libertà dal romanzo di Bram Stoker, spostandosi tra simbologie e reali crudeltà, affondando nel passato per spingersi sino a un amore del nostro presente.

Prima di tutto lo spazio scenico dell’Astra (repliche sino al 30 novembre), chiuso nelle forme déco innalzate da Contardo Bonicelli, e oggi attraversato da qualche “rudere”, una nuova architettura, applaudito capolavoro d’invenzione dovuto al regista e a Luca Giovagnoli, in cui il pubblico, dopo il passaggio lungo uno stretto corridoio, è ospitato in uno sguardo nuovo, completamente diverso da come sino a oggi abbiamo potuto vedere le pareti e una platea, oggi scoprendo finestre da cui traspirano i raggi della luna e l’ammonticchiarsi delle solite sedute che, ancora oggi possono soddisfare i movimenti in verticale del nuovo principe delle tenebre, sino a spingerci verso l’alto, un altissimo sconosciuto, sino ai graticci che arruffano le urla e la disperazione di una voce umana. Ci ritroviamo da un lato che per tutti gli altri spettacoli è la scena degli attori, guardiamo con uno sguardo stranito e sghembo ma pieno di una curiosità che diventa a poco a poco passione, veniamo incapsulati in tutta questa oscurità a cui le luci di Pasquale Mari offrono sciabolate o coni o zone di fredda luce. Un uso dello spazio che convince appieno nella propria invenzione, una sorta di girone infernale, luogo di corse a perdifiato e di gemiti e di sospiri, di narrazioni ansimanti e di ricerca d’amore, alla luce fievole di quei candelabri che sarebbero piaciuti a Coppola – ma le livide atmosfere ci avvicinano anche all’opera di Murnau (non ci stupiremmo veder saltar fuori una macchina da presa a filmare terrore e slanci e urla); uno spazio pronto a farsi gabinetto medico e vasi autoptici, su uno di essi è già adagiato il corpo di una ragazza e un grande cuore rosso, che s’anima in quegli otto filamenti che salgono e scendono, attraverso cui passa il sangue angosciato e vivifico di Mina. Compresi i battiti che fanno parte della colonna sonora costruita da G.U.P. Alcaro (“un suono ferroso, ruvido e livido”). Un efficace barocchismo strettamente intrecciato con il gotico nero della vicenda – un susseguirsi di monologhi che creano alta poesia – che si perde nella storia e nella letteratura, nelle credenze popolari e nei racconti di un tempo.

Il testo di Sinisi è il resoconto senza soste di quella lotta che il conte o il Nosferatu o il non morto intraprende nella non volontà di accettare la presenza della morte e ancora per sfuggire, nello stesso tempo, a quella immortalità che s’accorge essere una condanna, una maledizione e un inferno, un tempo senza fine (“forse la bellezza consiste proprio in questo, nel fatto che le cose hanno un tempo, che sono fragili, che potrebbero morire”, ci dice al contrario De Rosa), colpito dalla necessità di vivere attraverso il sangue altrui. Spettacolo fisico, materico, coinvolgente come raramente abbiamo avuto occasione, perché ne siamo toccati dalla parola, dal senso di terrificante perdizione che occupa i personaggi e inevitabilmente arriva a coinvolgerci. Sfrondata di quelle “forme” sfacciatamente terrificanti che al cinema possiamo aver visto indossate dal personaggio, De Rosa ha affidato a Federica Rosellini il ruolo del titolo: avvolta nel suo mantello dalle oscurità rossastre, simile a una belva, cancellando il tempo come lo spazio, l’attrice, in una prova da viscerale applauso, incarna nei movimenti, nella durezza del viso mostrato secco e affilato, in bella evidenza sotto la rasatura a zero, nell’uso spasmodico della voce che innalza a livelli inimmaginabili – senza perdere, come tutti i suoi colleghi (vivaddio!) una eccellente dizione che è sempre più difficile apprezzare a teatro -, nell’apparire all’improvviso e nel rifugiarsi in qualche angolo oscuro quella che altresì dobbiamo ammirare del conte, la sua grandezza, come grandi seppur sprofondati nella condanna sono certi personaggi dell’inferno dantesco. Eccellente è altresì la prova di Chiara Ferrara, indomita in quella bara che sempre qualcuno arriva a ripulire dal sangue sparso, come quelle di Michele Eburnea (Jonathan), Michelangelo Dalisi (il medico) e Marco Divsic (il marinaio che ci urla dalla sua nave fantasma, dall’alto). Uno spettacolo che non è soltanto una visione, è un ripensamento fatto d’intelligenza, una lunga riflessione, un fare i conti con l’io di ognuno di noi: il convincente esempio di un inizio di stagione.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Macchia, alcuni momenti dello sopettacolo

