ilTorinese

La smisurata gelosia di don Peppino Priore

Sabato domenica e lunedì” in scena al Carignano sino a domenica 8 febbraio

Ce ne sono parecchie nuvole in quel cielo che Marta Crisolini Malatesta ha disegnato a sovrastare la casa di Peppino e Rosa Priore, avvalorate dalle luci di Gigi Saccomandi, di quelle nuvole tra il biancastro e il grigio che c’immaginiamo a poco a poco gonfiarsi, diventare minacciose e poi, con l’oltrepassare quei sette vetri e ante, che danno sul terrazzino e di continuo sono per l’intera serata aperti e chiusi a seconda degli umori del padrone di casa, esplodere in lampi secchi, luminosi ma a loro modo terribili. Non ce ne rendiamo immediatamente conto ma il temporale prima o poi arriverà. Sì, perché tutto all’inizio di questo “Sabato domenica e lunedì”, che Eduardo scrisse con immediato successo nel 1959, periodo che s’era lasciato alle spalle ormai gli odori acri di una guerra e assaporava una vita di prosperità e di piccole soddisfazioni, e pose, nell’ordine delle proprie commedie, nella”Cantata dei giorni dispari” – ovvero in quei giri d’orologio che di tanto in tanto nascono e crescono un poco sghembi, nelle azioni e ancor più nelle persone -, appare tranquillo, sotto controllo, con Rosa intenta a preparare – a dar vita -, “nell’ampia e linda cucina”, il suo prezioso ragù: “Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera”. Un presepe delicato, vivacissimo, al cui interno gravitano il vecchio nonno che ha dato il via a una avviata economia, un figlio con i piedi ben piantati per terra e tutto casa e bottega più un altro che ama ancora travestirsi da Pulcinella e fare il verso al grande Antonio Petito, i figli, i tre del primo, le nuove generazioni divise a seguire la professione come le improvvisate gonnelle femminili o le burrasche che possono succedere con il giovane moroso. E la zia Memè, genitrice iperprotettiva e pronta a sganciarsi da ogni ingranaggio e ad abbracciare qualche minimo protofemminismo con la scrittura di un libro, e il medico che le dà una mano nella stesura, e la servetta che aiuta in cucina e porta in tavola, e la coppia vicina di casa, ognuno un quadretto a sé, bel delineato, luci e ombre – certo, tanto Goldoni nelle pagine di Eduardo, ma anche certe stanchezze, certi colpi di pistola che vanno a vuoto, certo vedersi vivere, certi giorni che corrono sempre eguali dietro ai giorni: come in Cechov -, una battuta a effetto, un attimo per l’applauso.

Come quella cipolla che vive del suo fuoco lento, così appare l’unione di Peppino e Rosa, tutta vivacità un tempo ma da quattro mesi non più la stessa, lui sempre in un angolo con quelle frecciatine che nessuno al momento comprende, lei che non gli fa più trovare pronti camicia e pedalini, lui che s’è fatto scontroso e mugugnoso, lei che cova un segreto, interiore e sopito, l’invidia per quei complimenti che una domenica lui fece smaccati smaccati alla pasta di maccheroni della nuora. Quisquilie e pinzillacchere, avrebbe detto un tempo qualcuno, cose di piccolo conto, ma tanto poco basta a mettere dei sassolini nell’ingranaggio. Il sassolone sono quelle continue piccole premure che Luigi Ianniello, l’espansivissimo vicino di casa dimostra nei confronti di donna Rosa, in grande sincerità e senza alcun secondo fine, ma ragione dei sospetti che hanno riempito la testa di Peppino, il tarlo della gelosia che s’insinua e non se ne vuole più andare via: sicché tutte quelle nubi e quei lampi. Perché per il pranzo della domenica Rosa Priore ha invitato i coniugi Ianniello e il ragù è da gustare perché come lo fate voi donna Rosa non lo fa nessuno ed eccovi le pastarelle che vi ho portato quelle che vi piacciono tanto, eccetera eccetera. Non una parola in più che Peppino sbotta e i lampi s’accendono. Eduardo ricompone ogni cosa il lunedì, ci parla di fragilità e magari lambisce quei piccoli terremoti della famiglia che nei decenni successivi avrebbero sconquassato maggiormente le istituzioni, ma è per un attimo, cancellata quella tempesta in un bicchier d’acqua, le scuse e l’abbraccio di Peppino e il lavoro della settimana che riprende, i sorrisi che tornano e i figli che si sono fatte delle belle risate al pensiero di mamma con il ragionier Ianniello, la coperta di lana sotto cui Rosa si rimette dallo svenimento, coperta che scalda e accudisce e ricompone, che magari continuerà a nascondere qualche piccolo sasso, come ha sempre fatto.

