Da Venezia sugli schermi “Qui rido io” di Mario Martone
Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione
Sulle alture del Vomero, a Napoli, sorge “Villa La Santarella”, il nome dovuto a una delle commedie di maggior successo di Eduardo Scarpetta, una costruzione mista all’esterno di colori grigi e rossastri che l’autore definì un giorno “un comò sottosopra” per quella sua forma squadrata e per quelle quattro torrette merlate e angolari che la identificano immediatamente. Su di una delle pareti vi fece apporre la scritta “Qui rido io” e quella scritta è oggi il titolo del film imperfetto di Mario Martone presentato a Venezia nei giorni scorsi, rimasto a bocca asciutta tra i Leoni e le coppe Volpi e ora sugli schermi per il giudizio di un pubblico più ampio.
Un film che cita arte e vita, scritto dal regista con la collaborazione di Ippolita di Majo, rovistando tra testimonianze d’epoca, tratteggiando senza mezzi termini la schiera arruffata di una famiglia che non aveva remore ad allargarsi sempre più, amanti e occasioni improvvise pronte ad aggiungersi, là dove lo sfrontato Eduardo intrecciava relazioni, con la scelta poi di riconoscere o meno, di adottare o di rifiutare con allontanamenti ed elemosine di momentaneo sostentamento (per questo Peppino De Filippo, nato con Titina e Eduardo dalla relazione avuta con Luisa, nipote della moglie legittima e sartina del gruppo teatrale, lo odiò con tutta la sua forza: per lui e per i suoi fratelli Scarpetta rimase sempre lo “zio”); guardando al carattere dell’attore fatto di allegria – l’amore per la propria compagnia, pronti tutti a immergersi nel mestiere d’attore come in qualsiasi altro aiuto – e di scatti ombrosi che mettevano in mostra il grande egoismo, l’amoralità vissuta senza ripensamenti, le grandi ambizioni, le amicizie e le invidie, i successi e i fischi, la incredibile padronanza del palcoscenico dove lui soltanto sembrava dover trovare posto. E poi ancora lo spirito di un’epoca, la Napoli di inizio secolo, la Napoli dei campioni letterari, che mescolavano musiche e parole – Salvatore di Giacomo, Roberto Bracco, Libero Bovio, Ernesto Murolo -, che all’occasione, come la città, dopo gli applausi gli voltano le spalle, la bellezza delle riprese all’interno del teatro Valle e gli interni ricostruiti, ricchi, abbondanti, coloratissimi (di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno) e i costumi di Ursula Patzak. C’è l’interpretazione di enorme spessore di Toni Servillo, umana in tutte le proprie contraddizioni (ma tutti gli attori si ritagliano il loro piccolo spazio di efficacia e di bravura, per tutti i giovani Cristiana Dell’Anna, la giovane madre dei De Filippo, che, poste radici già mature in “Un posto al sole”, il nostro cinema dovrà tenere presente con buona attenzione; e l’ultimo della stirpe, l’omonimo Eduardo Scarpetta, che qui è Vincenzo, pronto a ribellarsi ad un padre tutto chiuso nelle proprie idee), c’è, ad occupare gran parte dell’attenzione, la disputa intrapresa con D’Annunzio, il Vate acclamato della “Figlia di Iorio”, strappata alla Duse e ad una relazione ormai terminata, per affidarla a Irma Gramatica, c’è la parodia di Scarpetta, volta al maschile sin dal titolo, un insuccesso prezzolato che con la denuncia lo porterà in tribunale; c’è l’esito processuale destinato all’assoluzione, che sprigiona dalla bravura dell’attore, ma che porta ancora con sé la decisione, inspiegabile, di abbandonare nel giro di pochi mesi la scena, e di trasmettere copioni, successi e messinscene, il futuro del suo teatro, al figlio Vincenzo.
Che c’è a lasciare allora con un dubbio di sottofondo? Certi momenti non scritti con la passione o l’attenzione di altri (è un capolavoro l’arringa finale di Scarpetta), il preambolo che ruota attorno alla messinscena di “Miseria e nobiltà”, certi passaggi che sono lì a descrivere la destrezza, o l’abitudine, a passare dalla moglie all’amante, l’incontro con D’Annunzio poggiato soltanto sulle spalle di Servillo ma che non “spiega” con vera partecipazione, letterariamente, una scrittura a tratti indebolita che in fatti o in personaggi non è stata a tratti – per certi tratti – capace di trovare una sincera robustezza. Tuttavia, “Qui rido io” rimane un film da vedere, guardando all’epoca, ad un teatro irrimediabilmente terminato, ad un uomo che è vissuto giorno dopo giorno tra luci e ombre.