Nasce un nuovo film festival a Torino firmato Flashback

Dopo il successo di Flashback Art Fair, nasce mAFF mater Art Film Fest, il nuovo festival dedicato all’audiovisivo e alle sue molteplici espressioni. Curato da Tommaso Magnano, il festival inaugura la sua prima edizione da giovedì 20 a domenica 23 novembre, con la presentazione di 12 cortometraggi internazionali dedicati al tema della madre, selezionati attraverso una call di partecipazione. L’opera che svetta più in alto sul palazzo più alto del complesso di corso Lanza è fonte di ispirazione del Festival Mater, parola antica e fondante. Nell’archetipo materno confluiscono forza creatrice e talvolta distruttrice: vita e materia, radici e memoria, la figura materna attraversa gli antipodi. Protagonista e antagonista, salvezza e perduta, rifiuto e rifugio.

La call ha accolte adesioni da artisti e registi provenienti da tutto il mondo: Italia, Stati Uniti, Polonia, Iran, Finlandia, Turchia, Portogallo, Palestina, Grecia, Regno Unito, Francia, Spagna, Canada ed Emirati Arabi. La selezione ufficiale dei 12 cortometraggi è stata curata da Antonio Cavicchioni, Valentina Damiani, Luca Giordano, Clara Gipponi e dal direttore artistico Tommaso Magnano. La giuria de mAFF è composta da professionisti del settore, fotografi, registi, critici di cinema e arte: Diana Bagnoli, Gianluca De Serio, Christian Calliandro, Francesca Spada e Chiara Pellegrini. La giuria è chiamata a selezionare sei cortometraggi finalisti che saranno presentati all’interno di una mostra che verrà inaugurata domenica 23 novembre, alle ore 12, e pensata per mettere in discussione le modalità tradizionali di fruizione cinematografica. Trasposti dallo spazio della sala a quello espositivo, i corti diventano opere, oggetti visivi e temporali che si offrono allo sguardo non più secondo la linearità imposta dalla proiezione, ma come presenze installative. È un dispositivo che spinge il cinema oltre i suoi confini consueti, riformulando il rapporto tra spettatore, immagine e spazio, e proponendo un nuovo modo di abitare il film. La mostra di sei corti si terrà dal 23 novembre al 15 febbraio 2026, al secondo piano del padiglione B di Flashback Habitat. Il pubblico potrà votare il corto preferito, e al termine della mostra verrà assegnato il premio Mater ai vincitori e alle vincitrici.

Mara Martellotta

Carcere di Torino, la denuncia: “nella notte tre rivolte in cinque ore”