Ecco, è tutta qui “Sabato domenica e lunedì”, commedia di un grande autore, vogliamo chiamarla capolavoro?, per cui per la sua riproposta – non si sono ancora spenti del tutto nella memoria certi momenti di grazia di una precedente edizione con Toni Servillo nella doppia veste di interprete e regista e con una grande Anna Bonaiuto – si sono messi al lavoro tre Stabili, Roma Torino Bolzano, con il Teatro Biondo di Palermo e il LAC Lugano Arte e Cultura, con la regia di Luca De Fusco. Che ci appare come il campione della serata, perché insegna a tanti registi o ritenentisi tali, tra le nuove generazioni e non soltanto, a fare teatro, a condurre un testo, a non sovrapporsi troppe volte stupidamente, perché ha di quel che si ritrova tra le mani il massimo rispetto, la consapevolezza riverente, non andando a reinventare letture o (s)piegando un testo che da circa settant’anni vive di vita tutta propria, splendida, concreta, naturale, in piena autonomia, ma osservandolo, entrandoci dentro in punta di piedi e allo stesso tempo scavando e dispiegando ogni più impercettibile attimo, ogni silenzio e ogni risata, i bisticci e il rasserenarsi, le tensioni con il detto e il non detto, le commedie comiche di una famiglia napoletana e le piccole tragedie, i gesti e le parole dei sedici personaggi, tutti in stato di grazia. Tutti estremamente autentici, non più attori a fare la parte di ma a essere, in una sola parola, senza se e senza ma. Un ingranaggio perfetto: perché “Sabato” è un rito, una messa cantata e le messe cantate non si toccano, perché De Fusco dimostra una grande onestà, tutto qui. È, sembrerebbe, pochissimo ma di questi tempi appare tantissimo, su un palcoscenico. “La ‘scrittura scenica’ – ha scritto -, teoria molto in voga negli anni ’70 e ’80, secondo cui il vero autore di uno spettacolo è il regista, si infrange sui capolavori eduardiani che chiedono, a mio avviso, un regista interprete e non un demiurgo, un direttore d’orchestra e non un compositore, per la semplice ragione che il compositore c’è già e la sua vitalità è ancora inalterata”: il piacere dell’onestà.

Il vivere secondo i propri riti come pure le esplosioni Teresa Saponangelo li rende appieno nella sua Rosa, il valore della parole che ricerca e che mette in campo (“noi, io e te, siamo stati tanti anni insieme, abbiamo fatti tre figli, e non siamo riusciti a raggiungere quell’intimità che ti fa dire pane al pane, vino al vino”), gli affetti ritrovati e il ruggito con cui riniziare la settimana e l’esistenza di sempre; come Claudio Di Palma costruisce un Peppino tutto di ferro ma pronto a sciogliersi per rimettere in piedi quella “mia famiglia” che forse Eduardo ha cercato per tutta una vita. Accanto ai protagonisti, Anita Bartolucci (zia Memè) e Antonio Piscopo (il nonno), Paolo Cresta che anima la maschera napoletana, Maria Cristina Gionta (la sua Elena ha trovato un equilibrio delicato ma duraturo, “io non dico che sono entusiasta, ma mi accontento e sono soddisfatta”), i giovani Renato De Simone (un godibilissimo Attilio) e Mersila Sokoli che è Giulianella. Forse un posto a parte lo daremmo a Paolo Serra, che non poche volte grazie al suo Ianniello, invadente, incapace di comprendere a quali danni può arrivare, genuinamente semplice, riempie e si prende la scena. Repliche al Carignano, per la stagione dello Stabile, sino a domenica 8 febbraio. Assolutamente da non perdere.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Tommaso Le Pera, alcuni momenti dello spettacolo.