Accolto dagli altri proprietari bianchi come uno dei loro il cowboy solitario dei fumetti dovrà combattere per ridistribuire la sua eredità ai contadini neri. In questa lotta contro i potenti nella regione e contro la segregazione razziale, è solo contro tutti ma grazie all’aiuto di uno straordinario alleato riuscirà a ripristinare la giustizia: lo sceriffo Bass Reeves, un personaggio autentico che fece la storia del West come primo uomo di colore a portare sul petto la stella della legge a ovest del Mississippi. Una storia di integrazione, diritti e uguaglianze. Una scelta molto politically correct che si associa al precedente albo intitolato La Terra Promessa dove si narra il viaggio del cowboy che spara più veloce della sua ombra mentre scorta una famiglia di aschenaziti in viaggio verso la Terra Promessa, la cittadina di Chelm City nel Montana.Le loro culture, al primo impatto diversissime, si incontrano e imparano a conoscersi e convivere. Non solo Lucky Luke sopporta le manie della famiglia, incuriosendosi delle loro usanze, ma anche il vecchio Moishe – un po’ svampito e incapace di rendersi conto dei pericoli che lo circondano – si dimostra ben più aperto di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, accettando addirittura il fatto che il cowboy non sia ebreo. Lucky Luke è un cowboy solitario dall’aria ironica e scanzonata, perennemente alle prese con il suo ciuffo ribelle mentre cavalca Jolly Jumper, bianco destriero dalla bionda criniera su piste aride e polverose, a caccia di banditi e, soprattutto, dei fratelli Dalton. Nel tempo Lucky Luke è entrato a buon diritto tra i classici del fumetto western. Nato dalla penna del belga Maurice de Bévère – meglio conosciuto con lo pseudonimo di Morris – , apparve per la prima volta settantacinque anni fa, nel 1946, in una storia intitolata “Arizona 1880” ma, dopo pochi episodi, ai testi lo sostituì René Goscinny ( il “papà” di Asterix) che, come sceneggiatore, diede una spinta decisiva alla serie a partire dal 1955. Goscinny sviluppò in maniera brillante anche i comprimari delle storie di Lucky Luke: il suo cavallo “parlante”, Jolly Jumper; i fratelli Dalton (Joe, William, Jack ed Averell), quattro malviventi tanto determinati quanto inconcludenti; Rantanplan, il “cane più stupido del mondo“. Nei paesi della frontiera, tra deserti e fitte foreste, la fama di Lucky Luke diventò nota ad ogni angolo: veloce più di tutti con la pistola non rinunciava a risolvere le situazioni ricorrendo all’astuzia ed evitando fin quando possibile il ricorso alle armi. L’abbigliamento di Lucky Luke è quello dei cowboys dell’ovest degli Stati Uniti d’America, il cosiddetto vecchio West: camicia gialla e gilet nero, fazzoletto rosso al collo, jeans e un paio di stivali con speroni, cappello bianco e sigaretta pendente tra le labbra ( fino a quando, negli anni ’80, Morris decise di farlo smettere di fumare, sostituendo il mozzicone con un filo d’erba). Una curiosità : per il nome Morris si ispirò a quello di Luciano Locarno, sceriffo di origine italiana che visse tra il 1860 e il 1940. Oltre al fumetto sono state realizzate diverse serie animate, una serie Tv e due film diretti e interpretati da Terence Hill e Jean Dujardin.
Ma sono i fumetti a fare davvero la storia. Decine e decine di albi d’avventure dove, accanto a Lucky Luke, sono comparsi anche personaggi “storici” del vecchio west (da Billy the Kid a Calamity Jane, da Buffalo Bill a Jesse James). Dopo la morte di Goscinny, nel 1977, in molti si cimentarono ai testi che accompagnavano le strisce disegnate da Morris. Nel 2001 venne poi a mancare anche il creatore di Lucky Luke che, dall’inizio della sua lunga avventura, era stato il suo unico disegnatore. Prima di morire, il fumettista belga, espresse la volontà che la serie proseguisse anche dopo la sua scomparsa. Fu così che nacquero “Le avventure di Lucky Luke dopo Morris”. Ai testi si sono misurati Laurent Gerra, Daniel Pennac, Tonino Benacquista e Jul ( al secolo Julien Berjeaut), mentre , per i disegni, l’erede dell’autore belga è stato individuato in Achdé (pseudonimo di Hervé Darmenton). Grazie a loro, a settantacinque anni dalla sua prima apparizione – tra fuorilegge, indiani, deserti e malfamati saloon – il cowboy solitario continua ancora oggi a cavalcare. E, come nel finale di ogni storia, lo vediamo allontanarsi al calar del sole cantando “I’m a poor lonesome cowboy… far away from home…”( “Sono un povero cowboy solitario…lontano da casa” ).
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Poi ci sono Julia, ricca, spigliata e dalla vita facile in cui tutto le riesce al meglio; e Karina che si porta dentro un passato difficile e di sofferenza, è “la diversa” del gruppetto.
Dorothy West –nata a Boston nel 1907, deceduta nel 1989- è ricordata come importante esponente del movimento artistico e intellettuale Harlem Renaissance, fondato negli anni 20 per tutelare la libertà di espressione e la creatività degli afroamericani.
Questo è il secondo volume della trilogia di Old Filth, della scrittrice 92enne Jane Gardam (nata nello Yorkshire nel 1928) che da noi è ancora poco conosciuta ma in Inghilterra è una figura di grande spicco nel panorama culturale e letterario. Autrice di racconti per l’infanzia, per ragazzi e adulti, tendente a scrivere romanzi dal sapore vittoriano, ha vinto numerosi e prestigiosissimi premi.
Questa potrebbe essere l’occasione giusta per leggere anche il primo volume della trilogia “Il figlio dell’Impero Britannico” -Sellerio- euro 15,00.