Nella notte, alla Casa Circondariale di Torino. si sono verificate tre rivolte in cinque ore, con incendi e atti di vandalismo nelle sezioni 10ª e 6ª del Padiglione C. Lo denuncia il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, per il quale gli agenti di Polizia Penitenziaria sono intervenuti per sedare disordini e gestire evacuazioni, riportando l’ordine solo alle 3:00 senza feriti. Il SAPPE denuncia come gi eventi evidenzia la grave crisi del sistema carcerario, richiedendo interventi urgenti come rinforzi di personale, dotazioni antisommossa e pene più severe per chi commette atti di violenza e vandalismo. Parla Vicente Santilli, segretario per il Piemonte del primo Sindacato del Corpo: La drammatica escalation è iniziata alle 22:30 di ieri, quando oltre trenta detenuti della 10ª Sezione del Padiglione C hanno appiccato un primo focolaio per sostenere un recluso che si rifiutava di rientrare in cella. Sedate le fiamme, mezz’ora dopo, alle 23:00, la situazione è degenerata nella 6ª Sezione, dove altri detenuti hanno dato fuoco a delle lenzuola. L’intenso fumo ha costretto gli Agenti a una difficile operazione di evacuazione di una quarantina di detenuti, gestita con professionalità per garantire l’incolumità di tutti. Il culmine è stato raggiunto alle 00:30 di oggi, quando diversi detenuti della 10ª Sezione si sono resi protagonisti di gravi atti di disordine come l’appiccamento di ulteriori incendi, la rottura di sanitari e tubazioni in diverse camere ed il lancio di oggetti nel corridoio e contro gli Agenti operanti”. Il sindacalista segnala che “solo alle 03:00 del mattino, dopo l’allontanamento di uno dei detenuti promotori e un incessante lavoro di contenimento, l’allarme è cessato e l’ordine è stato ripristinato. Nonostante la gravità degli scontri e il fumo, si registra l’assenza di feriti tra gli Agenti e i detenuti, un miracolo dovuto unicamente al coraggio e alla preparazione del personale”. Altro evento critico era avvenuto nel pomeriggio presso l’11^ sezione del Padiglione B quando un detenuto, già resosi responsabile di gravi episodi durante la detenzione, ha scagliato una sedia contro un poliziotto dopo avere fatto una telefonata, provocando all’agente contusioni alla tibia di una gamba poi curate in Ospedale e per le quali ha avuto giorni 10 di prognosi.

Sono amare le conclusioni di Santilli: “Quello che è successo a Torino non è un incidente, ma la conferma del collasso del sistema detentivo. Tre eventi critici, tra cui due incendi e un vero e proprio atto di guerriglia con lancio di oggetti e rottura di strutture, in sole cinque ore, mettono a nudo l’estrema precarietà in cui lavoriamo. Il nostro plauso va agli Agenti, che si sono dimostrati contemporaneamente pompieri, mediatori e forze dell’ordine, sventando un potenziale disastro e rischiando sé stessi senza ricevere un graffio. Ma è inaccettabile che la sicurezza e l’ordine siano garantiti dalla sola abnegazione del personale”.

“Chiediamo al Ministro e al Dipartimento interventi strutturali ed immediati perché a Torino questa volta, come tante altre, gli Agenti eroi sono riusciti a sventare il disastro, ma il sistema è al collasso e l’intero sistema carcere nazionale è una polveriera”, conclude il sindacalista. “Servono immediati rinforzi di personale, nuove dotazioni antisommossa e pene certe e severe per chi incendia, vandalizza e aggredisce il personale. Il tempo delle promesse è finito, si agisca subito per tutelare chi tutela lo Stato!”

Anche Donato Capece, segretario generale del SAPPE, esprime solidarietà ai poliziotti di Torino e denuncia: “La delusione è profonda. Di fronte a episodi così gravi e frequenti non è più sufficiente esprimere dispiacere: servono misure urgenti e concrete. Nelle carceri della Nazione si deve ristabilire il rispetto della legalità e delle regole del sistema penitenziario. Il personale è allo stremo, logorato da turni massacranti, carichi di lavoro insostenibili e da una burocrazia che continua a penalizzare gli operatori in uniforme”. “È una violenza che non si placa – conclude il leader storico del SAPPE – a causa di una popolazione detenuta che non rispetta più niente e nessuno. Torniamo a chiedere che queste persone vengano trasferite in istituti dove devono scontare la pena in regime detentivo chiuso, fino a quando non imparano a rispettare la Polizia penitenziaria e tutti gli altri operatori, e che i detenuti stranieri scontino la pena nelle carceri del loro Paese. Non è più tollerabile che ogni giorno ci siano agenti feriti, a volte anche in maniera grave. Chiediamo anche l’applicazione del regime di cui all’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede particolari restrizioni, perché questi detenuti mettono a rischio l’ordine e la sicurezza negli istituti, anche attraverso possibili fenomeni emulativi”.

cs

Torino, la polizia arresta rapinatore seriale

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La Polizia di Stato ha eseguito a Torino un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal locale Tribunale su richiesta della Procura, a carico di un cittadino italiano di 46 anni, a cui gli investigatori della Squadra Mobile hanno ricondotto tre rapine commesse negli ultimi mesi.