D’Alema alla mostra su Berlinguer: “Il nuovo internazionalismo”

5000 visitatori nei primi 15 giorni di apertura della mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer e dopo il successo del primo appuntamento con Walter Veltroni, Vi aspettiamo

giovedì 5 febbraio ore 21.00

Massimo D’Alema

Giuseppe Provenzano

Tania Scacchetti

Il nuovo internazionalismo.

Dal colpo di stato in Cile del 1973

alla globalizzazione

modera Beniamino Pagliaro

caporedattore de «La Repubblica»

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi  

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

Mara Martellotta

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi 

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

 

MARA MARTELLOTTA

On line la nuova guida di orientamento della Regione Piemonte

È on line la nuova guida di orientamento della Regione Piemonte riservata agli studenti che concludono la scuola secondaria di primo grado.

Realizzato dal Sistema regionale di orientamento, il portale vuole accompagnare passo dopo passo ragazzi e famiglie in uno dei momenti più delicati del percorso formativo. La consultazione permette di esplorare la mappa delle scuole del territorio, analizzare nel dettaglio i singoli percorsi di studio, guardare video di approfondimento, conoscere il mondo delle professioni e individuare le figure lavorative più richieste.

«Scegliere cosa fare dopo la scuola media è uno dei passaggi più delicati e decisivi nel percorso di crescita di un ragazzo – dichiara Elena Chiorino, vicepresidente e assessore regionale all’Istruzione e Merito – Con la nuova guida mettiamo a disposizione di studenti e famiglie uno strumento concreto, semplice e accessibile, che accompagna verso una scelta consapevole e informata. Orientare significa dare opportunità, valorizzare i talenti, offrire a ciascun giovane la possibilità di costruire il proprio futuro senza preclusioni, conoscendo tutte le strade possibili: istruzione, formazione professionale, ITS Academy. È questa la nostra idea di Istruzione e Merito: fornire basi solide per scegliere, informando puntualmente i giovani delle grandi opportunità presenti in Italia».

La struttura del portale

Nella pagina di apertura sono disponibili suggerimenti utili per la scelta, l’opuscolo informativo scaricabile, il menu di accesso alla mappa delle scuole, il video per le iscrizioni sulla piattaforma ministeriale.

La sezione “Cerca la scuola, scopri le scuole del territorio” propone una mappa interattiva con scuole e agenzie formative del Piemonte, contatti e percorsi formativi offerti. Con “Conosci le scuole, quali strade dopo le medie?” è possibile approfondire tutte le tipologie di percorsi, i quadri orari, i contenuti delle discipline, gli sbocchi occupazionali e le possibilità di proseguire gli studi, anche attraverso video di approfondimento.
La sezione “Esplora, come fai a sognare qualcosa che non conosci?” è invece dedicata al mondo delle professioni, con indicazione dei lavori più richiesti e dei percorsi di studio più adatti per accedervi.

Le strade dopo la scuola media sono molteplici e interconnesse: dall’istruzione alla formazione professionale e viceversa, con un’offerta regionale gratuita che può condurre dalla qualifica al diploma professionale fino al diploma quinquennale che apre all’Università o agli ITS Academy.

Il Sistema regionale di orientamento

Realizzato in collaborazione con le scuole, il Sistema raggiunge oggi oltre l’80% dei tredicenni residenti in Piemonte grazie anche a una rete capillare di oltre 140 sportelli di orientamento, a cui è possibile rivolgersi per un supporto personalizzato nei momenti di scelta.

La mappa e l’elenco degli sportelli sono disponibili alla sezione Sportelli regionali di orientamento.

Scontri a Torino, i sindacati di polizia: “Serve una svolta su ordine pubblico e sicurezza”

Pubblichiamo un’ampia sintesi del comunicato diffuso dai sindacati di polizia di Torino in merito ai gravi fatti accaduti a Torino nel corso della manifestazione organizzata a sostegno del centro sociale Askatasuna.

Le organizzazioni sindacali di Polizia SIULP, SAP, COISP e FSP della provincia di Torino hanno avuto un incontro con il Capo della Polizia, Prefetto Vittorio Pisani. Durante il confronto, di particolare rilevanza, sono state esposte in modo chiaro e puntuale le numerose criticità che oggi interessano il settore dell’ordine pubblico.

È stato evidenziato come le manifestazioni a carattere politico, o presunte tali, degenerino con sempre maggiore frequenza in scontri diretti di estrema violenza, assumendo le connotazioni di una vera e propria guerriglia urbana. I soggetti coinvolti non possono più essere assimilati a semplici manifestanti, bensì a terroristi, in quanto organizzati secondo schemi e modalità paramilitari, dotati di equipaggiamenti specifici e di strumenti offensivi finalizzati a colpire, ferire e mettere in pericolo la vita delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine.

In questo contesto, le dotazioni attualmente disponibili si rivelano assolutamente insufficienti: lacrimogeni e idranti non sono più efficaci contro gruppi muniti di maschere antigas, razzi artigianali, bombe carta, sanpietrini, fionde, segnaletica stradale divelta, martelli, chiavi inglesi, bottiglie incendiarie e altro materiale offensivo, utilizzato sistematicamente per aggredire i reparti mobili e il personale impiegato nei servizi di ordine pubblico. Tali azioni hanno causato ferimenti anche gravi, ricoveri ospedalieri e hanno esposto gli operatori a rischi estremi per la loro incolumità e sopravvivenza.

Nel corso dell’incontro, i segretari presenti hanno formulato quattro richieste ritenute imprescindibili:

  1. Fornitura di dotazioni ed equipaggiamenti moderni e tecnologicamente avanzati, adeguati ad affrontare un fenomeno che non ha più nulla in comune con le tradizionali manifestazioni operaie o studentesche, ma che rappresenta un attacco diretto all’ordine democratico. Tali condotte assumono una natura apertamente antidemocratica e sovversiva, spesso supportata da circuiti opachi e da complicità ideologiche che devono essere individuate e contrastate con determinazione.

  2. Adozione di un intervento normativo serio ed efficace, che vada oltre misure meramente simboliche e introduca sanzioni penali concrete. In particolare, è stata richiesta la piena operatività dell’arresto differito, equiparandolo per natura ed efficacia a quello previsto in ambito sportivo, rendendo obbligatorio l’arresto nei casi di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Le misure dovranno prevedere pene detentive e percorsi di rieducazione, applicabili sia ai maggiorenni sia ai minorenni, con il coinvolgimento diretto delle famiglie, anche sotto il profilo della responsabilità economica per i danni causati dai figli.

  3. Riorganizzazione dei servizi di ordine pubblico, attraverso una catena di comando più coordinata, funzionale e rispondente alle reali esigenze operative. Tale catena deve essere sempre pronta ed efficiente nella tutela dei poliziotti impegnati sul campo, assicurando supporto, coordinamento e protezione in ogni fase degli interventi.