 

Le indagini sono iniziate a fine Settembre, quando un uomo si era introdotto in un istituto bancario di corso Belgio, armato di coltello e, dopo aver minacciato i dipendenti presenti, era riuscito a impossessarsi della somma di 570 €; il giorno successivo, la stessa persona, parzialmente travisata con cappellino e occhiali da sole, aveva minacciato con una pistola i commessi di un supermercato del quartiere San Donato, facendosi consegnare il denaro in cassa, per 1260€.

 

Infine, la settimana successiva, sempre lo stesso uomo, anche questa volta armato di pistola e travisato, aveva sottratto la somma di 700 € all’interno di un supermercato in zona Piazza Statuto. Qui il rapinatore, alle rimostranze di un cassiere, lo aveva colpito e minacciato.

 

I poliziotti della locale Squadra Mobile, attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza degli esercizi commerciali e con il prezioso contributo degli operatori della Polizia Scientifica, che hanno rilevato impronte digitali utili sui luoghi interessati, hanno ricostruito le dinamiche dei tre eventi delittuosi.

 

Ciclista muore nello scontro con un furgone

Un ciclista è morto nello scontro con un furgone sulla strada provinciale 155 a Capriata d’orba in provincia di Alessandria. Inutili i soccorsi del personale sanitario del 118: l’uomo è morto sul colpo. La dinamica dell’incidente è da accertare.

Ordinati quattro nuovi diaconi, Torino e Susa in festa

In un clima di preghiera e di festa, domenica 16 novembre, in cattedrale a Torino si è svolta l’ordinazione di quattro nuovi diaconi per le mani del cardinale arcivescovo Roberto Repole. Si tratta di Davide Midellino (diocesi di Susa) e Malek Alessandro Houari e due seminaristi della diocesi torinese, Stefano Sola e Irvin Ottino. In Duomo erano tanti i familiari, gli amici e i parrocchiani delle comunità in cui i nuovi diaconi sono cresciuti.           foto   La Voce e il Tempo

“Affreschi”, dieci storie per raccontare l’importanza della scelta

L’intuizione narrativa e creativa nel libro di Valentina Castellan

Valentina Castellan, torinese, laureata in Medicina e Chirurgia, è direttrice editoriale e marketing di Capricorno Espress Edizioni. Da sempre interessata alla scrittura, oltre ad articoli a carattere medico-scientifico, è autrice del libro “Filosofia in prima persona” (Voglino Editrice, 2019).

In questa intervista ci racconta del suo ultimo libro “Affreschi”, edito da Buendia Books, una raccolta di dieci racconti che custodiscono storie e testimoniano la storia, un’affascinante collezione di avventure umane che ruotano attorno ad oggetti suggestivi e iconici, un percorso, ad episodi, di quello che è il tema della scelta, del prendere decisioni, a volte scomode, che spesso ci cambiano la vita. Dalle parole dell’autrice si percepisce la tensione emotiva che l’ha legata a questo lavoro e la passione per periodi storici e luoghi lontani temporalmente, ma vivi nella memoria.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Una decina di anni fa, durante un corso, mi fu chiesto di scrivere una storia di fantasia. Ne uscì fuori un racconto che non rispettava i canoni standard della narrazione, ma che rispecchiava il mio criterio comunicativo. In seguito scrissi altri racconti che rimasero nel cassetto, era come un’urgenza creativa, li avevo scritti per me. Qualche tempo fa un’autrice che collabora con la mia casa editrice mi segnala La Buendia Books e le sue “fiaschette”, libri di piccolo formato per a racconti brevi; li ho contattati e loro entusiasti dei miei racconti e mi hanno chiesto di farne un libro. Ne abbiamo selezionati tre, tra quelli che avevo già scritto, che riguardavano di oggetti antichi o storie di archeologia, la mia passione, ne ho aggiunti altri sette, così è nato “Affreschi”. Il racconto breve è per me la forma ideale per comunicare e anche come lettrice lo amo molto per la sua capacità di essere intenso e per la tensione narrativa che si concentra in poche pagine.