  4. Riconoscimento della Questura di Torino come Questura di prima fascia, al pari di altre realtà caratterizzate da elevatissime criticità in materia di criminalità e ordine pubblico. Torino, come evidenziato anche dal Procuratore Generale Lucia Musti, deve essere considerata la capitale dell’antagonismo e dell’anarcoinsurrezionalismo e, pertanto, necessita di risorse, organici, mezzi e strumenti adeguati alla complessità e specificità del contesto.

È stato inoltre ribadito che il centro sociale Askatasuna, attualmente chiuso, deve rimanere tale, senza cedere ad alcuna forma di ricatto basata sulla violenza. Analogamente, è stata sottolineata la necessità inderogabile di impedire lo svolgimento di manifestazioni antagoniste nelle vicinanze del cantiere TAV, vista la rilevanza strategica dell’opera e alla luce dell’esperienza che dimostra come iniziative dichiarate pacifiche si trasformino frequentemente in episodi di violenza e devastazione.

Nel tempo, tali dinamiche hanno prodotto danni gravissimi alla città, ai cittadini e alle forze dell’ordine, con operatori feriti, ricoverati e costantemente esposti a rischi elevatissimi per la propria sicurezza e la propria vita, mentre gli autori delle violenze ottengono visibilità mediatica attraverso comportamenti ignobili e antidemocratici.

Con riferimento alle dichiarazioni del Sindaco di Torino, i sindacati di polizia le respingono con fermezza, ritenendo inaccettabile qualsiasi critica all’operato delle forze dell’ordine che non sia preceduta da una chiara assunzione di responsabilità politica. Prima di accusare chi quotidianamente garantisce la sicurezza della città, sarebbe stato doveroso condannare senza ambiguità la partecipazione di consiglieri comunali a una manifestazione poi degenerata in violenze e devastazioni. Tali presenze costituiscono un grave atto di irresponsabilità nei confronti dei cittadini, legittimando un contesto che ha prodotto feriti, danni al patrimonio urbano e un diffuso senso di insicurezza. I costi dei danni ricadranno inevitabilmente sulla collettività torinese, che dovrà sostenerli attraverso la fiscalità. Chi ricopre incarichi pubblici e sceglie di schierarsi al fianco di realtà storicamente associate a episodi di violenza dovrebbe quantomeno provare vergogna per l’incoscienza dimostrata e per il danno arrecato all’intera comunità. Inoltre, la partecipazione di qualsiasi organizzazione sindacale a quel corteo appare una valutazione superficiale e inadeguata dei rischi, considerata la piena consapevolezza delle criticità legate a una manifestazione di questo tipo, poi sfociata in violenze.

Infine, i sindacati di polizia hanno espresso piena fiducia nel Capo della Polizia, certi che le istanze rappresentate saranno sottoposte all’attenzione dei massimi livelli politici, nella consapevolezza della sensibilità, dell’attenzione e della concreta preoccupazione che il Prefetto Pisani ha sempre dimostrato nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori in divisa.

SIULP – SAP – COISP – FSP
BRAVO – PERNA – CAMPISI – PANTANELLA

Biglietti fantasma e tornelli inutili. Continuano le inciviltà dei furbetti della metropolitana

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C’è un fenomeno che chiunque utilizzi la metropolitana di Torino conosce fin troppo bene: l’ingresso senza biglietto, saltando i tornelli con disinvoltura o accodandosi a chi paga, come se il rispetto delle regole fosse un fastidio per ingenui.

Non si tratta più di episodi isolati, ma di una pratica quotidiana, ostentata, normalizzata. E proprio questa normalizzazione rappresenta il vero problema.

Il viaggio clandestino non è soltanto una violazione amministrativa. Il patto civico, quell’accordo tacito per cui ciascuno contribuisce, secondo le regole, al funzionamento dei servizi pubblici è in totale declino. Chi non paga non elude il sistema, ma truffa gli altri cittadini, quelli che il biglietto lo acquistano, che rispettano le regole e che, proprio per questo, si sentono sempre più soli e beffati.

La domanda è inevitabile: dove sono i controlli GTT? Dove sono gli operatori incaricati di vigilare, di scoraggiare, di sanzionare? I tornelli, da soli, non bastano. Senza una presenza visibile e costante, diventano poco più che scenografie urbane, facilmente aggirabili da chi ha deciso che le regole valgono sempre per qualcun altro.

La sensazione diffusa è quella di un’assenza istituzionale. Non solo mancano i controlli, ma manca anche un messaggio chiaro: che pagare il biglietto è un dovere, non un’opzione. In molte città europee l’evasione tariffaria è contrastata con fermezza, continuità e un’idea precisa di legalità quotidiana. A Torino, invece, sembra prevalere una rassegnazione silenziosa, che finisce per alimentare l’illegalità invece di contenerla. E i cittadini sono stanchi. Stanchi di assistere ogni giorno a scene di arroganza e impunità. Stanchi di sentirsi ingenui per aver fatto la cosa giusta. Stanchi di un clima in cui il rispetto delle regole appare quasi fuori moda, mentre la furbizia viene tollerata, quando non addirittura giustificata.

Cosa si può fare? Rafforzare i controlli, certo. Rendere visibile la presenza di GTT nelle stazioni, soprattutto nelle fasce orarie più critiche. Ma serve anche qualcosa di più profondo: una presa di posizione pubblica, chiara, netta. Perché la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto: è uno spazio comune, uno specchio della città che vogliamo essere. Continuare a voltarsi dall’altra parte significa accettare un lento scivolamento verso l’idea che le regole siano facoltative. E una città che rinuncia alle regole quotidiane rinuncia, a poco a poco, anche al rispetto reciproco. Torino merita di meglio. E i suoi cittadini hanno il diritto di non sentirsi più spettatori impotenti di un degrado annunciato.

 Maria La Barbera

Torino-Bardonecchia, tir perde cisterna pericolosa in galleria

Trasportava una sostanza pericolosa e, da un tir, il semirimorchio si è improvvisamente sganciato dalla motrice, provocando l’incidente. È successo sulla Torino-Bardonecchia a Exilles, nel tardo pomeriggio di ieri, quando nella galleria Cels il mezzo pesante viaggiava in direzione della Francia.

Per mettere in sicurezza la cisterna, questa è stata portata all’esterno della galleria, per essere travasata in una seconda cisterna di soccorso. Sul posto sono intervenute otto squadre dei vigili del fuoco del comando provinciale di Torino, per un complessivo di 24 unità. Le operazioni di travaso, durate ben 2 ore, sono state condotte dal nucleo travasi di Torino durante la notte. La tratta è stata chiusa nelle ore successive per consentire lavori di manutenzione programmati. Fortunatamente non sono risultate persone coinvolte. Sul posto è giunta anche la polizia stradale di Susa e gli ausiliari della Sitaf.

VI.G

Elio Germano e Theo Teardo: “La guerra com’è”

Al Teatro “Superga” di Nichelino, lo spettacolo teatrale e musicale tratto dall’ultimo libro (postumo) di Gino Strada

Martedì 10 febbraio, ore 21

Nichelino (Torino)