Perché’ Affreschi ?

È il titolo di un racconto del libro, uno dei primi che ho scritto, ma soprattutto ero convinta che fosse perfetto come mezzo espressivo ovvero storie brevi che colgono un elemento in particolare all’interno della trama, che è creata da diverse dinamiche, esattamente come in un affresco. L’idea era quella di cogliere una figura centrale e l’oggetto archeologico mi sembrava ideale come spunto per parlare di emozioni, pulsioni, sentimenti, desideri ma, anche e soprattutto, della scelta un tema che mi interessa da sempre, soprattutto quella etica. Ad ognuno può capitare di cambiare il proprio percorso per il bene della collettività rinunciando a vantaggi personali. I personaggi di questo libro si trovano di fronte a questo dilemma che crea disagio e inquietudine qualche volta però interviene il destino che sceglie per loro, così è anche nella vita reale.

La fine di ogni racconto è alternativa e originale?

Sì, gli affreschi finiscono con un taglio netto. In concetto è quello di dare uno spunto breve, ma denso e travagliato, ma di non arrivare ad una soluzione, questo per far rimanere il lettore immerso nell’ atmosfera del racconto e anche per indurre riflessioni. Mi piace che chi legge possa esplorare luoghi e tempi lontani e diversi perché’ questo, a mio parere, è stimolante e affascinante e gli oggetti sono un ottimo tramite, una guida sapiente, per viaggiare all’indietro nel tempo: sono portatori di simbologie e tradizioni.

Che luoghi ha esplorato in questo libro?

Le ambientazioni sono perlopiù mediterranee, ma il viaggio temporale e spaziale è arrivato fino al Mesoamerica che ho visitato anni fa e che mi aveva colpito. Ripercorrere luoghi e tornare indietro nel passato è stato per me molto emozionante, così come raccontare di oggetti e dell’animo umano con tutte le sue incertezze e le sue difficoltà.

Maria La Barbera

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“Una vita colorata”

Tra colori e solidarietà (e un’asta benefica), l’Associazione “Volere la luna” ospita la mostra del giovane artista torinese Michele Lovisolo

Fino al 22 novembre

Chissà se a metterci lo zampino è stato il caso o, al contrario, l’evento espositivo dedicato a Michele(Miki) Lovisolo ha trovato una perfetta regia (che di più non si poteva) in una casuale combinazione di opere e sito espositivo? Sta di fatto che in “Quel volere la luna” (nome dato all’Associazione di via Trivero, a Torino, dal 2018 di casa in una palazzina a “Parella” di proprietà del “Centro Studi Gobetti” dove si organizzano attività mutualistiche e momenti vari di incontri culturali e politici) ci si può ben leggere anche tutto il percorso compiuto da Miki nel mondo dei colori e da oltre vent’anni di attività e prove su prove mirate al linguaggio dell’arte. Eh sì, perché “Volere la luna”, in fondo, non è impossibile (come tradizionalmente si crede), “non siamo illusi o sognatori – precisa il presidente dell’Associazione, l’ex magistrato torinese Livio Pepinoma pensiamo che senza entusiasmo, senza pensare in grande, senza utopia non si esca dalla crisi etica, sociale, culturale e politica in cui ci ha precipitati il pensiero unico”.

Entusiasmo, passione, forza di volontà a cascate: ecco il segreto per arrivare alla “luna”. Lo stesso, per l’appunto, che fa da abito costante a quel “fare arte” che Miki pratica da anni sotto l’attenta maestria del suo “Angelo custode artistico”, la bravissima Anna Maria Borgna, nel magico atelier di via Belfiore. E allora ognuna delle opere esposte, fino al prossimo sabato 22 novembre (tempere, acrilici, acquerelli, lavori in legno o su formelle di argilla e cartoncino) sono ogni volta un nuovo spicchio di “luna” toccato con mano e stretto con affetto, con gli smisurati abbracci di cui solo Miki è capace.“Volere la luna”, inoltre, e riuscire, anche solo in parte ad ottenerla, aiuta a far diventare la vita “vita colorata”, come recita il titolo della personale in cui si alternano, fra i più svariati soggetti le 40 opere portate da Miki in via Trivero. E che caratterizzano oltre vent’anni di attività. Da quell’oceano, forse involontariamente espressionistico, di colori (dai gialli intensi ai blu e ai rossi) di “Pesce serpente” (2002) all’essenzialità, quasi astratta della “Sacra di San Michele vista da Caprie” del 2008. E poi i raffinati “lavori a cartoncino” e gli estrosi “colore su legno”, fino a quella serie di “ritratti femminili” che raccontano quanto sia stata preziosa “figura didattica” per Miki, Anna Maria Borgna nel riuscire a calarne le doti non solo nell’aspetto più concreto ed esecutivo della materia ma pur anche in un contesto di valore storico-culturale che agli occhi del giovane allievo hanno impresso, trattenendole nel tempo, le immagini di alcune “grandi” figure del panorama dell’arte moderna e contemporanea da Picasso a Klimt agli “spruzzi” di Pollock fino ad alcune morandiane “nature morte” e a quel caratteristico “Omaggio a Manzù”, tratto a sua volta da un Manzù “Omaggio a Picasso”.

Scrive bene Anna Maria Borgna: “Michele si avventura nel mondo della pittura con l’audacia di un nuotatore nel suo elemento: cattura e domina lo spazio, traccia con forza le forme e accosta con intensità i colori preferiti (tra cui il viola, il giallo e il rosso) usando a volte pastose materie, a volte colori ad acqua trasparenti, lasciandosi andare a pennellate rapide o lente e morbide, oppure aggredendo il foglio con segni graffianti di spatola, fino a che non è appagato dal risultato”. E fa capolino un po’ di qua  e un po’ di là. Del resto, i campi su cui correre e agguantare la lunga scala che porta alla “luna” sono tanti. E inaspettati. Fra i lavori in legno di geometrica, astratta spazialità, notiamo anche una “chitarra classica”. Un lavoro a quattro mani magnificamente realizzato insieme all’amico – fraterno Andrea Albrile, fra i massimi “passionate luthiers” di Torino, che racconta: “Il legno gioca con i colori così come l’arte di Michele incontra la mia passione per la liuteria … E proprio per gioco, attraverso questi anni, ci siamo divertiti a dare nuova vita a ritagli e forme, a capovolgere i cosiddetti errori e scarti di lavorazione … fino all’incontro dei nostri due mondi nella chitarra classica esposta in mostra”.

Oggetto inusuale, ma fortemente apprezzato in una rassegna che, seguendo gli obiettivi basilari dell’Associazione ospitante non è stata solo un evento artistico, “ma anche – racconta ancora il presidente Livio Pepinol’occasione per contribuire, mettendo all’asta alcuni dei dipinti, alla realizzazione della ‘mensa popolare’ gratuita che l’associazione ‘Volere la Luna aprirà’, sempre in via Trivero, nel prossimo gennaio: un’iniziativa di sostegno a chi è meno fortunato ma anche – e soprattutto – un luogo di socialità e di incontro per rompere l’individualismo e la frammentazione. L’incontro tra arte e solidarietà è stato felice e affollato. E promette bene anche per il futuro”. “I care” (“ho a cuore”) era il motto che Don Milani volle scritto su una parete della sua “Scuola di Barbiana”. Quanto potrebbe starci bene impresso in parete e a fianco di quel coinvolgente “Volere la luna”!.

Gianni Milani

“Una vita colorata”

Associazione “Volere la luna”, via Trivero 16, Torino; tel. 371/4442275 o www.viatrivero@volerelaluna.it

Fino al 22 novembre Orari: mart. e giov. 18/20; merc. e sab. 11/13

Nelle foto: immagini opere in mostra