Alla coraggiosa lezione di una vita pressoché interamente dedicata alla cura degli “ultimi” (nelle ultime Terre del mondo falcidiate dall’inarrestabile tragicità della guerra) e raccontata da Gino Strada, anima e cuore di “Emergency”, nel suo ultimo libro “Una persona alla volta” (uscito postumo nel 2022, per i tipi di “Feltrinelli”), trae fervida ispirazione “La guerra com’è”, testo teatrale che vedrà in scena, martedì 10 gennaio (ore 21), al Teatro “Superga” di Nichelino, Elio Germano e Theo (Mauro) Teardo. Un attore – regista e un musicista – compositore, noti al grande pubblico e capaci di ricreare sul palco momenti di intensa e toccante resa emotiva. Romano il primo, friulano di Pordenone il secondo, i due tornano a rinnovare in scena  la loro collaborazione e piena sintonia, dopo il successo ottenuto con “Il sogno di una cosa”, tratto dall’omonimo primo romanzo di Pier Paolo Pasolini, scritto nel 1949-’50, ma pubblicato solo nel 1962 ed originariamente intitolato “I giorni del Lodo De Gasperi”. Ancora una volta, la proposta che arriva agli spettatori dal duo Germano – Teardo è quella di un “teatro civile” che racconta, come sottolinea il titolo, tutta la drammaticità della guerra, contrapposta all’esigenza pressante e al bisogno (insito, almeno primariamente, nella natura umana) di “diritti” e “umanità”. Attraverso le esperienze del medico chirurgo di Sesto San Giovanni (dove Strada nasce nel 1948 per finire la sua corsa terrena in Francia, a Honfleur nel 2022) quello narrato sul palco del Teatro “Superga” è “un viaggio appassionato tra esperienze vissute in prima linea, riflessioni sul diritto universale alla salute e la forza di chi ha scelto di ricucire vite invece che dividerle”.

 

Un viaggio e un suggestivo racconto di tutte le non facili esperienze che hanno condotto Gino Strada (“Right Livelihood Award” o “Premio Nobel Alternativo per la Pace”) dalla sua natia “Stalingrado d’Italia” – come Sesto San Giovanni venne definita, quale simbolo della locale “Resistenza operaia” contro il nazifascismo – dopo importanti esperienze professionali negli Stati Uniti fino alle spesso improvvisate sale operatorie in Pakistan, Etiopia, Perù, via via fino all’Afghanistan, al “Centro Salam” di Cardiochirurgia in Sudan e ai Paesi più lontani, per seguire in modo instancabile l’idea portata avanti con estremo coraggio dalla sua “ONG”, fondata nel 1994 insieme alla moglie Teresa Sarti, scomparsa nel 2009: “Salvare vite umane e lottare per i loro diritti”. Impegni di vita, cui Strada fu fedele in ogni istante dei suoi giorni e raccontati con chiarezza e passione nel suo libro – testamento “Una persona alla volta”“Un libro – sottolinea Elio Germano – forte e semplice nel linguaggio che restituisce la voce di Gino, il modo di dire le cose di una persona molto competente che ha vissuto esperienze importanti e non può fare a meno di raccontarle, senza retorica. Il racconto di chi la guerra l’ha vissuta dalla parte di chi ricuce, di una persona che non è interessata ai colori degli schieramenti, ma a rimettere insieme pezzi di umanità scomposta. Cosa forte e rivoluzionaria in questo momento storico”. Parole cui fanno eco quelle di Theo Teardo“Quando leggo le pagine scritte da Gino Strada vengo travolto da un’energia irresistibile che mi fa venir voglia di fare, di costruire qualcosa, di reagire. Anche quando arrivano dall’epicentro di una tragedia umanitaria, dal mondo che va in frantumi. Lo faccio con la musica che è ciò con cui mi sintonizzo con il mondo”.

Scriveva Gino Strada“Gli impegni internazionali, gli equilibri geopolitici, la deterrenza…persino i posti di lavoro vengono evocati da decenni per dire che no, non è possibile togliere soldi alla guerra. E invece un modo diverso di vivere su questo pianeta è possibile. È possibile vivere in una società che rispetta alcuni principi, indiscutibili e non negoziabili: i diritti umani. Non è una questione di risorse che mancano, ma di scelte che non si fanno. È arrivato il momento di decidere che priorità ci diamo come società: la vita delle persone o la guerra? Salute, istruzione gratuita, un lavoro dignitoso e protezione o fame e sofferenza per molti? Non è troppo”. Monito di altissima attualità per chi (i “potenti” che tengono in mano le redini di un mondo miseramente abbrutito) ha orecchio e cuore e volontà d’intendere.

“Curare le vittime e rivendicare i diritti, una persona alla volta … Persona dopo persona, diritto dopo diritto”. Grazie, Gino!

Per info: Teatro “Superga”, via Superga 44, Nichelino (Torino); tel. 011/6279789 o www.teatrosuperga.it

Gianni Milani

Nelle foto: Gino Strada (Ph. Giles Duley); Elio & Theo; Cover “Una persona alla volta”

Violenza di piazza oggi e 50 anni fa

La prima volta che, ad una manifestazione studentesca ho visto persone con il passamontagna e chiavi inglesi è stato nell’ottobre 1976. Protestavano per le non assegnazioni delle cattedre professorali ai licei. Correva voce che i gruppettari volessero occupare il provveditorato. Noi, giovani comunisti volevamo impedirlo con picchetti davanti al cancello. Una “onorevole” fuga fu l’unica alternativa. Molti più di noi e soprattutto saltarono fuori le chiavi inglesi e i relativi passamontagna. Dopo soprattutto nel 1977 diventò la loro prassi. Tant’è che decidemmo di realizzare cortei con vie alternative per non essere coinvolti nelle inevitabili scontri. Lotta Continua sciolta e la nascita della cosiddetta Autonomia Operaia figlia anche del servizio d’ordine di Lotta Continua che ben presto sfocio’ nel terrorismo rosso di Prima Linea. Continuava la Notte della Repubblica. E gli anarchici non erano così di moda. Terrorismo rosso e terrorismo nero uniti nel comune obbettivo: abbattere lo Stato. Sono passati 50 anni e siamo al punto di partenza? Probabilmente no. Ma sicuramente, come la media della Storia, il passato  ha insegnato poco o nulla. Anzi da qualche punto di vista la situazione è notevolmente peggiorata. Un esempio per tutti è la più totale assenza del sistema dei partiti. In particolare ieri c’era il Pci di Enrico Berlinguer, oggi gli attuali comunisti corrono dietro ai violenti anarcoidi. E il Pd, diciamocela tutta non sa che pesci prendere. Dalla una parte i “puri sulla ideologia” e dall’altra moderati del centro sinistra. Eppure le cose sembravano mettersi per il verso giusto. Politici e giornalisti di destra oramai balbettavano. Ma eccoli lì, puntuali come mai gli antagonisti. Un bel travestimento e non vuoi andare alle manifestazioni con un lanciarazzi? Ed per le nostre destre il gioco e fatto. Usciti dal’ angolino e giù insulti ai “comunisti violenti”. Appunto come 50 anni fa e probabilmente come sarà per altri 50 anni. Lo scontro è impari. Mi sembra una partita di calcio da una parte (la destra) che gioca in 16 giocatori e la sinistra in 6. Prima poi il gol è assicurato.
Servizi segreti e polizia sapevano tutto di quello che sarebbe successo? Probabilmente, e gli utili idioti hanno fatto il loro dovere. Meloni e Salvini gongolano. Chi non gongola è il Sindaco Lo Russo. Con lui e per lui la solita domanda: ma chi glielo ha fatto fare nel dialogare con questi cosiddetti alternativi? Misteri della fede.
Tra non molto si voterà anche per il comune di Torino. Queste violenze peseranno anche sul voto come sul non voto. Poi alla fine il risultato finale non peserà così tanto sui nostri destini.
Ciò che pesa è una sinistra che non riesce a sfondare. Alla fine travolta da questi quattro imbecilli. Pazienza. La vita va avanti anche se va avanti tra guerre, carestie e miseria. Povera sinistra. Ma chi è causa del suo male pianga se stessa. Correre dietro agli imbecilli non ha mai giovato a nessuno.

PATRIZIO TOSETTO